Il crescente controllo del Web

controllo

Un aspetto assai legato alla crescente privatizzazione del Web è dovuto alla ossessione del controllo delle attività degli utenti da parte di corporation guidate da menti pur geniali come quelle di Page, Brinn (Google), Zuckerberg (Facebook), Cook (Apple) e Ballmer (Microsoft). In particolare, parliamo dello sviluppo di sistemi operativi specializzati e App per dispositivi mobili (smartphone e tablet).

I sistemi operativi per tali dispositivi nonchè le loro App, ormai diffusissime, rappresentano infatti un’altra forma di chiusura e controllo delle attività degli utenti. Per iniziare ad utilizzare un dispositivo Android o un iPad, ad esempio, è necessario dotarsi di una utenza Gmail o un Apple ID, mentre per scaricare e installare una App è necessario essere degli utenti registrati di un determinato marketplace (App Store, Android Market, ecc.). Di conseguenza, per ciascuna App, è possibile sapere chi l’ha scaricata, su quale dispositivo è installata, quante volte viene eseguita. Inoltre le App, oltre ad effetture localmente il compito per le quali sono state pensate (modalità client), interagiscono spesso col Web, in particolare con parti di Web espressamente progettate per la comunicazione machine-to-machine (modalità client/server) e non accessibili via browser o comunque accessibili in una maniera poco intelleggibile ad un utente medio.

Così facendo, informazioni che fino a pochi anni fa erano liberamente consultabili da tutti accedendo con un qualunque browser ad un sito Internet multi-purpose, sono oggi accessibili prioritarimente, talvolta esclusivamente, tramite App, con un controllo molto superiore delle attività degli utenti.

Anche in questo caso esiste un legame perverso tra dare e avere: da un lato le App sono accattivanti (ovvero molto curate negli aspetti grafici dell’interfaccia), specializzate (ovvero svolgono pochissimi compiti ma lo fanno molto bene) e facilmente individuabili sullo schermo del dispositivo, dall’altro tutte le nostre operazioni tramite App sono tracciate. C’è una bella differenza fra l’utilizzare uno stesso browser per compiere dieci operazioni diverse sul Web ed utilizzare dieci App specializzate ognuna in una operazione: nel secondo caso la società che ha sviluppato quel sistema operativo saprà che quel certo utente, proprietario di quel particolare dispositivo, comprato in quel determinato negozio, ha installato ed utilizza quelle determinate applicazioni con una determinata frequenza. Se a questo aggiungiamo il fatto che le App vengono spesso acquistate direttamente dal dispositivo e tramite carta di credito, univocamente attribuita ad un persona o società, la nostra “schedatura” sul Web, quando accediamo da dispositivi mobile, è completa.

Come superare tale situazione? Come già visto nel precedente post, solo tramite l’azione combinata di vari fattori:

  • una maggiore consapevolezza degli utenti ed una maggiore propensione verso la tutela della propria privacy potrebbe far sperare in un utilizzo di App limitato a quelle veramente importanti per il proprie attività e che non trasmettano alle società che le hanno sviluppate informazioni importanti come le statistiche di utilizzo, la posizione geografica dell’utente, la sua email, ecc.;
  • è auspicabile una presa di posizione forte da parte di entità nazionali (es. Authority della privacy) e sovranazionali (es. Commissione Europea) per la definizione di norme tecniche che riguardino una maggiore trasparenza rispetto alla quantità e qualità di informazioni che ciascuna App possa trasmettere a chi l’ha sviluppata o al proprietario del sistema operativo.

Il panorama attuale presenta, a mio avviso, una forte dicotomia: sono possibili drammatici peggioramenti se pensiamo a dispositivi e sistemi operativi esistenti, come pure notevoli evoluzioni positive se pensiamo a dispositivi e sistemi operativi che verranno:

  • siamo alla fase del Web mobile di massa in cui le App contribuiscono ad aumentare considerevolmente il numero di utenti attivi e in cui la semplicità ed efficacia d’uso delle App prevale sulla reale comprensione dei loro meccanismi di funzionamento; potremmo andare incontro ad una “App-izzazione” di tutto il Web, anche di quello fruito da dispositivi fissi;
  • esiste un ampio margine di miglioramento per quanto riguarda la commercializzazione di dispositivi hardware capaci di ospitare sistemi operativi, browser, software e App sviluppati in modalità open source, per affrancarsi dal dominio e dal controllo di Apple, Google, Microsoft e più.

Rispetto al post precedente non sono però particolarmente ottimista per il futuro: è vero che anche sul fronte mobile il Web è in continua evoluzione, tuttavia credo che -stante l’indiscutibile efficacia ed efficienza delle App-, senza un soggetto normatore terzo, sarà praticamente impossibile avere sufficienti garanzie sulla propria privacy e sarà difficile mantenere un Web libero e aperto.

La crescente privatizzazione del Web

privatizzazione

Qualche giorno fa daily.wired.it ha pubblicato il post Come sopravvivere alla privatizzazione della Rete, una “intervista” a Jacob Appelbaum e Dmytri Kleiner, noti sostenitori di un Web più aperto e non soggetto a controlli.

