I Censimenti e la nascita dell’Information Technology 2

I progettisti dello UNIVAC, due professori dell’Università di Pennsylvania di nome J. Presper Eckert e John Mauchly,   . . .   si resero conto che affinchè un calcolatore elettronico fosse in grado di memorizzare le istruzioni per l’uso nella propria memoria, lo si sarebbe dovuto programmare per eseguire molte funzioni. Non sarebbe stato semplicemente un calcolatore, limitato a svolgere procedure matematiche predefinite. Sarebbe diventata una tecnologia di uso generale, una macchina per tutti i mestieri, che le aziende avrebbero applicato non solo per lavori di contabilità di tutti i giorni, ma per innumerevoli compiti gestionali e di analisi. In una nota del 1948, Mauchly elencò quasi due dozzine di aziende, agenzie governative e università che pensavano di essere in grado di fare un buon uso dello UNIVAC. Come si è scoperto, il mercato provò che si trattava di un affare molto più grande di quanto ci si sarebbe aspettato.

Ad aprire la strada nell’adottare le nuove e potenti macchine fu, ancora una volta, lo U.S. Census Bureau. Il 31 marzo 1951, acquistò il primo UNIVAC e lo installò un anno dopo, nel suo quartier generale di Washington DC. Entro la fine del 1954, i computer di Eckert e Mauchly erano in funzione negli uffici di dieci società private, tra cui General Electric, US Steel, Du Pont, Metropolitan Life, Westinghouse, e Consolidated Edison, che derivava dalla Thomas Edison Edison Electric Illuminating Company. UNIVAC eseguiva tutti i lavori che prima erano realizzati con i tabulatori a schede perforate -fatturazione, gestione delle buste paga, contabilità- ma furono anche utilizzati per attività molto complesse quali le previsioni di vendita, le programmazioni di produzione, le gestioni degli inventari. In breve tempo, lo scetticismo sul ruolo dei computer nel mondo degli affari si trasformò in entusiasmo dilagante. “L’utopia della produzione automatica è di per sé plausibile” proclamò la Harvard Business Review nell’estate del 1954.

E questo, dopo il primo, era un ulteriore estratto dal capitolo 3, Digital Millwork, dell’imperdibile libro di Nicholas Carr, The Big Switch. La traduzione approssimativa è del sottoscritto, nella foto un modellino dello UNIVAC del 1951.

I Censimenti e la nascita dell’Information Technology

All’inizio del XX secolo le grandi compagnie avevano iniziato la riconversione delle loro macchine industriali funzionanti con la corrente elettrica fornita dalle centrali (anziché prodotta in proprio, ndt). Avevano anche iniziato ad installare una macchina elettrica di tipo molto differente, che processava informazioni anzichè materiali e veniva fatta funzionare da impiegati anziché dalla manodopera. La macchina era la tabulatrice a schede perforate, inventata nei primi anni dopo il 1880 dall’ing. Hermann Hollerit allo scopo di automatizzare il Censimento americano. Lavorava secondo un semplice principio: facendo dei fori in certe posizioni di una scheda cartacea, si potevano memorizzare informazioni. Una singola scheda censimento, ad esempio, poteva contenere tutti i dati di una famiglia. Un foro in un certo settore della scheda indicava che la famiglia aveva tre figli, mentre un foro in un altro settore indicava che la famiglia viveva in appartamento. Ponendo la scheda sopra una piastra carica elettricamente nella macchina di Hollerit e abbassando una griglia di sottili aghi metallici su di essa, in corrispondenza del foro la corrente fluiva fra l’ago e la piastra, chiudeva un circuito e faceva sì che l’informazione memorizzata nella scheda venisse registrata da un contatore. Era un sistema binario -poteva esserci un foro in una data posizione della scheda oppure no- che anticipava le operazioni binarie degli odierni computer. Il tabulatore a schede perforate fu venduto, si diffuse e avrebbe poi rappresentato un modello per tutta la storia moderna dei computer aziendali.

