Mondiali e Vuvuzelas: qualche consiglio dal web

A quasi una settimana dall’inizio dei Mondiali di calcio 2010, un pezzo d’Africa sembra già più vicina. E se per alcuni la sorpresa più grande è stato vedere un panorama di tifosi infreddoliti, mentre altri fanno ancora fatica a capire perché la vicina di ombrellone si dimena al ritmo di una danza simil-tribale, l’elemento “d’Africa” che tutti sono stati costretti a notare è il suono, per molti fastidioso, delle Vuvuzelas. Sottolineo per molti ma non per tutti perché sulla rete c’è già chi propone di sostituirla ai commenti dei cronisti.

La Vuvuzela, come si legge su Wikipedia, è una tromba da stadio ad aria, lunga un metro, che pare prenda il nome dal suo stesso inconfondibile suono. E’ un po’ il simbolo che caratterizza il calcio africano, anche se per un periodo era stata vietata negli stadi, e sembrerebbe aver preso piede anche in Europa grazie ai Mondiali. A Milano, qualche giorno fa ad esempio, l’Ente per il Turismo sudafricano ha distribuito gratuitamente oltre 700 Vuvuzelas, lasciando scontente buona parte delle persone in attesa.

Anche sul web si moltiplicano le pagine dedicate a questo strumento: molti blogger ne analizzano la storia, tanti si lamentano, un sito permette di riprodurne il suono, su Facebook i gruppi contro sembrano riscuotere più successo di quelli pro, mentre su Ebay cescono venditori ed offerenti. Noi vi proponiamo l’articolo di Wired Italia che spiega come eliminare il suono delle Vuvuzelas dalla tv. Fateci sapere se funziona e l’effetto che fa.

Una libreria per R e il software diventa per tutti

In numerosi post SegnalazionIT ha analizzato il sempre più diffuso utilizzo del software open-source R nell’analisi dei dati e in diversi settori lavorativi.Dal mio modesto punto di vista trovo che la possibilità di acquisire un prodotto così innovativo a costo zero rappresenti, sopratutto per le imprese di piccole dimensioni, una grande opportunità. Non essendo una statistica o un’informartica ho sempre  pensato però che l’utilizzo di R fosse riservato ad una utenza esperta di linguaggi informatici o in grado di saper gestire formule matematiche complesse, ed effettivamente sono queste le competenze che potrebbero meglio sfruttare il software. In ogni caso, in occasione di un lavoro di analisi multivariata realizzato in EURES, ho avuto la possibilità di sperimentare un utilizzo di R meno impegnativo e di facile acquisizione.

Tutto questo grazie all’installazione della Library Rcmdr e dei suoi plugin (come FactoMineR per l’analisi multivariata) che consentono di creare una interfaccia e dei comandi molto intuitivi anche per la realizzazione di operazioni statistiche complesse. Gli output inoltre sono facilmente esportabili e modificabili ed è disponibile anche una versione in italiano.

All’interno di questo post mi limiterò a lasciare traccia dei passaggi che ho seguito per l’installazione della Library Rcmdr, sperando possano essere di supporto a tutti gli utenti non informatici o non statistici che utilizzano Windows (passaggi leggermente differenti potrebbero essere richiesti agli utenti che utilizzano altri sistemi operativi).

COME INSTALLARE LA LIBRARY Rcmdr (due possibilità):

1) Verificare se tra i “Pacchetti” (o Packages) già presenti nella versione di R installata sul proprio pc sia presente la Library Rcmdr, cliccando sul comando (Pacchetti o Packages appunto) e quindi su “Installa pacchetti”. A questo punto comparirà una lista di elementi e si dovrà cercare Rcmdr (che potrebbe essere presente anche nelle sue versioni di plugin come FactoMineR). Cliccando sulla voce cercata il download partirà in modo automatico.

2) Se i passaggi sopra menzionati non sono eseguibili attraverso i comandi di “R console” potete seguire gli step descritti in questo manuale, o digitando direttamente il testo install.packages(“Rcmdr”,dependencies=TRUE) e premendo invio. Le istruzioni che appariranno vi guideranno successivamente.

A questo punto se la Library non è stata avviata automaticamente potete farlo digitando library (Rcmdr) nella R console e potete divertirvi a scoprire le diverse elaborazioni statistiche offerte.

Concludo questo breve post (forse un po’ troppo elementare per i più esperti) con un ringraziamento speciale alla Prof.ssa Domenica Fioredistella Iezzi dell’Università di Roma Tor Vergata che mi ha guidato nella scoperta di R.