Secondo la loro analisi, il Web

Si fonda sulla sorveglianza e il controllo del comportamento degli utenti e i social network sono la massima rappresentazione di questo sistema.

Secondo i due speaker, Facebook, YouTube, Twitter e con loro tutta l’attuale fase di Internet avrebbero nella sorveglianza e nel controllo dei dati il loro core business e il loro successo su scala mondiale sarebbe la conferma del loro perfetto funzionamento.

l Web è andato incontro a un processo di progressiva privatizzazione che ne ha modificato nel profondo la struttura, la finalità e le ragioni di esistenza. Ai suoi albori la Rete era già un social media dove gli utenti potevano scambiarsi dati e informazioni su una base paritaria e neutra. Poi qualcosa è cambiato.

E quegli spazi di condivisione che un tempo erano liberi e a disposizione degli utenti, sono ora spazi privati, gestiti da aziende valutate milioni di dollari la cui esistenza si fonda sulla raccolta dei dati che i loro clienti, inconsciamente, regalano. E che possono essere utilizzati per scopi commerciali o politici.

Molte forme di sorveglianza digitale sono legali e socialmente accettate: la privatizzazione della Rete ha infatti consentito la nascita di monopoli privati e commerciali dove possibilità che il Web offriva senza interferenze, come la condivisione di file o informazioni, si sono trasformate in servizi offerti da company private che esercitano sui loro spazi un controllo serrato e incontestabile. “E noi siamo stati ben felici che questo avvenisse”, ha chiosato Appelbaum.

Partendo da questa base viene avanzata qualche ipotesi di ritorno alle origini, ad un anonimato più spinto, all’utilizzo estensivo di piattaforme peer-to-peer. Il livello di approfondimento dell’articolo di Wired non è tale da argomentare in maniera convincente queste ipotesi di superamento dell’attuale situazione, tuttavia l’analisi esposta dai due mi è parsa largamente condivisibile.

La conclusione dell’articolo:

“Internet era una piazza pubblica, ora è un centro commerciale sorvegliato”.

è invece una considerazione a mio avviso esagerata, proverò dunque a fare qualche ragionamento sulla crescente privatizzazione del Web a partire dagli argomenti proposti da Appelbaum e Kleiner, prendendo in considerazione alcuni servizi di condivisione, comunicazione, social networking in the cloud.

Innanzitutto si potrebbe provare a distinguere tra i fruitori dei social network ed i fruitori del Web. I primi sono senz’altro un sottoinsieme dei secondi, nel senso che non è detto che qualunque frequentatore del Web debba necessariamente essere attivo su un social network.

Per avere qualche idea degli utenti del Web in Italia possiamo rifarci ai dati pubblicati da Audiweb (è necessaria la registrazione) e relativi al mese di Marzo 2012: 39,4 mln su una popolazione di 54,6 mln, con circa 27,7 mln di utenti attivi nel mese. Per avere invece un’idea degli utenti dei social network in Italia possiamo rifarci alle analisi di Vincenzo Cosenza riportate sul suo Osservatorio Social Media.

Più che la quantificazione, mi sembra molto più interessante porsi qualche domanda di natura psicologica/sociologica/antropologica sui social network: cosa spinge milioni di persone ad accedere ad un sottoinsieme privato del Web per condividere le proprie idee, convinzioni, impressioni, stati d’animo, letture, amici, ecc.? Perchè non comunicano le stesse informazioni direttamente sul Web, ad esempio tramite un proprio blog, ma sono disposte a farlo su un suo sottoinsieme gestito da una multinazionale?

Credo che una naturale propensione alla socialità del genere umano si sia incontrata con un buon marketing e ciò abbia prodotto, in milioni di persone (generalmente dotate di conoscenze minime, dal punto di vista tecnologico), la convinzione che la richiesta di user e password consentisse loro di accedere ad un’area personale ed intima, dove la condivisione fosse riservata ad un ristretto gruppo di amici. E qui l’inganno è sottile: è vero che l’area è personale e intima (per quanto possa lasciare perplessi il definire intimo l’avere decine e decine di “amici” Facebook) ma è comunque sotto il controllo di una entità privata, costituita da sconosciuti, che dichiara esplicitamente di voler utilizzare per fini commerciali tutte le informazioni che gli vengono fornite, sia pure anonimizzate e trattate statisticamente. E ciò vale per i social network ma vale anche per Gmail e simili.

Diciamo che è un accordo che presenta dei vantaggi per entrambe le parti: ambiente protetto, spazio di memorizzazione, servizi di ottimo livello e -sopratutto- gratuità, contro cessione di informazioni personali ai fini di analisi statistico-economiche dalle quali il fornitore dei servizi ricaverà un utile. Non bisognerebbe però dimenticare che i termini di fornitura dei servizi gratuiti sono molto penalizzanti per i fruitori degli stessi e che la possibilità di usufruirne (e dunque di essere presenti sul Web) è quasi completamente in mano ai fornitori, come dimostra la spiacevole esperienza di webeconoscenza.net di Gianluigi Cogo raccontata da Ernesto Belisario.