Lo U.S. Census Bureau utilizzò la macchina di Hollerith per il Censimento del 1890, con grande successo. Il conteggio procedette molto più rapidamente di quanto non fosse avvenuto nel 1880, anche se la popolazione del paese era cresciuta di circa un quarto nel frattempo. Il costo del Censimento fu ridotto di 5 milioni di dollari, un risparmio di quasi dieci volte superiore a quello che il Bureau aveva previsto. Dopo aver dimostrato il suo valore per accelerare i calcoli, il tabulatore attirò l’attenzione dei proprietari di aziende di grandi dimensioni come le ferrovie, le agenzie di assicurazioni, banche e produttori del mercato di massa e rivenditori. Poiché queste imprese avevano aumentato la loro attività in seguito alla rivoluzione industriale, lo avevano ritenuto necessario per raccogliere, memorizzare e analizzare quantità sempre maggiore di dati sui loro clienti, le loro finanze, i dipendenti, i loro inventari, e così via. L’elettrificazione permise alle società di crescere ancora, aumentando ulteriormente le informazioni da processare. Questo lavoro intellettuale diventò così importante, e spesso così arduo come il lavoro fisico di fabbricazione di prodotti e servizi di consegna. Il tabulatore di Hollerith permise alle grandi aziende di elaborare le informazioni molto più rapidamente, con meno personale e maggiore precisione di quanto fosse possibile in precedenza.

Vedendo il potenziale commerciale della sua invenzione, Hollerith fondò la Tabulating Machine Company per vendere le sue tabulatrici alle grandi imprese. L’azienda crebbe rapidamente, introducendo una serie di prodotti correlati come tabulatrici alfabetiche, ordinatori di schede, duplicatori di schede e stampanti e vendendo questi ad una clientela sempre più ampia. Nel 1911 la società di Hollerith si fuse con la Computer-Tabulating-Recording Company, una società ancora più grande di fornitura di macchine aziendali. Un giovane manager di talento di nome Thomas J. Watson fu assunto per gestire l’attività. Tredici anni più tardi, l’ambizioso Watson cambiò nome alla società utilizzando la più accattivante denominazione di International Business Machines Corporation. Altre società, come la Remington Rand e Burroughs negli Stati Uniti e Bull in Europa, si lanciarono nel fiorente mercato dei tabulatori, in concorrenza con l’IBM di Watson.

L’industria delle tecnologie dell’informazione era nata.

Questo che avete letto era un estratto dal capitolo 3, Digital Millwork, dell’imperdibile libro di Nicholas Carr, The Big Switch. La traduzione approssimativa è del sottoscritto, nella foto una scheda del Censimento americano del 1890.

Jango, non solo Internet radio

Capita spesso, mentre si lavora al PC, di aver bisogno di un po’ di musica, per fare una pausa, per cercare ispirazione, per rilassarsi… Jango può fare al caso vostro: basta semplicemente andare sul sito www.jango.com, digitare il nome di un artista che vi piace e ascoltare la musica di quell’artista e di altri simili che vi vengono proposti.

Se avete solo bisogno di un po’ di musica familiare in tempi rapidissimi, il vostro livello di interazione con Jango può fermarsi qui, ed il risultato è già notevole: buona musica, streaming di qualità accettabile, in stereofonia, nessuna registrazione di un vostro profilo sul sito.

Ma se siete degli appassionati dei Clash forse avrete voglia di ascoltare un canale musicale che trasmetta i Clash ed altra musica simile, che so i Ramones o Iggy Pop o i Velvet Underground. Bene, a questo punto non dovrete far altro che effettuare la registrazione sul sito, così potrete creare una stazione stabile, scegliere i vostri artisti preferiti ed ascoltare la loro musica ogni volta che ne avrete voglia.

Nello stesso modo potrete creare altre stazioni. Ciascuna stazione trasmetterà una combinazione di brani dei vostri artisti con una selezione di artisti raccomandati da Jango. Più artisti sceglierete voi, meno ascolterete i brani degli artisti raccomandati da Jango.

La radio consente inoltre numerose opzioni “social”, fra le quali: la condivisione del proprio profilo con altri user che ascoltano autori uguali ai vostri, la possibilità di creare un Jukebox (ovvero un widget che può essere inserito in blog o siti Internet per veicolare la vostra musica), la semplice condivisione di una stazione.

Ecco la mia stazione “Le donne odiavano il Jazz“, buon ascolto!

