Mia cugina si è trasferita in Nuova Zelanda ed ha iniziato laggiù l’università. Qualsiasi testo che lei presenta ai suoi professori universitari è sottoposto al controllo della fonte tramite il servizio fornito dal sito www.turnitin.com. Questo meraviglioso servizio (che paga l’università) controlla se il pezzo non è copiato (e incollato) da altri lavori scaricabili da internet (o presenti nelle banche dati delle varie università). Le università americane e inglesi fanno della lotta al plagio un marchio di serietà, qualità e autorevolezza dell’Ateneo. Nei paesi anglosassoni questo sistema è usato e reso obbligatorio anche per i ragazzi dei licei. Quanto ne avremmo bisogno anche qui in Italia! E quanti plagiari si aggirano tra gli studenti universitari (e non solo)!
In fondo il copia-e-incolla (cut-and-paste) ha mietuto vittime illustri: il presidente ungherese Pàl Schmitt, dimessosi per aver copiato la sua tesi di laurea nel lontano 1992 e il ministro della Difesa tedesco Karl Theodor zu Guttenberg che è stato costretto alle dimissioni per aver copiato la sua tesi di dottorato [1].
In Italia la Leggen. 475 del 19 aprile 1925 (!) sanciva che “Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, é punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento sia conseguito”. In una successiva modifica la pena è diventata una “sanzione amministrativa pecuniaria che varia da euro 6.000 ad euro 60.000 (…) Inoltre la sanzione amministrativa pecuniaria non può essere inferiore ad euro 9.000 qualora l’intento sia conseguito (…) e in ogni caso la sanzione amministrativa pecuniaria è aumentata fino al triplo se concorre il fine di lucro” [2].
Il nostro paese legislativamente è pronto e persegue il diritto d’autore da quasi 100 anni. Perché, allora, questo scollamento tra legge e buonsenso? Indubbiamente l’enorme facilità di reperimento delle fonti sul web ha amplificato questo modus operandi di molti studenti/studiosi italiani. Inoltre fin da bambini, lo studente che non fa copiare i compagni viene considerato negativamente dalla classe mentre copiare ai compiti in classe è un atto ampiamente tollerato. La scala dei valori nei paesi anglosassoni e del nord Europa va completamente nel senso inverso. A nostra consolazione, l’argomento comincia ad essere affrontato anche in Italia con alcune università che si sono dotate di Turnitin (l’università di Bologna in via sperimentale e la Luissdove “nei casi in cui venga riscontrato il plagio, verrà adottata da parte dell’Ateneo la sanzione disciplinare dello slittamento di una sessione nella valutazione dell’elaborato finale o della discussione della tesi; fermo restando la responsabilità civile e penale che scaturisce dalla condotta personale” [3]) o di Compilatio.net (il sistema concorrente, presente ad esempio presso l’università di Firenze e l’università Ca’ Foscari di Venezia che prevede inoltre, come sanzione disciplinare per colui che ha copiato la tesi, la sospensione dall’Ateneo da un minimo di tre mesi ad un massimo di un anno con perdita degli esami).
Come funzionano i software anti-plagio? Un software anti-plagio è in grado di analizzare un documento in formato elettronico confrontandolo con altri lavori disponibili sul web o inseriti in un database di riferimento e verificare se esistono parti “copiate”. I software restituiscono un rapporto di sintesi dove sono indicati la percentuale di testo simile ad altri testi (un indice di similarità) e le fonti dove sono state riscontrate queste similitudini. Si misura così la percentuale di autenticità del lavoro; si visualizza la fonte citata con le parti di testo uguali o simili; si riscontra l’uso improprio di citazioni; si ritrovano le fonti citate e si ricostruiscono in modo corretto i riferimenti bibliografici. I software effettuano, quindi, un controllo sistematico sui testi, ma sono anche dei validi aiuti per la scrittura di articoli, tesi, rapporti.
Il copia-e-incolla si usa ormai anche sui banchi della scuola primaria con molta superficialità e scarsa conoscenza sia del mezzo internet sia della legislazione sulla tutela del diritto d’autore: perché, allora, non insegnare fin da piccoli il valore delle idee, il significato di diritto d’autore e di proprietà intellettuale?
