L’Istat al ForumPA 2010

Oltre agli eventi evidenziati nel precedente post, segnaliamo che anche quest’anno l’Istat sarà presente al Forum della Pubblica Amministrazione:

Presente con uno stand fortemente connotato dai colori istituzionali e da una visualizzazione dinamica dei principali fenomeni statistici, l’Istat intende comunicare il crescente investimento dell’Istituto in innovazioni tecnologiche sia nelle attività di comunicazione e diffusione, che nei processi di produzione.

Ecco il programma degli interventi:

Innovazione e tecnologie web 2.0 nelle attività di diffusione e comunicazione

Visualizzazione dinamica dei dati statistici: esperienze e applicazioni in Istat
Stefano De Francisci – Direzione centrale per le esigenze degli utilizzatori, integrazione e territorio
17 maggio ore 14.30 e 20 maggio ore 11

Presentazione di I.Stat: il nuovo datawarehouse dell’Istat
Stefania Bergamasco – Direzione centrale per le esigenze degli utilizzatori, integrazione e territorio
17 maggio ore 15.00 e 20 maggio ore 11.30

Verso il nuovo sito Istat: opportunità e innovazioni per potenziare l’informazione sul web
Giulia Mottura – Direzione centrale comunicazione ed editoria
17 maggio ore 15.30 e 20 maggio ore 12 (Maurizio Firmani)

Applicazione di nuove tecnologie nei processi di produzione

Il sistema informativo delle statistiche del Commercio estero
Natale Renato Fazio – Direzione centrale delle statistiche strutturali sulle imprese, agricoltura, commercio estero e prezzi al consumo
18 maggio ore 11 e 19 maggio ore 14.30

Visualizzazione dinamica per la produzione di dati demografici e sociali
Angela Ferruzza – Direzione centrale per le statistiche e le indagini sulle istituzioni sociali
18 maggio ore 11.30 e 19 maggio ore 15

L’utilizzo di nuove tecnologie nei Censimenti generali 2010-2011
Giuseppe Sindoni – Direzione centrale dei censimenti generali
18 maggio ore 12 e 19 maggio ore 15.30 (Fabio Crescenzi)


OFFICINE PA – L’innovazione nella statistica ufficiale – Programma Incontri Istat
Forum PA 2010 Padiglione 8 – Stand 25 C

I social media nell’era di Obama

Cosa sono i social media?

Social media è un termine generico che indica tecnologie e pratiche online che gli utenti adottano per condividere contenuti testuali, immagini, video e audio. I social media rappresentano fondamentalmente un cambiamento nel modo in cui la gente apprende, legge e condivide informazioni e contenuti. In essi si verifica una fusione tra sociologia e tecnologia che trasforma il monologo (da uno a molti) in dialogo (da molti a molti) ed ha luogo una democratizzazione dell’informazione che trasforma le persone da fruitori di contenuti ad editori. I social media sono diventati molto popolari perché permettono alla gente di connettersi con il mondo on line per stabilire relazioni di tipo personale o lavorativo.  (Wikipedia)

E’ quindi chiaro che nei Social media rientrano forum, blog, wiki, podcast, immagini, video ecc e che le applicazioni più note sono Facebook, Twitter e tutti gli altri servizi online che compongono l’universo del Web 2.0.

In realtà, la locuzione Social media è più “giovane” di quella di Web 2.0: prima, infatti, si parlava più diffusamente di Social network. Chi ha contribuito a questo cambiamento? Sicuramente l’amministrazione Obama. Scrive a tal proposito Marco Pratellesi:

Il Dipartimento di Stato Usa ha sostituito il temine “social network” con “Social Media” per riferirsi a quell’insieme di piattaforme web che vanno da Facebook a Twitter. Non è un cambiamento di poco conto poiché sta a significare che per l’amministrazione del presidente Barack Obama questi sono i nuovi mezzi di comunicazione di massa ai quali guardare per l’informazione del futuro. “Il mondo sta cambiando velocemente e noi vogliamo cogliere tutte le opportunità di questa rivoluzione”, ha detto Alec Ross, responsabile per l’innovazione nell’ufficio del Segretario di Stato Hillary Clinton.

Anche  in ambito statistico Obama sta sfruttando queste opportunità: qualche giorno fa su questo blog abbiamo parlato del Census2010 e, dall’interesse che ha suscitato (oltre 1000 letture in pochissimo tempo), verrebbe da pensare che anche in Italia sia maturo il tempo per iniziare a fare certe riflessioni.