Ragionando in questi termini forse è più evidente il legame perverso fra il miglioramento dei servizi offerti dalle grandi società di Internet (Facebook, Google, ecc.) e la “naturale” tendenza alla privatizzazione del Web: più sofisticati ed utili sono i servizi offerti dai network privati, maggiori sono gli utenti che utilizzano i social network e dunque maggiori sono le informazioni tramite le quali generare profitti. Ovviamente non è solo una questione di ottenere nuovi utenti ma anche di fidelizzare quelli esistenti, dunque esiste una tendenza evolutiva ad offrire sempre maggiori servizi: se l’utente trova facilmente all’interno del social network anche altre informazioni di cui ha bisogno, es. motori di ricerca, pagine dell’azienda da cui è solito acquistare libri, collezioni di fotografie, musica, libri, possibilità di videochiamare le persone con le quali interagisce abitualmente, la sua necessità di navigare al di fuori degli spazi protetti del social network si riduce notevolmente.

Alcuni ulteriori -pericolosi- passaggi “logici”, nella logica perversa di cui si è detto, potrebbero essere i seguenti:
  • che non essere presenti sui social network, in particolare su Facebook, diventi sinonimo di poca visibilità, di poca raggiungibilità, di scarso interesse all’interazione con i propri clienti o utenti;
  • che non solo i servizi ma gran parte del Web venga “ri-mappato” dentro i social network e questa venga fatta passare come una normale tendenza evolutiva del Web;
  • che i navigatori meno accorti privilegino la sola presenza sui social network, magari con pagine private e dunque raggiungibili solo da altri utenti di quel social network, anziché da tutto il Web.

Queste sono tendenze già in atto, largamente reversibili a mio avviso, ma comunque da non sottovalutare in quanto indotte dal marketing e finalizzate unicamente al profitto di pochissime multinazionali IT che lavorano su scala mondiale e che investono milioni di dollari per mantenere la propria posizione dominante.

Come superare tale situazione? Escludendo gli integralismi di Richard Stallman (che pure vi invito a leggere) o forme di neo luddismo, io credo che l’obiettivo sia raggiungibile solo tramite l’azione combinata di vari fattori, me ne vengono in mente alcuni:

  • le riflessioni sulle parti meno note delle tendenze in atto nel Web iniziano a farsi largo nella società e una maggiore consapevolezza degli utenti potrebbe far sperare in una loro progressiva diminuzione di attività nell’ambito di piattaforme chiuse;
  • è immaginabile che l’evoluzione, da parte degli utenti del Web, del livello di comprensione di alcune logiche di funzionamento dei sistemi informatici e di alcune logiche macro e microeconomiche delle multinazionali IT, li indirizzi verso il pagamento di servizi personalizzati sulle proprie necessità e che garantiscano la propria privacy e la propria presenza sul Web, piuttosto che sulla fruizione gratuita di servizi invasivi;
  • è auspicabile una presa di posizione forte da parte di entità nazionali (es. Authority della privacy) e sovranazionali (es. Commissione Europea) per la definizione di norme chiare sulla possibilità di generare profitti utilizzando i dati personali degli utenti;
  • sarebbe doveroso un impegno delle istituzioni per introdurre nei programmi scolastici lo studio dei principali paradigmi di funzionamento del Web, di Internet e dei sistemi informatici in genere, in maniera tale da formare persone capaci di decidere con cognizione di causa a quali servizi aderire e a quali no.

Insomma, il panorama attuale non è confortante ma, a mio avviso, nemmeno drammatico. Siamo alla fase del Web di massa, in cui i social network contribuiscono ad aumentare considerevolmente il numero di utenti attivi e in cui l’azione (condividere, taggare, twittare, postare, ecc.) prevale sulla riflessione; probabilmente, come in ogni fenomeno di massa, esaurita la forte spinta iniziale, si arriverà ad un uso più misurato e consapevole del Web. Il Web è in continua evoluzione, nuovi soggetti, nuovi utenti, nuove idee saranno sempre in grado di scalzare le vecchie, è solo una questione di tempo. I social network non sono destinati a scomparire nel breve periodo, ma certo è necessaria una azione mirata a favorire un loro utilizzo consapevole, ragionato e limitato alle effettive necessità.

Nuovi software e servizi, nuove modalità di creare e ricevere informazioni, nuove banche dati, nuove modalità di interazione sociale e civile, tutto ciò che può far evolvere e innovare l’attuale situazione, necessita di cittadini informati e di un Web libero e aperto.

