
Qualche giorno fa daily.wired.it ha pubblicato il post Come sopravvivere alla privatizzazione della Rete, una “intervista” a Jacob Appelbaum e Dmytri Kleiner, noti sostenitori di un Web più aperto e non soggetto a controlli.
Secondo la loro analisi, il Web
Si fonda sulla sorveglianza e il controllo del comportamento degli utenti e i social network sono la massima rappresentazione di questo sistema.
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Secondo i due speaker, Facebook, YouTube, Twitter e con loro tutta l’attuale fase di Internet avrebbero nella sorveglianza e nel controllo dei dati il loro core business e il loro successo su scala mondiale sarebbe la conferma del loro perfetto funzionamento.
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l Web è andato incontro a un processo di progressiva privatizzazione che ne ha modificato nel profondo la struttura, la finalità e le ragioni di esistenza. Ai suoi albori la Rete era già un social media dove gli utenti potevano scambiarsi dati e informazioni su una base paritaria e neutra. Poi qualcosa è cambiato.
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E quegli spazi di condivisione che un tempo erano liberi e a disposizione degli utenti, sono ora spazi privati, gestiti da aziende valutate milioni di dollari la cui esistenza si fonda sulla raccolta dei dati che i loro clienti, inconsciamente, regalano. E che possono essere utilizzati per scopi commerciali o politici.
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Molte forme di sorveglianza digitale sono legali e socialmente accettate: la privatizzazione della Rete ha infatti consentito la nascita di monopoli privati e commerciali dove possibilità che il Web offriva senza interferenze, come la condivisione di file o informazioni, si sono trasformate in servizi offerti da company private che esercitano sui loro spazi un controllo serrato e incontestabile. “E noi siamo stati ben felici che questo avvenisse”, ha chiosato Appelbaum.
Partendo da questa base viene avanzata qualche ipotesi di ritorno alle origini, ad un anonimato più spinto, all’utilizzo estensivo di piattaforme peer-to-peer. Il livello di approfondimento dell’articolo di Wired non è tale da argomentare in maniera convincente queste ipotesi di superamento dell’attuale situazione, tuttavia l’analisi esposta dai due mi è parsa largamente condivisibile.
La conclusione dell’articolo:
“Internet era una piazza pubblica, ora è un centro commerciale sorvegliato”.
è invece una considerazione a mio avviso esagerata, proverò dunque a fare qualche ragionamento sulla crescente privatizzazione del Web a partire dagli argomenti proposti da Appelbaum e Kleiner, prendendo in considerazione alcuni servizi di condivisione, comunicazione, social networking in the cloud.
Innanzitutto si potrebbe provare a distinguere tra i fruitori dei social network ed i fruitori del Web. I primi sono senz’altro un sottoinsieme dei secondi, nel senso che non è detto che qualunque frequentatore del Web debba necessariamente essere attivo su un social network.
Per avere qualche idea degli utenti del Web in Italia possiamo rifarci ai dati pubblicati da Audiweb (è necessaria la registrazione) e relativi al mese di Marzo 2012: 39,4 mln su una popolazione di 54,6 mln, con circa 27,7 mln di utenti attivi nel mese. Per avere invece un’idea degli utenti dei social network in Italia possiamo rifarci alle analisi di Vincenzo Cosenza riportate sul suo Osservatorio Social Media.
Più che la quantificazione, mi sembra molto più interessante porsi qualche domanda di natura psicologica/sociologica/antropologica sui social network: cosa spinge milioni di persone ad accedere ad un sottoinsieme privato del Web per condividere le proprie idee, convinzioni, impressioni, stati d’animo, letture, amici, ecc.? Perchè non comunicano le stesse informazioni direttamente sul Web, ad esempio tramite un proprio blog, ma sono disposte a farlo su un suo sottoinsieme gestito da una multinazionale?
Credo che una naturale propensione alla socialità del genere umano si sia incontrata con un buon marketing e ciò abbia prodotto, in milioni di persone (generalmente dotate di conoscenze minime, dal punto di vista tecnologico), la convinzione che la richiesta di user e password consentisse loro di accedere ad un’area personale ed intima, dove la condivisione fosse riservata ad un ristretto gruppo di amici. E qui l’inganno è sottile: è vero che l’area è personale e intima (per quanto possa lasciare perplessi il definire intimo l’avere decine e decine di “amici” Facebook) ma è comunque sotto il controllo di una entità privata, costituita da sconosciuti, che dichiara esplicitamente di voler utilizzare per fini commerciali tutte le informazioni che gli vengono fornite, sia pure anonimizzate e trattate statisticamente. E ciò vale per i social network ma vale anche per Gmail e simili.
Diciamo che è un accordo che presenta dei vantaggi per entrambe le parti: ambiente protetto, spazio di memorizzazione, servizi di ottimo livello e -sopratutto- gratuità, contro cessione di informazioni personali ai fini di analisi statistico-economiche dalle quali il fornitore dei servizi ricaverà un utile. Non bisognerebbe però dimenticare che i termini di fornitura dei servizi gratuiti sono molto penalizzanti per i fruitori degli stessi e che la possibilità di usufruirne (e dunque di essere presenti sul Web) è quasi completamente in mano ai fornitori, come dimostra la spiacevole esperienza di webeconoscenza.net di Gianluigi Cogo raccontata da Ernesto Belisario.