La scomparsa del riccio è la risposta alla domanda dell’anno?

Primo giorno di primavera senza fili

How is the internet changing the way you think? E’ questa la domanda dell’anno, secondo Edge, sito web statunitense fondato da un gruppo di filosofi, scienziati, scrittori e artisti, conosciuti come The Reality Club, che lancia annualmente domande ai propri esperti.

Come vi sarà capitato di leggere su diversi quotidiani e riviste italiane (l’iniziativa di Edge è stata riportata sul Sole 24 ore, Repubblica, Corriere della sera, Internazionale, ecc.), alla domanda di Edge hanno risposto 172 tra grandi esperti della rete, informatici, filosofi, ma anche artisti della portata di Brian Eno, e le risposte sono tutte riportate sul sito.

Sono sincera, non le ho lette tutte. Tra quelle che mi hanno più divertito vi segnalo la risposta di Gerd Gigerenzer, Psicologo tedesco, il quale afferma che internet ha portato la nostra mente ad una condizione di “sempre in allerta”. Siamo sempre più in continua attesa di un avvenimento, di un evento, di una informazione, che in termini informatici si traduce nell’attesa di una mail, di un post, di un feed, di una chat… vi confesso che, a volte, quando nessuna finestra lampeggia, quando nessun segnale mi avverte dell’arrivo di una comunicazione, mi è capitato di pensare: ma oggi non succede niente? Come se il mio pc (o blackberry, o i-phone) fosse l’ufficio stampa dei miei contatti.

Esperienze personali a parte, il dibattito principale su Edge sembra ruotare intorno a quanti sostengono o viceversa criticano l’idea che nella società dell’informazione non sia più necessario sapere bensì sapere cercare. Per alcuni esperti essere in grado di riuscire a trovare l’informazione che ci interessa, di cui abbiamo bisogno in quel dato momento, riuscendo a filtrarla tra un numero illimitato di dati, sembra essere diventata la competenza essenziale della mente post-moderna.

Questa riflessione mi ricorda la conversazione con una cara amica che alla mia domanda “che cos’è internet per te?”, in modo istantaneo (e non soltanto perché era in chat) mi dice: “Internet è la risposta alle mie domande!”. Ma per averle queste risposte bisogna saperle cercare e non soltanto, come direbbe qualcuno, dentro di noi.

Concludo con una citazione sicuramente più elevata. Ben Macintyre, giornalista del Times, nel riportare l’iniziativa di Edge, ci ricorda che la dicotomia tra sapere versus sapere cercare non è poi di così recente formazione. Nel 1953, Isaiha Berlin, riprendendo il verso dell’antico poeta Antiloco “la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande“, aveva diviso le grandi menti del suo tempo in ricci e volpi. I ricci seguono un unico principio ispiratore, coerente al suo interno, mentre le volpi hanno molteplici obiettivi di conoscenza e d’azione anche in contraddizione tra loro. Due menti contrapposte, quindi, che possono essere differentemente collegate alle nuove competenze offerte e richieste dalla rete.

A questo punto la domanda è: Internet porterà alla scomparsa dei ricci?

Riflessioni da Wikipedia: l’angolo più altruista della rete

Wikipedia1-204x300Come annunciato qualche post fa ci siamo rivolti agli amministratori di Wikipedia (7 in totale) per riflettere con loro sull’essere wikipediani. Riportiamo per punti sintetici le principali riflessioni emerse:

- Perché aderire a Wikipedia? Per condividere, condividere, condividere…

La condivisione delle conoscenze è la motivazione principale che spinge la quasi totalità degli intervistati ad aderire a Wikipedia. Mettere a disposizione le proprie competenze, esperienze ma anche energie e tempo libero è la spinta necessaria per far parte del progetto, consapevoli che nello scambio si contribuisce alla costruzione di un grande progetto, ma si riceve anche. Come sottolineato da un intervistato, far parte del progetto Wikipedia significa “…condividere, condividere, condividere…” (Carlo)

Se da un lato l’attrattività di Wikipedia, con i suoi obiettivi rivoluzionari, le sue caratteristiche (libera, gratuita, democratica, accessibile, ecc.), rappresenta una sfida per cui vale la pena impegnarsi e dedicarsi, allo stesso tempo gli intervistati garantiscono sul lato del ritorno: oltre a dare i wikipediani ricevono, in termini di conoscenze, capacità relazionali, di confronto e quindi di crescita personale.

