Riflessioni da Wikipedia: l’angolo più altruista della rete

Wikipedia1-204x300Come annunciato qualche post fa ci siamo rivolti agli amministratori di Wikipedia (7 in totale) per riflettere con loro sull’essere wikipediani. Riportiamo per punti sintetici le principali riflessioni emerse:

- Perché aderire a Wikipedia? Per condividere, condividere, condividere…

La condivisione delle conoscenze è la motivazione principale che spinge la quasi totalità degli intervistati ad aderire a Wikipedia. Mettere a disposizione le proprie competenze, esperienze ma anche energie e tempo libero è la spinta necessaria per far parte del progetto, consapevoli che nello scambio si contribuisce alla costruzione di un grande progetto, ma si riceve anche. Come sottolineato da un intervistato, far parte del progetto Wikipedia significa “…condividere, condividere, condividere…” (Carlo)

Se da un lato l’attrattività di Wikipedia, con i suoi obiettivi rivoluzionari, le sue caratteristiche (libera, gratuita, democratica, accessibile, ecc.), rappresenta una sfida per cui vale la pena impegnarsi e dedicarsi, allo stesso tempo gli intervistati garantiscono sul lato del ritorno: oltre a dare i wikipediani ricevono, in termini di conoscenze, capacità relazionali, di confronto e quindi di crescita personale.

- Wikipedia in 3 parole: collaborativa, libera e altruista

Sono questi i 3 aggettivi più indicati dagli intervistati per descrivere Wikipedia. Che l’enciclopedia più cliccata nel mondo fosse collaborativa e libera non sorprende (viene descritta in questo modo anche tra le sue pagine di definizione), confermando la sua natura partecipativa e quindi l’orientamento allo scambio, alla condivisione di chi vi aderisce. E’ interessante però osservare come tale partecipazione assuma, per gli intervistati, la forma dell’altruismo, superando in tal senso anche la dimensione della gratuità in termini economici.

Una caratteristica trasversale ai tre aggettivi sopra individuati è la grandezza: gli intervistati sono consapevoli infatti di partecipare ad un progetto “…enorme, favoloso, ambizioso, complesso, grande…” che sfrutta pienamente le possibilità offerte dalla grande rete fin dai suoi esordi (quali il superamento del concetto di tempo e di spazio) e quelle ancora più innovative della sua declinazione 2.0.

- AAA Wikipediano DOC cercasi: ottime competenze relazionali, apertura mentale, no perditempo, pronti al “lavoro sporco”

Per aspirare al ruolo di Wikipediano DOC è fondamentale, secondo gli amministratori intervistati, possedere in primis ottime capacità relazionali. La natura collaborativa del progetto richiede infatti un’indispensabile capacità di comprensione, di confronto e di interrelazione con gli altri utenti. Partendo dal presupposto che ogni concetto espresso su Wikipedia può essere messo in discussione, il buon wikipediano deve sapere “…accettare i rilievi altrui…” (Luca “Sannita”),  in che modo e fino a che punto portare avanti la propria posizione, nonché riuscire a mediare/sintetizzare i diversi contributi.

Conseguente a tale caratteristica è la capacità di sapere approcciarsi agli eventi/termini/personaggi oggetto di definizione tralasciando le proprie convinzioni ed esperienze personali (caratteristica questa che rimanda all’approccio metodologico del mondo della ricerca sociale). Non affezionarsi alle proprie idee/intuizioni inoltre rappresenta un passaggio essenziale nell’analisi di un fenomeno e ancora di più nella sua definizione. Interessante, in tal senso, come suggerito da un intervistato (Carlo), la possibilità di segnalare le pagini non neutrali.

Un buon wikipediano inoltre deve sapere gestire il proprio tempo, offrendo insieme quantità e qualità, trovando il modo di partecipare, anche attraverso il famoso lavoro sporco, senza mai abbassare la qualità dei propri contributi e quindi verificando sempre, attraverso fonti attendibili e ineccepibili, i concetti inseriti.

