Category: Blogosfera
Mondiali e Vuvuzelas: qualche consiglio dal web
A quasi una settimana dall’inizio dei Mondiali di calcio 2010, un pezzo d’Africa sembra già più vicina. E se per alcuni la sorpresa più grande è stato vedere un panorama di tifosi infreddoliti, mentre altri fanno ancora fatica a capire perché la vicina di ombrellone si dimena al ritmo di una danza simil-tribale, l’elemento “d’Africa” che tutti sono stati costretti a notare è il suono, per molti fastidioso, delle Vuvuzelas. Sottolineo per molti ma non per tutti perché sulla rete c’è già chi propone di sostituirla ai commenti dei cronisti.
La Vuvuzela, come si legge su Wikipedia, è una tromba da stadio ad aria, lunga un metro, che pare prenda il nome dal suo stesso inconfondibile suono. E’ un po’ il simbolo che caratterizza il calcio africano, anche se per un periodo era stata vietata negli stadi, e sembrerebbe aver preso piede anche in Europa grazie ai Mondiali. A Milano, qualche giorno fa ad esempio, l’Ente per il Turismo sudafricano ha distribuito gratuitamente oltre 700 Vuvuzelas, lasciando scontente buona parte delle persone in attesa.
Anche sul web si moltiplicano le pagine dedicate a questo strumento: molti blogger ne analizzano la storia, tanti si lamentano, un sito permette di riprodurne il suono, su Facebook i gruppi contro sembrano riscuotere più successo di quelli pro, mentre su Ebay cescono venditori ed offerenti. Noi vi proponiamo l’articolo di Wired Italia che spiega come eliminare il suono delle Vuvuzelas dalla tv. Fateci sapere se funziona e l’effetto che fa.
Oggi mi sento bene (o male) e lo scrivo sul blog
Yes, I feel fine! Vi sentite bene, così bene da scriverlo sul vostro blog? Attenzione, sarete contati, copiati e postati negli indicatori del benessere. Proprio così. Esistono più siti che navigando nei blog cercano di cogliere la felicità (happiness) istante per istante delle popolazione di utenti di internet. È il caso del sito www.wefeelfine.org, an exploration of human emotion, in six movements creato da Jonathan Harris e Sep Kamvar. Gli autori lo definiscono “un artwork di tutti, che cresce e cambia come cresciamo e cambiamo noi tutti, mostrando cosa c’è nei nostri blog, nei nostri cuori, nelle nostre menti.”
Fin dall’agosto del 2005 questo sito scandaglia le emozioni umane in un grande numero di blog sul web. Come funziona? Un motore automatico ogni 10 minuti controlla i “sentimenti umani” (feelings) cercando le occorrenze delle frasi “I feel” e “I am feeling”. Se il segmento viene trovato, il sistema cerca l’inizio e la fine della frase e inserisce l’intera frase nel database. Una volta salvata, all’interno della frase, vengono riconosciute quelle parole che manifestano i sentimenti grazie ad un vocabolario di 5.000 “feelings”. Sul sito è possibile scaricare l’intera lista di feelings con i colori associati. Ad ogni feeling/frase catalogata corrisponde un profilo del blogger che ha scritto la frase: da questo profilo vengono estratte le informazioni strutturali come il sesso, l’età, la nazione, lo stato, la città, il clima. Le fonti dal web sono varie e includono LiveJournal, MSN Spaces, MySpace, Blogger, Flickr, Technorati, Feedster, Ice Rocket, e Google. Il processo di raccolta e catalogazione si ripete ogni 10 minuti e assembla dai 15.000 ai 20.000 feelings al giorno. Wefeelfine colleziona soltanto i post liberamente pubblicati e visibili sul web. L’anonimato della frase è sempre garantito, ma se qualcuno, per eccesso di riservatezza, non vuole far comparire i propri sentimenti può inserire nel suo post <script>nofeelings</script>.
Nessuna pretesa di significatività statistica, però l’approccio statistico è, in qualche modo, salvaguardato dall’accortezza di contare i feelings (identici) di un blogger una volta sola (e non tutte le volte che riscrive la stessa frase) e dalla presenza di una soglia di almeno 4 occorrenze per definire saliente un sentimento per una popolazione. Gli autori distinguono, infatti, tra i feelings “most Common”, ossia i sentimenti più diffusi in base alle occorrenze calcolate su qualsiasi popolazione, e i feelings “most Salient”, ossia quei sentimenti calcolati su una particolare popolazione e definiti più significativi rispetto al loro scarto dalla media globale.
Fin qui la parte statistico-informatica: la disseminazione delle informazioni avviene, invece, attraverso varie e affascinanti piattaforme artistiche. L’approccio è quello del Listening Post di Ben Rubin and Mark Hansen (http://www.earstudio.com/projects/listeningpost.html – il Listening Post è una installazione artistica che raccoglie in tempo reale frammenti di frasi scritte in chat e in forum su internet. Il testo viene letto da un sintetizzatore vocale e simultaneamente videato su 200 piccoli schermi).