Pratellesi continua così la sua analisi sui social media:

Il cambiamento è radicale: fino a pochi anni fa essere in internet voleva dire aprire un sito web e aspettare che gli utenti interessati, per un motivo o per l’altro, arrivassero a visitarlo. Oggi la Casa Bianca ha ribaltato quella prospettiva: se le persone stanno principalmente altrove (i social network) non si può attendere che vengano da noi, ma dobbiamo muoverci portando noi i contenuti dove gli utenti si aspettano di trovarli (i social media). “Dobbiamo portare l’informazione, i nostri atti amministrativi dove le persone vivono e discutono, perché questa è la strada per ampliare ed arricchire la nostra presenza ed avere una relazione diretta con la gente”, spiega Katie Dowd, new media director.

E in Italia, qualcosa si muove? Nella PA pochissimo. Qualcosa accade invece nelle aziende. Ne hanno parlato qualche giorno fa allo SMAU di Roma Stefano Mizzella ed Emanuele Quintarelli,  con un’interessante riflessione su Enterprise 2.0 (il Web 2.0 applicato alle logiche di business) e Social Media Marketing.

Nel prossimo post vedremo quali sono i siti più importanti che si occupano del mondo dei Social Media per uso professionale.

Analisi della popolarità dei brand online – seconda parte

Il caso dei brand dell’alta moda

Qualche giorno fa abbiamo proposto un nuovo metodo per determinare la popolarità di un brand in Rete (Online Brand Popularity Index). In questo secondo post mettiamo alla prova il nostro indice applicandolo ad alcune marche dell’alta moda, per analizzare il loro posizionamento sul Web a partire dalla visibilità dei loro siti ufficiali. I brand scelti sono: Versace, Gucci, Prada, Louis Vuitton, Dolce&Gabbana, Armani, Roberto Cavalli e Valentino. Per ciascuno di essi, in questa prima fase abbiamo considerato il solo sito ufficiale internazionale (quello .com, per intenderci), in modo tale da non dover circoscrivere la nostra analisi ad un contesto locale. Per semplicità e per poter operare un confronto significativo, abbiamo selezionato dei marchi appartenenti ad uno stesso settore merceologico, con una valenza in termini di diffusione e di riconoscibilità sufficientemente equivalente. Detto questo, l’Online Brand Popularity Index può essere applicabile anche per la valutazione della popolarità online di brand appartenenti ad ambiti di mercato differenti tra loro.

Metodologia

I dati sono stati rilevati il 28/03/2010, tranne l’indicatore YouTube (02/04/2010). L’indice sintetico Online Brand Popularity Index è calcolato come media ponderata degli indicatori standardizzati (ovviamente Alexa è stato invertito cambiando segno al valore standardizzato). Nel computo dell’indice non sono stati esclusi indicatori tra loro correllati per non trascurare una ridondanza che, in questo ambito, riteniamo positiva. Non tutti gli indicatori sono uguali, né per qualità né per disponibilità di dati; per questo abbiamo assegnato pesi diversi a diversi indicatori. Agli indicatori principali, Google PageRank, Facebook e Link in entrata, abbiamo assegnato il valore 1; a Wikipedia e Alexa abbiamo assegnato il valore 0.75; agli indicatori i cui valori non erano disponibili per tutti i brand abbiamo assegnato il valore 0.5.

Confronto tra brand dell’alta moda: i risultati

Il nostro studio ha mostrato una certa omogeneità tra le otto case di moda analizzate, anche se con alcune significative discordanze. Il PageRank si attesta su una media del 6 diffusa, indicando uno stato non ottimale dei siti web ufficiali, che andrebbero migliorati e resi più efficaci. Ci sono poi delle forti divergenze sia per quanto riguarda il numero dei collegamenti a ciascun sito da Wikipedia, sia rispetto al numero di fan delle pagine ufficiali su Facebook. Abbiamo notato che alcuni brand (Versace, Roberto Cavalli e Valentino) non hanno un canale ufficiale su YouTube, mentre altre marche non hanno un profilo ufficiale su Twitter. Tra queste ultime ci sono Gucci, Louis Vuitton e Prada, che invece dominano il ranking complessivo, attestandosi, rispettivamente, al primo, al secondo e al terzo posto. A favore di Gucci e Prada gioca il PageRank, dato che i loro siti web ufficiali sono gli unici a “meritare” un 7. I siti ufficiali del terzetto di testa si distinguono anche per un maggior numero di link in entrata e per una maggiore presenza su Delicious. Per quanto riguarda il numero di fan su Facebook, invece, accanto a Vuitton e a Gucci primeggia Dolce&Gabbana, mentre Prada si attesta solo al quarto posto. I rimanenti 4 brand presentano un andamento decisamente più discontinuo, con valori generalmente più bassi. Nel caso specifico di Roberto Cavalli, che si colloca in fondo alla nostra “classifica”, ci troviamo di fronte ad un sito ufficiale con un PageRank di appena 5: troppo poco per un brand così importante.