Infine il buon wikipediano, secondo gli intervistati, deve aiutare i nuovi arrivati trasferendo loro tutte le regole, più o meno tacite, necessarie al buon funzionamento del progetto nonché all’instaurazione di quel clima di fiducia che completa e supporta il lavoro dei wikipediani.

- Gli italiani, popolo di wikipediani superattivi, vitale, passionale… forse troppo

Gli intervistati, prima di tutto, hanno sottolineato l’impossibilità di fare delle differenze tra Paesi: “…non esiste un idealtipo italiano di collaborazione…” (Luca “Sannita”). Volendo individuare alcune differenze però si rileva una eccessiva passione nei confronti della propria attività ed identità di wikipediano, questo se da un lato porta ad un impegno e ad una partecipazione elevata da parte degli utenti italiani, allo stesso tempo può ostacolare il confronto, l’apertura verso posizioni diverse dalla propria, verso chi partecipa meno o l’integrazione di nuovi utenti.

Gli italiani vengono anche definiti “…tra i popoli più attivi e vitali di Wikipedia…” (Majid “Sirabder”), anche se sembrano comunque soffrire di una sorta di “persecuzione da complotto”, un atteggiamento che porta a vedere negli altri e nelle loro osservazioni dei fini e degli obiettivi non trasparenti. Atteggiamento che può quindi compromettere il clima di collaborazione.

In conclusione ciò che le interviste, a mio giudizio, sembrano sottolineare è la grande opportunità che Wikipedia, o i wiki o il web 2.0 in generale, possono offrire ai cittadini di “buona volontà”. La possibilità di diffondere la conoscenza alla portata di un click, passando per una costruzione condivisa del sapere, rappresenta una grande sfida per la società post-moderna. Una sfida a cui tutti possono partecipare, istituzioni comprese.

Ringrazio infine veramente di cuore tutti gli intervistati che hanno aderito e che ci hanno offerto la loro esperienza.

Internet ci fa intelligenti

Nella lettura della Newsletter di Internet World Stats di novembre, oltre ai dati mondiali sugli utenti del web (che a novembre 2009 superano quota 1,7 miliardi), vengo colpita da un post che parla della positiva influenza di internet sullo sviluppo della mente umana.

Le riflessioni nascono dagli studi di un neuroscienziato californiano, Dr. Gary Small, che nel libro ibrain ha messo a confronto le capacità mentali degli individui nati nell’era digitale, digital natives, con quelle degli internauti più adulti, digital immigrants, che hanno iniziato quindi ad utilizzare internet in età più avanzata. I risultati sono molto confortanti: la grande rete e le nuove tecnologie infatti attivano importanti circuiti cognitivi del cervello migliorando le nostre capacità e aiutandoci a non invecchiare.

Vi mostriamo il video dove il Dr. Small illustra le aree del cervello attivate con l’utilizzo di Google confrontando i risultati degli internauti più esperti con quelli che sperimentavano il web-search per la prima volta:

Wikipedia a un passo da un milione di utenti attivi. Ma quanti quelli doc?