- Wikipedia in 3 parole: collaborativa, libera e altruista

Sono questi i 3 aggettivi più indicati dagli intervistati per descrivere Wikipedia. Che l’enciclopedia più cliccata nel mondo fosse collaborativa e libera non sorprende (viene descritta in questo modo anche tra le sue pagine di definizione), confermando la sua natura partecipativa e quindi l’orientamento allo scambio, alla condivisione di chi vi aderisce. E’ interessante però osservare come tale partecipazione assuma, per gli intervistati, la forma dell’altruismo, superando in tal senso anche la dimensione della gratuità in termini economici.

Una caratteristica trasversale ai tre aggettivi sopra individuati è la grandezza: gli intervistati sono consapevoli infatti di partecipare ad un progetto “…enorme, favoloso, ambizioso, complesso, grande…” che sfrutta pienamente le possibilità offerte dalla grande rete fin dai suoi esordi (quali il superamento del concetto di tempo e di spazio) e quelle ancora più innovative della sua declinazione 2.0.

- AAA Wikipediano DOC cercasi: ottime competenze relazionali, apertura mentale, no perditempo, pronti al “lavoro sporco”

Per aspirare al ruolo di Wikipediano DOC è fondamentale, secondo gli amministratori intervistati, possedere in primis ottime capacità relazionali. La natura collaborativa del progetto richiede infatti un’indispensabile capacità di comprensione, di confronto e di interrelazione con gli altri utenti. Partendo dal presupposto che ogni concetto espresso su Wikipedia può essere messo in discussione, il buon wikipediano deve sapere “…accettare i rilievi altrui…” (Luca “Sannita”),  in che modo e fino a che punto portare avanti la propria posizione, nonché riuscire a mediare/sintetizzare i diversi contributi.

Conseguente a tale caratteristica è la capacità di sapere approcciarsi agli eventi/termini/personaggi oggetto di definizione tralasciando le proprie convinzioni ed esperienze personali (caratteristica questa che rimanda all’approccio metodologico del mondo della ricerca sociale). Non affezionarsi alle proprie idee/intuizioni inoltre rappresenta un passaggio essenziale nell’analisi di un fenomeno e ancora di più nella sua definizione. Interessante, in tal senso, come suggerito da un intervistato (Carlo), la possibilità di segnalare le pagini non neutrali.

Un buon wikipediano inoltre deve sapere gestire il proprio tempo, offrendo insieme quantità e qualità, trovando il modo di partecipare, anche attraverso il famoso lavoro sporco, senza mai abbassare la qualità dei propri contributi e quindi verificando sempre, attraverso fonti attendibili e ineccepibili, i concetti inseriti.

Infine il buon wikipediano, secondo gli intervistati, deve aiutare i nuovi arrivati trasferendo loro tutte le regole, più o meno tacite, necessarie al buon funzionamento del progetto nonché all’instaurazione di quel clima di fiducia che completa e supporta il lavoro dei wikipediani.

- Gli italiani, popolo di wikipediani superattivi, vitale, passionale… forse troppo

Gli intervistati, prima di tutto, hanno sottolineato l’impossibilità di fare delle differenze tra Paesi: “…non esiste un idealtipo italiano di collaborazione…” (Luca “Sannita”). Volendo individuare alcune differenze però si rileva una eccessiva passione nei confronti della propria attività ed identità di wikipediano, questo se da un lato porta ad un impegno e ad una partecipazione elevata da parte degli utenti italiani, allo stesso tempo può ostacolare il confronto, l’apertura verso posizioni diverse dalla propria, verso chi partecipa meno o l’integrazione di nuovi utenti.

Gli italiani vengono anche definiti “…tra i popoli più attivi e vitali di Wikipedia…” (Majid “Sirabder”), anche se sembrano comunque soffrire di una sorta di “persecuzione da complotto”, un atteggiamento che porta a vedere negli altri e nelle loro osservazioni dei fini e degli obiettivi non trasparenti. Atteggiamento che può quindi compromettere il clima di collaborazione.

In conclusione ciò che le interviste, a mio giudizio, sembrano sottolineare è la grande opportunità che Wikipedia, o i wiki o il web 2.0 in generale, possono offrire ai cittadini di “buona volontà”. La possibilità di diffondere la conoscenza alla portata di un click, passando per una costruzione condivisa del sapere, rappresenta una grande sfida per la società post-moderna. Una sfida a cui tutti possono partecipare, istituzioni comprese.