Concorso Apps to be wired

Si parla tanto, non sempre a proposito, di intelligenza collettiva… e come al solito un esempio parla più di mille parole.

Nokia Italia e Wired Italia hanno inventato una concorso piuttosto articolato e geniale: facciamoci dire dal popolo Internet, nostro cliente o meno, quali applicazioni e quali funzionalità vorrebbero avere a disposizione sul proprio smartphone. Hanno dunque previsto una roadmap di tre passi.

1) dal 2 Aprile al 28 Maggio è possibile inviare le proprie idee al sito http://www.nokiaideas.it, indicando brevemente il concept dell’idea, lo scopo e a quale categoria appartiene fra:

  • DailyLife
  • Kids
  • Sport & Fitness
  • Business
  • Social Responsability
  • School/University
  • Entertainment
  • Food & Health
  • Pets
  • Travel & Leisure

Ogni settimana, una giuria di esperti esaminerà e assegnerà un voto alle proposte inviate. Sulla base di tre parametri qualitativi – benefici per la collettività, originalità, innovazione – verrà stilata la classifica di gradimento delle migliori idee. Successivamente verranno selezionate le dieci migliori idee finaliste che riceveranno un premio di 1.000 euro nell’ambito dell’evento Frontier of Interaction 2010 e parteciperanno alla seconda fase del concorso

2) Il 3 e 4 Giugno, sempre nell’ambito di Frontier of Interaction 2010, presso l’Acquario di Roma, gli sviluppatori che vogliano cimentarsi nell’impresa avranno 24 ore di tempo per sviluppare e rendere funzionante un’applicazione basata su una delle dieci idee finaliste. Alla migliore applicazione, votata da una giuria di esperti, andrà un premio di 30.000 euro.

3) dal 4 Giugno al 30 Ottobre le applicazioni iscritte al concorso verranno distribuite gratuitamente da Nokia nel proprio negozio virtuale Ovi Store e la più scaricata riceverà il “premio della Rete” ed i suoi sviluppatori un premio di 20.000 euro.

L’idea è carina, utilizzabile in molti altri ambiti, anche  istituzionali, richiede un budget iniziale non troppo elevato  e la convinzione -quasi ideologica- che qualcun altro, anche al di fuori del contesto nel quale operiamo abitualmente, possa fornirci delle idee utili a migliorare il nostro lavoro.

 

Il futuro della statistica ufficiale: il ruolo dell’ICT

Istat – Indagine multiscopo – Cittadini e nuove tecnologie – Persone di 6 anni e più che hanno utilizzato Internet negli ultimi 3 mesi per attività svolta. Anni 2008 e 2009 (per 100 persone di 6 anni e più che hanno utilizzato Internet negli ultimi 3 mesi).

Venerdì 19 Marzo si è tenuto il Comitato Informatico dell’Istituto Nazionale di Statistica, del quale fanno parte i referenti informatici di tutte le strutture organizzative dell’Istat. Pur essendo il Comitato un organo consultivo interno ritengo che siano emersi numerosi ed interessantissimi spunti di riflessione, che vale la pena di condividere con una platea più ampia, anche a testimoniare lo sforzo che l’intero Istituto sta compiendo verso una Information & Communication Technology a supporto dei processi di produzione statistica e di messa a disposizione dei dati per la comunità nazionale ed internazionale.

Riassumo sinteticamente alcuni dei principali temi trattati.

È stata appena avviata una fase di forte investimento e rilancio delle Strutture Territoriali dell’Istat mirata anche a favorire una maggiore integrazione con le strutture del Sistema Statistico Nazionale e superare definitivamente la dicotomia centro-periferia. Su questa base andrà consolidato l’attuale modello organizzativo di informatica a rete presente in Istituto, immaginando di creare nel tempo una analoga rete di esperti informatici del Sistan.

L’ICT sarà di fondamentale importanza nel prossimo futuro, costituirà la base sulla quale si fonderà tutta l’attività dell’Istituto. Anche per questo motivo sono stati avviati degli incontri con i principali Presidenti delle grandi aziende che controllano le infrastrutture telematiche italiane; si prevede di organizzare con essi dei seminari in Istituto, al fine di confrontarsi e ragionare insieme sui futuri possibili.

