Il crescente controllo del Web

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Un aspetto assai legato alla crescente privatizzazione del Web è dovuto alla ossessione del controllo delle attività degli utenti da parte di corporation guidate da menti pur geniali come quelle di Page, Brinn (Google), Zuckerberg (Facebook), Cook (Apple) e Ballmer (Microsoft). In particolare, parliamo dello sviluppo di sistemi operativi specializzati e App per dispositivi mobili (smartphone e tablet).

I sistemi operativi per tali dispositivi nonchè le loro App, ormai diffusissime, rappresentano infatti un’altra forma di chiusura e controllo delle attività degli utenti. Per iniziare ad utilizzare un dispositivo Android o un iPad, ad esempio, è necessario dotarsi di una utenza Gmail o un Apple ID, mentre per scaricare e installare una App è necessario essere degli utenti registrati di un determinato marketplace (App Store, Android Market, ecc.). Di conseguenza, per ciascuna App, è possibile sapere chi l’ha scaricata, su quale dispositivo è installata, quante volte viene eseguita. Inoltre le App, oltre ad effetture localmente il compito per le quali sono state pensate (modalità client), interagiscono spesso col Web, in particolare con parti di Web espressamente progettate per la comunicazione machine-to-machine (modalità client/server) e non accessibili via browser o comunque accessibili in una maniera poco intelleggibile ad un utente medio.

Così facendo, informazioni che fino a pochi anni fa erano liberamente consultabili da tutti accedendo con un qualunque browser ad un sito Internet multi-purpose, sono oggi accessibili prioritarimente, talvolta esclusivamente, tramite App, con un controllo molto superiore delle attività degli utenti.

Anche in questo caso esiste un legame perverso tra dare e avere: da un lato le App sono accattivanti (ovvero molto curate negli aspetti grafici dell’interfaccia), specializzate (ovvero svolgono pochissimi compiti ma lo fanno molto bene) e facilmente individuabili sullo schermo del dispositivo, dall’altro tutte le nostre operazioni tramite App sono tracciate. C’è una bella differenza fra l’utilizzare uno stesso browser per compiere dieci operazioni diverse sul Web ed utilizzare dieci App specializzate ognuna in una operazione: nel secondo caso la società che ha sviluppato quel sistema operativo saprà che quel certo utente, proprietario di quel particolare dispositivo, comprato in quel determinato negozio, ha installato ed utilizza quelle determinate applicazioni con una determinata frequenza. Se a questo aggiungiamo il fatto che le App vengono spesso acquistate direttamente dal dispositivo e tramite carta di credito, univocamente attribuita ad un persona o società, la nostra “schedatura” sul Web, quando accediamo da dispositivi mobile, è completa.

Come superare tale situazione? Come già visto nel precedente post, solo tramite l’azione combinata di vari fattori:

  • una maggiore consapevolezza degli utenti ed una maggiore propensione verso la tutela della propria privacy potrebbe far sperare in un utilizzo di App limitato a quelle veramente importanti per il proprie attività e che non trasmettano alle società che le hanno sviluppate informazioni importanti come le statistiche di utilizzo, la posizione geografica dell’utente, la sua email, ecc.;
  • è auspicabile una presa di posizione forte da parte di entità nazionali (es. Authority della privacy) e sovranazionali (es. Commissione Europea) per la definizione di norme tecniche che riguardino una maggiore trasparenza rispetto alla quantità e qualità di informazioni che ciascuna App possa trasmettere a chi l’ha sviluppata o al proprietario del sistema operativo.

Il panorama attuale presenta, a mio avviso, una forte dicotomia: sono possibili drammatici peggioramenti se pensiamo a dispositivi e sistemi operativi esistenti, come pure notevoli evoluzioni positive se pensiamo a dispositivi e sistemi operativi che verranno:

  • siamo alla fase del Web mobile di massa in cui le App contribuiscono ad aumentare considerevolmente il numero di utenti attivi e in cui la semplicità ed efficacia d’uso delle App prevale sulla reale comprensione dei loro meccanismi di funzionamento; potremmo andare incontro ad una “App-izzazione” di tutto il Web, anche di quello fruito da dispositivi fissi;
  • esiste un ampio margine di miglioramento per quanto riguarda la commercializzazione di dispositivi hardware capaci di ospitare sistemi operativi, browser, software e App sviluppati in modalità open source, per affrancarsi dal dominio e dal controllo di Apple, Google, Microsoft e più.

Rispetto al post precedente non sono però particolarmente ottimista per il futuro: è vero che anche sul fronte mobile il Web è in continua evoluzione, tuttavia credo che -stante l’indiscutibile efficacia ed efficienza delle App-, senza un soggetto normatore terzo, sarà praticamente impossibile avere sufficienti garanzie sulla propria privacy e sarà difficile mantenere un Web libero e aperto.

La crescente privatizzazione del Web

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Qualche giorno fa daily.wired.it ha pubblicato il post Come sopravvivere alla privatizzazione della Rete, una “intervista” a Jacob Appelbaum e Dmytri Kleiner, noti sostenitori di un Web più aperto e non soggetto a controlli.

Secondo la loro analisi, il Web

Si fonda sulla sorveglianza e il controllo del comportamento degli utenti e i social network sono la massima rappresentazione di questo sistema.

Secondo i due speaker, Facebook, YouTube, Twitter e con loro tutta l’attuale fase di Internet avrebbero nella sorveglianza e nel controllo dei dati il loro core business e il loro successo su scala mondiale sarebbe la conferma del loro perfetto funzionamento.

l Web è andato incontro a un processo di progressiva privatizzazione che ne ha modificato nel profondo la struttura, la finalità e le ragioni di esistenza. Ai suoi albori la Rete era già un social media dove gli utenti potevano scambiarsi dati e informazioni su una base paritaria e neutra. Poi qualcosa è cambiato.