Lorenzo Benussi: “Ebbene sì! Una app alla volta, cambieremo l’Italia”

A seguito della chiusura delle sottomissioni per AppsForItaly, la competizione italiana sugli Open Data e in attesa delle proposte vincitrici, ripubblichiamo su autorizzazione dell’autore un articolo di Lorenzo Benussi pubblicato su Chefuturo.it. (http://www.chefuturo.it/2012/05/lorenzo-benussi-ebbene-si-una-app-alla-volta-cambieremo-litalia/)

 

 

Per chi non ne ha mai sentito parlare, open data è un modello di valorizzazione del patrimonio informativo pubblico. Si tratta di una iniziativa basata sulla possibilità di utilizzare i dati pubblici per migliorare la trasparenza della Pubblica Amministrazione e creare servizi innovativi. Quando si parla di dati pubblici si intendono tutte quelle informazioni prodotte dalla Pubblica Amministrazione nell’espletamento delle sue funzioni: alcuni esempi classici sono i trasporti, l’inquinamento e i dati sulla scuola. Ovvero, informazioni prodotte con i soldi di tutti che oggi possono essere condivise con chiunque grazie ad Internet. Basta volerlo.

Gli open data in Italia stanno aumentando, ma certo il nostro paese non brilla per iniziativa. Le prime amministrazioni locali hanno iniziato a rilasciare o – utilizzando un termine più suggestivo – a liberare i propri dati solo nel 2010 e fino alla fine dell’anno scorso mancava una vera e propria strategia nazionale. Ma anche se l’ambiente era ed è quanto mai complesso e spinoso, Apps4Italy nel suo piccolo ha dimostrato che c’è voglia d’innovazione, bisogno di smuovere le acque e di provare a migliorare le cose. Anche se è difficile.

Il concorso nasce come una provocazione, una sfida all’immobilismo italiano, alla mancanza di budget per progetti innovativi e alla sordità di una parte delle istituzioni. Una prova per dimostrare che la comunità digitale italiana che è superficialmente descritta come pigra o interessata solo agli aspetti ludici e frivoli di Internet, in realtà è attiva e appassionata, forse più che in altri paesi.

Una sfida che, almeno in parte, abbiamo vinto. Perché quasi 200 proposte, di cui almeno 70 sono app già realizzate, costituisco un patrimonio esteso in due direzioni: sono un giacimento di servizi innovativi che ci possono aiutare a immaginare il prossimo futuro e sono un’agenda di lavoro da consegnare a chi ha la possibilità e l’obbligo di decidere come liberare i dati del nostro Paese. Ma il risultato più importante di Apps4Italy sono gli esempi che ha raccolto, proposte concrete che spiegano a cosa servono i dati pubblici, esempi semplici e tangibili in grado di essere capiti da tutti. Perfino da coloro che, per superficialità o malafede, non comprendono il perché sia “giusto” rendere disponibili i dati pubblici. Insomma, se non capisci il principio almeno puoi vederne l’utilità.

Apps4Italy come tutte le sfide ha avuto un percorso travagliato. Il concorso nasce senza soldi, senza dati e senza sponsor, l’unica cosa che mi ha spinto a portare avanti il progetto è stata la certezza che fosse una buona idea, testata all’estero in quasi tutti gli stati e un passaggio naturale all’interno di una strategia open data. Ho cominciato prima con la comunità open data italiana che si è subito aggregata, poi Regione Piemonte e il Consorzio TOP-IX hanno offerto i primi finanziamenti. Alla fine sono arrivati tutti gli altri, sia i grandi sponsor privati, Google, Microsoft e Vodafone sia i Ministri: con Brunetta prima e ora Profumo, entusiasta sostenitore del contest. Nel giro di pochi mesi e grazie al fondamentale contributo di varie associazioni attive nella promozione del modello open data in Italia abbiamo raccolto 45mila euro. Una cifra di tutto rispetto a cui vanno aggiunti i premi in servizi e prodotti. Niente male.

In effetti, a mano a mano che l’idea prendeva forma tutti venivano conquistati. Eppure, fino alla fine non c’è stata la sicurezza che un’iniziativa come questa potesse attecchire veramente nel nostro paese. Lungo il percorso non sono mancati i problemi: due posticipi per cause esterne; i dati dall’Amministrazione che arrivavano a rilento e di certo non abbondavano; le proposte che fino a 10 giorni fa erano solo 30.

Abbiamo tenuto duro, ci siamo preoccupati e occupati, ne abbiamo discusso molto nel comitato organizzatore e ci siamo anche domandati se non avessimo sbagliato tutto. Fortunatamente no, non ci siamo sbagliati.
Certo, bisognerà vedere quali e quante di queste proposte sono effettivamente realizzabili, che capacità avranno di diventare servizi reali e di crescere per arrivare a tutti. Quanti dati richiesti nelle proposte e non ancora disponibili saranno realmente liberati e con che tempi. Ma sono convinto di una cosa: indietro non si torna. Abbiamo raccolto idee concrete per valorizzare il patrimonio informativo pubblico, e ora abbiamo una serie di esempi dell’utilità degli open data. Non resta che collaudarli e portarli a casa dei cittadini e degli utenti.

