Sociologia dei media digitali: intervista a Davide Bennato

E’ uscito da poche settimane il nuovo libro di Davide Bennato, professore all’Università di Catania di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, intitolato “Sociologia dei media digitali”, Editori Laterza. Il manuale è ben lungi dall’essere una “chiaccherata informale” sui vari Facebook, Twitter e dintorni: è un testo molto ben strutturato, documentato (20 pagine di bibliografia!), con approfondimenti sociologici e tecnologici anche complessi, insomma un ottimo strumento per chi lavora con e sui social media. Abbiamo dunque pensato di intervistare Davide, che ringraziamo per la sua disponibilità.

D. Prima di tutto grazie per averlo intitolato social media e non new media. Era ora, non trovi?
R. Era ora sì! Infatti occupandomi di media digitali da molto tempo, ero un po’ seccato del fatto che nelle istituzioni accademiche si continui ad usare il desueto “new media” che io considero errato da due punti di vista. Errato cronologicamente perché ormai i media come internet non sono più nuovi, ma sufficientemente integrati nella vita quotidiana da essere media tout court. Errato ideologicamente perché i media digitali scontano moltissimo la retorica del nuovismo.
Dal mio punto di vista il fatto che i social media siano recenti non vuol dire che siano nuovi.

D. Tra le tue riflessioni e l’analisi di quelle condotte da altri studiosi negli ultimi decenni, riporti quella, celebre, di Klapper (1963), secondo cui la ricerca deve chiedersi non cosa i media fanno alle persone, ma cosa le persone fanno con i media. Non è questa la migliore risposta a chi vede il Diavolo nei social media?
R. Ne sono convinto. Se tu studi i social media dal punto di vista dell’impatto sulla società rischi sempre di cadere nella dicotomia apocalittico/integrato o tecnopessimista/cyberentusiasta. Se studi i social media dal punto di vista di cosa ne fanno le persone, hai una tale variabilità di pattern d’utilizzo che impedisce qualunque banalizzazione del rapporto.

D. Un altro argomento molto interessante per chi lavora in un’impresa o in una PA, e che riguarda il nuovo modo di interagire tra utenti, è quello del groundswell (onda anomala), ci potresti spiegare cosa intendevano con questo termine Li e Bernoff?
R. Il rapporto fra aziende e consumatori è sempre stato guidato da una rigida separazione. Le aziende producono, i consumatori acquistano e – se insoddisfatti – non acquistano. Oggi invece se un consumatore è insoddisfatto non solo non acquista ma grazie ai social media può influenzare i comportamenti d’acquisto di altri come lui, creando un processo a catena incontrollabile che si comporta come un’onda anomala e che ha delle conseguenze non da poco sulle aziende. La questione non è impedire questo processo – sarebbe impossibile farlo – ma governarlo nel miglior modo possibile.

D. Nel tuo libro scrivi che quello che è interessante dei blog è la miscela di componente tecnologica, netiquette e dinamiche relazionali che ne fa dei veri e propri archetipi della comunicazione del web partecipativo. Come vedi, in futuro, il rapporto tra blog e social media come ad esempio Facebook e Twitter?
R. I rapporti saranno di specializzazione di comportamenti comunicativi. I blog continueranno ad essere spazi di riflessione, Facebook uno strumento di discussione e di conversazione, Twitter un network di accesso a notizie e informazioni. Pertanto si rafforzerà il ciclo comunicativo dei social media secondo cui si esprime un’opinione argomentata sui blog, la si diffonde su Twitter e la si discute in Facebook.

D. Nel libro parli di un termine molto interessante, “social informatics”, ci puoi dire qualcosa di più? E’ una disciplina?
R. Sì, è un settore di ricerca che si pone lo scopo di progettare l’applicazione delle ICT all’interno di contesti sociali professionali, partendo dal presupposto che l’ingresso di una tecnologia non è mai neutrale, ma ha sempre delle conseguenze soprattutto relazionali. Lo scopo di questa disciplina è dare indicazioni concrete a chi deve pensare come rendere le tecnologie strumenti in grado di interagire simbioticamente col contesto sociale e culturale.

D. In Italia, nel 2012, avremo quasi 25 milioni di utenti su Facebook. E i social media saranno sempre più integrati con siti e dispositivi mobili e viceversa. Chiaramente ciò impone ad aziende e istituzioni di rivedere la propria comunicazione on line. Secondo te a che punto siamo?
R. Secondo me anche in Italia qualcosa sta cambiando, anche se sempre più spesso l’uso dei social media non ha un valore strategico me è semplicemente un’aggiunta à la page alle strategie di comunicazione interna ed esterna. Ma le aziende stanno diventando sempre più sensibili all’argomento e le professionalità che curano questi aspetti stanno cominciando a diventare sempre più richieste.

D. Qualche consiglio a chi, nella PA, deve comunicare con i cittadini attraverso i social media?
R. Sì: linguaggio, tecnologia, ascolto. Linguaggio: usare una lingua che sia la più lontano possibile dal burocratese che è formale e allontana il cittadino. Tecnologia: mai pensarla come una scatola magica ma come uno strumento al servizio di una logica o una strategia. Ascolto: comunicare vuol dire saper ascoltare, spesso il cittadino non chiede soluzioni ma semplicemente essere ascoltato. In questo senso i social media possono essere molto utili.