E quegli spazi di condivisione che un tempo erano liberi e a disposizione degli utenti, sono ora spazi privati, gestiti da aziende valutate milioni di dollari la cui esistenza si fonda sulla raccolta dei dati che i loro clienti, inconsciamente, regalano. E che possono essere utilizzati per scopi commerciali o politici.

Molte forme di sorveglianza digitale sono legali e socialmente accettate: la privatizzazione della Rete ha infatti consentito la nascita di monopoli privati e commerciali dove possibilità che il Web offriva senza interferenze, come la condivisione di file o informazioni, si sono trasformate in servizi offerti da company private che esercitano sui loro spazi un controllo serrato e incontestabile. “E noi siamo stati ben felici che questo avvenisse”, ha chiosato Appelbaum.

Partendo da questa base viene avanzata qualche ipotesi di ritorno alle origini, ad un anonimato più spinto, all’utilizzo estensivo di piattaforme peer-to-peer. Il livello di approfondimento dell’articolo di Wired non è tale da argomentare in maniera convincente queste ipotesi di superamento dell’attuale situazione, tuttavia l’analisi esposta dai due mi è parsa largamente condivisibile.

La conclusione dell’articolo:

“Internet era una piazza pubblica, ora è un centro commerciale sorvegliato”.

è invece una considerazione a mio avviso esagerata, proverò dunque a fare qualche ragionamento sulla crescente privatizzazione del Web a partire dagli argomenti proposti da Appelbaum e Kleiner, prendendo in considerazione alcuni servizi di condivisione, comunicazione, social networking in the cloud.

Innanzitutto si potrebbe provare a distinguere tra i fruitori dei social network ed i fruitori del Web. I primi sono senz’altro un sottoinsieme dei secondi, nel senso che non è detto che qualunque frequentatore del Web debba necessariamente essere attivo su un social network.

Per avere qualche idea degli utenti del Web in Italia possiamo rifarci ai dati pubblicati da Audiweb (è necessaria la registrazione) e relativi al mese di Marzo 2012: 39,4 mln su una popolazione di 54,6 mln, con circa 27,7 mln di utenti attivi nel mese. Per avere invece un’idea degli utenti dei social network in Italia possiamo rifarci alle analisi di Vincenzo Cosenza riportate sul suo Osservatorio Social Media.

Più che la quantificazione, mi sembra molto più interessante porsi qualche domanda di natura psicologica/sociologica/antropologica sui social network: cosa spinge milioni di persone ad accedere ad un sottoinsieme privato del Web per condividere le proprie idee, convinzioni, impressioni, stati d’animo, letture, amici, ecc.? Perchè non comunicano le stesse informazioni direttamente sul Web, ad esempio tramite un proprio blog, ma sono disposte a farlo su un suo sottoinsieme gestito da una multinazionale?

Credo che una naturale propensione alla socialità del genere umano si sia incontrata con un buon marketing e ciò abbia prodotto, in milioni di persone (generalmente dotate di conoscenze minime, dal punto di vista tecnologico), la convinzione che la richiesta di user e password consentisse loro di accedere ad un’area personale ed intima, dove la condivisione fosse riservata ad un ristretto gruppo di amici. E qui l’inganno è sottile: è vero che l’area è personale e intima (per quanto possa lasciare perplessi il definire intimo l’avere decine e decine di “amici” Facebook) ma è comunque sotto il controllo di una entità privata, costituita da sconosciuti, che dichiara esplicitamente di voler utilizzare per fini commerciali tutte le informazioni che gli vengono fornite, sia pure anonimizzate e trattate statisticamente. E ciò vale per i social network ma vale anche per Gmail e simili.

Diciamo che è un accordo che presenta dei vantaggi per entrambe le parti: ambiente protetto, spazio di memorizzazione, servizi di ottimo livello e -sopratutto- gratuità, contro cessione di informazioni personali ai fini di analisi statistico-economiche dalle quali il fornitore dei servizi ricaverà un utile. Non bisognerebbe però dimenticare che i termini di fornitura dei servizi gratuiti sono molto penalizzanti per i fruitori degli stessi e che la possibilità di usufruirne (e dunque di essere presenti sul Web) è quasi completamente in mano ai fornitori, come dimostra la spiacevole esperienza di webeconoscenza.net di Gianluigi Cogo raccontata da Ernesto Belisario.

Ragionando in questi termini forse è più evidente il legame perverso fra il miglioramento dei servizi offerti dalle grandi società di Internet (Facebook, Google, ecc.) e la “naturale” tendenza alla privatizzazione del Web: più sofisticati ed utili sono i servizi offerti dai network privati, maggiori sono gli utenti che utilizzano i social network e dunque maggiori sono le informazioni tramite le quali generare profitti. Ovviamente non è solo una questione di ottenere nuovi utenti ma anche di fidelizzare quelli esistenti, dunque esiste una tendenza evolutiva ad offrire sempre maggiori servizi: se l’utente trova facilmente all’interno del social network anche altre informazioni di cui ha bisogno, es. motori di ricerca, pagine dell’azienda da cui è solito acquistare libri, collezioni di fotografie, musica, libri, possibilità di videochiamare le persone con le quali interagisce abitualmente, la sua necessità di navigare al di fuori degli spazi protetti del social network si riduce notevolmente.

Alcuni ulteriori -pericolosi- passaggi “logici”, nella logica perversa di cui si è detto, potrebbero essere i seguenti:
  • che non essere presenti sui social network, in particolare su Facebook, diventi sinonimo di poca visibilità, di poca raggiungibilità, di scarso interesse all’interazione con i propri clienti o utenti;
  • che non solo i servizi ma gran parte del Web venga “ri-mappato” dentro i social network e questa venga fatta passare come una normale tendenza evolutiva del Web;
  • che i navigatori meno accorti privilegino la sola presenza sui social network, magari con pagine private e dunque raggiungibili solo da altri utenti di quel social network, anziché da tutto il Web.

Queste sono tendenze già in atto, largamente reversibili a mio avviso, ma comunque da non sottovalutare in quanto indotte dal marketing e finalizzate unicamente al profitto di pochissime multinazionali IT che lavorano su scala mondiale e che investono milioni di dollari per mantenere la propria posizione dominante.