Ringrazio infine veramente di cuore tutti gli intervistati che hanno aderito e che ci hanno offerto la loro esperienza.

Internet ci fa intelligenti

Nella lettura della Newsletter di Internet World Stats di novembre, oltre ai dati mondiali sugli utenti del web (che a novembre 2009 superano quota 1,7 miliardi), vengo colpita da un post che parla della positiva influenza di internet sullo sviluppo della mente umana.

Le riflessioni nascono dagli studi di un neuroscienziato californiano, Dr. Gary Small, che nel libro ibrain ha messo a confronto le capacità mentali degli individui nati nell’era digitale, digital natives, con quelle degli internauti più adulti, digital immigrants, che hanno iniziato quindi ad utilizzare internet in età più avanzata. I risultati sono molto confortanti: la grande rete e le nuove tecnologie infatti attivano importanti circuiti cognitivi del cervello migliorando le nostre capacità e aiutandoci a non invecchiare.

Vi mostriamo il video dove il Dr. Small illustra le aree del cervello attivate con l’utilizzo di Google confrontando i risultati degli internauti più esperti con quelli che sperimentavano il web-search per la prima volta:

Wikipedia a un passo da un milione di utenti attivi. Ma quanti quelli doc?

L’enciclopedia più “veloce” del mondo, wikipedia, da “wiki-wiki” nome dei bus navetta dell’aeroporto di Honolulu che hanno ispirato Ward Cunningham nella scelta del nome di questi progetti 2.0 e che in hawaiano significa appunto veloce, è stata recentemente costretta a rivedere le proprie regole di pubblicazione e aggiornamento dei profili dei personaggi pubblici. L’inserimento di notizie false, come ad esempio l’attribuzione di 12 fratelli ad Umberto Eco, e le conseguenti lamentele/ querele dei “titolari” della pagina, hanno portato a nuove modalità di inserimento di tali voci enciclopediche.
Incuriosita da questa notizia mi metto a cercare le statistiche dell’enciclopedia 2.0, concentrandomi sull’andamento degli utenti attivi, ossia di quei wikipediani che da quando si sono registrati hanno pubblicato almeno 10 volte, sicuramente questa la prima caratteristica che contraddistingue un utente “doc”.
Nel mese di luglio 2009 gli utenti attivi che hanno aderito a wikipedia nel mondo hanno raggiunto le 962.765 unità, con una crescita rispetto agli anni precedenti superiore alle tre cifre in termini percentuali: prendendo in considerazione sempre il mese di luglio, nel 2001 wikipedia poteva contare su appena 75 wikipediani, nel 2003 erano già più di 4 mila e appena dopo due anni più di 220 mila. Entro il 2009 il milione sarà sicuramente raggiunto, considerando che tra gennaio e agosto di quest’anno le “wikistats” hanno registrato 18.840 nuovi utenti attivi al mese. Segnali poco positivi si intravedono considerando però l’andamento dei nuovi utenti attivi tra un mese e l’altro (a gennaio 2009 erano 20.097 mentre ad agosto scendono a 17.340) e dei wikipediani più impegnati (che hanno pubblicato 100 o più volte nel corso del mese) che risultano inferiori rispetto al dato degli ultimi 2 anni (a luglio 2009 sono 10.748 mentre erano 10.995 nel 2008 e 11.069 nel 2007).
Il contributo degli italiani in queste statistiche è quantificabile in 26.736 wikipediani attivi registrati (pari al 2,7% di quelli mondiali), una media mensile pari nell’ultimo periodo a 581 nuovi utenti attivi (3,1% di quelli totali) e a 459 wikipediani superimpegnati nel progetto (4,3%), con tendenze piuttosto simili a quelli rilevate a livello mondiale.
Ma come individuare tra questi quelli doc? Certo le statistiche non aiutano e anche se sul sito di wikipedia gli strumenti di “controllo” o di partecipazione responsabile sembrano tanti (dalle wikiquette al wikipediano…), per chi come me non può definirsi un utente attivo o impegnato (dalla mia registrazione avrò inserito poco più di cinque post) capire le regole del suo buon funzionamento non è facile.
Allora mi rimetto ai lettori di SegnalazionIT, tra i quali sono sicura ci saranno tanti wikipediani, per individuare quei principi che distinguono un utente “doc” dagli altri ma anche per raccontarci curiosità e discussioni capitate nel corso dell’esperienza 2.0 più collaborativa al mondo. Se siete interessati scriveteci e contribuite al prossimo post su wikipedia…

