Category: Enterprise 2.0

Il futuro è mobile

Prendete nota e segnatevi da qualche parte l’anno 2013. E’ ormai considerato da tutti i maggiori osservatori e protagonisti degli scenari IT un anno chiave per il Web. In quell’anno si stima infatti che il numero di PC nel mondo raggiungerà gli 1,78 miliardi mentre gli smartphone e gli altri dispositivi mobili saranno qualcosa come 1 miliardo e 820 milioni (fonte Gartner). In altre parole, il 2013 viene ormai indicato come l’anno del “sorpasso”. L’anno cioè in cui il numero di dispositivi “mobili”  supererà il numero dei PC “tradizionali”. Da quel momento in poi, il loro numero continuerà a crescere inesorabilmente. Una buona  parte di questi saranno smartphone. A questo proposito,  sempre Gartner evidenzia come solo nel primo trimestre del 2010 la vendita di questo tipo di dispositivi sia cresciuta di ben il 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Lo stesso Google, per bocca di John Herlihy, (Vice Presidente, Global Ad Operations) ha in più occasioni sottolineato che “Tra tre anni, i PC desktop saranno irrilevanti. In Giappone, la maggior parte delle ricerche su Web è fatta utilizzando gli smartphone, non i PC”.

In ogni caso, la tendenza è ormai chiara. I dispositivi mobili saranno sempre più il mezzo attraverso il quale il mondo intero consumerà l’informazione e l’intrattenimento. E questo ci porta a fare alcune considerazioni.

La prima è che ormai non ha più senso pensare ai siti Web soltanto in chiave Desktop. I nuovi siti Web devono necessariamente essere progettati in modo tale da essere “multichannel”, in modo che servizi e contenuti possano essere accessibili indifferentemente sia da PC che da dispositivi mobili. Questo ovviamente vale anche per i siti Web esistenti che dovranno in qualche modo convergere inevitabilmente anche verso soluzioni “mobile”. Per fare ciò bisognerà tenere conto di alcune caratteristiche intrinseche di questi dispositivi, come ad esempio le dimensioni ridotte dello schermo, il fatto che non è previsto il mouse e il fatto che l’interazione con l’utente avviene sempre più attraverso i display “touch screen”. Non ultima la questione, ancora aperta, che riguarda le diverse posizioni dei vari produttori sul fatto di supportare o meno le applicazioni Flash.

I dispositivi mobili “aprono” poi ad una interessante categoria di applicazioni. Buona parte degli smartphone sono infatti dotati di antenna GPS. Sono pertanto dispositivi che possono rilevare la loro posizione e sulla base di questa agire in modo adeguato con l’utente (Location Sensing). L’applicazione per Iphone “AroundMe” consente di cercare alberghi, ristoranti, ospedali, taxi o altri servizi che si trovano nelle vicinanze del luogo in cui ci troviamo in quel momento. Ma possiamo andare oltre e immaginare, perchè no, applicazioni che ci fanno conoscere ad esempio la popolazione o alcuni indicatori economici del posto dove ci troviamo. L’informazione statistica che così viene “spezzata” per diventare informazione “di massa” ed essere resa facilmente fruibile da tutti. La questione è piuttosto interessante e articolata. Mi riprometto di ritornare su questo punto con un articolo ad hoc.

Nel frattempo, se avete con voi un iPhone o un BlackBerry, provate a collegarvi a SegnalazionIT.

I social media nell’era di Obama

Cosa sono i social media?

Social media è un termine generico che indica tecnologie e pratiche online che gli utenti adottano per condividere contenuti testuali, immagini, video e audio. I social media rappresentano fondamentalmente un cambiamento nel modo in cui la gente apprende, legge e condivide informazioni e contenuti. In essi si verifica una fusione tra sociologia e tecnologia che trasforma il monologo (da uno a molti) in dialogo (da molti a molti) ed ha luogo una democratizzazione dell’informazione che trasforma le persone da fruitori di contenuti ad editori. I social media sono diventati molto popolari perché permettono alla gente di connettersi con il mondo on line per stabilire relazioni di tipo personale o lavorativo.  (Wikipedia)

E’ quindi chiaro che nei Social media rientrano forum, blog, wiki, podcast, immagini, video ecc e che le applicazioni più note sono Facebook, Twitter e tutti gli altri servizi online che compongono l’universo del Web 2.0.