Come superare tale situazione? Escludendo gli integralismi di Richard Stallman (che pure vi invito a leggere) o forme di neo luddismo, io credo che l’obiettivo sia raggiungibile solo tramite l’azione combinata di vari fattori, me ne vengono in mente alcuni:

  • le riflessioni sulle parti meno note delle tendenze in atto nel Web iniziano a farsi largo nella società e una maggiore consapevolezza degli utenti potrebbe far sperare in una loro progressiva diminuzione di attività nell’ambito di piattaforme chiuse;
  • è immaginabile che l’evoluzione, da parte degli utenti del Web, del livello di comprensione di alcune logiche di funzionamento dei sistemi informatici e di alcune logiche macro e microeconomiche delle multinazionali IT, li indirizzi verso il pagamento di servizi personalizzati sulle proprie necessità e che garantiscano la propria privacy e la propria presenza sul Web, piuttosto che sulla fruizione gratuita di servizi invasivi;
  • è auspicabile una presa di posizione forte da parte di entità nazionali (es. Authority della privacy) e sovranazionali (es. Commissione Europea) per la definizione di norme chiare sulla possibilità di generare profitti utilizzando i dati personali degli utenti;
  • sarebbe doveroso un impegno delle istituzioni per introdurre nei programmi scolastici lo studio dei principali paradigmi di funzionamento del Web, di Internet e dei sistemi informatici in genere, in maniera tale da formare persone capaci di decidere con cognizione di causa a quali servizi aderire e a quali no.

Insomma, il panorama attuale non è confortante ma, a mio avviso, nemmeno drammatico. Siamo alla fase del Web di massa, in cui i social network contribuiscono ad aumentare considerevolmente il numero di utenti attivi e in cui l’azione (condividere, taggare, twittare, postare, ecc.) prevale sulla riflessione; probabilmente, come in ogni fenomeno di massa, esaurita la forte spinta iniziale, si arriverà ad un uso più misurato e consapevole del Web. Il Web è in continua evoluzione, nuovi soggetti, nuovi utenti, nuove idee saranno sempre in grado di scalzare le vecchie, è solo una questione di tempo. I social network non sono destinati a scomparire nel breve periodo, ma certo è necessaria una azione mirata a favorire un loro utilizzo consapevole, ragionato e limitato alle effettive necessità.

Nuovi software e servizi, nuove modalità di creare e ricevere informazioni, nuove banche dati, nuove modalità di interazione sociale e civile, tutto ciò che può far evolvere e innovare l’attuale situazione, necessita di cittadini informati e di un Web libero e aperto.

A come Andromeda

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La Rai mette a disposizione su http://www.rai.tv molto del suo inestimabile patrimonio audiovisivo, disponibile da vedere in streaming o da scaricare in formato mp3.

Per gli appassionati di fantascienza risulta assolutamente imperdibile “A come Andromeda“, “uno sceneggiato televisivo in cinque puntate trasmesso dalla RAI nel 1972 diretto da Vittorio Cottafavi e basato sull’omonimo romanzo fantascientifico scritto da Fred Hoyle in collaborazione con John Elliot, adattato per la televisione dallo scrittore italiano di fantascienza Inisero Cremaschi (che interpreta anche un piccolo ruolo nello sceneggiato). Il cast include alcuni nomi celebri del teatro e del cinema italiano dell’epoca, come Luigi Vannucchi, Paola Pitagora, Tino Carraro, Mario Piave, Enzo Tarascio, Franco Volpi e Giampiero Albertini” (Wikipedia).

Non svelerò la trama, comunque la storia è senz’altro gradevole e, a partire da un messaggio ricevuto dallo spazio profondo, presenta una serie di temi che verranno riproposti negli anni seguenti dal grande cinema di fantascienza.

Lo sceneggiato presenta diverse curiosità (sempre da Wikipedia):
- Il colosso privato interessato al computer alieno si chiama Intel.
- Il radiotelescopio è una delle antenne del Centro “Piero Fanti” della Telespazio nel Fucino.
- Gli esterni dello sceneggiato, in gran parte, sono stati girati in Sardegna, in una incontaminata Gallura e a Capo Caccia, vicino ad Alghero.
- Le apparecchiature elettroniche ed informatiche usate in scena furono fornite dall’industria Honeywell, quelle chimiche e bio medicali dalla Carlo Erba.

Buona visione.

Musica classica su Internet, DG Radio, DECCA Radio

DG       decca

Se avete un impianto audio in grado di gestire la musica liquida la vostra esperienza d’ascolto sarà notevolmente più coinvolgente, tuttavia anche con una semplice scheda audio per PC ed una buona connessione ad Internet potrete abbandonarvi al piacere dell’ascolto della DG Radio.

Per gli amanti della musica classica e per quelli che lo diventeranno ascoltandola, DG Radio è la nuovissima Internet Radio della Deutsche Grammophon (click sull’immagine per connettersi).

DG Radio trasmette via Internet su due canali: un primo streaming dedicato all’intera e gloriosa collezione classica della Deutsche Grammophon e un secondo streaming dedicato ad un compositore o ad un esecutore (es. H. Grimaud al piano) scelto dalla casa discografica.

Il sito della Deutsche Grammophon consente inoltre di acquistare (quasi) tutti gli album (in alcuni casi singoli brani) che si stanno ascoltando, in diversi formati: Audio CD che verrà recapitato a casa via posta, file FLAC Lossless da scaricare, file MP3 con bitrate di 320 kbit/sec pure da scaricare.

Per ogni album sono disponibili una decina di secondi di ascolto di  ogni brano, le recensioni, nonchè tutti i dati relativi alla registrazione.

Come risulta dal sito Internet della Decca, le stesse funzionalità descritte per la radio della DG sono disponibili anche per la Decca Radio (click sull’immagine per connettersi), altra etichetta famosa per le registrazioni di musica classica.