Riguardo alla comunicazione istituzionale è in corso di attivazione una importante iniziativa, la creazione di una newsletter Istat tramite la quale apprendere via email le notizie che riguardano le iniziative e le attività dell’Istituto.

È in corso di completamento la prima fase del progetto I.Stat, il nuovo data warehouse di Istituto nel quale stanno convergendo i dati provenienti da tutti i settori di produzione statistica. Si tratta di un progetto molto complesso, al quale stanno lavorando oltre 60 persone, di fondamentale importanza per gli utenti esterni dell’Istat, che potranno disporre di un unico punto di accesso ai dati, con la possibilità di creare tavole tematiche ad hoc. I.Stat consentirà inoltre l’interrogazione machine-to-machine in maniera tale da fornire una sorgente dati in Internet, capace di alimentare nello stesso modo il sito Istat o altri sistemi di soggetti terzi che vogliano utilizzare i dati Istat nei propri siti Internet.

La prossima Conferenza Nazionale di Statistica si terrà a Roma il 15 e 16 Dicembre. Si sta quindi affrontando il tema della sua organizzazione e delle tematiche da approfondire: in tale ambito si è ribadita l’importanza dell’evento e la necessità di darle un nuovo impulso. Una idea forte, di fondo, è senz’altro quella di riportare la Conferenza ad essere una due giorni del Sistan, di tutta la statistica nazionale, magari anche attivando iniziative locali con i nodi territoriali del Sistan che hanno difficoltà ad essere presenti a Roma. In quella sede sarà importante il coinvolgimento di soggetti esterni al mondo della statistica, che però hanno sviluppato metodi, tecniche, strumenti informatici che possono essere impiegati nella statistica. Altrettanto importante sarà l’aprire la Conferenza al contesto internazionale, ad esempio mostrando iniziative nel campo ICT come l’utilizzo di PDA (Personal Digital Assistant) nell’ambito delle rilevazioni statistiche.

Sui temi da portare alla prossima Conferenza Nazionale di Statistica si è avviata in Istat una riflessione ampia e aperta ad iniziative innovative. Il nostro blog può essere un utile supporto per proporre nuove idee che abbiano un legame col settore ICT.

Pubblicare con Lulu: come stampare i vostri libri

Abbiamo già parlato di Lulu, un servizio che consente di pubblicare online oppure in maniera cartacea qualunque documento vogliate.

Ho fatto un piccolo esperimento: volevo acquistare il libro “The elements of statistical learning” di Hastie, Tibshirani, Friedman, sono andato su Amazon ed il libro costava intorno ai 70$, idem su Springer, poi cercando su Google ho scoperto che l’Università di Stanford metteva a disposizione, gratuitamente, l’ebook in formato .pdf del libro.

A questo punto mi è venuto in mente un possibile utilizzo di Lulu per scopi strettamente personali: mandare in stampa cartacea il file .pdf messo a disposizione da Stanford. Ecco cosa ho fatto.

Per prima cosa ho registrato una mia utenza su Lulu.com ed avviato un nuovo progetto “Libro a copertina morbida”; come potete vedere sono disponibili da subito varie opzioni, tra cui anche quella di richiesta del codice ISBN, la qual cosa mi farebbe diventare -a tutti gli effetti- editore del libro.

A seguire sono andato alle opzioni di stampa: tipo di carta, formato, tipo di rilegatura, colori della stampa. Per ragioni di budget ho scelto la carta “Professionale economico” e sono andato avanti.

Ho poi scaricato da Stanford il file .pdf del libro che volevo stampare, l’ho caricato in Lulu ed associato al progetto.

A questo punto mi si è aperto il wizard per la creazione della copertina, ho scelto un tema, un layout, sono andato all’anteprima, ho generato la copertina ed ottenuto quindi due file .pdf (libro + copertina) pronti per la stampa.

Infine mi è apparso un riquadro riassuntivo del progetto, ho salvato e concluso la procedura.

Sono tornato alla pagina principale dei miei progetti ed ho ordinato una copia cartacea del libro tramite il pulsante “aggiungi al carrello”. Il prezzo previsto è di 10,49 Euro, che è salito a 20,48 Euro comprese le spese di spedizione dagli Stati Uniti.