L’enciclopedia più “veloce” del mondo, wikipedia, da “wiki-wiki” nome dei bus navetta dell’aeroporto di Honolulu che hanno ispirato Ward Cunningham nella scelta del nome di questi progetti 2.0 e che in hawaiano significa appunto veloce, è stata recentemente costretta a rivedere le proprie regole di pubblicazione e aggiornamento dei profili dei personaggi pubblici. L’inserimento di notizie false, come ad esempio l’attribuzione di 12 fratelli ad Umberto Eco, e le conseguenti lamentele/ querele dei “titolari” della pagina, hanno portato a nuove modalità di inserimento di tali voci enciclopediche.
Incuriosita da questa notizia mi metto a cercare le statistiche dell’enciclopedia 2.0, concentrandomi sull’andamento degli utenti attivi, ossia di quei wikipediani che da quando si sono registrati hanno pubblicato almeno 10 volte, sicuramente questa la prima caratteristica che contraddistingue un utente “doc”.
Nel mese di luglio 2009 gli utenti attivi che hanno aderito a wikipedia nel mondo hanno raggiunto le 962.765 unità, con una crescita rispetto agli anni precedenti superiore alle tre cifre in termini percentuali: prendendo in considerazione sempre il mese di luglio, nel 2001 wikipedia poteva contare su appena 75 wikipediani, nel 2003 erano già più di 4 mila e appena dopo due anni più di 220 mila. Entro il 2009 il milione sarà sicuramente raggiunto, considerando che tra gennaio e agosto di quest’anno le “wikistats” hanno registrato 18.840 nuovi utenti attivi al mese. Segnali poco positivi si intravedono considerando però l’andamento dei nuovi utenti attivi tra un mese e l’altro (a gennaio 2009 erano 20.097 mentre ad agosto scendono a 17.340) e dei wikipediani più impegnati (che hanno pubblicato 100 o più volte nel corso del mese) che risultano inferiori rispetto al dato degli ultimi 2 anni (a luglio 2009 sono 10.748 mentre erano 10.995 nel 2008 e 11.069 nel 2007).
Il contributo degli italiani in queste statistiche è quantificabile in 26.736 wikipediani attivi registrati (pari al 2,7% di quelli mondiali), una media mensile pari nell’ultimo periodo a 581 nuovi utenti attivi (3,1% di quelli totali) e a 459 wikipediani superimpegnati nel progetto (4,3%), con tendenze piuttosto simili a quelli rilevate a livello mondiale.
Ma come individuare tra questi quelli doc? Certo le statistiche non aiutano e anche se sul sito di wikipedia gli strumenti di “controllo” o di partecipazione responsabile sembrano tanti (dalle wikiquette al wikipediano…), per chi come me non può definirsi un utente attivo o impegnato (dalla mia registrazione avrò inserito poco più di cinque post) capire le regole del suo buon funzionamento non è facile.
Allora mi rimetto ai lettori di SegnalazionIT, tra i quali sono sicura ci saranno tanti wikipediani, per individuare quei principi che distinguono un utente “doc” dagli altri ma anche per raccontarci curiosità e discussioni capitate nel corso dell’esperienza 2.0 più collaborativa al mondo. Se siete interessati scriveteci e contribuite al prossimo post su wikipedia…

Un bando per partecipare alla promozione della ricerca in Italia

La ripresa delle attività lavorative sembra iniziare bene per la ricerca italiana. Entro il 30 settembre, infatti, i ricercatori interessati a contribuire attivamente alla valorizzazione della ricerca sul proprio territorio potranno partecipare al Bando indetto da AIR per la formazione di 4 Comitati di Coordinamento nazionale sulle seguenti aree di studio: Energia, Economia, Scuola e Impresa.
Il compito dei Comitati sarà quello di discutere su specifici temi e problematiche attuali (relative naturalmente a ciascuna area) per definire la posizione dell’AIR, redigere documenti ufficiali, rappresentare l’Associazione in contesti ufficiali e istituzionali, svolgere azioni di sensibilizzazione e supportare l’organizzazione di specifici eventi. Le riunioni di coordinamento si svolgeranno in forma itinerante tra Milano, Bologna, Roma, Firenze, Trieste e Napoli (queste le prime città indicate ma ce ne saranno anche altre) con l’obiettivo di potenziare la rete a livello nazionale.

La partecipazione ai Comitati avverrà in forma gratuita, in qualità di Socio dell’AIR, ma sembra comunque una buona occasione per “uscire dalla scrivania” e confrontarsi con altri esperti del settore, un’ottima esperienza di crescita per i giovani ricercatori con un buon curriculum di studio, nonché uno stimolo per impegnarsi attivamente in termini di promozione del settore.

Per un approfondimento delle diverse aree di studio vi rimandiamo alla sezione Forum del sito dell’AIR, dove è possibile anche scaricare i moduli per partecipare al Bando.

ICT e Pubblica Amministrazione Locale: risultati e riflessioni dal Rapporto Assinform

Giocando con l’immaginario, chiudo gli occhi e provo a vedere ciò che mi rimanda la parola “pubblica amministrazione”. Il risultato è una lunga ed interminabile coda ad uno sportello. Saranno i pregiudizi che mi legano all’idea di “pubblico”? Sarà la pigrizia mentale di un cittadino abituato al peggio? Ma soprattutto, quanto l’associazione PA-burocrazia si avvicina alla realtà attuale?