In sostanza le due radio condividono la stessa piattaforma tecnologica e consentono le ricerche una nel catalogo dell’altra. Lo sforzo comune è stato notevole e le due etichette da un lato permettono un ascolto continuo e senza pubblicità dei migliori cataloghi al mondo di musica classica, dall’altro si sono aperte completamente al mercato della musica liquida via Internet.

(un ringraziamento per gli spunti sulla musica liquida ed i link all’ottimo blog Musica & Memoria)

Open Data ed Istat: un legame già solido

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Secondo Wikipedia IT «I dati aperti, comunemente chiamati con il termine inglese open data anche nel contesto italiano, sono alcune tipologie di dati liberamente accessibili a tutti, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione… …con la locuzione “open data” si identifica una nuova accezione piuttosto recente e maggiormente legata a Internet come canale principale di diffusione dei dati stessi». Wikipedia EN aggiunge che la tematica ha raggiunto un certo livello di popolarità “especially, with the launch of open-data government initiatives such as Data.gov“.

Le istituzioni pubbliche producono e possiedono una enorme quantità di dati che appartengono alla collettività. Parlare di Open Data con riferimento ai dati della PA significa, quindi, rendere i dati e le informazioni disponibili e accessibili direttamente online, da parte di cittadini ed imprese sia per elaborazioni che per creare applicazioni di pubblica utilità.

L’obiettivo è evidente: rendere più trasparente l’azione pubblica, favorendone il controllo sociale, supportare la partecipazione attiva dei cittadini, la collaborazione tra pubblico e privato. Inoltre, la disponibilità di dati, nell’era dell’economia della conoscenza, significa dare spazio all’innovazione ed alla creatività, chiavi strategiche per supportare lo sviluppo economico avanzato.

In Italia sono state avviate, a livello governativo, delle iniziative come dati.gov.it, che tuttavia non hanno raggiunto i livelli di complessità e ampiezza di dati messi a disposizione ad esempio dalle iniziative americana e del regno unito.

L’Istituto Nazionale di Statistica ha fin da subito percepito l’importanza di essere presente in modo attivo nel dibattito che si è sviluppato attorno agli Open Data, attivando I.Stat, il data warehouse della statistica ufficiale e creando un dialogo fra il mondo delle istituzioni, il mondo scientifico-accademico, la società civile e le diverse community tematiche su Internet.

Già dal 2010 l’Istat è intervenuto in modo ufficiale a diversi eventi che avviavano la riflessione sul tema degli Open Data. Di particolare rilevanza alcune iniziative della X Conferenza Nazionale di Statistica, ad es. l’Agorà La Statistica ufficiale incontra il movimento Open Data, le due sessioni dello StatCamp (Data Gov e condivisione dei dati; Statistica, Information Technology e innovazione), che hanno affrontato temi legati al data sharing, data visualization, open data e datagov. L’Istituto è stato anche presente ad eventi esterni come il convegno Fammi Sapere e il Digital Experience Festival 2011, inoltre ha organizzato, insieme a questo Blog, il BarCamp Sharing Data and Statistical Knowlwdge, in occasione della Prima Giornata Mondiale della Statistica.

Nel 2011, sono stati diversi gli eventi di particolare interesse a cui l’Istat ha partecipato:  Open Data: dalle parole ai fatti,  durante  il ForumPA 2011, in cui è stata annunciata l’iniziativa AppsForItaly, ossia la competizione italiana che prevede la creazione di applicazioni basate su Open Data e di cui l’Istat è stato uno dei primi sostenitori (l’iniziativa si concluderà con la premiazione dei vincitori al prossimo ForumPA 2012). Il convegno internazionale La Politica della Trasparenza e dei Dati Aperti, organizzato da Radio Radicale insieme alle maggiori associazioni italiane che si occupano di trasparenza e dati aperti. Il Workshop Istat Open Official Statistical Data, nel corso della Prima Giornata Italiana della Statistica, dove si sono ritrovati rappresentanti del mondo delle istituzioni, della Commissione Europea, del Ministero della Pubblica Amministrazione, insieme a movimenti, associazioni, fondazioni ed enti locali, a parlare di dati aperti, open government, statistica ufficiale e cultura del dato. L’Internet Governance Forum 2011, infine, ha consolidato la presenza ufficiale dell’Istat all’interno del dibattito culturale italiano sugli Open Data.

Il 2012 si presenta come un anno particolarmente significativo per il consolidamento del legame tra Istat ed Open Data. Nel prossimo mese di Maggio si terrà una iniziativa di assoluta rilevanza: la prima Data Journalism School italiana realizzata da una istituzione. L’Istat ha organizzato l’evento in collaborazione con la Fondazione <Ahref di Trento, curando in prima persona, attraverso la Scuola superiore di statistica e di analisi sociali ed economiche, sia la parte più specificatamente statistica del corso che quella relativa agli Open Data e agli aspetti legali dei dati aperti.

Parlare di Open Data e di Istat non significa però solo aderire ad una “filosofia” portando l’esperienza e la cultura di chi produce dati per mandato istituzionale, ma confrontarsi con altri attori istituzionali centrali e locali, attivare scambi di opinioni e di know-how con le diverse comunità scientifiche e accademiche, interagire a livello internazionale con gli altri produttori di statistiche ufficiali per arrivare a modalità di interscambio e diffusione dati condivise, essere riconosciuti come attori credibili dalla varie community Internet (es. Spaghetti Open Data, Open Knowledge Foundation Italia) che si occupano di aspetti che vanno dalle licenze d’uso dei dati alla loro rintracciabilità e alle modalità tecnologiche con cui vengono resi disponibili sulla Rete. Significa, in altri termini, essere capaci di proporre una visione di sistema nella quale i differenti stakeholder possano riconoscersi.

Il passaggio è significativo perchè richiede l’utilizzo di soluzioni di governance che siano in grado di mettere insieme competenze ed esigenze diverse: strategiche, tecnologiche, giuridiche, di produzione, diffusione, comunicazione, nonchè una capacità di gestire relazioni con tutti gli altri interlocutori con cui “fare Rete”.