Sei sono i movimenti con i quali è possibile esplorare il database: Madness, Murmurs, Montage, Mobs, Metrics, and Mounds. È possibile muoversi da un movimento all’altro e metterli in connessione. Il mouse, inoltre, è sempre uno strumento interattivo con i grafici e le figure sullo schermo in tutti e 6 i movimenti.
Il più interessante è sicuramente Madness: una massa di 1.500 particelle colorate che ruotano e si muovono sullo schermo, sensibile al passaggio e al click del mouse. Ogni particella rappresenta un feeling postato, di forma rotonda per le frasi, di forma quadrata per le immagini. Ogni colore indica una tonalità di feeling (la felicità è gialla brillante, la tristezza è blu scura, la rabbia è rossa, la serenità è verde….); la grandezza rappresenta la lunghezza della frase. Basta un click per leggere la frase nella sua interezza, o vedere l’immagine associata.
Un altro movimento da esplorare è Mounds. Mounds mostra tutti I feelings registrati nel database. Ogni feeling è rappresentato da una montagna colorata. La grandezza della montagna rappresenta la forza di questo sentimento. Così scopriamo che, fino a questo istante, il sentimento più diffuso è “better”, mi sento bene, mi sento meglio, postato da 128.155 persone, seguito da “bad”, mi sento male, mi sento triste, postato da 93.390 persone. Poi seguono “good”, “right”, “guilty”, “sick”, “same”, “shit”, “sorry”, “well” e così via.
Gli Europei sono più felici degli Americani? Tra gli uomini e le donne chi manifesta di più i propri sentimenti? Come si sentono in questo istante i newyorkesi? Chi è triste e chi è allegro? Questo è wefellfine. È anche però un modo innovativo e creativo, certamente non esaustivo e convenzionale, per guardare alla felicità e al benessere degli individui.
Il successo di un sito web? Non solo una questione di traffico
Qualche giorno fa SIS Magazine (la rivista online della Società Italiana di Statistica) ha pubblicato il mio articolo Il successo di un sito web? Non solo una questione di traffico: i casi Istat, SIS e Sistan (*) sui nuovi metodi e strumenti per misurare il successo di un sito.
Nell’articolo studio il caso di tre siti che si occupano di statistiche ufficiali e di promozione delle scienze statistiche: l’Istituto Nazionale di Statistica, il Sistema Statistico Nazionale e la Società Italiana di Statistica, siti che nel medio periodo verranno profondamente rinnovati. Come? Certamente si arricchiranno di nuovi servizi (in salsa Web 2.0 – lo so, il termine è un po’ inflazionato ma almeno ci capiamo), come ad esempio quelli di cui abbiamo parlato in questo blog e che sono da tempo in produzione in altri paesi: nuove tecnologie per la diffusione e la condivisione di dati, tool di visualizzazione interattiva (anche esterni al sito, come nel caso di Google Public data) e altro ancora su cui torneremo nelle prossime settimane.
Ma come misurare e dunque valutare l’introduzione di un nuovo servizio? Semplicente registrando le variazioni del traffico sul sito? Anche se prodotti per il monitoraggio del traffico come AWStats e Google Analytics offrono informazioni molto importanti (indispensabili), oggi esiste una nuova generazione di strumenti per misurare il successo di un sito che tengono meglio conto della sua natura multidimensionale. In particolare possiamo vedere il successo di un sito in funzione, oltre che del traffico, anche del suo posizionamento nella rete ovvero della sua solidità di carattere “infrastrutturale”. Il posizionamento è dunque uno dei presupposti per un successo solido e duraturo del sito e quindi anche per valutare l’eventuale miglioramento dopo l’introduzione di nuovi servizi online.
Per misurare il posizionamento e dunque l’efficacia di un sito, di pagine specifiche, di campagne di comunicazione e anche per l’analisi della reputazione sul Web, sono disponibili diversi strumenti. Io ho provato ad utilizzare CONDOR (il software del MIT mostrato nell’articolo) nel 2008, con Francesca Grippa, per monitorare il comportamento dei media durante le elezioni statunitensi, e i risultati sono stati soddisfacenti. CONDOR consente inoltre di identificare la blogosfera di riferimento di un sito, cioè l’insieme dei blog che citano un determinato sito attraverso un collegamento ipertestuale. La figura seguente mostra la blogosfera del sito Istat.it nel periodo 1-20 settembre 2009.