Perché il vero punto di questo processo è che con Internet cambia tutto. Cambiano gli strumenti di trasparenza a disposizione della PA e cambiano le possibilità di creare nuovi servizi. Cambiano le opportunità che ognuno di noi ha per creare innovazione con la sola forza di un computer e della propria intelligenza. Di conseguenza, cambiano le capacità di incidere su realtà anche complesse come il funzionamento dello stato. Siamo di fronte ad una rivoluzione semplice e silenziosa che è già avvenuta anche se ci vorrebbero far credere il contrario. Perché è evidente a tutti noi, frequentatori della Rete, che i bilanci dovrebbero essere online, che le politiche dovrebbero essere discusse con i cittadini e che i dati sono la base dei servizi del futuro.

Cambia tutto ma non cambiano i problemi, non si modificano le mentalità. Non mutano gli interessi e le resistenze che sono sempre lì a ricordarci che in Italia spesso si oscilla tra una destra reazionaria e una sinistra conservatrice. Ma grazie alle tecnologie digitale si creano nuovi incentivi, nuovi modelli, nuove opportunità di competizione e cooperazione.

E qui arriviamo al punto: io so che i dati pubblici se resi disponibili potrebbero cambiare il rapporto di fiducia tra i cittadini e lo stato; io so quali sono i temi che hanno un reale impatto sulla nostra vita (pensiamo alla sanità, alle spese della politica, agli appalti pubblici); io so che con piccoli budget si potrebbero realizzare grandi risparmi, io so quanto abbiamo bisogno di numeri certi, analisi puntuali e soluzioni efficienti. Io so, e tutti noi sappiamo, chi potrebbe agire – ora e subito – per fronteggiare questa crisi economica e sociale.

Io so ma non ho le prove e non ho nemmeno gli indizi – a questo punto sarà chiara la citazione – ma sono convinto che non possiamo chiedere aiuto a nessuno. Dobbiamo cavarcela da soli e innovare senza permesso. L’esperienza diretta di Apps4Italy e della Discussione Pubblica sull’Agenda Digitale me lo confermano: là fuori c’è una grande energia, basta saperla innescare.

Roma, 4 maggio 2012 LORENZO BENUSSI

A come Andromeda

andromeda

La Rai mette a disposizione su http://www.rai.tv molto del suo inestimabile patrimonio audiovisivo, disponibile da vedere in streaming o da scaricare in formato mp3.

Per gli appassionati di fantascienza risulta assolutamente imperdibile “A come Andromeda“, “uno sceneggiato televisivo in cinque puntate trasmesso dalla RAI nel 1972 diretto da Vittorio Cottafavi e basato sull’omonimo romanzo fantascientifico scritto da Fred Hoyle in collaborazione con John Elliot, adattato per la televisione dallo scrittore italiano di fantascienza Inisero Cremaschi (che interpreta anche un piccolo ruolo nello sceneggiato). Il cast include alcuni nomi celebri del teatro e del cinema italiano dell’epoca, come Luigi Vannucchi, Paola Pitagora, Tino Carraro, Mario Piave, Enzo Tarascio, Franco Volpi e Giampiero Albertini” (Wikipedia).

Non svelerò la trama, comunque la storia è senz’altro gradevole e, a partire da un messaggio ricevuto dallo spazio profondo, presenta una serie di temi che verranno riproposti negli anni seguenti dal grande cinema di fantascienza.

Lo sceneggiato presenta diverse curiosità (sempre da Wikipedia):
- Il colosso privato interessato al computer alieno si chiama Intel.
- Il radiotelescopio è una delle antenne del Centro “Piero Fanti” della Telespazio nel Fucino.
- Gli esterni dello sceneggiato, in gran parte, sono stati girati in Sardegna, in una incontaminata Gallura e a Capo Caccia, vicino ad Alghero.
- Le apparecchiature elettroniche ed informatiche usate in scena furono fornite dall’industria Honeywell, quelle chimiche e bio medicali dalla Carlo Erba.

Buona visione.

Scadenza Apps4Italy e gare creative Zooppa

Nel Giorno della Terra, celebrato dall’immancabile Doodle HTML5 di Google, vogliamo ricordare un’importante scadenza, quella di Apps4Italy, un concorso per progettare soluzioni utili e interessanti basate sull’utilizzo di dati pubblici, capaci di mostrare a tutta la società il valore del patrimonio informativo pubblico.
Potete inviare le vostre proposte fino al 30 aprile 2012 nella sezione Registrati. Se siete ancora indecisi, pensate al monte premi: 45.000 euro!

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Competizione sul debito pubblico italiano

Duccio Schiavon, già fondatore di Stat Project e ora di Statistica Ning, ha ideato un nuovo progetto molto interessante: una competizione sul debito pubblico italiano, nell’ambito di una serie di iniziative di Giornalismo Analitico Collettivo (G.A.C.), un metodo di redazione e pubblicazione di notizie basato sull’elaborazione di dati estratti da diverse fonti e sulla partecipazione di una collettività di autori analisti. Insomma qualcosa di utile e interessante per i molti che si stanno occupando di Data journalism e di Open Data.