Online Brand Popularity Index: i prossimi passi

Il metodo che abbiamo sperimentato è in grado di fornire un indice complessivo della popolarità sul Web di un brand e può essere esteso a qualsiasi settore, merceologico o meno. Per poter determinare il successo online, che è funzione sia della popolarità che della reputazione, in un futuro ci occuperemo di reputazione e di Social Media Monitoring, completando l’analisi quantitativa con una qualitativa, in modo da analizzare non solo “quanto” un marchio sia presente sul web, ma anche “come” sia presente. Nestlé ad esempio è “popolarissima” su Facebook, ma andando ad osservare la sua pagina fan ufficiale un po’ più da vicino ci si accorge che alcuni dei commenti presenti non sono per nulla positivi. Da adesso in poi, quindi, il nostro progetto si concentrerà sugli aspetti qualitativi della presenza online dei brand, e potrebbe presto tradursi in un nuovo post.

[Questo articolo è parte di un progetto di analisi dei brand online a cura di Alice Cetorelli, Simona Chiocchio, Cesare Deisori, Daniele Frongia, Eleonora Lisi, Lisa Vagnozzi]

Analisi della popolarità dei brand online – prima parte

Popolarità dei brand online

Come valutare la popolarità di una marca sul Web? E’ sufficiente calcolare il Google PageRank del sito ufficiale del brand e il numero dei suoi fan su Facebook? Proviamo a rispondere a queste domande individuando un insieme di indicatori utili ad analizzare il posizionamento e la popolarità dei brand nella Rete.

La nostra ricerca prende le mosse dall’articolo Il successo di un sito web? Non solo una questione di traffico, recentemente pubblicato su questo blog, con l’obiettivo di pervenire ad un indice che sintetizzi sia il posizionamento che il traffico stimato di un sito, in modo da poter definire la popolarità di un brand in Rete: si tratta di una valutazione quantitativa, dato che lo studio non comprende l’analisi della reputazione online delle diverse marche. Il successo di un brand online è funzione sia della reputazione che della popolarità: in questo articolo ci occupiamo della popolarità.

Come dicevamo inizialmente, i metodi che utilizzano il Google PageRank come unico indicatore della popolarità sono fortemente limitati: a dirlo non siamo noi, ma Google stessa! Infatti la nostra ricerca prende spunto anche dall’articolo Google e l’abbandono del PageRank che, riportando l’opinione del Director of Research di Google, mette in discussione il valore assoluto del PageRank per quantificare il successo di un sito web. Per questo motivo il metodo che abbiamo elaborato si basa su una serie di indici che completano ed implementano il contributo del PageRank.

Un nuovo metodo per misurare la popolarità dei brand online: l’Online Brand Popularity Index

Partendo dalla metodologia presentata nell’articolo del SIS Magazine, abbiamo scelto degli indicatori maggiormente orientati all’analisi di siti web di brand, attribuendo a ciascuno di essi un peso, a seconda della loro importanza. Gli indicatori considerati sono:

  1. Google PageRank: valore numerico compreso tra 0 e 10 che Google assegna ad ogni pagina web indicizzata sulla base della sua popolarità.
  2. Wikipedia: numero di collegamenti esterni presenti su Wikipedia alle pagine del sito ufficiale di un brand.
  3. Facebook: numero di iscritti alla pagina fan ufficiale del brand.
  4. Link in entrata: numero di link che rimandano al sito ufficiale del brand.
  5. Twitter: numero di follower del brand.
  6. Delicious: numero dei segnalibri Delicious in cui è presente uno dei siti del brand.
  7. YouTube: numero di iscritti al canale ufficiale del brand.
  8. Alexa: valore numerico che indica il ranking del sito, calcolato sulla base del numero di utenti che lo visitano e del numero di pagine viste.
  9. Google Statistiche di ricerca: numero di volte in cui un brand è stato ricercato su Google nel corso degli ultimi 90 giorni.

