Sociologia dei media digitali: intervista a Davide Bennato

E’ uscito da poche settimane il nuovo libro di Davide Bennato, professore all’Università di Catania di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, intitolato “Sociologia dei media digitali”, Editori Laterza. Il manuale è ben lungi dall’essere una “chiaccherata informale” sui vari Facebook, Twitter e dintorni: è un testo molto ben strutturato, documentato (20 pagine di bibliografia!), con approfondimenti sociologici e tecnologici anche complessi, insomma un ottimo strumento per chi lavora con e sui social media. Abbiamo dunque pensato di intervistare Davide, che ringraziamo per la sua disponibilità.

D. Prima di tutto grazie per averlo intitolato social media e non new media. Era ora, non trovi?
R. Era ora sì! Infatti occupandomi di media digitali da molto tempo, ero un po’ seccato del fatto che nelle istituzioni accademiche si continui ad usare il desueto “new media” che io considero errato da due punti di vista. Errato cronologicamente perché ormai i media come internet non sono più nuovi, ma sufficientemente integrati nella vita quotidiana da essere media tout court. Errato ideologicamente perché i media digitali scontano moltissimo la retorica del nuovismo.
Dal mio punto di vista il fatto che i social media siano recenti non vuol dire che siano nuovi.

D. Tra le tue riflessioni e l’analisi di quelle condotte da altri studiosi negli ultimi decenni, riporti quella, celebre, di Klapper (1963), secondo cui la ricerca deve chiedersi non cosa i media fanno alle persone, ma cosa le persone fanno con i media. Non è questa la migliore risposta a chi vede il Diavolo nei social media?
R. Ne sono convinto. Se tu studi i social media dal punto di vista dell’impatto sulla società rischi sempre di cadere nella dicotomia apocalittico/integrato o tecnopessimista/cyberentusiasta. Se studi i social media dal punto di vista di cosa ne fanno le persone, hai una tale variabilità di pattern d’utilizzo che impedisce qualunque banalizzazione del rapporto.

D. Un altro argomento molto interessante per chi lavora in un’impresa o in una PA, e che riguarda il nuovo modo di interagire tra utenti, è quello del groundswell (onda anomala), ci potresti spiegare cosa intendevano con questo termine Li e Bernoff?
R. Il rapporto fra aziende e consumatori è sempre stato guidato da una rigida separazione. Le aziende producono, i consumatori acquistano e – se insoddisfatti – non acquistano. Oggi invece se un consumatore è insoddisfatto non solo non acquista ma grazie ai social media può influenzare i comportamenti d’acquisto di altri come lui, creando un processo a catena incontrollabile che si comporta come un’onda anomala e che ha delle conseguenze non da poco sulle aziende. La questione non è impedire questo processo – sarebbe impossibile farlo – ma governarlo nel miglior modo possibile.

D. Nel tuo libro scrivi che quello che è interessante dei blog è la miscela di componente tecnologica, netiquette e dinamiche relazionali che ne fa dei veri e propri archetipi della comunicazione del web partecipativo. Come vedi, in futuro, il rapporto tra blog e social media come ad esempio Facebook e Twitter?
R. I rapporti saranno di specializzazione di comportamenti comunicativi. I blog continueranno ad essere spazi di riflessione, Facebook uno strumento di discussione e di conversazione, Twitter un network di accesso a notizie e informazioni. Pertanto si rafforzerà il ciclo comunicativo dei social media secondo cui si esprime un’opinione argomentata sui blog, la si diffonde su Twitter e la si discute in Facebook.

D. Nel libro parli di un termine molto interessante, “social informatics”, ci puoi dire qualcosa di più? E’ una disciplina?
R. Sì, è un settore di ricerca che si pone lo scopo di progettare l’applicazione delle ICT all’interno di contesti sociali professionali, partendo dal presupposto che l’ingresso di una tecnologia non è mai neutrale, ma ha sempre delle conseguenze soprattutto relazionali. Lo scopo di questa disciplina è dare indicazioni concrete a chi deve pensare come rendere le tecnologie strumenti in grado di interagire simbioticamente col contesto sociale e culturale.

D. In Italia, nel 2012, avremo quasi 25 milioni di utenti su Facebook. E i social media saranno sempre più integrati con siti e dispositivi mobili e viceversa. Chiaramente ciò impone ad aziende e istituzioni di rivedere la propria comunicazione on line. Secondo te a che punto siamo?
R. Secondo me anche in Italia qualcosa sta cambiando, anche se sempre più spesso l’uso dei social media non ha un valore strategico me è semplicemente un’aggiunta à la page alle strategie di comunicazione interna ed esterna. Ma le aziende stanno diventando sempre più sensibili all’argomento e le professionalità che curano questi aspetti stanno cominciando a diventare sempre più richieste.

D. Qualche consiglio a chi, nella PA, deve comunicare con i cittadini attraverso i social media?
R. Sì: linguaggio, tecnologia, ascolto. Linguaggio: usare una lingua che sia la più lontano possibile dal burocratese che è formale e allontana il cittadino. Tecnologia: mai pensarla come una scatola magica ma come uno strumento al servizio di una logica o una strategia. Ascolto: comunicare vuol dire saper ascoltare, spesso il cittadino non chiede soluzioni ma semplicemente essere ascoltato. In questo senso i social media possono essere molto utili.

D. In una delle ricerche che citi, vengono classificati in 5 macrocategorie gli utenti di Twitter: media, celebrità, organizzazioni, blogger, persone comuni. Il meccanismo di following ha forti caratteristiche di omofilia, e cioè le celebrità seguono le celebrità, i blogger i blogger e così via. Secondo te, nei prossimi anni, questo meccanismo verrà alterato, ad esempio con la naturale evoluzione di Twitter come news medium?
R. Non è facile rispondere. Secondo me ci saranno due grafi sociali che descriveranno Twitter. Un grafo con un alto grado di omofilia caratterizzato da legami simmetrici ed un grafo con un alto grado di eterofilia caratterizzato da legami asimmetrici e questo rafforzerà l’uso di Twitter come news medium. Mi spiego meglio. I blogger seguiranno altri blogger e saranno ricambiati. I giornalisti seguiranno altri giornalisti e saranno ricambiati. Blogger seguiranno giornalisti e non saranno ricambiati ma lo faranno per avere notizie o opinioni.