Una ottima opportunità di riflessione sul tema è offerta dal 3° Rapporto sull’ICT nella Pubblica Amministrazione Locale (scaricabile registrandosi) realizzato da Assinform e presentato a Roma lo scorso mercoledì 10 giugno. Dai principali risultati dell’indagine, condotta su un campione di 873 Enti locali (812 Comuni, 16 Regioni, 30 Province e 15 Comunità Montane), si possono rilevare passi in avanti nel progetto di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione Locale (PAL) in Italia, rinvenibili in una dotazione informatica di base consolidata: la percentuale di PC sui dipendenti risulta pari al 95% nelle Province, al 72% nei Comuni e al 70% nelle Regioni, superiore al 90% inoltre la quota di PC connessi al web. Segnali positivi emergono anche considerando l’utilizzo dell’ADSL/HDSL nei Comuni di piccole dimensioni (fermi nel 2006 all’ISDN), della comunicazione via VoIP (con un livello di diffusione pari all’81% nelle Regioni intervistate), della Posta Elettronica Certificata (con valori superiori al 60% in tutti gli enti), della Firma Elettronica (implementata nel 39% dei Comuni, nell’87% delle Province e nel 94% delle Regioni) e dei software Open Source (tutte le Regioni intervistate li utilizzano, seguite dall’83% delle Province e dal 24% dei Comuni).

Segnali di criticità, secondo il Rapporto Assinform, si rilevano invece considerando l’offerta di servizi on line dedicati a cittadini ed imprese: la disponibilità di servizi interattivi e dispositivi risulta infatti ancora limitata, soprattutto per quanto riguarda i servizi comunali. Ulteriori fattori negativi sono rinvenibili nel rallentamento della spesa IT, dinamica che proseguirà anche nei prossimi anni (come conseguenza delle politiche restrittive di bilancio), nella mancanza di una comunicazione digitale tra gli enti (la modalità più diffusa è ancora lo scambio di file) e in un aumento delle trattative private nel rapporto con i fornitori IT a scapito dei bandi di gara. In ultimo viene confermato un scarto tra gli Enti locali del Nord e del Sud del Paese.

La mia immagine della Pubblica Amministrazione Locale come sinonimo di tempi di attesa sicuramente non 2.0, viene in un certo senso ridimensionata. Le nuove tecnologie sembrano infatti avvicinare sempre più i cittadini ai propri governi locali, anche se molto deve ancora essere fatto e non sarà realizzabile nel breve periodo. Mi chiedo però: quanto tempo ancora ci vorrà per demolire quella immagine di “pubblico” e creare quindi un rapporto di fiducia, anche digitale, con i cittadini?

Sempre più in chat sul luogo di lavoro. Ma siamo sicuri di saperle gestire?

Dal Secondo Rapporto sull’Instant Messaging in Italia, realizzato da Microsoft e Nextplora (gennaio 2009), emergono dati interessanti sul binomio chat e lavoro.
Crescono infatti gli intervistati che utilizzano la messaggistica istantanea sul luogo di lavoro (dal 28% del Primo Rapporto al 37%), i colleghi si inseriscono tra i contatti principali della chatroom (subito dopo gli amici) e nel 27% dei casi inoltre “parlare di lavoro” rappresenta la finalità della conversazione.
L’Instant Messaging (IM), secondo i promotori del Rapporto, è diventato a tutti gli effetti “uno strumento utile per la propria attività”.