Un bando per partecipare alla promozione della ricerca in Italia

La ripresa delle attività lavorative sembra iniziare bene per la ricerca italiana. Entro il 30 settembre, infatti, i ricercatori interessati a contribuire attivamente alla valorizzazione della ricerca sul proprio territorio potranno partecipare al Bando indetto da AIR per la formazione di 4 Comitati di Coordinamento nazionale sulle seguenti aree di studio: Energia, Economia, Scuola e Impresa.
Il compito dei Comitati sarà quello di discutere su specifici temi e problematiche attuali (relative naturalmente a ciascuna area) per definire la posizione dell’AIR, redigere documenti ufficiali, rappresentare l’Associazione in contesti ufficiali e istituzionali, svolgere azioni di sensibilizzazione e supportare l’organizzazione di specifici eventi. Le riunioni di coordinamento si svolgeranno in forma itinerante tra Milano, Bologna, Roma, Firenze, Trieste e Napoli (queste le prime città indicate ma ce ne saranno anche altre) con l’obiettivo di potenziare la rete a livello nazionale.

La partecipazione ai Comitati avverrà in forma gratuita, in qualità di Socio dell’AIR, ma sembra comunque una buona occasione per “uscire dalla scrivania” e confrontarsi con altri esperti del settore, un’ottima esperienza di crescita per i giovani ricercatori con un buon curriculum di studio, nonché uno stimolo per impegnarsi attivamente in termini di promozione del settore.

Per un approfondimento delle diverse aree di studio vi rimandiamo alla sezione Forum del sito dell’AIR, dove è possibile anche scaricare i moduli per partecipare al Bando.

ICT e Pubblica Amministrazione Locale: risultati e riflessioni dal Rapporto Assinform

Giocando con l’immaginario, chiudo gli occhi e provo a vedere ciò che mi rimanda la parola “pubblica amministrazione”. Il risultato è una lunga ed interminabile coda ad uno sportello. Saranno i pregiudizi che mi legano all’idea di “pubblico”? Sarà la pigrizia mentale di un cittadino abituato al peggio? Ma soprattutto, quanto l’associazione PA-burocrazia si avvicina alla realtà attuale?

Una ottima opportunità di riflessione sul tema è offerta dal 3° Rapporto sull’ICT nella Pubblica Amministrazione Locale (scaricabile registrandosi) realizzato da Assinform e presentato a Roma lo scorso mercoledì 10 giugno. Dai principali risultati dell’indagine, condotta su un campione di 873 Enti locali (812 Comuni, 16 Regioni, 30 Province e 15 Comunità Montane), si possono rilevare passi in avanti nel progetto di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione Locale (PAL) in Italia, rinvenibili in una dotazione informatica di base consolidata: la percentuale di PC sui dipendenti risulta pari al 95% nelle Province, al 72% nei Comuni e al 70% nelle Regioni, superiore al 90% inoltre la quota di PC connessi al web. Segnali positivi emergono anche considerando l’utilizzo dell’ADSL/HDSL nei Comuni di piccole dimensioni (fermi nel 2006 all’ISDN), della comunicazione via VoIP (con un livello di diffusione pari all’81% nelle Regioni intervistate), della Posta Elettronica Certificata (con valori superiori al 60% in tutti gli enti), della Firma Elettronica (implementata nel 39% dei Comuni, nell’87% delle Province e nel 94% delle Regioni) e dei software Open Source (tutte le Regioni intervistate li utilizzano, seguite dall’83% delle Province e dal 24% dei Comuni).

Segnali di criticità, secondo il Rapporto Assinform, si rilevano invece considerando l’offerta di servizi on line dedicati a cittadini ed imprese: la disponibilità di servizi interattivi e dispositivi risulta infatti ancora limitata, soprattutto per quanto riguarda i servizi comunali. Ulteriori fattori negativi sono rinvenibili nel rallentamento della spesa IT, dinamica che proseguirà anche nei prossimi anni (come conseguenza delle politiche restrittive di bilancio), nella mancanza di una comunicazione digitale tra gli enti (la modalità più diffusa è ancora lo scambio di file) e in un aumento delle trattative private nel rapporto con i fornitori IT a scapito dei bandi di gara. In ultimo viene confermato un scarto tra gli Enti locali del Nord e del Sud del Paese.