In totale mi sono arrivate tre email di conferma, la prima riguardava l’avvenuta pubblicazione, la seconda la ricezione dell’ordine, la terza l’avvenuta spedizione.

Dopo circa 20gg dall’ordine (che ho fatto però poco prima di Natale) il libro mi è stato recapitato a casa. Eccolo qui sotto.

Il risparmio netto a seguito dell’operazione è stato il seguente: (70$ valgono oggi 51,4 Euro) 51,4 Euro – 10,5 Euro = 40,9 Euro, ipotizzando che le spese di spedizione di Amazon o Springer equivalgano a quelle di Lulu.

Il servizio di stampa di Lulu funziona molto bene, scegliendo le opzioni di stampa a qualità inferiore i costi sono contenuti ed il prodotto finale è più che accettabile. Se avete idee, appunti, monografie, libri autoprodotti o di cui avete disponibile il file .pdf, stamparli con Lulu è facile ed economico e poi -diciamolo- un libro stampato è sempre un’altra cosa rispetto ad un ebook.

Posterous, una piattaforma di instant blogging

Supponiamo che abbiate delle comunicazioni o dei materiali da rendere disponibili su Internet in tempi rapidissimi e con minimo dispendio di energie.

Se non avete tempo o voglia di impelagarvi nella creazione e relativa gestione di un blog su piattaforme complesse, se avete un account qualunque di posta elettronica, se avete comunque la necessità di caratteristiche avanzate come la possibilità di configurare l’aspetto grafico, di far commentare i vostri post, di aggiornare con il post i vostri social network, di inoltrare via email la notizia ai vostri affezionati lettori, di allegare video e foto, posterous.com è ciò che fa per voi.

Posterous è, in sostanza, una piattaforma di instant blogging. Basta semplicemente mandare una email all’indirizzo post@posteur.com e il contenuto dell’email, senza ulteriori passaggi come registrazioni o login, viene immediatamente pubblicato su Internet ad un indirizzo di comodo del dominio posterous.com.

Come potete vedere dall’immagine, nel mio caso ho provato a mandare due email ed il risultato è stata la pubblicazione di due post all’indirizzo eric-if6rd.posterous.com.

Pur continuando a non effettuare alcuna registrazione presso il sito, la presenza del nuovo blog e dei relativi post viene notificata tramite una email di risposta da parte di posterous.com, che contiene svariati link tramite i quali è possibile visualizzare il blog, modificare o cancellare i post, scegliere un nome più amichevole in luogo di “eric-if6rd” e settare una password.

Supponendo di aver seguito il link “Click here to set a password for this site”, di aver impostato il nome del nuovo blog, vi verrà inviata una email per la conferma dei dati inseriti, rispondendo alla quale avrete completato la registrazione del vostro nuovo blog su Posterous.

A questo punto, dopo aver speso solo 5 minuti dall’inizio delle operazioni (post compresi), potrete configurare a piacimento la vostra piattaforma di instant blogging, aggiungendo ad esempio qualche servizio di re-posting su altri siti o applicazioni.

Come potete vedere non manca niente: twitter, wordpress, flickr, facebook, ecc.

Oppure potete modificare il tema ed i colori del sito, aggiungere dei “contributors” al vostro blog, o degli affezionati “subscribers” ai quali inoltrare via email i vostri post.

Posterous è una piattaforma molto avanzata, molto semplice da utilizzare anche se forse un po’ troppo spartana, ma consente un livello tale di interazione con altre applicazioni e servizi oggi presenti in Internet che piattaforme ben più blasonate si sognano oppure ottengono a prezzo di installazioni di appositi plugin.

Questo è il sito d’esempio che ho creato: http://ericstat.posterous.com

Dossier Treccani sulla statistica

Apprendo la notizia dalla mailing-list della Società Italiana di Statistica e segnalo che la Treccani ha reso disponibile on-line il dossier “La statistica a scuola”, a cura di Alessandra Angelucci e Alessandro Iannucci.