Con un’opportuna sintesi di questi indicatori si può determinare l’Online Brand Popularity Index, che vedremo in azione nei prossimi giorni, sempre su questo blog, applicato all’analisi e al confronto dei brand dell’alta moda.

Leggi il post Analisi della popolarità dei brand online – seconda parte

[Questo articolo è parte di un progetto di analisi dei brand online a cura di Alice Cetorelli, Simona Chiocchio, Cesare Deisori, Daniele Frongia, Eleonora Lisi, Lisa Vagnozzi]

Generatore di articoli scientifici casuali

SCIgen – An Automatic CS Paper Generator è un sito che genera paper informatici “casuali” completamente privi di senso, con tanto di grafici, figure e riferimenti bibliografici. L’abbiamo provato con Eric Sanna, Fabio Crescenzi e Aleksey Konstantinovich Ioannovich (nome inventato utilizzando la biografia di Tolstoy) scrivendo A Visualization of Online Algorithms, pubblicato su questo blog qualche giorno fa – e che ha riscosso un discreto successo con oltre duecento visualizzazioni in pochissimo tempo: che umiliazione esser letti meno quando si scrivono cose serie :-)

Il programma SCIgen, nato in casa MIT, si basa su una grammatica indipendente dal contesto che compone in maniera casuale l’articolo. Il codice del programma è rilasciato sotto licenza GPL, c’è anche un blog, insomma il progetto è serio, è tutto serio tranne i paper che produce:  talmente inverosimili da sembrare reali.  Insomma provatelo, fa riflettere, anche, sui luoghi comuni che caratterizzano il linguaggio di alcuni “autoreferenziali” contesti scientifici. Di seguito un altro esempio corredato da immagine “esplicativa”:

Linear-Time, Signed Methodologies for Congestion Control. Abstract: The producer-consumer problem must work. In fact, few researchers would disagree with the improvement of lambda calculus. In order to fulfill this mission, we argue that multicast approaches and IPv6 are mostly incompatible.The producer-consumer problem must work. In fact, few researchers would disagree with the improvement of lambda calculus. In order to fulfill this mission, we argue that multicast approaches and IPv6 are mostly incompatible.

I burloni del MIT però non si sono accontentati di aver creato questo servizio, ma hanno anche incoraggiato gli utenti a partecipare a conferenze  e presentare questi paper.  E ci sono riusciti. Forse il caso più clamoroso è quello del World Multiconference on Systemics, Cybernetics and Informatics del 2005, quando tre neolaureati hanno effettivamente presentato tre articoli alla conferenza. Ecco le slide, e sul sito è possibile vedere anche le foto e il video dell’evento.

Episodi del genere ricordano senza dubbio il celebre Sokal affair (l’articolo privo di senso “Transgressing the Boundaries: Towards a Transformative Hermeneutics of Quantum Gravity” pubblicato su una rivista scientifica) ma anche i nostri Amici miei…Insomma al MIT, stavolta, non hanno inventato nulla di nuovo.

Visualizzazione degli algoritmi online

Stanchi del solito Web 2.0? Stufi degli ormai triti e ritriti strumenti di data visualization? E’ ora di mettere online qualcosa di serio: gli  algoritmi.  In questo articolo (scritto con Fabio Crescenzi, Aleksey Ioannovich ed Eric Sanna) partiamo dalle origini, dalla macchina di von Neumann, per arrivare fino ad un risultato a nostro avviso importante, o quanto meno interessante. Enjoy it!

A Visualization of Online Algorithms

Aleksey Ioannovich, Eric Sanna, Fabio Crescenzi and Daniele Frongia

Abstract

Researchers agree that extensible configurations are an interesting new topic in the field of parallel random mutually exclusive disjoint theory, and experts concur. In this paper, we prove the construction of von Neumann machines. We describe new ambimorphic symmetries, which we call Glead. [Read the article - free version]

Table of Contents

1) Introduction
2) Related Work
2.1) Extreme Programming
2.2) Local-Area Networks
3) Methodology
4) Implementation
5) Results and Analysis
5.1) Hardware and Software Configuration
5.2) Dogfooding Glead
6) Conclusion

Informazioni sulla genesi di questo articolo (in italiano)

A Visualization of Online Algorithms

Aleksey Konstantinovich Ioannovich, Eric Sanna, Fabio Crescenzi and Daniele Frongia

Abstract

Researchers agree that extensible configurations are an interesting new topic in the field of parallel random mutually exclusive disjoint theory, and experts concur. In this paper, we prove the construction of von Neumann machines. We describe new ambimorphic symmetries, which we call Glead.