E’ questa la grande sfida che l’Istat ha di fronte a se per i prossimi anni sul tema degli Open Data.

Musica liquida for dummies

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Fra i lettori di un blog a cavallo fra Statistica e IT credo sia abituale passare molte ore di fronte ad un computer. Immagino che molti abbiano piacere di ascoltare della buona musica mentre lavorano e che questo avvenga prevalentemente “suonando” dei file MP3 e collegando delle cuffie o degli altoparlanti da scrivania al PC. Visto che in questi casi la musica è solo il sottofondo al nostro lavoro possiamo accontentarci ma, diciamolo, la qualità audio è veramente bassa.

Qualche tempo fa mi sono chiesto come migliorare la qualità del mio ascolto senza lanciarmi nel costosissimo mondo degli audiofili e ho provato a cercare un po’ di informazioni in rete, scoprendo -come ovvio- che migliaia di persone prima di me avevano avuto la stessa esigenza, che centinaia di informatici e tecnici avevano cercato una risposta e che decine di aziende vendevano appositi prodotti. Un fenomeno noto come “liquid music”, musica liquida.

Il tutto è ben canonizzato:

  1. il punto di partenza è una collezione di file audio digitali su un computer
  2. questi file devono poter essere gestiti, letti e “suonati” da un programma, anch’esso sul computer
  3. il flusso audio generato, che è digitale, deve “uscire” dal computer…
  4. deve essere trasformato in formato analogico da un apposito convertitore (DAC)…
  5. deve essere amplificato (gli amplificatori pilotano i diffusori tramite un segnale analogico, ecco il perchè del DAC)…
  6. e finalmente può essere ascoltato tramite le cuffie o i diffusori

Come detto, qualunque scheda audio di un PC è in grado di fare tutto ciò, cerchiamo però di capire come  ottenere un risultato drammaticamente superiore senza spendere cifre troppo elevate.

I file audio digitali (sui quali si dovrebbe fare un deciso approfondimento, ma non è lo scopo di questo post), semplificando, possono essere di tre tipi: con perdita di informazione rispetto alla registrazione originale (es. MP3), senza perdita di informazione (“lossless”, es. FLAC, M4A), contenuti negli AudioCD. E’ buona norma “rippare” gli AudioCD trasformando le tracce audio in essi contenute in file lossless (anche qui non entro nel merito vista la complessità dell’argomento), in maniera tale da non perdere in qualità audio, non avendo al contempo parti meccaniche in movimento durante la riproduzione (hard disk a parte, si intende).

I programmi per gestire, leggere e “suonare” sono molto diffusi e vanno da iTunes per Mac, a Foobar per Win, a VLC sia per Linux che per Win. Tutti questi programmi consentono anche di “rippare” gli AudioCD. In ogni caso sono in grado di generare un flusso audio in uscita dal PC.

Il punto fondamentale è intercettare tale flusso audio e amplificarlo fuori dal PC. Il primo stadio, come detto, è il DAC, il convertitore digitale-analogico. La modalità più diffusa e meno costosa è quella di collegare il DAC alla porta USB del computer, in quanto, in generale, il sistema operativo del computer riconosce il DAC analogamente alle schede audio standard, senza necessità di installare appositi driver. Nella figura più sotto è mostrato come fare, in Windows, ad indirizzare il flusso audio sulle porte USB anzichè sulla scheda audio interna.

Una volta che il flusso audio, ancora digitale, è uscito dal PC deve essere interpretato e convertito dal DAC. Esistono moltissimi tipi di DAC, giusto per avere un’idea si va dai circa 100 euro dei modelli base alle migliaia di euro di quelli professionali. Il DAC in genere fornisce due uscite, una per le cuffie ed una per il segnale da passare all’amplificatore.

dacA questo punto il flusso audio è diventato analogico e può essere trattato da un comune amplificatore stereo collegandolo ad esempio all’entrata AUX. Volendo acquistare anche l’amplificatore si entrerebbe in un vastissimo mondo, segnalo solo che, a partire da circa 200 euro di costo, si è affermata una nuova tipologia di amplificatori integrati (D-class, T-class) dotati di un unico ingresso (l’uscita del DAC, appunto), un pulsante di accensione/spegnimento, un’unica manopola per il volume, l’uscita per una coppia di diffusori.

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Le potenze erogate non sono elevate (circa 15+15 Watt su 8 Ohm) ma la qualità è assoluta e questi sono perfettamente in grado di pilotare dei diffusori c.d. da libreria (anche in questo casi si trovano dei buoni modelli hi-fi entro i 150 euro).

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In alternativa si può puntare su un amplificatore hi-fi con DAC integrato. Ne esistono pochissimi e, entro i 250 euro, allo stato attuale credo esista solo l’Aeron A2 II, un amplificatore hi-fi entry level di concezione italiana, con caratteristiche costruttive e audio assolutamente analoghe a quelle dei molto più blasonati Onkyo/Denon (che però non hanno il DAC):

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Avendo già amplificatore e diffusori sarebbe bene ovviamente investire qualche soldo in più nel DAC e in un hard disk da dedicare esclusivamente ai file audio digitali.

Anche il mondo della musica liquida sta evolvendo per soddisfare le esigenze dei più sfrenati audiofili, con computer unicamente dedicati alla riproduzione, hard disk a stato solido per evitare qualunque meccanica in movimento, cavi di trasmissione del segnale dedicati, morsetteria placcata in oro e via dicendo. Le cifre salgono, spesso non proporzionalmente alla qualità percepibile dai normali fruitori di musica.

Per un orecchio “normale”, con una spesa di 500 euro, si può acquistare un completo set di riproduzione di musica liquida, costituito da DAC, amplificatore e diffusori. Se invece la sezione amplificazione/diffusione esiste già, con 150 euro si può acquistare il solo DAC.  Ci sono poi da mettere in conto altri 20-30 euro di cavi di collegamento vari.