In cosa consiste questa competizione?

Il primo progetto consiste nella raccolta di una serie di visualizzazioni (semplici grafici, infografiche, diagrammi, ecc.) sul debito pubblico italiano. L’obiettivo è descriverne l’evoluzione, i principali responsabili, la dinamica e le cause, al fine di creare un “documento definitivo” che possa rappresentare il principale punto di riferimento divulgativo sull’argomento dal momento della sua pubblicazione in poi.

Perché partecipare 

Chi parteciperà al progetto godrà di un livello di visibilità proporzionato alla qualità del lavoro svolto e potrà beneficiare delle opportunità secondo quanto previsto dalle regole del G.A.C.. Aggiunge inoltre Schiavon: “mi auguro che questo progetto possa diventare una delle più eccitanti esperienze analitiche mai vissute in ambito statistico. Personalmente farò tutto il possibile perché il prodotto finale realizzato con i vostri contributi divenga in breve tempo un vero e proprio riferimento conclusivo sul debito pubblico italiano, e affinché ognuno dei suoi autori possa ritenersi orgoglioso per il proprio coinvolgimento nel progetto”.

Come funziona la competizione 

Le visualizzazioni dovranno essere realizzate attraverso l’utilizzo del software gratuito Tableau Public, uno dei più avanzati strumenti di visualizzazione e condivisione dei dati attualmente disponibili su web. Per la realizzazione delle rispettive creazioni grafiche si consiglia ai partecipanti di prendere visione delle numerose rappresentazioni disponibili alla gallery di visualizzazioni d’esempio di Tableau.

La scadenza della competizione è prevista per il 30 giugno 2012, data entro la quale i partecipanti dovranno inviare un messaggio al profilo di Stat Project comunicando l’URL del proprio lavoro pubblicato sul server web di Tableau Software. Per partecipare è inoltre indispensabile iscriversi inviando un messaggio al profilo di Stat Project o un’e-mail a info@stat-project.com entro e non oltre il 20 aprile 2012 in cui siano specificati nome, cognome ed una brevissima auto-presentazione del partecipante (5 righe).

Approfondimenti e ulteriori informazioni su http://statistica.ning.com/page/giornalismo-analitico

SegnalazionIT, che farà parte della giuria, è orgogliosa di partecipare e promuovere il progetto!

Musica classica su Internet, DG Radio, DECCA Radio

DG       decca

Se avete un impianto audio in grado di gestire la musica liquida la vostra esperienza d’ascolto sarà notevolmente più coinvolgente, tuttavia anche con una semplice scheda audio per PC ed una buona connessione ad Internet potrete abbandonarvi al piacere dell’ascolto della DG Radio.

Per gli amanti della musica classica e per quelli che lo diventeranno ascoltandola, DG Radio è la nuovissima Internet Radio della Deutsche Grammophon (click sull’immagine per connettersi).

DG Radio trasmette via Internet su due canali: un primo streaming dedicato all’intera e gloriosa collezione classica della Deutsche Grammophon e un secondo streaming dedicato ad un compositore o ad un esecutore (es. H. Grimaud al piano) scelto dalla casa discografica.

Il sito della Deutsche Grammophon consente inoltre di acquistare (quasi) tutti gli album (in alcuni casi singoli brani) che si stanno ascoltando, in diversi formati: Audio CD che verrà recapitato a casa via posta, file FLAC Lossless da scaricare, file MP3 con bitrate di 320 kbit/sec pure da scaricare.

Per ogni album sono disponibili una decina di secondi di ascolto di  ogni brano, le recensioni, nonchè tutti i dati relativi alla registrazione.

Come risulta dal sito Internet della Decca, le stesse funzionalità descritte per la radio della DG sono disponibili anche per la Decca Radio (click sull’immagine per connettersi), altra etichetta famosa per le registrazioni di musica classica.

In sostanza le due radio condividono la stessa piattaforma tecnologica e consentono le ricerche una nel catalogo dell’altra. Lo sforzo comune è stato notevole e le due etichette da un lato permettono un ascolto continuo e senza pubblicità dei migliori cataloghi al mondo di musica classica, dall’altro si sono aperte completamente al mercato della musica liquida via Internet.

(un ringraziamento per gli spunti sulla musica liquida ed i link all’ottimo blog Musica & Memoria)

Open Data ed Istat: un legame già solido

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Secondo Wikipedia IT «I dati aperti, comunemente chiamati con il termine inglese open data anche nel contesto italiano, sono alcune tipologie di dati liberamente accessibili a tutti, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione… …con la locuzione “open data” si identifica una nuova accezione piuttosto recente e maggiormente legata a Internet come canale principale di diffusione dei dati stessi». Wikipedia EN aggiunge che la tematica ha raggiunto un certo livello di popolarità “especially, with the launch of open-data government initiatives such as Data.gov“.

Le istituzioni pubbliche producono e possiedono una enorme quantità di dati che appartengono alla collettività. Parlare di Open Data con riferimento ai dati della PA significa, quindi, rendere i dati e le informazioni disponibili e accessibili direttamente online, da parte di cittadini ed imprese sia per elaborazioni che per creare applicazioni di pubblica utilità.

