Intervista a Guido Romeo ed Elisabetta Tola, progetto iData

Intervista a Guido Romeo ed Elisabetta Tola, progetto iData
Avete lanciato iData, in che cosa consiste il progetto e chi lo finanzia?
Idata è un progetto della Fondazione Ahref, avviata alla fine dell’anno scorso a Trento, per lo sviluppo della prima piattaforma italiana open source e non profit per il giornalismo basato sui dati. L’idea di iData è nata guardando a ciò che oltreatlantico fanno già molte testate, da ProPublica al NewYork Times e oltremanica, ad esempio il DataBlog del Guardian o in Francia dove sono attive Owni e Médiapart. Lo scopo è mettere a disposizione della comunità giornalistica, ma anche della società civile italiana, gli strumenti gratuiti e già disponibili per la raccolta, l’elaborazione e la visualizzazione dei dati; svilupparne di nuovi con interfacce accessibili ai non addetti ai lavori; lanciare una serie di inchieste per sperimentare questo approccio direttamente nei media italiani. I nostri progressi sono tutti raccontati nel blog Open Data.
Qual’è l’innovazione del data-journalism o giornalismo dei dati rispetto alle tecniche tradizionali?
I giornalisti si sono sempre cibati di dati, ma la disponibilità di potenza di calcolo, grandi database di informazioni elettroniche e capacità di manipolarle nei prossimi anni può radicalmente cambiare il ruolo dei giornalisti e, spero, anche rilanciare la loro importanza sociale, che negli ultimi anni è stata certamente erosa dalla diffusione della Rete e da un atteggiamento eccessivamente corporativistico. Tra gli esempi più importanti di che cosa si può fare con un approccio di data journalism vanno senz’altro citate inchieste come “Dollars for Docs”, che ha visto un team di informatici e reporter di ProPublica creare un database senza precedenti su oltre 17mila medici che avevano ricevuto lauti pagamenti da sette grandi case farmaceutiche produttrici di farmaci prescritti nella loro area di competenza. Si trattava di dati in parte già pubblicati grazie a una sentenza dei tribunali americani, ma mai organizzati in maniera sistematica e praticamente impossibili da consultare non solo per i cittadini, ma anche per gli addetti ai lavori. Il risultato del lavoro di ProPublica è un archivio online di migliaia di specialisti nei quali ogni paziente può verificare se il proprio medico ha un eventuale conflitto di interesse. Lo strumento messo a punto da ProPublica è stato poi utilizzato da decine di giornalisti di varie testate locali per andare a fare delle inchieste sui medici attivi sul proprio territorio e quindi dare strumenti di valutazione e di giudizio al pubblico anche attraverso i media locali.
Un altro esempio di data journalism di altissimo livello è proprio l’ultimo Premio Pulitzer per il giornalismo investigativo assegnato a Paige St. John, del Sarasota Herald-Tribune per il suo bellissimo lavoro sulla fragilità dei fondi assicurativi della Florida che mette a rischio la qualità della vita di milioni di residenti dello stato. L’inchiesta della St. John è durata due anni e, oltre a una serie di articoli molto solidi e approfonditi, ha prodotto anche un database accessibile e utile a capire il comportamento di molti fondi assicurativi. Una risorsa che gli informatici dell’Herald hanno saputo valorizzare sviluppando una serie di applicazioni interattive utilissime per i lettori che permettono di capire cosa fa l’istituzione con la quale hanno firmato, ma anche il mercato generale, per esempio nel caso di rischio di distruzione da uragano della propria area di residenza. Dal data journalism, insomma, possono nascere prodotti editoriali di alto valore giornalistico ma con in più un importante valore aggiunto economico. In qualche caso, infatti, questi strumenti possono non solo generare nuove inchieste ma anche diventare risorse da proporre ai lettori come app o servizio premium. E questo, in un momento di crisi e trasformazione dell’editoria non è certamente poco.
Il data journalism, come dicevate, è molto sviluppato in Usa e Gran Bretagna. C’è spazio anche in Italia? E a che cosa servirebbe qui?
In Italia c’è molto spazio e certamente anche molto bisogno. Personalmente crediamo si possano fare cose di grande impatto. Nonostante la tradizionale ritrosia dei media italiani a innovare (da noi si discute ancora se i giornalisti dell’online abbiano pari dignità contrattuale di quelli della carta stampata) credo che prevarrà la legge del “content is king”. Se l’approccio del data journalism consentirà di avere prodotti nuovi e appetibili ai lettori, la domanda di professionalità ad hoc inevitabilmente salirà. E sarà un bene per tutti. C’è però un po’ di strada da fare perché non si tratta semplicemente di importare dei format sviluppati all’estero. Con Ahref lavoriamo su due fronti: uno, sperimentale, sulla raccolta ed elaborazione dei dati in collaborazione con una rete di citizen journalists e uno più didattico per lo sviluppo di competenze e team che sappiano lavorare su questi progetti che sono tipicamente multidisciplinari perchè non coinvolgono solo giornalisti, ma anche sviluppatori di software, statistici e designer dell’informazione.
Come sapete, lavoro in Istat: pensate che ci possa essere una qualche forma di collaborazione tra iData e il nostro Istituto?
Francamente lo speriamo molto. Abbiamo avuto occasione di apprezzare il lavoro che Giovannini ha svolto all’OCSE e guardiamo con molto interesse a ciò che vorrà fare con Istat, soprattutto sul fronte del design dei database e dei metadati che vorrà mettere a disposizione. Il nostro obiettivo, come giornalisti, a lungo termine è aumentare la trasparenza della nostra società, da un lato, e del lavoro dei media, dall’altro, anche per potenziare il controllo che la società può e deve esercitare su chi amministra fondi pubblici e privati prendendo decisioni che hanno poi delle ricadute sulla qualità della vita di molti. Il mezzo per fare ciò sono i nuovi strumenti che stiamo introducendo nella cassetta degli attrezzi non solo dei giornalisti, ma anche dei cittadini, siano essi singolo o associazioni, interessati a una migliore qualità dell’informazione. Credo che in questa prospettiva il coinvolgimento delle istituzioni, ma anche dei cittadini sarà fondamentale. Per questo, la piattaforma di iData si sta collegando a un ventaglio di community intenzionate a collaborare per la raccolta, produzione ed elaborazione dei dati. I dati potranno provenire da database pubblici, da fonti di dominio pubblico o venire preparati ad hoc dalle community. Negli ultimi mesi si sono infatti moltiplicati in Italia le iniziative di “open data” per facilitare l’accesso dei cittadini ai dati pubblici (e.g.: dati.piemonte.it e openpolis.it). Resta però ancora molto da fare sul fronte di altri tipi di dati come quelli relativi all’ambiente e alla salute, a causa delle limitazioni normative e della scarsa abitudine della Pubblica amministrazione a rilasciare dati ai quali i cittadini avrebbero, sulla carta, già diritto di accedere.