D. In una delle ricerche che citi, vengono classificati in 5 macrocategorie gli utenti di Twitter: media, celebrità, organizzazioni, blogger, persone comuni. Il meccanismo di following ha forti caratteristiche di omofilia, e cioè le celebrità seguono le celebrità, i blogger i blogger e così via. Secondo te, nei prossimi anni, questo meccanismo verrà alterato, ad esempio con la naturale evoluzione di Twitter come news medium?
R. Non è facile rispondere. Secondo me ci saranno due grafi sociali che descriveranno Twitter. Un grafo con un alto grado di omofilia caratterizzato da legami simmetrici ed un grafo con un alto grado di eterofilia caratterizzato da legami asimmetrici e questo rafforzerà l’uso di Twitter come news medium. Mi spiego meglio. I blogger seguiranno altri blogger e saranno ricambiati. I giornalisti seguiranno altri giornalisti e saranno ricambiati. Blogger seguiranno giornalisti e non saranno ricambiati ma lo faranno per avere notizie o opinioni.

D. Recentemente abbiamo pubblicato una lista di previsioni sui social media per il 2012, ci puoi dire qualche di queste ti sembra la più interessante o promettente?
R. Sono molto d’accordo con la previsione su Twitter, che secondo me porterà anche a dei profondi cambiamenti nella composizione demografica della piattaforma microblog. A mio avviso inoltre bisogna tenere sotto controllo anche Tumblr: secondo me sarà la piattaforma protagonista del 2012.

D. La prossima settimana intervisteremo anche la prof.ssa Giovanna Cosenza, docente di Semiotica dei nuovi media: ci suggerisci una domanda da porle?
R. Certo. Vorrei chiederle: spesso nei social media si usa la metafora della conversazione per descrivere il flusso informativo che avviene in questi spazi sociali. E’ una metafora corretta? O bisognerebbe parlare di una diversa forma conversazionale che avviene in questi spazi?

Social Media, cosa accadrà nel 2012

Il 2011 ci ha appena salutato ed eccoci alle prese con un nuovo anno ricco di aspettative sul fronte dei social media.  Tra le numerose previsioni per il 2012 segnaliamo quelle di Angela Denby che ne mette in evidenza 11, di seguito riportate con qualche aggiunta:

1. SITI. I social media verranno sempre più incorporati nei siti delle aziende e delle istituzioni.

2. MOBILE. Assisteremo a un ulteriore e significativo incremento dell’utilizzo dei social media attraverso dispositivi mobili.

3. SITI & MOBILE.  I siti dovranno essere sempre (più) compatibili con i dispositivi mobili.

4. HELP! Aumento dell’utilizzo delle community on line per ottenere un supporto personale o per cause umanitarie.

5. BUSINESS. Aumento della presenza delle aziende e dei loro investimenti sui social media, così come…

6….degli investimenti pubblicitari.

7. GAMING. Ulteriore crescita del fenomeno del social gaming.

8. NEWS. La tipologia delle news sarà sempre più “social”, sia quelle prodotte dai singoli che quelle dei giornali on line, che potremo sempre più commentare, condividere, votare e (ahinoi) laikare.

9. POLITICA. Maggior utilizzo da parte dei politici e della politica dei canali social media.

10. IMPRONTE DIGITALI. L’impronta che lasciamo sui social media crescerà ulteriormente.

11. FACEBOOK. Facebook supererà il miliardo di utenti. Con riferimento all’Italia, Facebook, nel 2012, supererà i 24 milioni di utenti: un italiano su due tra i 10 e gli 80 anni sarà presente su questo social network!

A questi 11 punti aggiungiamo qualche nostra previsione:

12. LEGAL 2.0. Le numerose impronte che, anche inconsapevolmente, lasciamo sui social media imporranno al legislatore uno sforzo ulteriore in termini di aggiornamento e adeguamento delle norme vigenti in materia di privacy, diritto d’autore, amministrazione digitale e utilizzo del Web, nonché di prevenzione dei reati che si consumano on line.

13. TWITTER. Aumento e consolidamento dell’utilizzo di Twitter.  In Italia il 2011 ha segnato l’anno di Twitter, prima con l’utilizzo nelle dirette dei giornali on line e poi con il passaggio al grande pubblico di #ilpiugrandespettacolodopoilweekend. Ma per aziende e PA la strada è lunga e, pur con le dovute eccezioni, siamo ancora in una fase sperimentale.

14. COMUNICAZIONE SOCIAL. Se consideriamo l’importanza nei processi di comunicazione dei nuovi media  (Facebook, Twitter e LinkedIn in primis) ed il punto 11, è evidente la necessità, da parte di aziende e PA, di saper utilizzare e sfruttare al meglio questo canale comunicativo. Ci sono già esperimenti riusciti e realtà molto avanzate, ma il biennio 2012-2013 dovrà essere quello della maturità.

15. SOCIAL MEDIA MANAGER. La figura del Social Media Manager sarà sempre più richiesta dalle aziende. Le offerte di lavoro sono prevalentemente nord-americane e nord-europee, ma qualcosa si sta muovendo anche in Italia.

