
Wired Italia nasce nel 2009 e va a coprire un vero e proprio buco nell’offerta giornalistica italiana, rivolgendosi a tutte quelle persone, native digitali o meno, che hanno Internet come base della propria vita lavorativa, relazionale, affettiva.
Il primo editoriale del suo direttore, Riccardo Luna, è chiaro e coinvolgente: Wired è un giornale che nasce per le persone come “voi che vi entusiasmate per un progetto che ci migliora la vita, voi che credete nel valore della comunicazione e della condivisione delle idee, voi che scegliete di lavorare assieme per un grande obiettivo, voi che fate ricerca scientifica ogni anno con meno fondi eppure non mollate, voi che conoscete il senso profondo della rete nel paese d’Europa che la usa peggio”.
Per oltre due anni Wired tiene abbastanza fede a quello che ha promesso, con alti e bassi, con strane iperboli come Internet for Peace Nobel 2010, ma non mancando mai di stupire, di focalizzare l’attenzione su iniziative e capacità degli italiani, fuori e dentro i confini nazionali.
Forse vende poco, ma compie una operazione a suo modo rivoluzionaria. Tutti quelli che (come noi) si coccupano di Information Technology, sentono finalmente la propria lingua utilizzata per spiegare le tecnologie e i loro impatti alle persone che si occupano di altri campi del sapere, senza mai eccedere in inutili tecnicismi e linguaggi da smanettoni informatici.
Ma ad ogni rivoluzione che si rispetti segue quasi sempre una restaurazione e la stessa cosa sembra essere accaduta in Wired Italia: nuovo direttore, Carlo Antonelli, e nuova linea, ben spiegata attraverso il primo editoriale e una successiva intervista ad affaritaliani.it.
Le dichiarazioni programmatiche e l’intervista ripropongono drammaticamente una lingua antica, polverosa, da uomo del marketing che potrebbe vendere qualunque cosa e lo farebbe con le stesse parole e con le stesse modalità. Nessuna originalità, nessuna fuga in avanti: “Il futuro è forse la cosa meno interessante che possiamo immaginare e comunque è un esercizio inutile”. Oppure: “Fin dalla nascita, Wired Italia ha fatto un eccellente lavoro di alfabetizzazione rispetto alla questione innovazione in Italia”, dunque l’esplorazione del presente e del futuro operata dal vecchio Wired viene considerata pura alfabetizzazione. Una visione certamente non contemporanea che fa il paio con “Ho voluto irrorare di vita il giornale, che poteva rischiare di diventare un bollettino per la comunità geek”. Parlare di alfabetizzazione e linguaggio geek di Wired pre restaurazione non fa altro che confermare l’enorme distanza di una certa generazione, e della stragrandissima maggioranza dei manager italiani, dalla tecnologia come fattore abilitante delle nostre capacità personali e sociali.
Riguardo ai progetti per il futuro il nuovo direttore si esprime così: “pensare non ad una rivista, ma ad un sistema che ruota attorno ad un marchio e ad una serie di valori. Wired è un brand, che è anche un organismo dotato di una personalità, di un tono di voce, di una forma di humour, di una capacità di relazione a tutto campo nei confronti del mondo esterno. Insomma, ha numerose propaggini che diventano a loro volta delle fonti di reddito”. Dunque niente sogni, illusioni e perdite di tempo, serve concretezza, qualcuno che pensi alle quote di mercato e Carlo Antonelli dice di se: “Mi considero un manager e quindi mi sto occupando del prodotto Wired”.
Nel numero di Agosto troviamo una lista di “innovatori” italiani: Maurizio Cattelan che “ha ridisegnato le regole del sistema dell’arte mondiale”, praticamente uno Steve Jobs dell’arte; Stefano Rodotà, esperto in “nuovi diritti del cittadino”, un giovincello classe 1933 con la mente elastica e piena di idee; Oscar Giannino, un economista esteta che, pur essendo ben ancorato alla politica, “ha la capacità di scombinare le classiche categorie italiane di destra e sinistra”; Alex Zanardi, ex pilota “perfettamente Wired”. Seguono poi gli articoli di: Piergiorgio Oddifreddi, noto più per le sue posizioni anticlericali che per i libri che scrive; Enrico Deaglio, che parla del bandito Giuliano, Ustica, Massoneria, P3 e P4, Andreotti, Mafia, anche questi tutti argomenti “perfettamente Wired”; Stefano Pistolini sul magistrato Woodcock, definito “Assange d’Italia”; Corrado Guzzanti che parla della sua trasmissione Aniene, adatta ad essere smembrata e riportata a pezzi su YouTube (finalmente si parla di tecnologia); Niccolò Ammaniti che parla di quello che gli pare e potrebbe scrivere le stesse cose su Vanity Fair; Marco Rossari che effettua una imperdibile analisi dell’altrettanto imperdibile “Scuote l’anima mia Eros” di Eugenio Scalfari, noto filosofo hacker classe 1924.
Il numero di Settembre è dedicato alla scuola e ritorna invece a dare spazio a personaggi e storie più “Wired”, come Back to School di Ken Robinson, Kahn Academy di Clive Tomphson, Veterans di Maurizio Navone. L’editoriale del direttore parte da un articolo di Ilvo Diamanti su Repubblica, rimangono i “soliti” Rodotà, Zanardi, Ammaniti, e compare qualche strano “infiltrato” come il racconto “La ragazza della seconda classe” di Edoardo Nesi. La rivista, come già quella di Agosto, “espelle” definitivamente l’allegato “Wired no Problem”, del quale non si capisce l’utilità, non si potevano mettere gli stessi contenuti dentro Wired?. In ogni caso l’allegato contiene un buon pezzo di Irene Tinagli, L’asilo del laureato felice. Imperdibile, nel numero di Settembre, il pezzo “Il re delle pippe” a cui si riferisce l’immagine in alto. Non ho fatto il confronto rispetto ai vecchi numeri della rivista, ma la mia impressione è che siano aumentate la pagine di pubblicità, 33 in questo numero.
Sintetizzando, mi viene da pensare che la nuova rivista presenti alcuni sostanziali cambiamenti. Dal punto di vista dei contenuti, Wired Italia Reloaded va verso il sociale, il reale, la politica, l’economia, il biologico, indugia molto meno sul tecnologico. Dal punto di vista del format strizza un occhio al mensile Focus, aumenta il numero di articoli di breve durata (e con grandi foto al centro) e mi pare diminuisca il livello di approfondimento. La linea editoriale diventa molto più generalista e, secondo me, abbandona la precedente neutralità politica a favore di argomenti ed esponenti cari alla sinistra progressista italiana, vedremo se incontrerà i gusti del pubblico. Il mio abbonamento a Wired scade nel 2013, se i prossimi numeri saranno come quelli di Agosto e Settembre mi viene da dire: aridatece Riccardo Luna!