Il dossier è articolato in dieci sezioni:

Statistica: fra conoscenza e strategia
Breve storia del linguaggio della ricerca moderna

di Paola Monari
La statistica: le basi epistemologiche.
Competenze statistiche nella scuola italiana
di Maria Gabriella Ottaviani
Le competenze statistiche a scuola sulla base di indicatori nazionali e internazionali.
Matematica e Statistica: differenze, contatti e… connivenze!
di Giuseppe Anichini
Come la forza culturale della statistica può aiutare la matematica, e la forza di struttura della matematica può dare ‘protezione’ alla ricerca statistica.
Un’indagine statistica a scuola come momento di apprendimento
di Stefania Mignani
Per insegnare agli studenti che la statistica trasforma i numeri in conoscenza!
Le indagini nazionali e internazionali sulle competenze statistiche
di Roberto Ricci
L’insegnamento-apprendimento preuniversitario della statistica: una sfida ancora aperta.
Campionamento e attendibilità dei risultati di una indagine
di Maurizio Vichi
In moltissimi campi vengono utilizzati i sondaggi di opinione: ma quando possono essere considerati “attendibili”?
Statistiche e salute. Le capacità di lettura e controllo
di Annibale Biggeri e Dolores Catelan
Quando la statistica si mette al servizio della nostra salute.
L’analisi di un processo quotidiano: l’immigrazione in Italia degli anni recenti
di Carla degli Esposti
La statistica può aiutare ad abbattere i pregiudizi?
La statistica e l’economia (gli indicatori)
di Paolo Palazzi
Per tutti coloro che si incuriosiscono sentendo parlare di ‘Borsa Valori’.
L’inferenza probabilistica:
ruolo nelle scienze sperimentali e suggerimenti per il suo insegnamento

di Giulio D’Agostini
Il problema essenziale del metodo sperimentale, con esempi applicabili anche in classe.

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Gratis – Chris Anderson

“Free – The future of a radical price” è il nuovo libro di Chris Anderson, direttore di Wired USA e già autore del famosissimo “The Long Tail”. Il libro è edito in Italia da Rizzoli con il titolo “Gratis”, vale certamente la pena di acquistarlo (19,50 €).

È un libro ricco di spunti e come tale difficile da recensire, semplificando potremmo dire che tratta di economia, tecnologia, sociologia e psicologia comportamentale dei frequentatori di Internet. Riprende e approfondisce concetti chiave della tecnologia moderna, come il cloud computing, ed i modelli di business per Internet, come il “Freemium”.

Riporto di seguito la prima parte del capitolo 8. “La demonetizzazione – Google e la nascita di un modello economico per il Duemila”.

Ormai è diventata un’attrazione turistica: sorge al numeo 1600 di Amphitheatre Parkway, a Mountain View, California. È la roccaforte del Gratis: il Googleplex, il quartier generale dell’azienda più grande mai costruita su prodotti gratuiti. Fuori dal palazzo, ingegneri sorprendentemente atletici giocano a beach volley e vanno in mountain bike. Poi rientrano, si infilano la camicia ed escogitano nuovi modi per usare gli straordinari vantaggi di costo marginale dei loro enormi datacenter per esplorare nuovi settori ed espandere la portata del gigante della ricerca. Oggi Google offre quasi cento prodotti, dal software di elaborazione immagini a word processor e fogli di calcolo, e quasi tutti sono gratuiti. davvero gratuiti, non c’è trucco. Google ci riesce come dovrebbe riuscirci  ogni moderna azienda del digitale: offrendo molti prodotti per guadagnare su pochi di essi.

Google guadagna talmente tanto con la pubblicità su una manciata di prodotti chiave (sopratutto sui risultati di ricerca e sulle inserzioni pubblicate su siti di terze parti) che riesce a rendere gratuito tutto il resto. I nuovi servizi, anzi, nascono con domande da veri geek, come: «Sarebbe cool?», «La gente lo vuole?», «Sfrutta bene la nostra tecnologia?». Non si parte mai da un prosaico: «Ci farà guadagnare?».