In realtà, la locuzione Social media è più “giovane” di quella di Web 2.0: prima, infatti, si parlava più diffusamente di Social network. Chi ha contribuito a questo cambiamento? Sicuramente l’amministrazione Obama. Scrive a tal proposito Marco Pratellesi:

Il Dipartimento di Stato Usa ha sostituito il temine “social network” con “Social Media” per riferirsi a quell’insieme di piattaforme web che vanno da Facebook a Twitter. Non è un cambiamento di poco conto poiché sta a significare che per l’amministrazione del presidente Barack Obama questi sono i nuovi mezzi di comunicazione di massa ai quali guardare per l’informazione del futuro. “Il mondo sta cambiando velocemente e noi vogliamo cogliere tutte le opportunità di questa rivoluzione”, ha detto Alec Ross, responsabile per l’innovazione nell’ufficio del Segretario di Stato Hillary Clinton.

Anche  in ambito statistico Obama sta sfruttando queste opportunità: qualche giorno fa su questo blog abbiamo parlato del Census2010 e, dall’interesse che ha suscitato (oltre 1000 letture in pochissimo tempo), verrebbe da pensare che anche in Italia sia maturo il tempo per iniziare a fare certe riflessioni.

Pratellesi continua così la sua analisi sui social media:

Il cambiamento è radicale: fino a pochi anni fa essere in internet voleva dire aprire un sito web e aspettare che gli utenti interessati, per un motivo o per l’altro, arrivassero a visitarlo. Oggi la Casa Bianca ha ribaltato quella prospettiva: se le persone stanno principalmente altrove (i social network) non si può attendere che vengano da noi, ma dobbiamo muoverci portando noi i contenuti dove gli utenti si aspettano di trovarli (i social media). “Dobbiamo portare l’informazione, i nostri atti amministrativi dove le persone vivono e discutono, perché questa è la strada per ampliare ed arricchire la nostra presenza ed avere una relazione diretta con la gente”, spiega Katie Dowd, new media director.

E in Italia, qualcosa si muove? Nella PA pochissimo. Qualcosa accade invece nelle aziende. Ne hanno parlato qualche giorno fa allo SMAU di Roma Stefano Mizzella ed Emanuele Quintarelli,  con un’interessante riflessione su Enterprise 2.0 (il Web 2.0 applicato alle logiche di business) e Social Media Marketing.

Nel prossimo post vedremo quali sono i siti più importanti che si occupano del mondo dei Social Media per uso professionale.

Concorso Apps to be wired

Si parla tanto, non sempre a proposito, di intelligenza collettiva… e come al solito un esempio parla più di mille parole.

Nokia Italia e Wired Italia hanno inventato una concorso piuttosto articolato e geniale: facciamoci dire dal popolo Internet, nostro cliente o meno, quali applicazioni e quali funzionalità vorrebbero avere a disposizione sul proprio smartphone. Hanno dunque previsto una roadmap di tre passi.

1) dal 2 Aprile al 28 Maggio è possibile inviare le proprie idee al sito http://www.nokiaideas.it, indicando brevemente il concept dell’idea, lo scopo e a quale categoria appartiene fra:

  • DailyLife
  • Kids
  • Sport & Fitness
  • Business
  • Social Responsability
  • School/University
  • Entertainment
  • Food & Health
  • Pets
  • Travel & Leisure

Ogni settimana, una giuria di esperti esaminerà e assegnerà un voto alle proposte inviate. Sulla base di tre parametri qualitativi – benefici per la collettività, originalità, innovazione – verrà stilata la classifica di gradimento delle migliori idee. Successivamente verranno selezionate le dieci migliori idee finaliste che riceveranno un premio di 1.000 euro nell’ambito dell’evento Frontier of Interaction 2010 e parteciperanno alla seconda fase del concorso

2) Il 3 e 4 Giugno, sempre nell’ambito di Frontier of Interaction 2010, presso l’Acquario di Roma, gli sviluppatori che vogliano cimentarsi nell’impresa avranno 24 ore di tempo per sviluppare e rendere funzionante un’applicazione basata su una delle dieci idee finaliste. Alla migliore applicazione, votata da una giuria di esperti, andrà un premio di 30.000 euro.