Continueremo a parlare di social media con un’intervista a due importanti esperti, Davide Bennato e Giovanna Cosenza: stay tuned on SegnalazionIT!

Contest di statistical graphics della Scuola SIS “Web e Statistica”

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A settembre, a Pisa, si è svolta la prima Scuola della Società Italiana di Statistica “Web e Statistica”, conclusa con un contest di statistical graphics tra i partecipanti. Ha vinto, di misura, Marco Calderisi, un brillante chimico (e statistico) fondatore di Terradata.

Qui riportiamo tutti i lavori del contest, (più che) meritevoli di pubblicazione. Complimenti!

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Imprese italiane per settore di attività (Dina Alessandro)

I 6 grafici illustrano la situazione a Genova e provincia degli imprenditori “stranieri” (nati all’estero) per paese di nascita, per settore economico, per carica sociale, partendo dalle sedi d’impresa operanti sul territorio italiano fino agli imprenditori italiani operanti a Genova e provincia.

L’intento è stato di evidenziare il diverso andamento dei cittadini nati all’estero in paesi extracomunitari, in particolare delle nazionalità più corposamente presenti sul territorio genovese (marocchina, senegalese, albanese ed ecuadoriana), rispetto ai cittadini comunitari (esclusi gli italiani, francesi, inglesi e tedeschi).

Emerge che gli imprenditori nati in paesi extracomunitari preferiscono operare in qualità di titolari di imprese individuali, in realtà dimensionalmente più contenute e prevalentemente nei settori delle costruzioni e del commercio mentre gli imprenditori nati in paesi comunitari sono maggiormente attivi nell’ambito di strutture societarie più complesse in qualità di socio o di amministratore.

Dina Alessandro: nell’ambito delle attività del Servizio Statistica e Prezzi della Camera di Commercio di Genova mi occupo di elaborazione, analisi dati demografici, economici e non solo, preferibilmente fino al dettaglio comunale e della loro rappresentazione grafica, sempre alla ricerca di tecnologie innovative e visualizzazioni accattivanti.

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Come è gestita l’acqua in Italia? (Marco Calderisi)

L’elaborazione prova a rispondere alla domanda: come è gestita l’acqua in Italia? I dati sono relativi al 2003 e sono stati estratti dalle banche dati dell’ISTAT e dei Comuni Italiani. Un primo grafico mostra la distribuzione sul territorio nazionale del consumo di acqua per uso domestico, espresso in m3 per abitante. Le regioni del Sud sono quelle che hanno un minor consumo di acqua, mentre la regione con il consumo superiore è la Valle d’Aosta. Il secondo grafico invece da una indicazione della percentuale di popolazione servita da impianti di depurazione di acque reflue urbane. In questo caso la situazione è molto più omogenea della precedente. La Val d’Aosta ha il 100% della popolazione servita da impianti di trattamento, mentre la Liguria si attesta al 59%.

La due successive treemap mostrano rispettivamente quantità e tipologie di depuratori presenti sul territorio nazionale in termini assoluti e rapportati al numero di abitanti di ciascuna regione.

Si tenga presente che i depuratori possono essere di tre tipi diversi: i depuratori più semplici sono quelli che danno un trattamento primario (T1), mentre quelli più importanti per la depurazione ed il riutilizzo delle acque sono quelli che forniscono un trattamento terziario (T3).

Salta subito all’occhio come siano la Toscana e l’Emilia Romagna le regioni maggiormente attrezzate, ma che solo la Toscana abbia un numero di depuratori di tipo T3 percentualmente maggiore rispetto a quelli di altro tipo. D’altro canto, rapportando questi dati alla popolazione delle regioni si vede che sono la Lombardia e la Campania ad avere più impianti per abitante. La Lombardia ha più impianti di tipo primario, la Campania più impianti di tipo terziario.

Marco Calderisi, chimico/chemiometra, mi occupo di analisi statistica multivariata applicata alla chimica, all’ambiente e alla R&S. Socio fondatore di Terradata, società dedita all’analisi di dati ambientali. Borsista post-doc presso il Centro NMR dell’Università di Siena. Interessi attuali: Open Data, infografica.

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Studio di tipo osservazionale longitudinale per raccogliere i dati utili (Barbara Romani)

Il primo gruppo di dati consiste in una lista di enunciati che il soggetto esaminato (io) vorrebbe che gli fossero rivolti nell’arco di una giornata rilevando anche la frequenza con cui dovrebbero essere emessi.

Il secondo gruppo di dati è stato raccolto durante una giornata tipo, registrando gli enunciati che sono stati effettivamente rivolti al soggetto e la loro frequenza.

Barbara Romani, Psicologa-Psicoterapeuta, svolgo attività clinica come libero professionista e mi occupo -come borsista- di ricerca nell’ambito dell’umanizzazione delle cure presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona. Interessi attuali: metodologia e strumenti per la ricerca.