D. Recentemente abbiamo pubblicato una lista di previsioni sui social media per il 2012, ci puoi dire qualche di queste ti sembra la più interessante o promettente?
R. Sono molto d’accordo con la previsione su Twitter, che secondo me porterà anche a dei profondi cambiamenti nella composizione demografica della piattaforma microblog. A mio avviso inoltre bisogna tenere sotto controllo anche Tumblr: secondo me sarà la piattaforma protagonista del 2012.

D. La prossima settimana intervisteremo anche la prof.ssa Giovanna Cosenza, docente di Semiotica dei nuovi media: ci suggerisci una domanda da porle?
R. Certo. Vorrei chiederle: spesso nei social media si usa la metafora della conversazione per descrivere il flusso informativo che avviene in questi spazi sociali. E’ una metafora corretta? O bisognerebbe parlare di una diversa forma conversazionale che avviene in questi spazi?

AppsForItaly, avviso ai naviganti

Come possono essere utilizzati e che cosa è possibile fare con gli Open Data? Probabilmente nessuno meglio dei cittadini, delle community di sviluppatori software indipendenti, dei professionisti, delle aziende, di coloro cioè che i dati li utilizzano puo’ rispondere meglio a questa domanda. Ed e’ proprio grazie a questa considerazione che nasce AppsForItaly, la competizione tutta italiana sui Dati Aperti.

Ricordiamo che gli Open Data sono generalmente dati prodotti dalla Pubblica Amministrazione e che vengono resi pubblici su Web consentendone il riuso. Per avere una idea di quali sono i dati disponibili, è possibile partire da dati.gov.it, il catalogo nazionale degli Open Data, lanciato alcuni mesi fa e che si sta pian piano consolidando per diventare l’”entry point” dei dati pubblici in Italia. Sono attivi anche cataloghi regionali come dati.piemonte.it (il primo portale per il riutilizzo dei dati pubblici in Italia) o dati.emilia-romagna.it. Rilasciano Open Data anche il portale dati.istat.it ma anche www.istat.it e tutti i siti web tematici dell’Istituto Nazionale di Statistica. (Potete trovare una lista piu’ completa qui)

AppsForItaly nasce pertanto con l’obiettivo di stimolare i cittadini a progettare applicazioni Web, Apps per dispositivi mobili, a creare visualizzazioni ed infografiche, a progettare database. Ovviamente non tutti i cittadini sono degli specialisti e hanno quindi le competenze necessarie o magari non tutti gli specialisti hanno il tempo o la possibilita’ di realizzare e mettere a punto le proprie proposte.

E’ questo il motivo per cui la competizione prevede anche la categoria “Idee e Progetti” dove tutti, ma proprio tutti coloro che hanno semplicemente una bella idea o un progetto su come utilizzare i dati possono partecipare.

Ne vale la pena? Ricordo che ad oggi il montepremi è composto da 30.000 euro forniti dal Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione e da 10.000 euro nonchè da numerosi premi in tecnologia e servizi messi a disposizione dai vari sponsor. Ma non va dimenticato il premio piu’ consistente e cioè quello di avere l’opportunita’ di portare le proprie proposte all’attenzione di aziende, delle community interessate, del mercato, della Pubblica Amministrazione.

Per fare questo, c’è ancora un mese di tempo. E’ infatti fissato per il 10 Febbraio prossimo il termine ultimo per inviare le proposte, che, ricordo, dovranno essere inviate registrandosi nell’apposita sezione del sito Web di AppsForItaly.

E se volete qualche suggerimento, potete “sbirciare” tra le proposte che sono risultate vincitrici ad esempio ad Open Data Challenge o quelle che hanno partecipato ad Apps For Developement.

Tutte le proposte pervenute saranno valutate da una commissione che si sta costituendo proprio in questi giorni, mentre l’evento/premiazione si terra’ presumibilmente durante la prima settimana di Marzo. Stay tuned per tutti gli ulteriori aggiornamenti!

Social Media, cosa accadrà nel 2012

Il 2011 ci ha appena salutato ed eccoci alle prese con un nuovo anno ricco di aspettative sul fronte dei social media.  Tra le numerose previsioni per il 2012 segnaliamo quelle di Angela Denby che ne mette in evidenza 11, di seguito riportate con qualche aggiunta:

1. SITI. I social media verranno sempre più incorporati nei siti delle aziende e delle istituzioni.

2. MOBILE. Assisteremo a un ulteriore e significativo incremento dell’utilizzo dei social media attraverso dispositivi mobili.

3. SITI & MOBILE.  I siti dovranno essere sempre (più) compatibili con i dispositivi mobili.

4. HELP! Aumento dell’utilizzo delle community on line per ottenere un supporto personale o per cause umanitarie.

5. BUSINESS. Aumento della presenza delle aziende e dei loro investimenti sui social media, così come…

6….degli investimenti pubblicitari.

7. GAMING. Ulteriore crescita del fenomeno del social gaming.

8. NEWS. La tipologia delle news sarà sempre più “social”, sia quelle prodotte dai singoli che quelle dei giornali on line, che potremo sempre più commentare, condividere, votare e (ahinoi) laikare.

9. POLITICA. Maggior utilizzo da parte dei politici e della politica dei canali social media.

10. IMPRONTE DIGITALI. L’impronta che lasciamo sui social media crescerà ulteriormente.

11. FACEBOOK. Facebook supererà il miliardo di utenti. Con riferimento all’Italia, Facebook, nel 2012, supererà i 24 milioni di utenti: un italiano su due tra i 10 e gli 80 anni sarà presente su questo social network!

A questi 11 punti aggiungiamo qualche nostra previsione:

12. LEGAL 2.0. Le numerose impronte che, anche inconsapevolmente, lasciamo sui social media imporranno al legislatore uno sforzo ulteriore in termini di aggiornamento e adeguamento delle norme vigenti in materia di privacy, diritto d’autore, amministrazione digitale e utilizzo del Web, nonché di prevenzione dei reati che si consumano on line.

13. TWITTER. Aumento e consolidamento dell’utilizzo di Twitter.  In Italia il 2011 ha segnato l’anno di Twitter, prima con l’utilizzo nelle dirette dei giornali on line e poi con il passaggio al grande pubblico di #ilpiugrandespettacolodopoilweekend. Ma per aziende e PA la strada è lunga e, pur con le dovute eccezioni, siamo ancora in una fase sperimentale.