3) dal 4 Giugno al 30 Ottobre le applicazioni iscritte al concorso verranno distribuite gratuitamente da Nokia nel proprio negozio virtuale Ovi Store e la più scaricata riceverà il “premio della Rete” ed i suoi sviluppatori un premio di 20.000 euro.

L’idea è carina, utilizzabile in molti altri ambiti, anche  istituzionali, richiede un budget iniziale non troppo elevato  e la convinzione -quasi ideologica- che qualcun altro, anche al di fuori del contesto nel quale operiamo abitualmente, possa fornirci delle idee utili a migliorare il nostro lavoro.

 

Tutte le applicazioni Web 2.0 in Italia e nel Mondo

Facebook, Myspace, Flickr, Linkedin, Slideshare, Friendfeed. E poi? Possiamo immaginare che di applicazioni cosiddette “Web 2.0″ ce n’e’ sicuramente ancora qualcuna. Ma quante precisamente? Al momento ne possiamo contare oltre 9000 (poco piu’ di 400 le startup 2.0 italiane), come si puo’ verificare da “Feedmyapp“, una fornitissima Directory di applicazioni Web 2.0.

Ideato in Italia dalla societa’ fiorentina Extendi, Feedmyapp si e’ ben presto affermata come Directory leader per la raccolta, la segnalazione, la ricerca di applicazioni, servizi e piattaforme “Web 2.0″. Un ottimo strumento per verificare se l’idea “geniale” che avete avuto per avviare una startup Web 2.0 (e diventare ricchi con Internet)  sia veramente geniale o se non l’abbia avuta gia’ qualcun altro.

Data Dissemination e Data Sharing

Innanzitutto Buon Anno a tutti. Parliamo ancora una volta di dati statistici. In particolare, questa volta parleremo di come si sia evoluto nel tempo il concetto di “diffusione dati” negli Enti e nelle Organizzazioni che questi dati li producono.

Cercare di comprendere, studiare, conoscere fenomeni sociali ed economici anche complessi di un Paese o di un territorio è possibile grazie al lavoro quotidiano di Enti che fanno indagini, rilevano dati e li elaborano, diffondendone i risultati. La “diffusione” è il momento in cui tali Enti e Organizzazioni consegnano dati alla Comunità Scientifica, ai Governi, agli Enti Locali, alle Aziende, ai Professionisti, alla Politica e ai Cittadini. Che utilizzano questi dati per analizzare e capire cosa sta accadendo, per prendere coscienza della realtà del territorio, per prendere provvedimenti legislativi, per decidere i contenuti della prossima manovra Finanziaria.

L’avvento di Internet è stato “devastante” in tantissimi campi e settori della vita moderna. Con Internet nulla è più stato come prima, e questo è stato particolarmente vero per chi fa informazione, per chi produce dati, per i produttori di software. Ossia di tutto ciò che può essere consegnato a destinazione mediante la Rete stessa. Posso gestire attraverso Internet un ordine per, chessò, un monitor per PC o quello per l’acquisto di una cassa di vini pregiati. Ma resta comunque il problema di come farli arrivare a destinazione. Internet infatti non risolve questo tipo di problema, che invece può essere risolto affidandosi a ditte specializzate in spedizioni. Non è ovviamente così per i dati, la conoscenza, per il software, a cui la Rete ha dato una straordinaria opportunità: quella di poter circolare liberamente e di arrivare in modo istantaneo a destinazione senza intermediari e senza oneri o costi aggiuntivi.