Vi sembra folle? Lo sarebbe, forse, se provenisse dalla General Motors o dalla Generel Electric; ma per le aziende che operano nel regno del digitale puro, questo approccio può essere perfettamente sensato. Decidere di costituirsi un pubblico enorme prima di avere un modello di business non è sciocco come lo era all’epoca del dot-com, nei tardi anni Novanta, quando per ottenere lo stesso risultato serviva una vagonata di soldi dal venture capital e molti rack di server Sun. Oggi qualsiasi startup sul web ha un accesso condiviso allo stesso tipo di enormi server farm che usa Google, il che rende estremamente conveniente l’offerta di servizi online. Grazie alla disponibilità di servizi di hosting come l’EC2 di Amazon, che consentono alle aziende di avviare il lavoro senza alcuna infrastruttura fisica, è possibile fornire un servizio a milioni di utenti usando poco più di una carta di credito.

Di conseguenza, le aziende possono iniziare in piccolo e puntare in alto senza assumersi enormi rischi finanziari e senza sapere come guadagneranno. Paul Graham, fondatore di Y Combinator, una società di venture capital specializzata in piccole startup, dà un consiglio semplice agli aspiranti imprenditori: «Costruite qualcosa che la gente vuole». Graham finanzia aziende con cifre ridotte, anche nell’ordine dei cinquemila dollari, e le incoraggia ad usare strumenti open source e servizi di hosting, e a lavorare da casa.

Quasi tutti usano il gratis per mettere alla prova le idee, per scoprire se funzionano o suscitano l’interesse dei consumatori. Se sì, allora la domanda successiva è: quanto sarebbero disposti a pagare i clienti, o in quale altro modo ci si può guadagnare. Possono passare anni prima che arrivi quel giorno (e a volte non arriva mai), ma poiché i costi per lanciare il servizio sono così bassi, raramente è a rischio un capitale enorme.

Oggi esistono innumerevoli aziende web di questo tipo, grandi e piccole. Ma Google è di gran lunga la maggiore e, poiché ha tanto successo nel generare ricavi in una parte del suo business, il Gratis non è solo una tappa intermedia sulla strada di un modello di business: è al cuore della filosofia produttiva.

Per comprendere come Google sia diventato l’araldo del gratis, è utile ripercorrerne l’evoluzione: Possiamo riassumere la storia di Google in tre fasi:

1. (1999-2001) Inventa un motore di ricerca che migliori, anziché peggiorare, a mano a mano che il web cresce (a differenza di tutti i precedenti);

2. (2001-2003) Adotta un sistema self-service con cui gli inserzionisti possano creare annunci pubblicitari che corrispondano a certe parole chiave o contenuti, e poi fa in modo che possano contendersi le posizioni più in vista per quelle pubblicità;

3. (2003-oggi) Crea innumerevoli altri servizi e prodotti per estendere la sfera di attività di Google, fidelizzando i consumatori. Dove serve, estende la pubblicità a quegli altri prodotti, ma non a scapito della user experience.

Questo sistema ha funzionato benissimo. Oggi, a dieci anni dalla fondazione, Google è un’azienda da 20 milioni di dollari, che fa più profitti (oltre 4 milioni di dollari nel 2008) di tutte le compagnie aeree e le aziende automobilistiche americane messe insieme (d’accordo, di questi tempi non ci vuole molto!). Non solo ha introdotto un modello di business basato sul gratis, ma sta inventando un nuovo modo di fare informatica, spostando sempre più funzioni dai nostri desktop alla cloud (nuvola), ovvero ospitandole in data center remoti e facendoci accedere online attraverso i browser (e possibilmente attraverso il browser di Google, Chrome).

Questi data center sono l’incarnazione della tripletta della tecnologia: potenza di calcolo, banda e spazio su disco. Queste fabbriche di informazione, a mano a mano che Google ne costruisce altre in tutto il mondo, non diventano meno costose ma più potenti. I computer di ciascun nuovo data center sono più veloci dei precedenti e gli hard disk possono contenere più informazioni. Di conseguenza quei data center hanno bisogno di collegamenti migliori con il mondo esterno. Sommando tutta questa capienza possiamo capire perchè ogni data factory che Google costruisce può fare il doppio allo stesso prezzo di quella costruita un anno e mezzo prima.

Google continua a costruire questi data center al costo di centinaia di milioni di dollari, ma poiché il traffico gestito da ciascuno cresce ancora più rapidamente della spesa per le infrastrutture, a livello del singolo byte il costo sostenuto dall’azienda per rispondere alle vostre esigenze diminuisce ogni giorno.