Per l’analisi di un sito occorre quindi tenere in considerazione due fattori: il traffico e il posizionamento nella rete. In questi ultimi anni gli studi di fisici, matematici e sociologi stanno contribuendo a definire nuovi metodi e strumenti per l’analisi del posizionamento. Le potenzialità e le prospettive sono estremamente interessanti, anche per chi produce statistiche ufficiali e diffonde cultura statistica.
Per il successo di un sito non esiste una regola aurea ma, specialmente in organizzazioni complesse, risultati soddisfacenti possono essere raggiunti solo con lo sforzo congiunto di esperti di comunicazione, informatici e produttori di contenuti, supportati da adeguati strumenti software. Con uno lavoro coordinato tra questi attori è possibile valutare se vengono intercettate correttamente le aspettative degli utenti, aumentare la propria rilevanza online e costruire la propria reputazione di opinion leader del settore di appartenenza.
(*) = Ne approfitto per ringraziare i ricercatori che hanno contribuito all’articolo del SIS Magazine: Matteo Mazziotta, Davide Bennato, Francesca Grippa, Daniela Cocchi e Fabio Crescenzi.
Il valore dell’uso collettivo
C’è una combinazione di azioni collettive che portano a risultati inaspettati. Spingendoci oltre la legge di Metcalfe, la quale afferma che il valore di una rete è dato dal quadrato degli elementi che la compongono, proviamo a guardare oltre i nodi interconnessi e il loro valore.
Si può osservare, allora, che quando la tecnologia è usata da un gran numero di persone, tale condizione la trasforma in termini qualitativi.
Ed è davvero gratificante –almeno per gli innovatori- rilevare quali inaspettate conseguenze si possano ottenere a partire da fini o scopi che prevedevano tutt’altri risultati.
Riutilizzando gli stessi strumenti per altri fini e ricombinandoli con le azioni collettive, si raggiungono talvolta risultati persino paradossali, non calcolabili né con regole né con l’esperienza. Del tutto imprevedibili, e in antitesi rispetto ai fini originari.
“Il Principio secondo cui le azioni umane possono portare al conseguimento di fini diversi da quelli prefissati” è la descrizione che troviamo nel dizionario De Mauro Paravia alla voce Eterogenesi dei fini.
Wikipedia articola il concetto facendo riferimento a un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali».
Tale espressione rende evidente che essa non si riferisce a semplici accadimenti naturali, ma riguarda più specificamente il campo dell’azione umana, tanto individuale quanto, più spesso, collettiva.
È facilmente riscontrabile come l’informatica abbia “virtualizzato la mente dell’uomo” nel senso che ha ampliato sia l’orizzonte delle sue opportunità, sia quello delle relazioni sociali; ci ha trasformato da spettatori a utenti attivi, e questo non è un mero fatto tecnologico, ma ha formidabili implicazioni sul nostro futuro.
Se la tecnologia è un’estensione o virtualizzazione delle nostre capacità, come afferma il filosofo francese Pierre Lévy, allora queste nuove risorse si potrebbero assimilare a sinapsi appena nate – tra persone vicine ma anche lontane – con inediti e inattesi livelli cognitivi.
Viene allora in mente la blogosfera formata da schegge d’informazione, come i pixel dell’alta definizione. Al pari di un grande mosaico, visto da lontano non se ne vedono le singole tessere bensì una visione d’insieme ricca di colori. Da vicino, invece, ognuno con la propria fantasia, passione e creatività dona una ricchezza di dettagli; alquanto miracolosa considerando la varietà e la complessità dei temi in oggetto. E così i blogger sono diventati parecchi ordini di grandezza più numerosi dei media tradizionali.
Ecco come un fine da raggiungere con la tecnologia (migliorare la comunicazione) sconvolgendo le regole dell’economia (non più solo limitato dagli scambi monetari) potrebbe procurare, in maniera inaspettata, benefìci in termini sociali.
La chiave di volta per comprendere il motivo del successo di tali strumenti è che essi rispondono a un bisogno fondamentale dell’uomo: comunicare.
Ma la tecnologia da sola non ha alcuna possibilità di successo: solo quando si combina e s’interseca con un’alta accessibilità –in termini economici- può sfociare in qualcosa che modifica il modo in cui le persone si relazionano, diventando un bene di massa. E la società non è più la stessa, è mutata, molti credono in meglio, e in ciò sta il significato dell’eterogenesi dei fini.
Oggi viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ha tempi d’adozione esponenziali, basti pensare che per raggiungere 50 milioni di utenti la radio ha impiegato 38 anni, la televisione 13, internet 4, l’ipod 3, Facebook 2 e le conseguenze sono imprevedibili quando tali strumenti sono messi a disposizione della creatività di miliardi di persone.
Anche perché le azioni sono correlate ai comportamenti e alle reazioni di altri soggetti, per definizione non lineari ma discontinue e non proporzionali tra causa ed effetto. In un sistema complesso, quindi, tali relazioni non sono mai prevedibili.