14. COMUNICAZIONE SOCIAL. Se consideriamo l’importanza nei processi di comunicazione dei nuovi media  (Facebook, Twitter e LinkedIn in primis) ed il punto 11, è evidente la necessità, da parte di aziende e PA, di saper utilizzare e sfruttare al meglio questo canale comunicativo. Ci sono già esperimenti riusciti e realtà molto avanzate, ma il biennio 2012-2013 dovrà essere quello della maturità.

15. SOCIAL MEDIA MANAGER. La figura del Social Media Manager sarà sempre più richiesta dalle aziende. Le offerte di lavoro sono prevalentemente nord-americane e nord-europee, ma qualcosa si sta muovendo anche in Italia.

Continueremo a parlare di social media con un’intervista a due importanti esperti, Davide Bennato e Giovanna Cosenza: stay tuned on SegnalazionIT!

Un anno di #hashtag. La Storia raccontata in diretta.

Il 2011 è stato un anno molto importante non solo dal punto di vista economico, sociale, politico ma anche per il  mondo della comunicazione.

All’innovazione nel campo delle news ha dedicato uno “special” durante la scorsa estate l’Economist dal significativo titolo “Bulletins from the future” in cui è analizzato il ruolo della Rete nel cambiamento del modello di diffusione delle informazioni, un modello che risulta essere diventato molto più partecipato, diversificato e quindi meno “di parte” di come era prima dell’avvento di internet.

Fonte: The Economist, 2011

Ma la Rete non ha modificato solo il modello di diffusione delle notizie ma anche le modalità con cui gli eventi sono narrati e portati alla conoscenza del pubblico. Sempre più spesso, infatti, i grandi eventi sono raccontati in diretta attraverso i social media, facebook e twitter in primo luogo e, gli autori della narrazione sono i cittadini, veri e propri report di strada. Da questo punto di vista, il cittadino, armato di smartphone e connessione in Rete, è stato il protagonista dell’anno, ha raccontato in diretta gli eventi a cui partecipava e dato vita ad una nuova figura del mondo della comunicazione, il citizen journalist.

Iranians used social-networking sites to report on the suppression of street protests.
Ahmad Abbas/Getty Images

Con l’obiettivo di valorizzare l’impegno delle migliaia di persone che giorno per giorno hanno raccontato la Storia di questo anno davvero speciale è nato www.yearinhashtag.com , un progetto di: Claudia Vago @tigella, Luca Alagna @ezekiel, Marina Petrillo @alaskaRP, Maximiliano Bianchi @strelnik, Mehdi Tekaya @mehditek.

SegnalazionIT che, già in passato si è più volte occupato di social media (in particolare di Twitter ) e comunicazione web,  ha deciso  di dedicare l’ultimo post dell’anno a questa iniziativa che nel raccontare il 2011 ci aiuta anche a comprendere come la Rete sia riuscita a ricoprire un ruolo da protagonista e non solo di testimone. Per raccontare #yearinhashtag abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Claudia Vago (@tigella), esperta di comunicazione, ideatrice e tra gli autori dell’iniziativa.

D. Come nasce #yearinhashtag?
R. Year in Hashtag è nato per caso, da un mal di testa, per associazioni di idee: era metà novembre e io ripensavo all’anno che andava concludendosi, a tutte le cose successe in questo anno incredibile, a partire dalla rivoluzione tunisina a oggi. Pensavo che raccogliere tutti gli eventi dell’anno, come sono soliti fare giornali e riviste a fine dicembre, sarebbe stato un lavoro complesso ma stimolante. Subito però ho realizzato che la maggior parte degli eventi del 2011 erano arrivati ai media tradizionali dopo che la Rete se ne era occupata, li aveva scovati e raccontati. In alcuni casi ai media tradizionali non sono arrivati mai, in altri sì, ma lasciando alla Rete un ruolo di narratore principale, con più approfondimento, a volte persino maggiore competenza. Mi è immediatamente sembrato evidente che il 2011 non potesse essere raccontato che per come lo avevo visto io: attraverso lo sguardo dei milioni di utenti dei social media che, nel corso dell’anno, hanno raccontato gli eventi nel loro farsi, attraverso i propri occhi, i propri smartphone, i propri laptop.

D. Quale è l’obiettivo?
R. Fornire un punto di vista diverso sull’anno trascorso. Un punto di vista che completa e arricchisce quello che i media tradizionali ci offrono ogni giorno. Perché non c’è contrapposizione tra i due sguardi, ma complementarità. E nel 2011, secondo me, è diventato evidente che non si può più ignorare lo sguardo di chi, dal basso, vive e eracconta un evento.

D. Come è stato il 2011 visto da twitter?
R. Un anno entusiasmante, ricco di avvenimenti, in cui la partecipazione è tornata a essere al centro: molte delle foto che compongono il mosaico in homepage di Year in Hashtag sono foto di piazze colme di persone. Il 2011 è stato l’anno delle proteste (lo dice anche il Time), l’anno in cui le persone si sono messe in gioco, sono uscite di casa e insieme hanno intrapreso un cammino per provare a cambiare le cose. E lo hanno fatto anche raccontando in tempo reale quanto succedeva, quanto facevano. Credo che questa esplosione dei social media per il racconto dei fatti non sia solo collegata alla diffusione di tecnologia che permette il collegamento a internet anche in mobilità, penso che si tratti di un fatto più propriamente “politico”: raccontare quello che succede è diventato parte dell’agire politico, perché serve ad aggirare la censura e la disinformazione dei regimi ma anche perché è solo facendo sapere a più persone possibili cosa si fa e perché che la propria battaglia può diventare vincente.

D. Come è cambiato il modo di raccontare gli eventi?
R. Dal 2011 non si torna indietro. Ormai è diventato evidente che il racconto degli eventi passa anche, e a volte soprattutto, dalla Rete. Quasi tutte le grandi testate europee e mondiali hanno ormai uno staff di social media curator, cioè persone che si occupano di selezionare le fonti sui social media, seguirle e raccogliere i loro racconti, ad uso anche dei giornalisti tradizionali. Prima o poi anche in Italia ci accorgeremo che non si può più continuare a fare giornalismo senza integrare questi nuovi strumenti.