Ma come cambia la comunicazione di lavoro e sul lavoro nelle “chiacchierate” on line?
Tra i punti di forza delle chatroom (non solo aziendali) rientra sicuramente la possibilità di aprire conversazioni a due (o più utenti) in modo parallelo ed in tempo reale. Anche se in questo caso conta molto l’abilità di sapere gestire più finestre di conversazione, tenendo presente che all’aumentare delle finestre il rischio di scrivere ad uno quello che era destinato ad un altro è sempre più elevato, soprattutto quando i contenuti dei messaggi istantanei sono un po’ bollenti e tendenti allo “spettegolio”.
E qui rientra il secondo punto di forza delle chatroom: la capacità di sapere disinibire. Quante cose scritte su Messenger sarebbero state dette off line ai propri colleghi o superiori? Forse molte di meno e sicuramente in modo meno diretto di quanto avviene in chat, dove a volte la necessità di sintesi prevale sulla volontà di approfondire il “concetto” e la mancanza di un contatto diretto, vis a vis, spinge anche i più riservati a lanciarsi in affermazioni un po’ troppo azzardate.

Insomma meglio aderire alle chatroom aziendali per non essere esclusi e per non perdersi “il meglio” dei propri colleghi, anche se usarle con cautela sembra più di una prescrizione.

Tempi di vita dei profili web 2.0

Riprendendo l’osservazione dei tempi di vita degli spazi web, precedentemente concentrata sui blog, ho cercato di capire in che misura il concetto di utente inattivo potesse essere applicato ai social network. Cercando tra le linee guida o gli spazi help di Facebook, Twitter, Linkedin, Myspace e Xing non ho riscontrato una grande volontà di gestione dei profili “abbandonati”, riuscendo ad individuare una sola definizione di inactive accounts ad opera di Twitter che fa rientrare in questa categoria i profili per cui non è stato realizzato un accesso o un aggiornamento da oltre sei mesi. Per questi accounts Twitter promette la cancellazione automatica ma in realtà ho trovato diversi post di utenti che si lamentano perché non riescono ad ottenere lo spazio occupato da questi profili. Twitter infatti prevede anche specifici strumenti per verificare il livello di attività dei propri utenti, tra i quali un vero e proprio spazzino di contatti inattivi.
Per gli altri social network non sono riuscita a trovare molte informazioni a riguardo, tra questi soltanto Myspace accenna al tema dell’attività dei propri utenti distinguendo tra visitatori e iscritti e richiamando una necessaria riflessione sul livello di condivisione delle informazioni sui social network dove non sempre lo scambio di contenuti è bidirezionale e gli utenti che si limitano ad accedere alla propria rete senza esporsi (attraverso aggiornamenti) possono comunque usufruire delle informazioni caricate dagli utenti più attivi.
Sbirciando tra i miei contatti Facebook, che spero non se la prenderanno, ho avuto modo di osservare che ben 9 su 10 hanno aggiornato il proprio profilo negli ultimi 20 giorni (di cui 70 nell’ultima settimana) mentre i meno attivi (12 su 100) rilevano l’ultimo collegamento non prima di dicembre 2008. Insomma nel mio gruppo di amici online, visto lo scambio equilibrato di informazioni, sembrerebbe applicato un giusto “dare e avere della rete”.

Fare impresa con Facebook

I Social Network per le imprese possono rappresentare preziosi strumenti a supporto della propria attività di business che possono essere utilizzati e “sfruttati” in diverse aree aziendali (come il marketing, le relazioni esterne, la selezione del personale, il fund raising, ecc.). Oggi in Italia una impresa che decide di lanciarsi nella creazione di una rete virtuale non può non considerare le potenzialità offerte dal Social Network più di moda: Facebook, realtà che nel mese di marzo ha raggiunto più di 8,4 milioni utenti italiani (il 16% della popolazione di 13 anni e più – dati ottenuti utilizzando la piattaforma Advertising di Facebook).
Fare proprie queste tecnologie per una impresa significa riprodurre ed applicare al mondo virtuale specifiche strategie/caratteristiche aziendali e in tal senso è difficile pensare ad un Social Network che possa soddisfarle tutte al meglio. Facebook ad esempio offre principalmente tre strumenti: il profilo utente, la pagina e il gruppo. Anche se il primo strumento è pensato per utenti privati e non per società, non mancano le aziende/amministrazioni che hanno scelto di entrare su Facebook attraverso questa modalità, come Sviluppo Lazio, la redazione de Il Tempo o la Fandango. Il profilo utente consente infatti, più delle altre modalità, la creazione di un vero e proprio network aziendale dove poter curare le proprie relazioni sfruttando la caratteristica della multicanalità.