Perchè Google adotta il Gratis «di default»? Perché è il modo migliore per raggiungere il mercato più vasto possibile. Schmidt la chiama «Strategia max» di Google, nel senso di tendenza alla massimizzazione; e prevede che diventerà tipica dei mercati dell’informazione. È molto semplice: «Prendi qualsiasi cosa tu stia facendo e massimizzane la distribuzione. Ovvero: poichè il costo marginale della distribuzione è zero, tanto vale che tu distribuisca i tuoi prodotti il più possibile».

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Business Intelligence con Good Data

Good Data è una piattaforma di business intelligence disponibile sul web.

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Good Data è in grado di memorizzare i dati online, permette di costruire e gestire un modello di dati multi-dimensionale utilizzando diverse fonti di dati, fornisce gli strumenti per analizzare i dati in un ambiente collaborativo, ed i mezzi per condividere i risultati con gli altri. Tutto ciò senza alcun software da installare, alcuna licenza per l’acquisto e alcuna necessità di supporto informatico.

Il sito di Good Data promette una “Agile BI”, ovvero gli analisti di dati possono sfruttare la potenza di una piattaforma di modellazione altamente flessibile, mentre gli utenti business hanno a disposizione degli strumenti di analisi e di reporting estremamente intuitivi. Questa combinazione consente ai team di analisti di creare e iterare rapidamente sulla proprie analisi.

Dal punto di vista delle tecnologie, Good Data utilizza lo stato dell’arte in materia, è costruita infatti utilizzando  AWS – Amazon Web Service, una delle più estese ed avanzate soluzioni di cloud computing esistenti al mondo. Ciò consente di ottenere diversi vantaggi:

  • Potenza elaborativa a basso prezzo. La parallelizzazione ottenuta dal cloud-computing consente di distribuire contemporaneamente su molte CPU le query ROLAP.
  • Elevata scalabilità. Le elaborazioni di business intelligence risentono spesso di imprevedibili ed elevati picchi di carico, il cloud-computing consente di rispondere in maniera elastica alla domanda, quando ciò accade.
  • Massivo numero di utenti. Good Data esegue una singola istanza della piattaforma di business intelligence per migliaia di utenti, consentendo di tenere molto bassi i costi marginali di mantenimento, servizio e aggiornamento per ciascun utente.
  • Orientamento al servizio. Dato che i nodi hardware sono allocati “in the cloud” e quindi sono transienti, nel senso che posso aggiungerne e toglierne quando ne ho bisogno, al fine di bilanciare il carico e massimizzare il throughput Good Data si basa su una serie di servizi stateless, orientati a garantire il servizio piuttosto che chi lo eroghi e dove.

Per effettuare qualche prova consiglio di registrarsi, effettuare il login, andare su “Switch Project” e scegliere “Create new”.

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A questo punto si possono utilizzare le freccette laterali finchè non viene mostrato “New Zealand Census project template”, poi si da un nome al progetto e, dopo aver premuto il tasto “Create”, alcuni dati del Censimento 2006 della Nuova Zelanda saranno disponibili per essere visualizzati, combinati, manipolati tramite Good Data

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Sarà inoltre possibile visualizzare o modificare i report predefiniti o crearne degli altri, nonchè esportarli in formato Excel, condividerli, “taggarli”.

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Insomma, Good Data è un’applicazione complessa, potente, ben progettata, che utilizza praticamente tutti i paradigmi 2.0: possibilità di upload e condivisione di dati ed esperienze, rich internet application, creazione di comunità, tagging, export degli output generati, possibilità di generare widget da incapsulare nelle proprie pagine Internet.

Il modello di business è il “Freemium”, piuttosto usuale per questo tipo di applicazioni: gratuito fino a 50 utenti, 10 progetti, 10 MB per upload e 100 MB max per progetto. Non sono riportati i costi a seguito del superamento dei limiti.

Io credo che la complessità intrinseca dell’argomento Business Intelligence, prima che dello strumento, renderà Good Data un servizio di nicchia o comunque non adatto alla maggioranza dei navigatori…
però è un gran bello strumento!