D. Chi è il citizen journalist?
R. Chiunque. Non serve una preparazione particolare, un formazione. E’ sufficiente avere strumenti per la diffusione di messaggi e capacità di comprendere quello che succede intorno per essere citizen journalist. E’ una figura diversa da quella del giornalista tradizionale e, secondo me, non è antitetica ad essa. Sono due figure che si completano, che insieme possono rendere migliore il racconto dei fatti.

D. Quale il suo ruolo nel racconto degli eventi?
R. Il citizen journalist, generalmente, è qualcuno che partecipa direttamente a ciò che racconta. Partecipa fisicamente e emotivamente, idealmente. Il suo è uno sguardo “caldo” sugli eventi, partecipe. E soprattutto è uno sguardo “interno”, che arriva dove molti cronisti tradizionali non riescono ad arrivare.

D. Come possiamo contribuire ad accrescere questo racconto?
R. Amplificando la voce di chi sta raccontando: con retweet su Twitter o condividendo link e informazioni su altri social network. Diventando noi stessi narratori, quando ne abbiamo l’occasione.

D. Quale evento ti ha più colpito?
R. Sono legata a molti eventi di questo 2011, per ragioni diverse. La rivoluzione tunisina, perché ho un legame personale con la Tunisia e perché è il Paese da cui è cominciato tutto, compresa la mia “nuova vita”, il movimento spagnolo del #15M, il torrente di tweet con hashtag #iohovotato in occasione dei referendum di giugno, #OccupyWallStreet, per la capacità che ha avuto un evento nato in rete di radicarsi nella realtà e incidere sull’agenda, sul linguaggio pubblico.

#felice2012atutti

SkyDrive di Natale

Siete dei patiti dei prodotti Microsoft? Avete bisogno dei principali strumenti di office automation sempre disponibili su qualunque pc connesso in rete? Necessitate di un notevole spazio di archiviazione per i vostri file?

SkyDrive è quello che fa per voi: è stato sviluppato da Microsoft, vi mette a disposizione Word, Excel, Power Point e One Note semplificati ma completamente online, vi offre 25 GB di spazio di archiviazione in the cloud.

Dovete solo registrare un account su Microsoft Live ed avrete a disposizione tutto ciò. Oltre a questo, se avete il s.o. Vista o Seven potete anche usufruire di Live Mesh, che vi assicura la sincronizzazione di 5 GB di file fra il vostro pc e la cloud, se invece avete il s.o. XP potete scaricarvi ed installare SD Explorer, che non effettua la sincronizzazione ma consente di mappare lo spazio su SkyDrive come una estensione del vostro filesystem. Se invece avete un tablet iPad o Android, alcune App come ad esempio SMEStorage (4,99$ per iPad e3,99$ per Android) consentono di usufruire dello spazio di SkyDrive (nonchè di altre cloud).

Per quello che ho potuto notare io, mentre l’utilizzo online tramite browser di SkyDrive è buono, non altrettanto di può dire della versione free di SDExplorer, che consente solo operazioni elementari di copia-incolla di file e, nel copiare un file da locale alla cloud, se quel file è già presente in SkyDrive, NON avvisa che lo si sta sovrascrivendo.

Dal punto di vista delle funzionalità offerte i prodotti Office di SkyDrive sono anch’essi molto elementari, immagino sia una scelta di mercato tendente a far acquistate una copia di Office da installare localmente che sia però fortemente interconnessa con la cloud di SkyDrive. Se mettiamo a confronto le funzionalità di SkyDrive con quelle di Google Docs, SkyDrive non regge proprio, però l’Office online è sempre comodo per qualunque evenienza e lo spazio di 25 GB è reale e disponibile da subito.

Insomma un regalino di Natale che tutto sommato non costa nulla possiamo anche concedercelo.

Intervista a Sardinia Open Data

Ci sono persone che con le loro iniziative portano quell’innovazione che può cambiare (in meglio) un territorio. SegnalazionIT ha intervistato Andrea Zedda,  specialista nell’elaborazione dati e promotore del progetto Sardinia Open Data.

D. Come nasce Sardinia Open Data?

R. L’idea del progetto nasce essenzialmente nella rete e precisamente nel social network Statistica.ning del quale sono membro da diverso tempo. Agli inizi di settembre, un mio amico, Marco Calderisi, (con il quale stiamo fondando una piccola società molto interessante denominata [Kode], ma questa è un’altra storia…) pubblica un post riguardante Datawithoutborders, un’iniziativa nata negli USA, dove statistici volontari aiutano in maniera completamente gratuita le ONG presenti nel territorio per quanto riguarda l’elaborazione dei dati in loro possesso.  Avendo  continue esperienze di collaborazione con l’Osservatorio delle politiche sociali della provincia di Cagliari, ho iniziato a pensare che un’iniziativa del genere potesse essere rivolta al mondo delle associazionismo locale e che, con le opportune modifiche, fosse una cosa attuabile anche qui da noi.
Poi è successo che ho partecipato al corso “Web e statistica” a Pisa, organizzato dalla SIS dove ho avuto modo di approfondire, tra le altre cose, le tematiche dell’open data e quindi di prendere maggiore consapevolezza dell’enorme importanza che l’intelligenza collettiva e la condivisione della conoscenza hanno e avranno  sempre di più nel nostro mondo. Ho così deciso che l’open data sarebbe stato al centro del nuovo progetto che avevo in mente.
Il corso mi ha poi dato la possibilità di conoscere molte persone estremamente interessanti, sia tra i docenti che tra gli studenti, e ho potuto interagire con un ambiente aperto alle innovazioni e alla creatività. Tutti questi fattori hanno fatto si  che le idee che mi frullavano in testa si trasformassero in convinzioni. Così tornato in Sardegna ho iniziato a parlarne un po’ in giro e ho trovato subito l’appoggio e l’ entusiasmo di alcune persone, tutte donne, molto capaci e determinate (colgo l’occasione per citarle, sono Alessandra Murgia, Alessandra Peddis, Claudia Mocci e Cinzia Pusceddu) con le quali si è deciso di fondare l’associazione Sardinia Open Data, e grazie alle quali il progetto è diventato qualcosa di più concreto e molto ambizioso.