Avendo curato il debutto su Facebook dell’Istituto di ricerche per cui lavoro, mi sento di riportare alcune problematiche che, in base alla mia esperienza, le aziende possono incontrare utilizzando i Social Network:

  • formare il personale che segue il profilo 2.0 per utilizzare pienamente e in modo consapevole la piattaforma scelta
  • individuare modalità di diffusione del profilo alternative a quelle pensate per gli utenti singoli (Facebook ad esempio non consente di individuare il profilo delle persone che rientrano nella mailing list dell’azienda, non supportando account di posta aziendali)
  • creare delle regole di gestione dei contatti del network (a chi chiedere l’amicizia? a quali gruppi aderire? quali “amici” fare entrare nel network? ecc.)
  • gestire i contenuti del profilo e sviluppare specifici strumenti a supporto (come le Applicazioni per Facebook)
  • capire in che modo la reputazione digitale di una impresa possa dare valore aggiunto a quella offline
  • studiare l’area privacy del Social Network per personalizzare i contenuti da mettere a disposizione degli utenti

Queste le problematiche per ora incontrate (e solo in parte risolte) che vi invito ad integrare, se volete, con le vostre esperienze.

Ricercatori all’italiana: tanti output e un concorso…

Le possibilità e le capacità di un territorio di produrre innovazione sono misurabili attraverso specifici indicatori riconosciuti a livello internazionale. Nella classificazione di questi indicatori vengono spesso richiamate due categorie: indicatori di innovation inputs ed indicatori di innovation outputs. Il primo gruppo riguarda l’insieme degli investimenti materiali ed immateriali a favore dell’innovazione (come la spesa in Ricerca & Sviluppo pubblica e privata, il bacino di ricercatori, di laureati in discipline tecnico-scientifiche, o ancora il livello di accesso all’istruzione e alle nuove tecnologie, ecc.) mentre gli indicatori di innovation outputs vanno a rappresentare il prodotto finale dell’innovazione (come il numero di brevetti o delle pubblicazioni scientifiche, i riconoscimenti a livello internazionale, ecc.). Input e output quindi come categorie distinte ma necessariamente complementari: è più facile infatti immaginare che territori con un elevato livello di investimenti in ricerca producano più innovazione. O forse è possibile anche l’esatto contrario?
Osservando i risultati italiani nelle principali classifiche internazionali la seconda ipotesi non sembra poi tanto lontano dalla realtà. Tra i paesi OCSE, l’Italia si inserisce infatti al 24° posto in termini di investimenti in R&S (l’1,1% del PIL – anno 2005 – dati OCSE) e al 28° rapportando i ricercatori al totale degli occupati (3,4 per 1.000). Anche per quanto riguarda la remunerazione annuale dei ricercatori gli italiani si distanziano dai colleghi di molti altri Paesi. L’Italia sale invece al 10° posto della classifica internazionale considerando i brevetti depositati in un anno (716 nel 2005 – secondo i dati dei Patent Office europeo, americano e giapponese) e al 4° posto tra i paesi europei con il maggior numero di pubblicazioni scientifiche (il 4,5% di quelle mondiali – anno 2004 – dati Observa). Gli output della ricerca italiana sembrano quindi eccellere più dei suoi input, almeno in termini statistici.
Nell’anno europeo della creatività e della innovazione, un ulteriore aiuto alla visibilità della ricerca è dato dall’AIR (Associazione Italiana per la Ricerca) che ha indetto un concorso tra i ricercatori che operano nel nostro Paese, chiamati ad inviare entro il 31 marzo 2009 una presentazione della propria attività di studio, con l’obiettivo di pubblicare i contributi migliori in un libro che verrà diffuso sul territorio nazionale, dando la possibilità di partecipare anche ad altre iniziative editoriali. Maggiori informazioni sul concorso sono disponibili sul sito dell’AIR.