La mia immagine della Pubblica Amministrazione Locale come sinonimo di tempi di attesa sicuramente non 2.0, viene in un certo senso ridimensionata. Le nuove tecnologie sembrano infatti avvicinare sempre più i cittadini ai propri governi locali, anche se molto deve ancora essere fatto e non sarà realizzabile nel breve periodo. Mi chiedo però: quanto tempo ancora ci vorrà per demolire quella immagine di “pubblico” e creare quindi un rapporto di fiducia, anche digitale, con i cittadini?

Sempre più in chat sul luogo di lavoro. Ma siamo sicuri di saperle gestire?

Dal Secondo Rapporto sull’Instant Messaging in Italia, realizzato da Microsoft e Nextplora (gennaio 2009), emergono dati interessanti sul binomio chat e lavoro.
Crescono infatti gli intervistati che utilizzano la messaggistica istantanea sul luogo di lavoro (dal 28% del Primo Rapporto al 37%), i colleghi si inseriscono tra i contatti principali della chatroom (subito dopo gli amici) e nel 27% dei casi inoltre “parlare di lavoro” rappresenta la finalità della conversazione.
L’Instant Messaging (IM), secondo i promotori del Rapporto, è diventato a tutti gli effetti “uno strumento utile per la propria attività”.

Ma come cambia la comunicazione di lavoro e sul lavoro nelle “chiacchierate” on line?
Tra i punti di forza delle chatroom (non solo aziendali) rientra sicuramente la possibilità di aprire conversazioni a due (o più utenti) in modo parallelo ed in tempo reale. Anche se in questo caso conta molto l’abilità di sapere gestire più finestre di conversazione, tenendo presente che all’aumentare delle finestre il rischio di scrivere ad uno quello che era destinato ad un altro è sempre più elevato, soprattutto quando i contenuti dei messaggi istantanei sono un po’ bollenti e tendenti allo “spettegolio”.
E qui rientra il secondo punto di forza delle chatroom: la capacità di sapere disinibire. Quante cose scritte su Messenger sarebbero state dette off line ai propri colleghi o superiori? Forse molte di meno e sicuramente in modo meno diretto di quanto avviene in chat, dove a volte la necessità di sintesi prevale sulla volontà di approfondire il “concetto” e la mancanza di un contatto diretto, vis a vis, spinge anche i più riservati a lanciarsi in affermazioni un po’ troppo azzardate.

Insomma meglio aderire alle chatroom aziendali per non essere esclusi e per non perdersi “il meglio” dei propri colleghi, anche se usarle con cautela sembra più di una prescrizione.

Tempi di vita dei profili web 2.0

Riprendendo l’osservazione dei tempi di vita degli spazi web, precedentemente concentrata sui blog, ho cercato di capire in che misura il concetto di utente inattivo potesse essere applicato ai social network. Cercando tra le linee guida o gli spazi help di Facebook, Twitter, Linkedin, Myspace e Xing non ho riscontrato una grande volontà di gestione dei profili “abbandonati”, riuscendo ad individuare una sola definizione di inactive accounts ad opera di Twitter che fa rientrare in questa categoria i profili per cui non è stato realizzato un accesso o un aggiornamento da oltre sei mesi. Per questi accounts Twitter promette la cancellazione automatica ma in realtà ho trovato diversi post di utenti che si lamentano perché non riescono ad ottenere lo spazio occupato da questi profili. Twitter infatti prevede anche specifici strumenti per verificare il livello di attività dei propri utenti, tra i quali un vero e proprio spazzino di contatti inattivi.
Per gli altri social network non sono riuscita a trovare molte informazioni a riguardo, tra questi soltanto Myspace accenna al tema dell’attività dei propri utenti distinguendo tra visitatori e iscritti e richiamando una necessaria riflessione sul livello di condivisione delle informazioni sui social network dove non sempre lo scambio di contenuti è bidirezionale e gli utenti che si limitano ad accedere alla propria rete senza esporsi (attraverso aggiornamenti) possono comunque usufruire delle informazioni caricate dagli utenti più attivi.
Sbirciando tra i miei contatti Facebook, che spero non se la prenderanno, ho avuto modo di osservare che ben 9 su 10 hanno aggiornato il proprio profilo negli ultimi 20 giorni (di cui 70 nell’ultima settimana) mentre i meno attivi (12 su 100) rilevano l’ultimo collegamento non prima di dicembre 2008. Insomma nel mio gruppo di amici online, visto lo scambio equilibrato di informazioni, sembrerebbe applicato un giusto “dare e avere della rete”.