 

D. Quali sono le iniziative e i progetti che Sardinia Open Data sta supportando?

R. Attualmente portiamo avanti due progetti. Il primo è “OnData”, un progetto che ha tre finalità. La finalità primaria, che prende appunto ispirazione da Datawithoutborders, è il sostegno al mondo dell’associazionismo no-profit. Siamo partiti dalla considerazione che le associazioni, pur potendo spesso disporre di basi dati interessanti, non hanno di solito le risorse per sfruttarle, oppure non sono consapevoli del potenziale nella gestione di tali informazioni in termini di sviluppo organizzativo e strategico. Abbiamo così deciso di mettere a disposizione di queste associazioni la nostra esperienza nel campo della raccolta, dell’elaborazione e della presentazione dei dati, oltre che un supporto logistico, il tutto in maniera completamente gratuita.
Al contempo abbiamo intenzione di ricorrere all’aiuto di giovani volontari ai quali offriamo la possibilità di avere una prima esperienza pratica sul campo, quindi di sporcarsi le mani con dati reali e con esperienze concrete per quanto riguarda le varie fasi di un’indagine statistica.
La terza finalità del progetto consiste nel rendere il risultato di questo lavoro il più aperto possibile nel pieno rispetto della filosofia open data. L’obiettivo è in sostanza avviare un’apertura dei dati non calata dall’alto delle organizzazioni pubbliche ma un’informazione proveniente direttamente dal basso, e di incentivarne il riutilizzo in modo che questi dati acquistino un valore che vada oltre il contesto nel quale sono stati raccolti.
Un secondo progetto molto interessante è la partecipazione al concorso Appsforitaly. Intediamo partecipare sia nella categoria datasets che nella categoria applicazioni. Per quanto riguarda il dataset abbiamo già siglato un accordo di collaborazione con l’Ente parco di Molentargius, per cui contribuiremo all’apertura dei dati ambientali, di flora e forse anche fauna sotto licenza IODL.
Su quei dati abbiamo poi qualche idea su come svilupparci una app per smartphone o una webapp. Per ora stiamo ancora valutando se questa parte del progetto sia fattibile, c’è ancora da definire un modello, e per la parte dello sviluppo applicativo contiamo sull’aiuto di alcune aziende condotte da persone con le quali ho avuto modo di collaborare in passato, e che si sono rivelate estremamente disponibili ed interessate al nostro progetto.
Infine abbiamo intenzione di portare avanti una campagna continua di promozione dell’open data presso i vari enti e la società, attuata attraverso incontri diretti face to face o anche piccole presentazioni pubbliche.

 

D. La Pubblica Amministrazione Locale: gioie o dolori sulla questione Open Data?

R. Lavorando per diversi anni nella pubblica amministrazione (anche se solamente come collaboratore ultra-precario), ho preso parte alla progettazione e all’attuazione di diverse indagini e ricerche sociali, e posso dire che ho vissuto direttamente sulla mia pelle il problema della mancanza di consapevolezza per quanto riguarda l’importanza che dovrebbe avere il dato statistico presso le amministrazioni pubbliche. Le difficoltà purtroppo non si limitano alla sola apertura dei dati alla società, ma addirittura è la trasmissione di questi tra i diversi enti e tra i diversi dipartimenti che risulta essere una barriera difficile da superare. Manca l’idea dell’utilizzo di uno standard condiviso, e vige ancora una sorta di gelosia tra i vari uffici, i cui funzionari spesso si comportano come se fossero gli effettivi detentori del dato e per cui sono restii a condividere determinate informazioni addirittura con gli altri organismi pubblici che ne fanno richiesta. Per esperienza posso dire che nel momento in cui una struttura come un osservatorio avvia una raccolta dati rivolgendosi ad altre amministrazioni o ad altri uffici dell’ente a cui appartiene, quando va bene le informazioni vengono trasmesse tramite disordinati fogli di calcolo e la casistica più frequente sono dei file pdf blindati e file doc, per non parlare di chi preferisce ancora utilizzare il fax e il materiale cartaceo!
Per questo crediamo che la promozione e la sensibilizzazione presso la PA locale verso un approccio più aperto e consapevole riguardo l’importanza sociale ed economica che hanno le informazioni condivise, possa in un certo modo indicare la giusta via che porta ad una maggiore efficienza e ad una maggiore produttività nel settore pubblico.

 

D. Open data e trasparenza. E’ un binomio praticabile in Sardegna?

Oltre alle difficoltà che ho appena citato, posso dire che in Sardegna esistono anche realtà estremamente positive e in rapida ascesa. Un chiaro esempio di Open Data trasparente è il portale della Provincia di Carbonia Iglesias (e di recente quello del Comune di Sestu) che, primo in Italia, ha reso liberi i dati dei propri atti amministrativi in modalità semantica. In questo modo non ci sono intermediari tra la produzione del dato e i possibili fruitori esterni, sia che siano cittadini o aziende che vogliano sfruttarli per le loro applicazioni. L’iniziativa fa parte di un progetto Open Source più ampio che si chiama ontologiapa.it e che fa leva su una piattaforma Drupal 7 per la PA denominata “LinkedPA“. Questo è sicuramente il binomio perfetto tra Open Data e trasparenza e fa piacere dire che la nostra Regione faccia scuola per tutto il paese.

 

D. La Sardegna ha giovani brillanti e capaci. Può l’Open Data essere una opportunita’?

R.La Sardegna è una piccola isola nel contesto globale, oltre al turismo abbiamo poche risorse naturali da sfruttare, e ovviamente ormai è chiaro che non possiamo competere con la forza produttiva dei colossi mondiali nel settore manifatturiero. Per cui si tratta di investire tutto nel capitale umano. Sposare il concetto di Open data significherebbe poter disporre di una nuova risorsa praticamente a costo zero, perché si tratterebbe solo di aprire gli archivi già esistenti e di adottare nuovi standard per la loro diffusione. In questo modo, chiunque abbia idee e competenze avrebbe la possibilità di integrare i servizi offerti dal settore pubblico o inventarne di nuovi, il tutto senza che le amministrazioni debbano spendere ulteriori risorse. Quindi una grossa opportunità per i giovani che con l’open data avrebbero a disposizione un solido punto di partenza sul quale far fruttare le proprie idee e la propria creatività.