Perchè si apre un blog? La parola ai blogger italiani

Qualche mese fa sfogliando un noto mensile di psicologia vengo colpita da un articolo che afferma: “Spesso un blog viene aperto in un momento di crisi… Viene in soccorso al trentenne giù di corda per l’ennesimo fallimento sentimentale, al futuro papà, al dirigente licenziato…”. I blog vengono descritti come “uno strumento di sviluppo personale” che in alcuni casi possono diventare dei veri e propri percorsi terapeutici (Psychologies magazine di dicembre).
La questione mi incuriosisce così decido di raccogliere un po’ di dati sui motivi e gli eventi che si legano all’apertura di un blog e non trovando statistiche recenti scelgo di lanciarmi in una breve indagine tra blogger.

Il primo risultato della ricerca è sicuramente una conferma delle infinite opportunità della Rete e di come i suoi frequentatori più attivi siano soddisfatti di farne parte. In meno di una settimana di lavoro (a tempo perso) sono riuscita infatti a raggiungere via mail 200 blogger, estratti, escludendo i pochi conosciuti, tra quelli che avevano lasciato una traccia recente sul web (attraverso Google Blog Search). Tra questi 200, hanno partecipato all’indagine in 85, palesando in numerosi casi un forte interesse a partecipare (e chi ha somministrato o somministra questionari sa che non è facile trovare qualcuno “contento” di essere intervistato).

Per quanto riguarda le caratteristiche dei blogger che hanno aderito, si rileva una prevalenza della componente maschile (il 73%), della fascia d’età “giovane-adulta” (il 40% ha tra i 30-42 anni e il 21% tra i 43-55 anni) e di laureati (il 53% rispetto al 44% dei diplomati e il 3% con un titolo di studio meno elevato), mentre una distribuzione più omogenea si presenta per l’area geografica di residenza (33 blogger vivono nel Nord Italia, 26 al Centro e 26 al Sud). I 2/3 degli intervistati infine è occupato (il 38% è un lavoratore dipendente e il 33% un libero professionista), il 21% è uno studente e il restante 8% si divide tra blogger in cerca di occupazione, un pensionato e una casalinga.

Oltre la metà degli intervistati è sulla rete da 1-3 anni (52%) gestendo principalmente un solo blog (il 65%). Piuttosto articolata risulta la tipologia di blog raggiunti: il 32% definisce il proprio spazio web un blog personale, il 22% come un blog di informazione mentre l’11% si inserisce in entrambe le categorie; il 14% cura un blog politico (che in alcuni casi vuole essere anche un diario personale o uno spazio di informazione); non mancano infine blog a tema dedicati allo sport, all’informazione locale, alla produzione artistica o alla cucina.

Sui motivi che hanno spinto gli intervistati ad avviare un blog prevale in modo evidente il desiderio di comunicare e di scambiare opinioni (il 66% degli intervistati – risposte multiple), seguito dalla volontà di lasciare una propria “traccia” (30%) e dalla possibilità di coltivare un proprio tema/hobby (30%). Meno diffusa ma comunque rilevante nell’apertura di un blog è la spinta ad essere in Rete (12%) e ancora meno quella di individuare nuovi contatti (6%).

Più di un terzo degli intervistati (31 su 85) associa l’apertura del blog ad un evento particolare/specifico. Tra questi la sfera pubblica prevale su quella privata e gli eventi positivi su quelli negativi. In particolare, sono i cambiamenti professionali/lavorativi i più determinanti (il 36%) individuati soprattutto in un percorso di crescita più che di crisi. Significativi sono i casi in cui la nascita del blog si riconduce all’avvio di una esperienza politica, artistica o sportiva (19%) o ancora ad una esperienza didattica dedicata alle nuove tecnologie (12% sia come alunno che come insegnante). Più ridotti infine sono gli eventi legati alla sfera emotiva (13%), tra cui colpisce il blog dedicato alla nascita di un figlio attraverso la fecondazione assistita.

Come al mio solito lascio “traccia” di tanti numeri e di un’esperienza, quella di intervistare blogger, piacevole e inaspettatamente facile e che nel prossimo post di Eric Sanna sarà completata da una visualizzazione interattiva dei dati rilevati.