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Pil pro capite e la percentuale di acquisti di beni e servizi via web (Andrea Zedda)

Lo scatterplot interattivo mostra il legame tra Pil pro capite e la percentuale di acquisti di beni e servizi via web nelle regioni di alcuni stati europei. La grandezza dei punti è relativa
ad un ulteriore indicatore che descrive la percentuale di persone che utilizzano abitualmente internet. Per non appesantirne la lettura sono stati distinti per colore solo alcuni stati considerati più rilevanti. Si nota come la correlazione tra i due indicatori sia abbastanza modesta, mentre, di contro, le varie regioni tendono a raggrupparsi quasi naturalmente per Stato di appartenenza. Si può ipotizzare che la tendenza all’uso del web dipenda più da fattori culturali e infrastrutturali che dalle risorse economiche effettivamente disponibili in un dato territorio.

Andrea Zedda, laureato in Scienze Politiche, esperto in ricerca demo-sociale, mi occupo principalmente di elaborazione, trattamento, analisi dei dati e reportistica. Ho collaborato con ISTAT,  Provincia di Cagliari, Ablativ scrl, Camera di Commercio di Cagliari, e l’Università di Cagliari. Sono socio fondatore dell’associazione Sardinia Open Data.

(Andrea tornerà presto su SegnalazionIT con alcuni articoli da non perdere, ndr)

Liferay Italy Symposium 2011 – Roma 18 novembre

In passato, SegnalazionIT si è occupata del portale open source Liferay e quindi volentieri pubblichiamo l’annuncio di SMC, Gold Partner di Liferay, del primo simposio nella Capitale:

Dopo il successo registrato l’anno scorso a Treviso, Liferay ha deciso di puntare ancora una volta sull’Italia per presentare la release 6.1 di Liferay Portal ed il Marketplace, scegliendo Roma come sede del Symposium annuale. Un evento dal sapore internazionale quello che si terrà a Roma presso la Residenza di Ripetta il prossimo 18 novembre. Un Symposium importante, voluto fortemente da Liferay per presentare ad Aziende pubbliche e private, Enti Internazionali, Software House e liberi professionisti le più importanti novità sviluppate da Liferay sulla loro piattaforma Open Source. Il Liferay Italy Symposium 2011 ha il duplice obiettivo di presentare la release 6.1 di Liferay Portal ed introdurre il Marketplace di Liferay. L’ultima release di prodotto aggiunge nuove ed importanti funzionalità per gli utenti che lo utilizzano, consentendo un approccio intuitivo che permette loro di costruire applicazioni aziendali senza l’utilizzo di sviluppatori software a supporto. Il Marketplace di Liferay, altra novità del 2011, vuole essere un canale per la comunità mondiale di sviluppatori e partners di Liferay al fine di raggiungere l’ampia base di installazioni Liferay con le applicazioni aziendali e plugin che aumentano le potenzialità del nucleo di Liferay Portal, la collaborazione e la gestione dei contenuti web della piattaforma. Fitta l’agenda della giornata che sarà l’occasione giusta per conoscere le novità, condividere esperienze ed approfondire la piattaforma attraverso sessioni tecniche e di business con presentazioni a cura del Top Management di Liferay, casi di successo e approfondimenti one-to-one con i tecnici dell’organizzazione.

Per info/registrazioni al Symposium andate su http://www.smc.it/liferay-symposium-2011 o scrivete a SMC.

Competizione multimediale della Società Italiana di Statistica, ecco i vincitori!

Ecco i vincitori della Competizione Multimediale “La statistica e la professione di statistico: idee per la promozione e la diffusione” della Società Italiana di Statistica:

1° classificato
“Il calendario statistico”
di: Daniele Durante, Davide Vidotto e Sabrina Vettori. Se avete uno smartphone o un tablet con Android, scaricatevi subito la app! (guarda il contributo)

2° classificato
“Lo Statistico e la Statistica: questi sconosciuti”
di: Giada Adelfio, Giovanni Boscaino, Marco Enea, Rossella Onorati e Mariangela Sciandra (guarda il contributo)

3° classificato
“Se la statistica non esistesse”
di: Daniela De Francesco. Daniela collabora con noi di SegnalazionIT, perdonateci se ci complimentiamo doppiamente con lei :-) e riportiamo anche il suo contributo (con la colonna sonora) su YouTube, ripreso oggi anche dal sito de la Repubblica  (guarda il contributo)

4° classificato
Roberto Matteotti (guarda il contributo)

5° classificato
Stefania Caporaso, Pasquale Dello Stritto, Alfonso D’Agnese, Graziano Fresiello, Danilo Fusco, Nadia Inglese, Antonietta Perrone e Mariagiovanna Zavallone (guarda il contributo)

Complimenti a tutti (anche ai componenti della commissione, Maria Gabriella Grassia, Davide Bennato e Fabio Crescenzi) e arrivederci alla prossima edizione del concorso.

Imparare con Twitter

(Questo articolo, rivisto e aggiornato, farà parte del volume Induzioni. Demografia, probabilità, statistica a scuola – ISSN 1120-690X- N. 42)

Twitter

Su questo blog abbiamo già parlato di Twitter: oggi riprendo l’argomento pensando al suo utilizzo nel campo della formazione svolta da università, scuole, PA e aziende. Per chi fosse a digiuno dell’argomento, consiglio l’imperdibile articolo introduttivo di @danieladef.  Se siete troppo pigri per un clic, ecco un veloce ripasso: Twitter è un sistema di microblogging che consente agli utenti di creare una rete di relazioni basata sui tweet, messaggi di testo di al più 140 battute. Twitter ha superato i 200 milioni di utenti i quali generano altrettanti messaggi ogni giorno: non a caso si parla di Twitter come di un sistema di SMS di Internet. In Italia il servizio conta circa un milione e mezzo di utenti e viene sempre più utilizzato nel marketing, nella comunicazione, nella formazione, nel social recruiting (come fa Twitter stessa), nella gestione degli eventi e più in generale nelle conversazioni on line.