Ragionando in questi termini forse è più evidente il legame perverso fra il miglioramento dei servizi offerti dalle grandi società di Internet (Facebook, Google, ecc.) e la “naturale” tendenza alla privatizzazione del Web: più sofisticati ed utili sono i servizi offerti dai network privati, maggiori sono gli utenti che utilizzano i social network e dunque maggiori sono le informazioni tramite le quali generare profitti. Ovviamente non è solo una questione di ottenere nuovi utenti ma anche di fidelizzare quelli esistenti, dunque esiste una tendenza evolutiva ad offrire sempre maggiori servizi: se l’utente trova facilmente all’interno del social network anche altre informazioni di cui ha bisogno, es. motori di ricerca, pagine dell’azienda da cui è solito acquistare libri, collezioni di fotografie, musica, libri, possibilità di videochiamare le persone con le quali interagisce abitualmente, la sua necessità di navigare al di fuori degli spazi protetti del social network si riduce notevolmente.
- che non essere presenti sui social network, in particolare su Facebook, diventi sinonimo di poca visibilità, di poca raggiungibilità, di scarso interesse all’interazione con i propri clienti o utenti;
- che non solo i servizi ma gran parte del Web venga “ri-mappato” dentro i social network e questa venga fatta passare come una normale tendenza evolutiva del Web;
- che i navigatori meno accorti privilegino la sola presenza sui social network, magari con pagine private e dunque raggiungibili solo da altri utenti di quel social network, anziché da tutto il Web.
Queste sono tendenze già in atto, largamente reversibili a mio avviso, ma comunque da non sottovalutare in quanto indotte dal marketing e finalizzate unicamente al profitto di pochissime multinazionali IT che lavorano su scala mondiale e che investono milioni di dollari per mantenere la propria posizione dominante.
Come superare tale situazione? Escludendo gli integralismi di Richard Stallman (che pure vi invito a leggere) o forme di neo luddismo, io credo che l’obiettivo sia raggiungibile solo tramite l’azione combinata di vari fattori, me ne vengono in mente alcuni:
- le riflessioni sulle parti meno note delle tendenze in atto nel Web iniziano a farsi largo nella società e una maggiore consapevolezza degli utenti potrebbe far sperare in una loro progressiva diminuzione di attività nell’ambito di piattaforme chiuse;
- è immaginabile che l’evoluzione, da parte degli utenti del Web, del livello di comprensione di alcune logiche di funzionamento dei sistemi informatici e di alcune logiche macro e microeconomiche delle multinazionali IT, li indirizzi verso il pagamento di servizi personalizzati sulle proprie necessità e che garantiscano la propria privacy e la propria presenza sul Web, piuttosto che sulla fruizione gratuita di servizi invasivi;
- è auspicabile una presa di posizione forte da parte di entità nazionali (es. Authority della privacy) e sovranazionali (es. Commissione Europea) per la definizione di norme chiare sulla possibilità di generare profitti utilizzando i dati personali degli utenti;
- sarebbe doveroso un impegno delle istituzioni per introdurre nei programmi scolastici lo studio dei principali paradigmi di funzionamento del Web, di Internet e dei sistemi informatici in genere, in maniera tale da formare persone capaci di decidere con cognizione di causa a quali servizi aderire e a quali no.
Insomma, il panorama attuale non è confortante ma, a mio avviso, nemmeno drammatico. Siamo alla fase del Web di massa, in cui i social network contribuiscono ad aumentare considerevolmente il numero di utenti attivi e in cui l’azione (condividere, taggare, twittare, postare, ecc.) prevale sulla riflessione; probabilmente, come in ogni fenomeno di massa, esaurita la forte spinta iniziale, si arriverà ad un uso più misurato e consapevole del Web. Il Web è in continua evoluzione, nuovi soggetti, nuovi utenti, nuove idee saranno sempre in grado di scalzare le vecchie, è solo una questione di tempo. I social network non sono destinati a scomparire nel breve periodo, ma certo è necessaria una azione mirata a favorire un loro utilizzo consapevole, ragionato e limitato alle effettive necessità.
Nuovi software e servizi, nuove modalità di creare e ricevere informazioni, nuove banche dati, nuove modalità di interazione sociale e civile, tutto ciò che può far evolvere e innovare l’attuale situazione, necessita di cittadini informati e di un Web libero e aperto.







2 Responses
[...] aspetto assai legato alla crescente privatizzazione del Web è dovuto alla ossessione del controllo degli utenti da parte di coorporation guidate da menti pur [...]
[...] lo conosciamo. Io mantengo le mie perplessità su questo punto, considerate anche le tendenze alla privatizzazione nonchè controllo e “APPizzazione” del [...]