L’obiettivo è evidente: rendere più trasparente l’azione pubblica, favorendone il controllo sociale, supportare la partecipazione attiva dei cittadini, la collaborazione tra pubblico e privato. Inoltre, la disponibilità di dati, nell’era dell’economia della conoscenza, significa dare spazio all’innovazione ed alla creatività, chiavi strategiche per supportare lo sviluppo economico avanzato.

In Italia sono state avviate, a livello governativo, delle iniziative come dati.gov.it, che tuttavia non hanno raggiunto i livelli di complessità e ampiezza di dati messi a disposizione ad esempio dalle iniziative americana e del regno unito.

L’Istituto Nazionale di Statistica ha fin da subito percepito l’importanza di essere presente in modo attivo nel dibattito che si è sviluppato attorno agli Open Data, attivando I.Stat, il data warehouse della statistica ufficiale e creando un dialogo fra il mondo delle istituzioni, il mondo scientifico-accademico, la società civile e le diverse community tematiche su Internet.

Già dal 2010 l’Istat è intervenuto in modo ufficiale a diversi eventi che avviavano la riflessione sul tema degli Open Data. Di particolare rilevanza alcune iniziative della X Conferenza Nazionale di Statistica, ad es. l’Agorà La Statistica ufficiale incontra il movimento Open Data, le due sessioni dello StatCamp (Data Gov e condivisione dei dati; Statistica, Information Technology e innovazione), che hanno affrontato temi legati al data sharing, data visualization, open data e datagov. L’Istituto è stato anche presente ad eventi esterni come il convegno Fammi Sapere e il Digital Experience Festival 2011, inoltre ha organizzato, insieme a questo Blog, il BarCamp Sharing Data and Statistical Knowlwdge, in occasione della Prima Giornata Mondiale della Statistica.

Nel 2011, sono stati diversi gli eventi di particolare interesse a cui l’Istat ha partecipato:  Open Data: dalle parole ai fatti,  durante  il ForumPA 2011, in cui è stata annunciata l’iniziativa AppsForItaly, ossia la competizione italiana che prevede la creazione di applicazioni basate su Open Data e di cui l’Istat è stato uno dei primi sostenitori (l’iniziativa si concluderà con la premiazione dei vincitori al prossimo ForumPA 2012). Il convegno internazionale La Politica della Trasparenza e dei Dati Aperti, organizzato da Radio Radicale insieme alle maggiori associazioni italiane che si occupano di trasparenza e dati aperti. Il Workshop Istat Open Official Statistical Data, nel corso della Prima Giornata Italiana della Statistica, dove si sono ritrovati rappresentanti del mondo delle istituzioni, della Commissione Europea, del Ministero della Pubblica Amministrazione, insieme a movimenti, associazioni, fondazioni ed enti locali, a parlare di dati aperti, open government, statistica ufficiale e cultura del dato. L’Internet Governance Forum 2011, infine, ha consolidato la presenza ufficiale dell’Istat all’interno del dibattito culturale italiano sugli Open Data.

Il 2012 si presenta come un anno particolarmente significativo per il consolidamento del legame tra Istat ed Open Data. Nel prossimo mese di Maggio si terrà una iniziativa di assoluta rilevanza: la prima Data Journalism School italiana realizzata da una istituzione. L’Istat ha organizzato l’evento in collaborazione con la Fondazione <Ahref di Trento, curando in prima persona, attraverso la Scuola superiore di statistica e di analisi sociali ed economiche, sia la parte più specificatamente statistica del corso che quella relativa agli Open Data e agli aspetti legali dei dati aperti.

Parlare di Open Data e di Istat non significa però solo aderire ad una “filosofia” portando l’esperienza e la cultura di chi produce dati per mandato istituzionale, ma confrontarsi con altri attori istituzionali centrali e locali, attivare scambi di opinioni e di know-how con le diverse comunità scientifiche e accademiche, interagire a livello internazionale con gli altri produttori di statistiche ufficiali per arrivare a modalità di interscambio e diffusione dati condivise, essere riconosciuti come attori credibili dalla varie community Internet (es. Spaghetti Open Data, Open Knowledge Foundation Italia) che si occupano di aspetti che vanno dalle licenze d’uso dei dati alla loro rintracciabilità e alle modalità tecnologiche con cui vengono resi disponibili sulla Rete. Significa, in altri termini, essere capaci di proporre una visione di sistema nella quale i differenti stakeholder possano riconoscersi.

Il passaggio è significativo perchè richiede l’utilizzo di soluzioni di governance che siano in grado di mettere insieme competenze ed esigenze diverse: strategiche, tecnologiche, giuridiche, di produzione, diffusione, comunicazione, nonchè una capacità di gestire relazioni con tutti gli altri interlocutori con cui “fare Rete”.

E’ questa la grande sfida che l’Istat ha di fronte a se per i prossimi anni sul tema degli Open Data.