 

D. Come vedi il ruolo di Sardinia Open Data nelle due domande precedenti?

R. Per ora siamo solo una piccola associazione, certamente una delle prime realtà nell’Isola a portare avanti questo tipo di iniziative. Ci sentiamo delle specie di pionieri anche se bisogna dire che abbiamo diversi punti di riferimento nel territorio nazionale. Vedremo come si andrà avanti, quel che è certo è che l’entusiasmo e l’intraprendenza non ci mancano.
Per seguire le nostre iniziative o contattarci è possibile visitare il nostro sito web http://sardiniaopendata.org/ ma siamo presenti anche su Facebook, Twitter e Google+.

Musica per le mie orecchie

stereomood - emotional internet radioParto da una semplice domanda: può una radio interpretare i miei sentimenti e selezionare proprio la musica adatta a me? A volte succede, è un caso, un momento magico: come d’incanto, la radio passa proprio quella canzone che volevo, quel sound che mi serviva per ricaricarmi. Sarebbe bello se potesse succedere sempre così, che non fosse una possibilità su un milione. Sarebbe bello avere uno strumento che mi capisse! Potrei sempre chiamare una radio, quelle dove puoi chiedere una canzone, magari mandare anche una dedica; ma non sempre ho un telefono a disposizione, una chat, oppure non so come collegarmi, la risposta non è mai immediata e soprattutto non è certa. E poi dovrei manifestare i miei sentimenti. È una strada, ma non va bene per tutti. Spesso i sentimenti e le emozioni sono private, non vanno e non devono essere condivise. E allora?

Può uno strumento freddo come il pc, l’iPad o l’iPhone, interpretare il mio stato d’animo, capire di cosa ho bisogno e miracolosamente accontentarmi? Non basta una lista di canzoni preferite, non basta la stessa radio sintonizzata da una vita, ho bisogno di cose nuove, di risposte ogni volta diverse. Già altre volte questo blog si è occupato di radio e già altre volte ho parlato di sentimenti (qui e qui), ma questa volta, nella mia navigazione alla ricerca dei sentimenti in Internet, ho trovato qualcosa di più. Mi lascio guidare dagli ideatori di questa internet radio emozionale:

Dietro ogni canzone c’è sempre un’emozione, non sappiamo perché ma forse è per questo che amiamo la musica. Così abbiamo creato un modo per suggerire brani che seguono i vostri sentimenti: Stereomood è la Internet radio emozionale, che offre musica che meglio si adatta al vostro umore e alle vostre attività.

www.stereomood.com, l’internet radio emozionale, mi capisce e mi mette a disposizione tante categorie di canzoni. Devo soltanto rispondere a due domande: Come mi sento? Cosa sto facendo ora? E lei mi seguirà nei miei sentimenti e nelle mie attività, passandomi la mia musica! Oggi sono “happy”, prima però ero “dreamy”, ieri mi sentivo un po’ “melancholy”, ma fra un’ora avrò una “CANDLELIT DINNER”, infatti sono in pieno “COOKING TIME”, domani mi toccheranno le “SPRING CLEANING”, speriamo che non “IT’S RAINING” ma che sia un “SUNNY DAY”. Insomma, emozioni (scritte in corsivo minuscolo) e attività (scritte in stampatello maiuscolo) per tutti i gusti.

Lo scopo è di ascoltare musica secondo l’umore e le attività che si stanno svolgendo, scegliendo le canzoni in modo casuale o con un ordine prestabilito, ma si può anche ascoltare un’ autore specifico, una canzone: tutte le opzioni di ricerca a cui siamo abituati sono aperte. Si possono escludere delle canzoni che non piacciono e fare emergere quelle più belle per noi (con un tag). Ci si può registrare, crearsi delle playlist personali, che si possono condividere con gli amici. Da ragazzi, per le feste, si preparavano le cassette con le musiche da ballare, ora è possibile preparare delle playlist per ogni occasione speciale. Le canzoni provengono da una selezione dei miglior blog di musica internazionale, ma è possibile per ogni utente registrato inserire un brano (con estensione .mp3). Le playlist sono generate a partire dai tag degli utenti: più ascolto e taggo il brano (il sentimento, l’attività) più il brano (il sentimento, l’attività) sarà “comune”: i brani sono ordinati in base alla media dei tag e i sentimenti e le attività appaiono più in evidenza nella tagcloud.

Alcune sorprese mi attendono. Al momento in cui scrivo, nell’ultima settimana il sentimento “calm” ha avuto 438.000 ascolti seguito da “dreamy” con 420.610 ascolti e dall’”happy” con 382.407 ascolti. Tra le attività “RELAX” ha avuto 480.547 ascolti, “CHILLOUT” 397.730 ascolti e “STUDYING” 342.557 ascolti. L’immagine che mostriamo su Internet è sempre più positiva della realtà: forse siamo migliori di quanto pensiamo?

La radio emozionale è una applicazione sociale: posso condividere le mie playlist, conoscere quelle degli altri e soprattutto, “riconoscere” gli utenti che sono più vicini al mio stato d’animo e navigare nel loro profilo e ascoltare le loro canzoni. I sentimenti comuni ci accomunano. La radio emozionale è stata creata ed è gestita da un gruppo di amici italiani (http://wiki.startupbusiness.it/Stereomood). Grazie a Domenico per avermi fatto conoscere questa radio.

Eredità digitale: un giorno questa password sarà tua

La rete sta diventando, e diventerà sempre più, il luogo dove sono custodite non solo informazioni di carattere personale ma anche video, film, musica ed altro materiale con un rilevante valore economico oltre che affettivo. Per fornire una idea della vastità del patrimonio di dati e file conservati in cloud è sufficiente tenere presente che nel nostro Paese sono 24,8 milioni i soggetti attivi su Internet (comprensivi anche di chi si limita al solo uso della posta elettronica), il 69,7% degli individui tra gli 11 e i 74 anni (circa 33 milioni), il 47,2% della popolazione (Rapporto Annuale 2011 AGCOM). Inoltre, l’84% dei soggetti attivi su Internet accede almeno una volta al giorno a Facebook che, con i suoi 20 milioni di profili attivi (dati emersi nel corso della  Social Media Week di Milano), il  76,2%  della popolazione attiva ed 35,3% sulla popolazione totale, domina il mercato italiano dei social. Numeri così rilevanti da far rientrare l’Italia  tra i dieci principali Internet market mondiali (Nielsen, report sull’uso dei social media, 2011) nonostante il ritardo rispetto a molti Paesi dell’Unione europea sia per quel che riguarda la diffusione dell’accesso a Internet sia per la qualità della connessione. Secondo il recente Rapporto annuale 2011 del Censis, infatti, il nostro Paese si colloca al ventunesimo posto in entrambi i casi.