Buon ascolto.

SkyDrive di Natale

Siete dei patiti dei prodotti Microsoft? Avete bisogno dei principali strumenti di office automation sempre disponibili su qualunque pc connesso in rete? Necessitate di un notevole spazio di archiviazione per i vostri file?

SkyDrive è quello che fa per voi: è stato sviluppato da Microsoft, vi mette a disposizione Word, Excel, Power Point e One Note semplificati ma completamente online, vi offre 25 GB di spazio di archiviazione in the cloud.

Dovete solo registrare un account su Microsoft Live ed avrete a disposizione tutto ciò. Oltre a questo, se avete il s.o. Vista o Seven potete anche usufruire di Live Mesh, che vi assicura la sincronizzazione di 5 GB di file fra il vostro pc e la cloud, se invece avete il s.o. XP potete scaricarvi ed installare SD Explorer, che non effettua la sincronizzazione ma consente di mappare lo spazio su SkyDrive come una estensione del vostro filesystem. Se invece avete un tablet iPad o Android, alcune App come ad esempio SMEStorage (4,99$ per iPad e3,99$ per Android) consentono di usufruire dello spazio di SkyDrive (nonchè di altre cloud).

Per quello che ho potuto notare io, mentre l’utilizzo online tramite browser di SkyDrive è buono, non altrettanto di può dire della versione free di SDExplorer, che consente solo operazioni elementari di copia-incolla di file e, nel copiare un file da locale alla cloud, se quel file è già presente in SkyDrive, NON avvisa che lo si sta sovrascrivendo.

Dal punto di vista delle funzionalità offerte i prodotti Office di SkyDrive sono anch’essi molto elementari, immagino sia una scelta di mercato tendente a far acquistate una copia di Office da installare localmente che sia però fortemente interconnessa con la cloud di SkyDrive. Se mettiamo a confronto le funzionalità di SkyDrive con quelle di Google Docs, SkyDrive non regge proprio, però l’Office online è sempre comodo per qualunque evenienza e lo spazio di 25 GB è reale e disponibile da subito.

Insomma un regalino di Natale che tutto sommato non costa nulla possiamo anche concedercelo.

Wired Italia Reloaded

Wired Italia nasce nel 2009 e va a coprire un vero e proprio buco nell’offerta giornalistica italiana, rivolgendosi a tutte quelle persone, native digitali o meno, che hanno Internet come base della propria vita lavorativa, relazionale, affettiva.

Il primo editoriale del suo direttore, Riccardo Luna, è chiaro e coinvolgente: Wired è un giornale che nasce per le persone come “voi che vi entusiasmate per un progetto che ci migliora la vita, voi che credete nel valore della comunicazione e della condivisione delle idee, voi che scegliete di lavorare assieme per un grande obiettivo, voi che fate ricerca scientifica ogni anno con meno fondi eppure non mollate, voi che conoscete il senso profondo della rete nel paese d’Europa che la usa peggio”.

Per oltre due anni Wired tiene abbastanza fede a quello che ha promesso, con alti e bassi, con strane iperboli come Internet for Peace Nobel 2010, ma non mancando mai di stupire, di focalizzare l’attenzione su iniziative e capacità degli italiani, fuori e dentro i confini nazionali.

Forse vende poco, ma compie una operazione a suo modo rivoluzionaria. Tutti quelli che (come noi) si coccupano di Information Technology, sentono finalmente la propria lingua utilizzata per spiegare le tecnologie e i loro impatti alle persone che si occupano di altri campi del sapere, senza mai eccedere in inutili tecnicismi e linguaggi da smanettoni informatici.

Ma ad ogni rivoluzione che si rispetti segue quasi sempre una restaurazione e la stessa cosa sembra essere accaduta in Wired Italia: nuovo direttore, Carlo Antonelli, e nuova linea, ben spiegata attraverso il primo editoriale e una successiva intervista ad affaritaliani.it.

Le dichiarazioni programmatiche e l’intervista ripropongono drammaticamente una lingua antica, polverosa, da uomo del marketing che potrebbe vendere qualunque cosa e lo farebbe con le stesse parole e con le stesse modalità. Nessuna originalità, nessuna fuga in avanti: “Il futuro è forse la cosa meno interessante che possiamo immaginare e comunque è un esercizio inutile”. Oppure: “Fin dalla nascita, Wired Italia ha fatto un eccellente lavoro di alfabetizzazione rispetto alla questione innovazione in Italia”, dunque l’esplorazione del presente e del futuro operata dal vecchio Wired viene considerata pura alfabetizzazione. Una visione certamente non contemporanea che fa il paio con “Ho voluto irrorare di vita il giornale, che poteva rischiare di diventare un bollettino per la comunità geek”. Parlare di alfabetizzazione e linguaggio geek di Wired pre restaurazione non fa altro che confermare l’enorme distanza di una certa generazione, e della stragrandissima maggioranza dei manager italiani, dalla tecnologia come fattore abilitante delle nostre capacità personali e sociali.

Riguardo ai progetti per il futuro il nuovo direttore si esprime così: “pensare non ad una rivista, ma ad un sistema che ruota attorno ad un marchio e ad una serie di valori. Wired è un brand, che è anche un organismo dotato di una personalità, di un tono di voce, di una forma di humour, di una capacità di relazione a tutto campo nei confronti del mondo esterno. Insomma, ha numerose propaggini che diventano a loro volta delle fonti di reddito”. Dunque niente sogni, illusioni e perdite di tempo, serve concretezza, qualcuno che pensi alle quote di mercato e Carlo Antonelli dice di se: “Mi considero un manager e quindi mi sto occupando del prodotto Wired”.