[1]http://www.repubblica.it/esteri/2012/04/02/news/ungheria_dimissioni_schmitt-32623351/ e http://www.repubblica.it/esteri/2011/03/01/news/bild_ministro_difesa_dimissioni-13038701/
[2] Legge n. 475 del 19 aprile 1925e successive modifiche
[3]Norme dell’Ateneo in materia di plagio alla pagina: http://www.luiss.it/it/studenti/segreteria_studenti/tesi_di_laurea_norme_dellateneo_in_materia_di_plagio.htm
[4]Vedi anche: http://www.compilatio.net/it/actualites/nouveautes/date/1/internet-il-copincolla-e-il-copyright-alcune-riflessioni-sulle-ricerche-a-scuola-e-la-consapevolezza-dei-nativi-digitali/; http://blog.debiase.com/2010/08/plagiando-educatamente/








7 Responses
La ia azienda e vittima del plagio e adesso rischia la chiusura. Le leggimtimrpoteffono ma con tempi troppo lunghi per avere concreta efficacia.
Molto interessante l’analisi psicologica che suggerisci. Qui da noi una legge seria non c’è, perché non rifletterebbe il sentire comune. Copiare è considerato un male minore, accettabile dopo tutto.
In qualche modo, c’entra il fatto che non siamo un Paese permeato dell’”etica protestante” di weberiana memoria. Non a caso, i paesi citati per aver punito i potenti “copioni” di opere intellettuali altrui appartengono all’area mitteleuropea. L’individuo, in quei contesti, è culturalmente più responsabilizzato nell’”aldiquà” e, se sbaglia, paga. Il concetto di “salvezza” in Italia si è peraltro un bel po’ annacquato: nel tempo, anche fraintendendo di parecchio il concetto cristiano (che parte dal presupposto di un pentimento autentico per ottenerla), la salvezza si ottiene un po’ dappertutto, senza neppure disturbare Dio in persona: l’italiano medio, che mediamente dell’etica se ne infischia come pure del Padreterno, si fa salvare dal “copia e incolla”, dal compagno di classe compiacente, dall’università fasulla da cui acquista eventualmente la laurea e via discorrendo. Ora, finchè nel nostro amato Paese, fin dalle elementari, di solito chi è simpatico e ci “salva” dai pasticci non è chi ci aiuta a trovare un modo personale di lavorare/studiare, ma chi lascia copiare e se ne infischia, il “copia e incolla” regna per forza sovrano. In un recente convegno del Censis sui nativi digitali (svoltosi a Roma i primi di luglio), lo stesso ministro dell’Istruzione in carica parlava della manipolazione dei testi online da parte degli studenti come di un modo di far “proprie” le opere intellettuali (altrui, ovviamente). Ho capito di essere davvero indietro, è stata un’illuminazione. Caspita, ero convinta che l’unico modo di operare in tal senso fosse studiare, capire e rielaborare i concetti in modo autonomo! Non è un problema di supporto (cartaceo, informatico o su tavoletta cerata che sia): è il solito pressappochismo truffaldin-italico trionfante. Quello che ci ha portati – tutti, copioni, secchioni e compagnia cantante – al punto in cui siamo. Ed ora, chi ci salva?
(addirittura l’onore di un commento di uno dei top poster di spinoza.it:-)
Anch’io sono indietro, Carolina. Ma va bene così.
La legge c’è, purtroppo è poco conosciuta e poco applicata, o va per le lunghe (come dice Rinolt). Copiare è ampiamente consentito, accettato. A tutti i livelli scolastici e non (come dicono Simone e Carolina). E proprio sulla scuola dovremmo cominciare, ma se il ministro ci sconfessa così apertamente (dice Carolina) ogni sforzo sarà inutile. Esperienza personale dei miei figli: già in terza elementare sono stati stimolati dalle maestre a fare ricerche su Internet. Fin qui tutto bene. Il passaggio che manca è aiutare i ragazzi a rielaborare i concetti, a distinguere tra le varie fonti, a capire ciò che è valido da ciò che non lo è, in poche parole ad usare il mezzo nel modo giusto.
consiglio questo bel saggio di Arturo Parisi del 1991, un po’ vecchiotto ma attualissimo
http://www.profbellini.it/public/upload/compagni_che_copiano.pdf
Io insegno Computer science alla John Cabot, a Roma. Abbiamo a disposizione Turnitin, io lo uso e sono tenuto ad avvisare gli studenti all’inizio del corso che ne farò uso. Detto questo, in alcune delle prove d’esame previste dico esplicitamente che è ammessa la tecnica del copia-incolla, a patto di utilizzare un certo numero minimo di fonti (dipende dalla lunghezza dell’elaborato), che devono essere citate esplicitamente, e che il “patchwork” risultante abbia un senso organico, completo e non ridondante rispetto al tema della prova.