Il potere delle parole chiave

La ricchezza dello strumento dipende anche dalla possibilità di utilizzare una specifica sintassi che consente di citare altri utenti, discutere argomenti, creare conversazioni, seguire in diretta eventi e molto altro. La chiocciola (@) serve a rimandare a utenti specifici, mentre il cancelletto (#) precede invece una parola chiave, che su Twitter si chiama hashtag e che viene utilizzata per seguire una conversazione e coinvolgere altre persone. Ad esempio, il mio tweet di qualche tempo fa:

Sono al #forumcom2011 alla sessione della #pa: ottimo l’intervento di @nicolamattina

ha generato le seguenti azioni:

1) Le persone che mi “seguono” (follower) vedono il messaggio sul mio profilo e nella loro home.
2) Nicola Mattina riceve una “menzione” e il tweet sarà visibile a chi cerca informazioni su @nicolamattina.
3) Tutti quelli che seguono la conversazione sul Forum della Comunicazione (che ha definito l’hashtag ufficiale #forumcom2011) mi leggono e possono interagire con me e tra di loro.
4) Stessa cosa accade per chi segue i discorsi sulla Pubblica Amministrazione (#pa)
5) Tramite computer, portatili, tablet e smartphone, gli utenti che pubblicano tweet durante il Forum, utilizzando #forumcom2011, possono porre domande ai relatori.
6) I relatori, utilizzando un computer connesso, possono proiettare, con un apposito widget, la conversazione in tempo reale, comprese le domande dalla platea.

E’ evidente il potenziale virale di uno strumento del genere: questo tweet apparentemente innocente ha raggiunto migliaia di utenti in tempo reale!

Potenzialità in ambito didattico

Anche per la formazione, le potenzialità di questo semplice strumento sono elevate. E’ infatti possibile:

  • Promuovere un corso utilizzando opportuni hashtag e coinvolgendo in discussioni persone interessate all’argomento proposto.
  • Mettere in contatto i partecipanti e i docenti prima del corso: per le presentazioni, un brainstorming iniziale, la definizione puntuale del corso, la condivisione di informazioni logistiche etc.
  • Migliorare la comunicazione tra partecipanti e docenti durante il corso, con numerosi vantaggi aggiuntivi rispetto a una semplice messaggistica istantanea.
  • Assegnare task e collezionare appunti individuali e collettivi.
  • Coinvolgere esperti esterni al corso.
  • Offrire delle pillole (un documento su SlideShare, un’immagine su Flickr, un video su YouTube) ai follower.
  • Organizzare delle sessioni di follow-up, raccogliere feedback etc.
  • Organizzare dei contest, sia durante che dopo il corso.

E ancora, ecco alcune buone ragioni per utilizzare Twitter tratte dal post Twitter for Academia:

  • Comunità di classe: Una volta che gli studenti hanno cominciato a twittare (voce del verbo…), hanno sviluppato un senso dell’altro come persona al di là del ristretto spazio della classe.
  • Il senso del mondo che ci circonda: Alcuni studenti guardano spesso e volentieri la  Public Timeline di Twitter che è la pagina dove vengono postati tutti i messaggi pubblici di Twitter. Il tasso di rumore di fondo qui è altissimo, ma ci dà il senso della varietà delle persone.
  • Tenere traccia di un termine, di una parola, di una conferenza: Attraverso Twitter è possibile tenere traccia di parole e termini sottoscrivendo poi il feed a tutti i post contenenti quella determinata parola.
  • Feedback istantaneo: Twitter è sempre connesso, e ti invia i messaggi anche sul telefonino, è quindi ottimo per ricevere un feedback immediato.
  • Massimizzazione del momento didattico: È spesso difficile insegnare in determinati contesti limitati nello spazio e nel tempo, Twitter ti permette di farlo al di là dei limiti della lezione.

Costi e privacy

Se Twitter vi spaventa ancora, provo a tranquillizzarvi ulteriormente:
1) L’utilizzo di Twitter richiede un periodo di apprendimento piuttosto contenuto.  Se opportunamente informati e stimolati, docenti e partecipanti impareranno rapidamente e apprezzeranno la novità. Senza un’adeguata informazione preventiva, l’operazione Twitter non può che fallire.
2) Il servizio è gratuito.
3) Al termine del corso è possibile cancellare (definitivamente) i tweet creati, oppure di proteggerli con un sistema di accesso controllato o lasciare le conversazioni aperte e pubbliche.

Integrazione e complementarità di Twitter

Twitter non può né vuole rappresentare un’alternativa a un sito o a una piattaforma di e-Learning, ma un arricchimento in termini di partecipazione, coinvolgimento e condivisione dei partecipanti.
E’ infatti possibile inserire su un blog/sito/piattaforma web un widget con gli aggiornamenti “live” di un profilo o di una ricerca su Twitter, come ormai fanno molti quotidiani on line.