Nel numero di Agosto troviamo una lista di “innovatori” italiani: Maurizio Cattelan che “ha ridisegnato le regole del sistema dell’arte mondiale”, praticamente uno Steve Jobs dell’arte; Stefano Rodotà, esperto in “nuovi diritti del cittadino”, un giovincello classe 1933 con la mente elastica e piena di idee; Oscar Giannino, un economista esteta che, pur essendo ben ancorato alla politica, “ha la capacità di scombinare le classiche categorie italiane di destra e sinistra”; Alex Zanardi, ex pilota “perfettamente Wired”. Seguono poi gli articoli di: Piergiorgio Oddifreddi, noto più per le sue posizioni anticlericali che per i libri che scrive; Enrico Deaglio, che parla del bandito Giuliano, Ustica, Massoneria, P3 e P4, Andreotti, Mafia, anche questi tutti argomenti “perfettamente Wired”; Stefano Pistolini sul magistrato Woodcock, definito “Assange d’Italia”; Corrado Guzzanti che parla della sua trasmissione Aniene, adatta ad essere smembrata e riportata a pezzi su YouTube (finalmente si parla di tecnologia); Niccolò Ammaniti che parla di quello che gli pare e potrebbe scrivere le stesse cose su Vanity Fair; Marco Rossari che effettua una imperdibile analisi dell’altrettanto imperdibile “Scuote l’anima mia Eros” di Eugenio Scalfari, noto filosofo hacker classe 1924.

Il numero di Settembre è dedicato alla scuola e ritorna invece a dare spazio a personaggi e storie più “Wired”, come Back to School di Ken Robinson, Kahn Academy di Clive Tomphson, Veterans di Maurizio Navone. L’editoriale del direttore parte da un articolo di Ilvo Diamanti su Repubblica, rimangono i “soliti” Rodotà, Zanardi, Ammaniti, e compare qualche strano “infiltrato” come il racconto “La ragazza della seconda classe” di Edoardo Nesi. La rivista, come già quella di Agosto, “espelle” definitivamente l’allegato “Wired no Problem”, del quale non si capisce l’utilità, non si potevano mettere gli stessi contenuti dentro Wired?. In ogni caso l’allegato contiene un buon pezzo di Irene Tinagli, L’asilo del laureato felice. Imperdibile, nel numero di Settembre, il pezzo “Il re delle pippe” a cui si riferisce l’immagine in alto. Non ho fatto il confronto rispetto ai vecchi numeri della rivista, ma la mia impressione è che siano aumentate la pagine di pubblicità, 33 in questo numero.

Sintetizzando, mi viene da pensare che la nuova rivista presenti alcuni sostanziali cambiamenti. Dal punto di vista dei contenuti, Wired Italia Reloaded va verso il sociale, il reale, la politica, l’economia, il biologico, indugia molto meno sul tecnologico. Dal punto di vista del format strizza un occhio al mensile Focus, aumenta il numero di articoli di breve durata (e con grandi foto al centro) e mi pare diminuisca il livello di approfondimento. La linea editoriale diventa molto più generalista e, secondo me, abbandona la precedente neutralità politica a favore di argomenti ed esponenti cari alla sinistra progressista italiana, vedremo se incontrerà i gusti del pubblico. Il mio abbonamento a Wired scade nel 2013, se i prossimi numeri saranno come quelli di Agosto e Settembre mi viene da dire: aridatece Riccardo Luna!

IT: non di soli Steve Jobs si vive

Si è molto parlato, nei giorni scorsi, dell’addio di Steve Jobs alla sua Apple. C’è chi lo rimpiange, chi pensa di essere uno Steve Jobs nel suo piccolo, chi dice che la Apple non sarà più la stessa cosa, chi crede che la Apple continuerà ad essere un punto di riferimento per la tecnologia ed il software di questa prima parte del secolo.

Ma il punto non è questo e credo che il vero fulcro della questione l’abbia individuato Luca De Biase con alcuni post sul suo blog, che vi invito a leggere.

Il genio, la capacità e il carisma personale di Steve Jobs non si discutono, ma se veramente vogliamo rendere onore a qualcosa di grande non è a lui che dobbiamo guardare, ma a ciò che è riuscito a costruire: il gruppo che De Biase definisce “iTeam”.

E ora guardiamoci intorno: quante persone conosciamo che, nel loro ambito, siano riuscite a costruire una squadra motivata e capace che continui il lavoro che loro hanno iniziato? Quante che abbiano mantenuto la barra dritta quando tutti intorno non gli davano ascolto? Quante che abbiano rinunciato al proprio incarico pur di non lasciarsi andare a opportunismi e compromessi?

Altra considerazione: troppo spesso di una organizzazione compare solo l’Amministratore Delegato o il Presidente, facendoci dimenticare che quell’organizzazione lavora e produce soprattutto grazie ad una squadra di persone capaci, leali, motivate, tese verso un comune obiettivo.

Guardiamoci ancora una volta intorno: quanti AD o Presidenti conosciamo che, pur avendo grandi capacità di marketing rispetto al loro mercato di riferimento, siano in grado di condurre all’interno l’operazione di creazione di una squadra, di una identità, di un metodo di lavoro condiviso, di una cultura?

La forte leadership interna, l’autorevolezza, è basata sullo sviluppo del potenziale umano dell’organizzazione e non si deve necessariamente aver bisogno del proprio personal Steve Jobs per fare bene. Basta crederci, puntare sulla crescita delle persone giuste e rispettare il loro lavoro, come ci ricordava anche Vincenzo Patruno nel suo post.

Nel campo dell’Information Technology, strategico per l’esistenza delle moderne organizzazioni, tutto ciò è molto più che urgente: costituisce la differenza fra il continuare a esistere e lo scomparire.

13 tool di visualizzazione dati

SegnalazionIT si è più volte occupato di tool di visualizzazione dati. Quella che segue è la traduzione di un post di Steve Doig sul blog businessjournalism.org.

Steve Doig è “Knight Chair” alla Walter Cronkite, Scuola di Giornalismo e Comunicazione di Massa presso l’Arizona State University. È specializzato in computer-assisted reporting, l’uso del computer e delle tecniche delle scienze sociali per aiutare i giornalisti a fare meglio il proprio lavoro.