Ma cosa succede ai nostri dati, alla nostra vita digitale, quando moriamo? Questa domanda inizia a serpeggiare tra gli utenti di internet anche perché si possono verificare diverse situazioni spiacevoli.

I profili abbandonati possono essere, infatti, essere facili prede da parte di soggetti non autorizzati – in genere spammer – oppure trasformati, anche contro la volontà dei titolari, in “santuari digitali”; inoltre, purtroppo, è stata più volta verificata l’impossibilità dei familiari di entrare in possesso dei dati e dell’informazioni del proprio caro per custodirle.

La sopravvivenza dei profili ai loro titolari è una questione molto complessa poichè la maggior parte dei provider ha regole molto ferree  di gestione che, impediscono il rilascio di password a soggetti terzi  sebbene molti prevedono, in caso di esibizione di un certificato di decesso e di una prova del legame di parentela, la possibilità di fornire una copia dell’archivio digitale.

Alcuni esempi di policy da parte dei fornitori più noti di servizi di posta elettronica sono stati raccolti da Ernesto Beliario nell’articolo “La nostra eredità digitale”. GMail, ad esempio, prevede la possibilità di rilasciare la password agli eredi a condizione che sia esibito il certificato di morte e la dimostrazione di aver intrattenuto con il deceduto corrispondenza telematica. Hotmail, viceversa, per rendere accessibili le e-mail prevede una richiesta integrata dal certificato di morte. Richiesta che dovrà essere formulata in tempi brevi poiché dopo alcuni mesi di inattività gli account vengono disattivati. Infine, Yahoo! esclude contrattualmente la possibilità che gli eredi possano accedere all’account ma, in caso di richiesta documentata, rilascia una copia digitale di tutta la  corrispondenza telematica della persona scomparsa.

Per evitare situazioni spiacevoli è possibile adottare delle contro misure adeguate ed iniziare a pensare all’Eredità Digitale (Digital Inheritance). Il tema è di stretta attualità, una recente ricerca effettuata  in Gran Bretagna dalla Goldsmiths University of London per conto della Rackspace, una società di cloud computing, pubblicata su Telegraph, conferma questo bisogno. Infatti, un inglese su dieci lascia in eredità le password di accesso ai propri profili web come Facebook, Flickr, Linkedin, Tumblr, WordPress anche per tutelare il patrimono in file digitali conservati in cloud piuttosto che su archivi domestici e di cui non vorrebbe disperderne il rilevante valore economico.

Come si può gestire la propria eredità digitale?

Una delle soluzioni più semplici da adottare, una sorta di tutela “fai da te”, consiste nel segnare su un foglio l’elenco dei profili attivi e le corrispondenti password. Naturalmente, laddove si decida per questa soluzione appare evidente l’esigenza di custodire con attenzione il prezioso foglietto e soprattutto fornire indicazioni ai parenti sulla sua collocazione affinché non vada disperso.

Una soluzione più affidabile appare la previsione di una specifica disposizione testamentaria. Il testamento è un atto unilaterale revocabile con cui un soggetto (testatore) dispone del proprio patrimonio ovvero detta una disposizione di carattere non patrimoniale (ad esempio il riconoscimento di un figlio) per il tempo in cui avrà cessato di vivere. In Italia è regolamentato dagli articoli 601 e seguenti del codice civile. Essendo un atto personale, chi decide di redigere un testamento può prevedere una specifica disposizione con cui affida ad una o più persone di fiducia i profili, i dispositivi che contengono i files personali nonché gli account attivi sui diversi servizi di cloud computing, precisando, eventualmente, l’uso che gli eredi potranno fare di quei dati. Al tempo stesso, laddove il desiderio, viceversa, fosse quello di tenere nascosti alcuni aspetti della propria vita agli eredi, è possibile nominare un esecutore testamentario a cui affidare il compito di chiudere i propri profili sui social networks e di cancellare le mail ed i files che desideriamo non ci sopravvivano.

Un’alternativa al testamento è rappresentata dai servizi on line a pagamento quali, ad esempio, quelli forniti da Legacy Locker, e PassMyWill.

Legacy Locker  prevede l’identificazione di tutti gli “online assets”, le username e le password e la loro assegnazione ad uno o più beneficiari, persone care a cui decidiamo di affidare le nostre informazioni personali. Il servizio prevede anche l’individuazione dei c.d. “verificatori” a cui viene affidato il compito di comunicare al sito il decesso del titolare dei profili. A seguito delle verifiche, tutte le informazioni depositate sono poi inviate ai beneficiari via mail. Il servizio offerto prevede specifiche procedure di aggiornamento delle informazioni e la possibilità di predisporre delle “legacy letters”, documenti digitali custoditi in maniera riservata e consegnati ai destinatari solo in caso di morte.

PassMyWill consente, invece, di effettuare un vero e proprio testamento digitale. L’utente registrato affida al sito login e password per l’ingresso a social media, posta elettronica, siti di servizi on line (banca, carta di credito, ecc.) che saranno custoditi criptati fino alla verifica dell’avvenuto decesso. Originale la modalità con la quale verifica la morte del proprio cliente: PassMyWill controlla l’utilizzo dei vari social media a cui si è dichiarata l’iscrizione e se non registra movimenti per un periodo predefinito, distribuisce mediante mail, login e password ai soggetti indicati.

E’ evidente che, laddove si decida di utilizzare questi servizi è necessario fare attenzione a segnalare eventuali variazioni nelle password ed indicare l’indirizzo mail corretto per evitare che la propria memoria digitale vada persa per sempre oppure finisca nelle mani sbagliate.