E’ possibile utilizzare Twitter anche in piattaforme di e-learning, come ad esempio Moodle. La procedura è molto semplice e immediata. Più in generale, è possibile inserire un modulo di Twitter su una qualsiasi sito che consenta l’aggiunta di un blocco HTML.

Opportunità e rischi della didattica con Twitter

Twitter è uno strumento e come tale, se maneggiato senza cura, può essere anche dannoso.
I principali rischi (e opportunità) dell’adozione di Twitter in un intervento formativo sono gli stessi che riguardano un qualsiasi Social Network, e che sono riportati nello schema di Caterina Policaro:



In altre parole, come per tutti gli strumenti informatici, la soluzione non è nella loro adozione “punto e basta” ma in una chiara definizione del contesto di utilizzo e in una solida e coerente progettazione dell’intervento formativo.
Può essere utile poi conoscere i trucchetti e i suggerimenti degli esperti: a questo proposito, l’articolo 100 suggerimenti su come utilizzare Twitter nella didattica è certamente un ottimo punto di partenza.

Per concludere: se siete in bilico tra Facebook e Google+, date una chance anche a Twitter. Potrebbe sorprendervi e darvi un bel po’ di soddisfazioni.

@danielefrongia

Imparare con Twitter http://tinyurl.com/3eatg38 con contributi di @danieladef @ti_effe @mbeo @catepol @elisondo #corsi #formazione #didattica

Intervista a Guido Romeo ed Elisabetta Tola, progetto iData

Intervista a Guido Romeo ed Elisabetta Tola, progetto iData

Avete lanciato iData, in che cosa consiste il progetto e chi lo finanzia?

Idata è un progetto della Fondazione Ahref, avviata alla fine dell’anno scorso a Trento, per lo sviluppo della prima piattaforma italiana open source e non profit per il giornalismo basato sui dati. L’idea di iData è nata guardando a ciò che oltreatlantico fanno già molte testate, da ProPublica al NewYork Times e oltremanica, ad esempio il DataBlog del Guardian o in Francia dove sono attive Owni e Médiapart. Lo scopo è mettere a disposizione della comunità giornalistica, ma anche della società civile italiana, gli strumenti gratuiti e già disponibili per la raccolta, l’elaborazione e la visualizzazione dei dati; svilupparne di nuovi con interfacce accessibili ai non addetti ai lavori; lanciare una serie di inchieste per sperimentare questo approccio direttamente nei media italiani. I nostri progressi sono tutti raccontati nel blog Open Data.

Qual’è l’innovazione del data-journalism o giornalismo dei dati rispetto alle tecniche tradizionali?

I giornalisti si sono sempre cibati di dati, ma la disponibilità di potenza di calcolo, grandi database di informazioni elettroniche e capacità di manipolarle nei prossimi anni può radicalmente cambiare il ruolo dei giornalisti e, spero, anche rilanciare la loro importanza sociale, che negli ultimi anni è stata certamente erosa dalla diffusione della Rete e da un atteggiamento eccessivamente corporativistico. Tra gli esempi più importanti di che cosa si può fare con un approccio di data journalism vanno senz’altro citate inchieste come “Dollars for Docs”, che ha visto un team di informatici e reporter di ProPublica creare un database senza precedenti su oltre 17mila medici che avevano ricevuto lauti pagamenti da sette grandi case farmaceutiche produttrici di farmaci prescritti nella loro area di competenza. Si trattava di dati in parte già pubblicati grazie a una sentenza dei tribunali americani, ma mai organizzati in maniera sistematica e praticamente impossibili da consultare non solo per i cittadini, ma anche per gli addetti ai lavori. Il risultato del lavoro di ProPublica è un archivio online di migliaia di specialisti nei quali ogni paziente può verificare se il proprio medico ha un eventuale conflitto di interesse. Lo strumento messo a punto da ProPublica è stato poi utilizzato da decine di giornalisti di varie testate locali per andare a fare delle inchieste sui medici attivi sul proprio territorio e quindi dare strumenti di valutazione e di giudizio al pubblico anche attraverso i media locali.

Un altro esempio di data journalism di altissimo livello è proprio l’ultimo Premio Pulitzer per il giornalismo investigativo assegnato a Paige St. John, del Sarasota Herald-Tribune per il suo bellissimo lavoro sulla fragilità dei fondi assicurativi della Florida che mette a rischio la qualità della vita di milioni di residenti dello stato. L’inchiesta della St. John è durata due anni e, oltre a una serie di articoli molto solidi e approfonditi, ha prodotto anche un database accessibile e utile a capire il comportamento di molti fondi assicurativi. Una risorsa che gli informatici dell’Herald hanno saputo valorizzare sviluppando una serie di applicazioni interattive utilissime per i lettori che permettono di capire cosa fa l’istituzione con la quale hanno firmato, ma anche il mercato generale, per esempio nel caso di rischio di distruzione da uragano della propria area di residenza. Dal data journalism, insomma, possono nascere prodotti editoriali di alto valore giornalistico ma con in più un importante valore aggiunto economico. In qualche caso, infatti, questi strumenti possono non solo generare nuove inchieste ma anche diventare risorse da proporre ai lettori come app o servizio premium. E questo, in un momento di crisi e trasformazione dell’editoria non è certamente poco.