Rimaniamo nel frattempo ottimisti lasciando le persone al centro dell’azione; la tecnologia è uno strumento certamente importante e degno di rilievo in questo XXI secolo, ma non possiede una propria azione liberalizzante.
D’altra parte la tecnologia non ha niente di naturale, non la troviamo allo stato puro, libera. Ma è solo opera dell’inventiva umana.
Il più grande esempio dei fenomeni descritti è senza dubbio quello che va dall’idea che ha sviluppato internet alla realizzazione del World Wide Web e le sue applicazioni come le conosciamo oggi. Nessuna impresa avrebbe potuto cooptare migliaia di geni per sviluppare formidabili algoritmi per creare qualcosa di lontanamente comparabile allo sviluppo odierno della rete.
L’azione dei soggetti attivi nel creare le informazioni da condividere non è stata la risultante ma una precondizione. Non è stata la tecnologia ad assicurare l’armonia dei risultati, ma sono state le azioni individuali che, eseguite per altri fini, sono state convergenti –per mezzo dei protocolli aperti- verso gli attuali risultati.
Il Computer che ha portato l’uomo sulla luna
Sicuramente ci verrà da sorridere nello scoprire che, ad esempio, il computer di bordo dell’Apollo, l’Apollo Guidance Computer (AGC) era una “scatola” grande grosso modo quanto un odierno Hard Disk che come input riceveva dagli astronauti comandi numerici, visto che la tastiera era composta dai numeri da 0 a 9.
Era presente sia sul modulo di comando che a bordo del modulo lunare, il LEM, proprio al centro del pannello di guida e degli strumenti di navigazione.
Ed è con questo che veniva controllate marcia e rotta della navicella.
E se paragoniamo le caratteristiche dell’AGC con quelle di un computer odierno, troveremmo ad esempio che l’AGC aveva una velocità di clock di 2.048 Mhz (frequenza che misura la “velocità” di elaborazione del processore) mentre un attuale Intel Celeron 430 ne ha una di 1.8 Ghz. Scopriremmo poi che l’AGC aveva una RAM di 4 Kb mentre sappiamo bene che tutti i moderni computer hanno una memoria RAM che parte da 512 kb e che ci vuole almeno 1 GB solo per far partire Windows …
Per quanto riguarda il supporto di memorizzazione dati, l”AGC utilizzava una memoria ROM di 32 Kb mentre è oramai difficile trovare computer con un Hard Disk minore di 160GB
Infine, per quanto riguarda il linguaggio di programmazione, l’AGC utilizzava l’Assembler, oramai parte della preistoria informatica in quanto caduto da anni in disuso a favore di linguaggi come il C, C++, Java, e così via.
Quanto vale il tuo Blog?
Perchè si apre un blog? Visualizzazione dati con Many Eyes
- Le informazioni raccolte nel corso dell’indagine sono state trasformate in vari dataset contenenti le variabili qualitative rilevate
- Tali dataset sono stati caricati sul sito (è richiesta la registrazione)
- A partire da questi dataset sono state scelte delle modalità di visualizzazioni dei dati
- Le visualizzazioni sono state pubblicate e rese disponibili a tutti su Internet

1. Categorie e numerosità dei blog per tempo di attività
3. Età dei blogger per genere
4. Titolo di studio dei blogger per genere
5. Tempo di attività del blog per genere
6. Titolo di studio dei blogger per condizione professionale
7. Area geografica dei blogger per condizione professionale
- Non è possibile modificare l’ordine di visualizzazione delle variabili nei diagrammi, nè viene seguito l’ordine alfabetico
- Una volta creati, non è possibile modificare i diagrammi (scegliendo ad esempio una visualizzazione in percentuale anzichè una in valori assoluti) e salvare le nuove impostazioni
- I diagrammi Matrix Chart computano e visualizzano delle percentuali di riga ma non delle percentuali assolute
Nonostante ciò il sito Many Eyes si è dimostrato intuitivo, veloce, funzionale e può senz’altro aiutare ad ottenere visualizzazioni efficaci e professionali dei dati.
Perchè si apre un blog? La parola ai blogger italiani
Qualche mese fa sfogliando un noto mensile di psicologia vengo colpita da un articolo che afferma: “Spesso un blog viene aperto in un momento di crisi… Viene in soccorso al trentenne giù di corda per l’ennesimo fallimento sentimentale, al futuro papà, al dirigente licenziato…”. I blog vengono descritti come “uno strumento di sviluppo personale” che in alcuni casi possono diventare dei veri e propri percorsi terapeutici (Psychologies magazine di dicembre).La questione mi incuriosisce così decido di raccogliere un po’ di dati sui motivi e gli eventi che si legano all’apertura di un blog e non trovando statistiche recenti scelgo di lanciarmi in una breve indagine tra blogger.