Un’altra tipologia di servizio, finalizzata all’organizzazione e la conservazione della memoria digitale è offerta da 1.000 memories, che, rappresenta un diverso modello di utilizzo dei social media. 1000 memories ricerca vecchie foto e ricordi familiari ed affettivi, organizza e ricostruisce la memoria mediante album digitali che poi rende condivisibile sul web.  L’attivazione di un profilo alla memoria è previsto anche Facebook Memorials che consente, in presenza di eredi che ne facciano richiesta, di trasformare il profilo della persona deceduta in un luogo virtuale di memoria il cui accesso è consentito solo agli amici precedentemente confermati.

Il tema dell’eredità digitale è nell’agenda dell’Unione Europea che sta vagliando l’ipotesi di varare una legge che consenta ai parenti di avere un più facile accesso ai profili della persona cara deceduta e di regolamentare le disposizioni testamentarie aventi ad oggetto patrimoni digitali conservati sulla rete.

Viviane Reding, commissario EU alla Giustizia, nel documento “keeping darknes of the cloud”, nell’illustrare le linee guida della proposta di regolamentazione europea della privacy, diventata sempre più urgente a seguito dell’impatto del cloud sui processi di archiviazione e gestione dei dati personali, ha affermato che “Internet deve imparare a dimenticare”.

Il diritto di essere dimenticati dal web non riguarda esclusivamente il diritto di rendere anonimi i dati riutilizzati ma soprattutto “il diritto e, non solo la possibilità, di ritirare l’autorizzazione al trattamento dei dati. L’onere della prova dovrebbe essere su coloro che gestiscono i nostri dati personali. Dovrebbero, infatti, provare l’esigenza di continuare a trattenere i nostri dati piuttosto che il cittadino dimostrare che quella conservazione non è necessaria”.

Il web, quindi, come molti sostengono, non stanno solo cambiando la società, il costume, le forme di democrazia ma anche l’esercizio dei diritti.

3, 2, 1… Al via AppsForItaly, il contest italiano sugli Open Data

Ha preso il via  ufficialmente AppsForItaly, la competizione tutta italiana sugli Open Data. Un concorso quindi, con tanto di premi in denaro, rivolto ai cittadini, alle communities di sviluppatori, alle aziende e alle associazioni che proporranno le migliori soluzioni per l’utilizzo del patrimonio informativo pubblico.  Il concorso si articola in quattro categorie: Idee e Progetti, Applicazioni, Dataset e Visualizzazioni e potranno essere presentate anche proposte che in passato abbiano già partecipato ad altre competizioni simili.

Il montepremi? Al momento è arrivato a ben 40.000 euro, di cui buona parte messi dal Ministero per la Pubblica Amministrazione  e Innovazione  che ha supportato il lancio dell’iniziativa assieme a ForumPA e Formez e a cui sta subentrando  il MIUR in conseguenza del recente cambio di Governo. Il contest è organizzato dal Comitato AppsForItaly ma va detto che sono partner dell’iniziativa  enti del calibro di Regione Piemonte, ISTAT, Regione Emilia Romagna, ENEL  che mettono a disposizione i propri dati.

C’è una sola regola da seguire: le proposte inviate devono esser basate sui dati pubblici, ma se volete dare una occhiata al regolamento completo potete farlo visitando l’apposita pagina. Il  contest si chiuderà il 10 Febbraio 2012.  A partire da quella data una apposita giuria selezionerà le proposte vincitrici che verranno premiate a fine Febbraio all’interno di un apposito evento. Per il momento buon lavoro a chi avrà intenzione di partecipare e …. vinca il migliore!!

Google Refine: trasformiamo un dataset disordinato in una base dati affidabile!

Google Refine è un software prodotto da Google finalizzato principalmente all’esplorazione e alla pulizia di dataset disordinati. Grazie ad un’interfaccia estremamente intuitiva e semplice da usare risulta essere uno strumento assai potente e particolarmente adatto all’analisi di basi dati ancora sconosciute, ed eventualmente alla disposizione dei necessari aggiustamenti in maniera immediata e veloce, senza dover fare troppi studi preliminari, senza dover utilizzare lunghe stringhe di astruso codice o progettare complessi schemi di trasformazione dei dati.

Google Refine è un software maturo, questo significa che è abbastanza affidabile e completo (è arrivato infatti alla versione 2.1) ed è rivolto in particolar modo a tutti coloro che hanno a che fare con fonti di dati eterogenee o decidono di raccogliere informazioni da formati differenti come siti web, file di testo, fogli di calcolo e quindi vogliono confezionare il tutto in un unica base dati coerente, standardizzata e chiaramente leggibile.

Il caso classico di necessità di pulizia del dato lo abbiamo quando si accodano diversi dataset che presentano i medesimi campi ma che provengono da fonti diverse. È quindi possibile che i valori dei vari campi vengano riportati in maniera diversa pur avendo il medesimo significato. Ad esempio, per definire il sesso di un individuo spesso si utilizzano le più disparate coppie di valori come M/F, maschio/femmina, 0/1 e così via. Google Refine permette in un attimo, attraverso l’utilizzo di strumenti come i “facet” o le “trasformazioni”, di decidere quale coppia utilizzare e quindi estendere questa scelta a tutti i valori del campo del dataset.

Attraverso i facet si individuano facilmente le incongruenze, siano esse ripetute o sporadici errori di battitura e conversione, ed è semplice apporre le dovute correzioni utilizzando le opzioni presenti negli stessi facet o avvalendosi delle “trasformazioni” che agiscono sull’intero campo.

Il software, infatti, offre una serie di trasformazioni preconfezionate dette “trasformazioni comuni”, che riguardano le operazioni più popolari che si effettuano sui campo. Volendo si possono però effettuare operazioni di trasformazione più sofisticate e su misura utilizzando il linguaggio GREL (Google Refine Expression Language).

Il software di Google, pur essendo un programma molto ben fatto, non è esente da aspetti negativi. Ad esempio, se si lavora in locale, non è possibile operare direttamente sul file, ma è necessario un caricamento dello stesso (come facciamo con gli allegati quando usiamo la nostra webmail) per cui non è possibile lavorare sul dataset utilizzando contemporaneamente software differenti.

Inoltre, alcune trasformazioni come quelle riguardanti il formato del campo (ad esempio la modifica del formato della data), sono abbastanza problematiche se non si ha dimestichezza con il linguaggio GREL. Questo video-tutorial esplora le principali funzionalità che Google Refine ci offre. Le funzionalità più importanti, core del programma, che hanno reso Google Refine uno strumento di successo.