Table of Contents

1) Introduction
2) Related Work

3) Methodology
4) Implementation
5) Results and Analysis

6) Conclusion

Il successo di un sito web? Non solo una questione di traffico

Qualche giorno fa SIS Magazine (la rivista online della Società Italiana di Statistica) ha pubblicato il mio articolo Il successo di un sito web? Non solo una questione di traffico: i casi Istat, SIS e Sistan (*) sui nuovi metodi e strumenti per misurare il successo di un sito.

Nell’articolo studio il caso di tre siti che si occupano di statistiche ufficiali e di promozione delle scienze statistiche: l’Istituto Nazionale di Statistica, il Sistema Statistico Nazionale e la Società Italiana di Statistica, siti che nel medio periodo verranno profondamente rinnovati. Come? Certamente si arricchiranno di nuovi servizi (in salsa Web 2.0 – lo so, il termine è un po’ inflazionato ma almeno ci capiamo), come ad esempio quelli di cui abbiamo parlato in questo blog e che sono da tempo in produzione in altri paesi: nuove tecnologie per la diffusione e la condivisione di dati, tool di visualizzazione interattiva (anche esterni al sito, come nel caso di Google Public data) e altro ancora su cui torneremo nelle prossime settimane.

Ma come misurare e dunque valutare l’introduzione di un nuovo servizio? Semplicente registrando le variazioni del traffico sul sito? Anche se prodotti per il monitoraggio del traffico come AWStats e Google Analytics offrono informazioni molto importanti (indispensabili), oggi esiste una nuova generazione di strumenti per misurare il successo di un sito che tengono meglio conto della sua natura multidimensionale. In particolare possiamo vedere il successo di un sito in funzione, oltre che del traffico, anche del suo posizionamento nella rete ovvero della sua solidità di carattere “infrastrutturale”. Il posizionamento è dunque uno dei presupposti per un successo solido e duraturo del sito e quindi anche per valutare l’eventuale miglioramento dopo l’introduzione di nuovi servizi online.

Per misurare il posizionamento e dunque l’efficacia di un sito, di pagine specifiche, di campagne di comunicazione e anche per l’analisi della reputazione sul Web, sono disponibili diversi strumenti. Io ho provato ad utilizzare CONDOR (il software del MIT mostrato nell’articolo) nel 2008, con Francesca Grippa, per monitorare il comportamento dei media durante le elezioni statunitensi, e i risultati sono stati soddisfacenti.  CONDOR consente inoltre di identificare la blogosfera di riferimento di un sito, cioè l’insieme dei blog che citano un determinato sito attraverso un collegamento ipertestuale. La figura seguente mostra la blogosfera del sito Istat.it nel periodo 1-20 settembre 2009.

Blogosfera Istat.it

Per l’analisi di un sito occorre quindi tenere in considerazione due fattori: il traffico e il posizionamento nella rete. In questi ultimi anni gli studi di fisici, matematici e sociologi stanno contribuendo a definire nuovi metodi e strumenti per l’analisi del posizionamento. Le potenzialità e le prospettive sono estremamente interessanti, anche per chi produce statistiche ufficiali e diffonde cultura statistica.

Per il successo di un sito non esiste una regola aurea ma,  specialmente in organizzazioni complesse, risultati soddisfacenti possono essere raggiunti solo con lo sforzo congiunto di esperti di comunicazione, informatici e produttori di contenuti, supportati da adeguati strumenti software. Con uno lavoro coordinato tra questi attori è possibile valutare se vengono intercettate correttamente le aspettative degli utenti, aumentare la propria rilevanza online e costruire la propria reputazione di opinion leader del settore di appartenenza.

(*) = Ne approfitto per ringraziare i ricercatori che hanno contribuito all’articolo del SIS Magazine: Matteo Mazziotta, Davide Bennato, Francesca Grippa, Daniela Cocchi e Fabio Crescenzi.

Lo statistico su YouTube

(Attenzione: questo articolo contiene pubblicità occulta alla Società Italiana di Statistica)

Lo scorso anno Duccio Schiavon ha riportato su Stat Project un’intervista ad Hal Varian (Google) che è subito diventata un cult per gli statistici; ecco cosa dice il guru di Google:

Continuo a sostenere che il lavoro più “sexy” nei prossimi dieci anni sarà quello dello statistico. Le persone credono che io scherzi, ma chi avrebbe mai immaginato che il lavoro dell’ingegnere informatico si sarebbe rivelato il lavoro più “sexy” degli anni 90? La capacità di acquisire i dati – essere in grado di comprenderli, di elaborarli, di estrarre un valore da essi, di visualizzarli, di comunicarli – queste sono le capacità più importanti che verranno richieste nei prossimi decenni, non solo a livello professionale ma anche a livello scolastico, alle elementari, alle superiori, all’università. In quanto adesso abbiamo davvero libero accesso a dati di ogni tipo. Quindi il fattore vincente risulterà la capacità di comprenderli e di estrarre del valore da essi. Credo che gli statistici saranno parte integrante di questo processo, sempre che non lo siano già.