Data Journalism School 2012

Da qualche tempo sta crescendo in modo sempre più diffuso la consapevolezza del valore che possono avere i dati. Sta crescendo tra le pubbliche amministrazioni, che pian piano stanno lanciando le proprie iniziative legate agli Open Data rilasciando sui propri siti Web i dati in proprio possesso. Sta crescendo tra i governi, che stanno via via promuovendo i vari “data.gov”, i cataloghi governativi dei dati pubblici. Tutto questo mentre la Commissione Europea colloca gli Open Data all’interno delle iniziative strategiche della Digital Agenda for Europe. E anche chi produce dati per mandato istituzionale sta cogliendo l’occasione per  ridisegnare le proprie politiche di diffusione, rilasciando sulla Rete grandi quantità di dati di alta qualità e con elevate potenzialità nell’utilizzo.

C’è pertanto una grande disponibilità di dati che è possibile ritrovare sulla Rete ma che pone però un problema: sappiamo infatti bene quanto possa essere pericoloso utilizzare i dati senza avere la necessaria dimestichezza ed esperienza. Questo è ancora più vero per chi utilizza i dati per fare informazione. Una informazione di qualità non può infatti prescindere da un corretto utilizzo dei dati.

Ed è sulla base di queste considerazioni che  Istat (tramite la sua Scuola Superiore di Statistica e di Analisi Sociali ed Economiche) e Fondazione <Ahref lanciano la prima edizione della Data Journalism School, un corso di tre giorni in cui i partecipanti avranno la possibilità di capire come poter utilizzare correttamente i dati per fare informazione di qualità  e simulando i tempi di lavoro di una redazione giornalistica.

La Data Journalism School (#DJS12) si terrà dal 24 al 26 Maggio prossimi presso la sede Istat di P.zza Indipendenza 4 a Roma. Per questa prima edizione sono disponibili 20 posti con 4 borse di studio a totale copertura delle spese di iscrizione.  Qui il programma completo dell’iniziativa. Per ulteriori informazioni è possibile visitare il sito Web della Fondazione <Ahref o il sito dell’Istat. Vi ricordo infine che le iscrizioni potranno essere accettate a partire dal prossimo lunedì 26 Marzo fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Wired e TED per osservare il peso delle donne nell’ICT

In più occasioni SegnalazionIT ha offerto spunti di approfondimento sul profilo dei dirigenti del mondo dell’ICT, concentrandosi anche sul ruolo delle donne in questo ambito e suscitando un ampio dibatitto tra i suoi lettori. Proseguendo su questo tema, vi presentiamo i risultati di una analisi  che vuole cogliere, attraverso un punto di osservazione diverso, quello dei media, il peso delle donne all’interno di un settore a principale vocazione maschile, con l’obiettivo di riuscire a far emergere anche le possibilità/capacità di raggiungere un pubblico vasto, attento all’informazione in questo settore.

Sono quindi partita da due mezzi di informazione d’eccellenza per l’ICT: Wired (Italia) e TED.com. Per la prima testata, nella sua versione cartacea, mi sono fermata a verificare il sesso degli autori e dei protagonisti degli articoli (anche brevissimi) all’interno del mensile, predendo i numeri che vanno da gennaio a dicembre 2011. Nel caso di TED, invece, ho considerato tutti gli Speakers i cui Talks sono stati pubblicati, a partire dal 2007, sul sito della famosa conferenza annuale (TED Conference) o biennale (TEDGlobal Conference) dedicate ai temi della Technology/Entertainment/Design (TED appunto). In termini assoluti parliamo di oltre 1.800 nominativi (di cui 865 “contati” su Wired* e 968 su TED.com*).

Nonostante i due universi non siano completamente accostabili e confrontabili, nel caso di Wired parliamo di nominativi soprattutto italiani mentre TED è di portata internazionale, e la enumerazione non vuole avere pretese di esatta scientificità, spero mi si passi questa statistica fatta con gli occhi, i cui risultati riportati nel grafico mi sembrano comunque non privi di significato. Le donne, nei diversi ruoli osservati (autrici, relatrici, intervistate, ecc.) pesano il 15% su Wired e il 27% su TED.com, complice probabilmente in quest’ultimo caso il tema più vasto. Il risultato inoltre, nel caso di Wired, è segnato da un ulteriore dato affatto femminile: nessuna copertina dei 12 numeri del 2011 ha ospitato una donna.

Vi voglio lasciare con una domanda: ci avevate fatto caso?

*I nominativi individuati su Wired non sono unici ma, soprattutto nel caso degli autori, possono ripetersi nei vari numeri della rivista. Diversamente per TED.com i nominativi sono unici, nel caso di gruppi di relatori sono stati considerati i nominativi di tutti i membri del gruppo.

Il grafico raffigura gli autori/protagonisti degli articoli del mensile Wired Italia per sesso (per l’anno 2011) e gli Speakers i cui Talk sono stati pubblicati su TED.com (dal 2007 al 2011).