Il data journalism, come dicevate, è molto sviluppato in Usa e Gran Bretagna. C’è spazio anche in Italia? E a che cosa servirebbe qui?

In Italia c’è molto spazio e certamente anche molto bisogno. Personalmente crediamo si possano fare cose di grande impatto. Nonostante la tradizionale ritrosia dei media italiani a innovare (da noi si discute ancora se i giornalisti dell’online abbiano pari dignità contrattuale di quelli della carta stampata) credo che prevarrà la legge del “content is king”. Se l’approccio del data journalism consentirà di avere prodotti nuovi e appetibili ai lettori, la domanda di professionalità ad hoc inevitabilmente salirà. E sarà un bene per tutti. C’è però un po’ di strada da fare perché non si tratta semplicemente di importare dei format sviluppati all’estero. Con Ahref lavoriamo su due fronti: uno, sperimentale, sulla raccolta ed elaborazione dei dati in collaborazione con una rete di citizen journalists e uno più didattico per lo sviluppo di competenze e team che sappiano lavorare su questi progetti che sono tipicamente multidisciplinari perchè non coinvolgono solo giornalisti, ma anche sviluppatori di software, statistici e designer dell’informazione.

Come sapete, lavoro in Istat: pensate che ci possa essere una qualche forma di collaborazione tra iData e il nostro Istituto?

Francamente lo speriamo molto. Abbiamo avuto occasione di apprezzare il lavoro che Giovannini ha svolto all’OCSE e guardiamo con molto interesse a ciò che vorrà fare con Istat, soprattutto sul fronte del design dei database e dei metadati che vorrà mettere a disposizione. Il nostro obiettivo, come giornalisti, a lungo termine è aumentare la trasparenza della nostra società, da un lato, e del lavoro dei media, dall’altro, anche per potenziare il controllo che la società può e deve esercitare su chi amministra fondi pubblici e privati prendendo decisioni che hanno poi delle ricadute sulla qualità della vita di molti. Il mezzo per fare ciò sono i nuovi strumenti che stiamo introducendo nella cassetta degli attrezzi non solo dei giornalisti, ma anche dei cittadini, siano essi singolo o associazioni, interessati a una migliore qualità dell’informazione. Credo che in questa prospettiva il coinvolgimento delle istituzioni, ma anche dei cittadini sarà fondamentale. Per questo, la piattaforma di iData si sta collegando a un ventaglio di community intenzionate a collaborare per la raccolta, produzione ed elaborazione dei dati. I dati potranno provenire da database pubblici, da fonti di dominio pubblico o venire preparati ad hoc dalle community. Negli ultimi mesi si sono infatti moltiplicati in Italia le iniziative di “open data” per facilitare l’accesso dei cittadini ai dati pubblici (e.g.: dati.piemonte.it e openpolis.it). Resta però ancora molto da fare sul fronte di altri tipi di dati come quelli relativi all’ambiente e alla salute, a causa delle limitazioni normative e della scarsa abitudine della Pubblica amministrazione a rilasciare dati ai quali i cittadini avrebbero, sulla carta, già diritto di accedere.

L’Istat su Google Public Data Explorer

Negli ultimi anni abbiamo spesso parlato di Google Public Data Explorer su questo blog. Ora il servizio si è arricchito di nuove funzionalità e si è aperto al grande pubblico: anche gli utenti generici – e non solo i produttori di statistiche ufficiali – possono caricare i propri dati sulla piattaforma di Big G.

Oggi apriamo il servizio Public Data Explorer ai tuoi dati. Abbiamo definito un nuovo formato di dati, il Dataset Publishing Language (DSPL), e abbiamo creato un’interfaccia per chiunque voglia caricare i propri dataset. DSPL è un formato open  - basato su XML – creato appositamente per supportare potenti visualizzazioni dinamiche come quelle offerte da Public Data Explorer.

 

Recentemente anche l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) ha aderito – in via sperimentale – a questo servizio, pubblicando i dati relativi  al tasso di disoccupazione. Nella Directory di Public Data, il canale riservato ai produttori di statistiche ufficiali, è ora presente il dataset:

 

Istituto Nazionale di Statistica

E’ possibile confrontare i dati provinciali:

 

Oppure quelli regionali con un istogramma:

 

Oppure con un diagramma a bolle:

 

Inoltre è possibile riutilizzare questi grafici dinamici e incorporarli nel proprio sito o blog, attraverso un semplice copia incolla del codice prodotto dal servizio, come è stato fatto su questo post. Nelle prossime settimane il servizio si arricchirà di nuove funzionalità. Stay tuned!


Per saperne di più:

Visualize your own data in the Google Public Data Explorer

Data-driven policy-making

Dataviz, democratized: Google opens Public Data Explorer

L’Istat al ForumPA 2010

Oltre agli eventi evidenziati nel precedente post, segnaliamo che anche quest’anno l’Istat sarà presente al Forum della Pubblica Amministrazione:

Presente con uno stand fortemente connotato dai colori istituzionali e da una visualizzazione dinamica dei principali fenomeni statistici, l’Istat intende comunicare il crescente investimento dell’Istituto in innovazioni tecnologiche sia nelle attività di comunicazione e diffusione, che nei processi di produzione.