Michael Driscoll aggiunge:

Il mondo sta assistendo a quella che Joe Hellerstein ha chiamato “La Rivoluzione Industriale dei Dati” dove le macchine, e non gli uomini, sono i primi generatori di dati. Abbiamo dunque bisogno di strumenti per dare un senso a questa enorme mole di dati, e di persone che sappiano utilizzarli. Come ha osservato Hal Varian, gli statistici rappresentano la guida per queste persone.

Ma se siete statistici e volete eccitarvi sin da subito, senza aspettare i prossimi anni, vi consiglio la lettura del discorso di insediamento di D. J. Hand alla Royal Statistical Society (2008), un testo che offre decine di spunti interessanti, tra i quali una riflessione sulla vera information technology, una semplice e strabiliante definizione di data mining e  l’elogio dell’ubiquità della statistica.

Se invece siete statistici più moderati e tradizionalisti, una rilettura della sempre verde Filosofia della Statistica di Melchiorre Gioia (1838) non potrà che irrobustire la vostra autostima.

Ma torniamo a YouTube. Qui trovate il video di Hal Varian e i divertentissimi commenti degli utenti (questo però non mi convince molto: “la parte sexy del lavoro dello statistico è l’ottimo stipendio. Se sei un uomo, i soldi ti faranno diventare subito sexy”).

Ma su YouTube la figura dello statistico viene presentata anche maniera meno lusinghiera: è questo il caso del cantante Todd Snider e del suo strepitoso Statistician’s Blues.

Il testo della canzone è indicativo della percezione che parte dell’opinione pubblica ha della statistica, ma soprattutto mi ha dato un paio di  buone idee sulla BNL sotto casa…

84 percent of all statisticians truly hate their jobs
They say the average bank robber lives within say about 20 miles of the bank that he robs
There’s this little bank not far from here I’ve been watching now for a while
Lately all I can think about’s how bad I wanna go out in style…

Ma YouTube non parla solo inglese: prossimamente pubblicheremo una canzone sugli statistici scritta e interpretata da un artista nostrano…

(Nel frattempo ringrazio Fabio Crescenzi per le segnalazioni e l’artista nostrano per la dedizione alla causa)

ubiquità

La storia di Internet

History of the Internet from Melih Bilgil on Vimeo.

“History of the Internet” è un documentario sulle invenzioni web dal time-sharing al filesharing, da Arpanet a Internet. Questa storia viene raccontata con le icone PICOL (picol.org). Altre informazioni su questo film su lonja.de/motion/mo_history_internet.html

Google Public data e i dati italiani

Google Public data, di cui abbiamo parlato sei mesi fa al ForumPA e su questo blog, torna con interessanti novità per i dati italiani.

Lo scopo del servizio Public data è così presentato da Google:

I dati statistici pubblici, come ad esempio il tasso di disoccupazione o i numeri della popolazione, non devono essere né difficili da trovare né, cosa ancora più importante, difficili da comprendere. Google sta rendendo più facile trovare e utilizzare i dati statistici prodotti  da governi e da istituzioni ufficiali. Questi dati vengono poi inclusi nei risultati di ricerca di Google.com e visualizzati sotto forma di grafici interattivi che è possibile personalizzare e condividere con gli altri.

I dati quindi vengono mostrati non sul sito di chi produce i dati, ma direttamente nella pagina dei risultati della ricerca, al primo posto, così:

google public data

google public data

[the worlds life expectancy]

Come dicono gli sviluppatori del servizio, anche le persone che normalmente rifuggono dalle statistiche dovrebbero trovare questi grafici dinamici facili da usare e capire.

E ci sono novità anche i per i dati italiani, inseriti dalla Banca Mondiale.  I risultati sono molto interessanti, anche se limitati a Google.com (se inseriamo le stesse parole su Google.it non otteniamo nulla):


Cosa aspettiamo ad inserire dati Istat a livello regionale o comunale su Google.it Public data?