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Steve Doig’s best of CAR Conference: 13 free tools to analyze, display data

di Steve Doig

L’annuale conferenza Computer-Assisted Reporting Conference, che si è tenuta a Raleigh, Carolina del Nord, è stata straordinariamente ricca di tool utili e gratuiti per tutti i tipi di analisi e visualizzazione dei dati, grazie anche alla presenza degli informatici di Google, MIT, Stanford e simili.

Ecco i link a 13 di questi tool gratuiti che ho trovato essere particolarmente utili per l’analisi dei dati nel giornalismo:

Exhibit: Questo link porta ad una pagina con una raccolta di link del progetto Simile del MIT. Exhibit è un programma JavaScript che vi permetterà di partire dai dati in forma tabellare (righe e colonne) e vederli in una varietà di formati: tabella ordinabile e filtrabile, mappa, linea del tempo, ecc. Per avere un’idea di cosa si può ottenere si può vedere la sezione Examples. Nella sezione DataPress è presente un add-in di WordPress che vi permette di esporre le visualizzazioni di Exhibit sul proprio blog. L’uso di Exhibit richiede qualche conoscenza di html, basta semplicemente copiare il suo codice sorgente e modificarlo. Dido è un prototipo di interfaccia utente che permette di configurare Exhibit, senza dover entrare nel codice.

TimeFlow: Questo programma JavaScript consente di utilizzare tabelle che hanno un elemento temporale e creare linee di tempo interattive che possono essere filtrate e colorate tramite più variabili. È uno strumento puramente di analisi, non progettato per la presentazione web, può essere utile per progetti di indagine dei dati.

ManyEyes: Questo sito consente di caricare e visualizzare i dati utilizzando una vasta gamma di interessanti viste: mappe, alberi di parole, tag clouds, strutture ad albero, diagrammi a bolle, grafici, matrici, diagrammi di rete, ecc. Si possono vedere le oltre 84.000 visualizzazioni che gli utenti hanno creato con i propri dati, in modo da avere una idea di cosa è possibile ottenere.

Gapminder: Questo sito è stato creato da scienziato svedese Hans Rosling, che voleva rendere più facile per le persone esplorare gli effetti di centinaia di variabili relative alle diverse nazioni del mondo. Fondamentalmente, questi sono grafici a dispersione multivariati x-y che si animano attraverso il tempo. Ciò che è cool, oltre a giocare con le variabili già collegate al sito, è che Google ha recentemente comprato e aggiunto tali funzionalità ai fogli di calcolo di Google Docs in modo che gli utenti possano caricare i propri dati con variabili temporali.

Tableau Public (solo Windows): La versione completa di Tableau Public è commerciale, ma l’azienda ha creato questa versione pubblica disponibile a chiunque. Fa molte delle stesse cose che fa Exhibit, cliccare su Gallery per vedere alcuni esempi. La versione gratuita è limitata, può contenere fino a 100.000 record.

Protovis: Questo programma, scaricabile dal laboratorio di visualizzazione di Stanford, è simile a ManyEyes ma con una varietà ancora più ampia di tabelle e grafici che possono essere creati, cliccare su Examples per visualizzarli. L’uso di Protovis richiede però notevoli capacità di scrittura di codice software.

Google Refine: Google definisce questo “uno strumento per lavorare con dati disordinati”. I data journalist lo usano per pulire le incongruenze database “campaign-contributions”, per esempio. Rende semplice standardizzare nomi come “Steve Doig” e “Stephen Doig” e “Steven Doig” in uno di questi. Inoltre aiuta con alcune analisi di base, come l’equivalente delle tabelle pivot di Excel.

Google Fusion Tables: Questo è un altro strumento Exhibit- like e rende possibile associare i dati come le mappe, le linee di tempo e/o grafici. A differenza di Exhibit non c’è bisogno di sporcarsi le mani con il codice HTML e JavaScript.

DataWrangler: Un altro buono strumento di Stanford, è simile a Google Refine. È buono per la trasformazione di dati in formati scomodi in qualcosa che può essere analizzato più facilmente.

TwitInfo: Un altro strumento del MIT, questo è progettato per prendere una grande quantità di tweet su Twitter in tempo reale e mostrare loro come una timeline grafica con picchi di attività. Esso comprende un “sentiment algorithm” che classifica i tweets negativi o positivi. Viene descritto come potrebbe essere usato per raccogliere le notizie, come la localizzazione terremoti in anticipo rispetto ai geologi.

NodeXL: Questo è un componente aggiuntivo di Excel che effettua una visualizzazione grafica dei social network. Le visualizzazioni mostrano come le persone sono interconnesse. Un esempio potrebbero essere i collegamenti tra i membri dei vari consigli di amministrazione. Un altro esempio è quello che mio figlio Matt creato per il Sarasota Herald-Tribune dello scorso anno che coinvolgono gruppi di acquirenti e venditori che sono stati coinvolti in massa dai mutui con meccanismi di frode. Queste visualizzazioni si possono ottenere rapidamente ma possono essere molto sgraziate, il nome usato dai giornalisti per i più complicati è “palla di pelo”.

Jigsaw: Non ho visto questa offerta di Georgia Tech, ma si suppone che sia utile per dare un senso alle grandi collezioni di documenti. Non è un programma scaricabile o una applicazione sulla quale caricare i propri dati, ma lo staff di Tech invitare le persone con i dati ad entrare in contatto con loro riguardo al suo utilizzo.

DocumentCloud: Questo è un servizio creato dagli sviluppatori di news-app di The New York Times e ProPublica.org. È progettato per mettere i documenti originali (anche quelli scritti a mano) sul Web e annotarli. L’idea è di permettere ai consumatori di notizie vedere questi documenti – documentazione processuale, legislazione, trascrizioni, dati sugli arresti, controlli, e-mail, ecc – con annotazioni dettagliate e le spiegazioni aggiunte dai giornalisti che seguono la notizia o altri esperti. Ecco un esempio da Arizona Republic in materia di immigrazione, di applicazione della legge sull’immigrazione, SB 1070.