Ecco il programma degli interventi:

Innovazione e tecnologie web 2.0 nelle attività di diffusione e comunicazione

Visualizzazione dinamica dei dati statistici: esperienze e applicazioni in Istat
Stefano De Francisci – Direzione centrale per le esigenze degli utilizzatori, integrazione e territorio
17 maggio ore 14.30 e 20 maggio ore 11

Presentazione di I.Stat: il nuovo datawarehouse dell’Istat
Stefania Bergamasco – Direzione centrale per le esigenze degli utilizzatori, integrazione e territorio
17 maggio ore 15.00 e 20 maggio ore 11.30

Verso il nuovo sito Istat: opportunità e innovazioni per potenziare l’informazione sul web
Giulia Mottura – Direzione centrale comunicazione ed editoria
17 maggio ore 15.30 e 20 maggio ore 12 (Maurizio Firmani)

Applicazione di nuove tecnologie nei processi di produzione

Il sistema informativo delle statistiche del Commercio estero
Natale Renato Fazio – Direzione centrale delle statistiche strutturali sulle imprese, agricoltura, commercio estero e prezzi al consumo
18 maggio ore 11 e 19 maggio ore 14.30

Visualizzazione dinamica per la produzione di dati demografici e sociali
Angela Ferruzza – Direzione centrale per le statistiche e le indagini sulle istituzioni sociali
18 maggio ore 11.30 e 19 maggio ore 15

L’utilizzo di nuove tecnologie nei Censimenti generali 2010-2011
Giuseppe Sindoni – Direzione centrale dei censimenti generali
18 maggio ore 12 e 19 maggio ore 15.30 (Fabio Crescenzi)


OFFICINE PA – L’innovazione nella statistica ufficiale – Programma Incontri Istat
Forum PA 2010 Padiglione 8 – Stand 25 C

I social media nell’era di Obama

Cosa sono i social media?

Social media è un termine generico che indica tecnologie e pratiche online che gli utenti adottano per condividere contenuti testuali, immagini, video e audio. I social media rappresentano fondamentalmente un cambiamento nel modo in cui la gente apprende, legge e condivide informazioni e contenuti. In essi si verifica una fusione tra sociologia e tecnologia che trasforma il monologo (da uno a molti) in dialogo (da molti a molti) ed ha luogo una democratizzazione dell’informazione che trasforma le persone da fruitori di contenuti ad editori. I social media sono diventati molto popolari perché permettono alla gente di connettersi con il mondo on line per stabilire relazioni di tipo personale o lavorativo.  (Wikipedia)

E’ quindi chiaro che nei Social media rientrano forum, blog, wiki, podcast, immagini, video ecc e che le applicazioni più note sono Facebook, Twitter e tutti gli altri servizi online che compongono l’universo del Web 2.0.

In realtà, la locuzione Social media è più “giovane” di quella di Web 2.0: prima, infatti, si parlava più diffusamente di Social network. Chi ha contribuito a questo cambiamento? Sicuramente l’amministrazione Obama. Scrive a tal proposito Marco Pratellesi:

Il Dipartimento di Stato Usa ha sostituito il temine “social network” con “Social Media” per riferirsi a quell’insieme di piattaforme web che vanno da Facebook a Twitter. Non è un cambiamento di poco conto poiché sta a significare che per l’amministrazione del presidente Barack Obama questi sono i nuovi mezzi di comunicazione di massa ai quali guardare per l’informazione del futuro. “Il mondo sta cambiando velocemente e noi vogliamo cogliere tutte le opportunità di questa rivoluzione”, ha detto Alec Ross, responsabile per l’innovazione nell’ufficio del Segretario di Stato Hillary Clinton.

Anche  in ambito statistico Obama sta sfruttando queste opportunità: qualche giorno fa su questo blog abbiamo parlato del Census2010 e, dall’interesse che ha suscitato (oltre 1000 letture in pochissimo tempo), verrebbe da pensare che anche in Italia sia maturo il tempo per iniziare a fare certe riflessioni.

Pratellesi continua così la sua analisi sui social media:

Il cambiamento è radicale: fino a pochi anni fa essere in internet voleva dire aprire un sito web e aspettare che gli utenti interessati, per un motivo o per l’altro, arrivassero a visitarlo. Oggi la Casa Bianca ha ribaltato quella prospettiva: se le persone stanno principalmente altrove (i social network) non si può attendere che vengano da noi, ma dobbiamo muoverci portando noi i contenuti dove gli utenti si aspettano di trovarli (i social media). “Dobbiamo portare l’informazione, i nostri atti amministrativi dove le persone vivono e discutono, perché questa è la strada per ampliare ed arricchire la nostra presenza ed avere una relazione diretta con la gente”, spiega Katie Dowd, new media director.

E in Italia, qualcosa si muove? Nella PA pochissimo. Qualcosa accade invece nelle aziende. Ne hanno parlato qualche giorno fa allo SMAU di Roma Stefano Mizzella ed Emanuele Quintarelli,  con un’interessante riflessione su Enterprise 2.0 (il Web 2.0 applicato alle logiche di business) e Social Media Marketing.

Nel prossimo post vedremo quali sono i siti più importanti che si occupano del mondo dei Social Media per uso professionale.