Con Internet e con il Web, quelle che erano pubblicazioni “tradizionali” fatte di carta e inchiostro e che erano la modalità con cui venivano resi pubblici i dati e le tavole di dati statistici, si sono via via trasformate in “elettroniche”. Un link sul sito Web dell’Ente, un click da parte dell’utente e la pubblicazione veniva scaricata (a pagamento o meno) dal sito Web sul PC dell’utente. Che così ne poteva utilizzare a suo piacimento il contenuto, in genere tavole di dati. I dati venivano diffusi principalmente all’interno di documenti HTML, file Word e tavole Excel (con buona pace dei formati aperti). Ma anche mediante file di testo e file PDF. Un approccio di questo tipo delega all’Ente produttore tutte le decisioni a riguardo di che tipo di dati diffondere. Un certo numero di tavole vengono decise “a priori” a tavolino e l’utente quando andrà a scaricare il relativo file, si troverà “quelle” tavole e non altre. Questo è un approccio sicuramente molto facile da implementare da parte dell’Ente produttore di dati, ma ha un forte limite nel fatto che la pubblicazione va comunque fatta e le tavole di dati vanno comunque preparate, oltre al fatto che l’utente non può intervenire in nessun modo per ottenere i dati a cui è realmente interessato. E’ costretto a scaricarli e poi vedere se tra questi ci sono quelli desiderati.

Queste (e altre) ragioni hanno costituito la base per il successo nella diffusione dati (o “Data Dissemination”) dei cosiddetti “Data Warehouse” statistici. Organizzare cioè i dati in modo adeguato all’interno di Data Base per consentire all’utente di generare tavole in tempo reale. Non più dunque tavole predefinite ma tavole di dati generate a “run-time” sulla base di scelte fatte dall’utente. In questo caso è l’utente che decide, selezionando gli opportuni parametri, il tipo di dato a cui è interessato, l’anno di riferimento, il livello territoriale (ad esempio se vuole dati provinciali, regionali, comunali, …) e così via. In questo caso non ci sarà alcun limite al numero di tavole pubblicabili in quanto ognuna sarà generata in tempo reale sulla base dei parametri di input decisi dall’utente. Capite bene come i Data Warehouse su Web hanno generato una abbondanza di informazione inimmaginabile fino a qualche anno prima. E infatti, se fino a poco prima realizzare una pubblicazione (anche elettronica) contenente ad esempio i dati sulla popolazione o su qualunque altra cosa a livello comunale avrebbe richiesto 8100 pagine (il numero di Comuni in Italia) riducibili a 4050 pagine (supponendo di scrivere piccolo e di mettere due tavole per pagina), realizzare un Web Warehouse con i dati demografici di tutti i comuni italiani significa di fatto implementare un data base di piccole dimensioni.

Ora tutti gli Enti e le Organizzazioni più importanti diffondono i propri dati per mezzo di un ”Data Warehouse” più o meno sofisticato. Lo scrivo tra virgolette e in corsivo in quanto il termina viene utilizzato molto spesso in maniera impropria per indicare un qualunque data base per la diffusione dati, indipendentemente da come è stato progettato. (Diciamocela tutta: “Data Warehouse” è un termine più “figo”!)

Ma chi è l’utente dei dati? Sia che si tratti di pubblicazioni o di file contenenti tavole di dati, sia che si tratti di sistemi di Warehouse per la generazione a run-time di tavole l’utente è sempre stato visto come il punto finale del processo di diffusione. Questa è però una idea “storica” di utente che trova una collocazione sempre più marginale all’interno del Web. L’utente ha infatti cessato da tempo di essere un “lettore” o un “utilizzatore” del Web per diventarne invece protagonista. Un protagonista che a sua volta veicola l’informazione, la contestualizza, la condivide, la discute, la promuove, la valorizza. In questo nuovo contesto l’idea stessa di “diffusione dati” descritta fino ad ora diventa improvvisamente inadeguata. Questi nuovi scenari sono infatti il terreno ideale per quella che va sotto il nome di “condivisione dei dati” (Data Sharing) . E non è ovviamente un dettaglio lessicale, in quanto il “Data Sharing” ha delle forti implicazioni sia a livello tecnologico che a quello relativo ai comportamenti dell’”utente protagonista”.

In questo caso i dati non vengono più scaricati (e quindi replicati) sul PC dell’utente per poter essere utilizzati, ma vengono rilasciati attraverso modalità tali da consentire di essere facilmente “incorporati” in altri Blog e in altri siti Web oppure visualizzati on line attraverso sistemi di visualizzazione avanzati o ancora utilizzati direttamente da applicazioni e sistemi Web.

DEMO, il sistema che ISTAT utilizza per la diffusione dei dati demografici. Dal 1999, anno del suo rilascio ad oggi è diventato quello che a me piace chiamare un “sistema interconnesso”.

Fin dal suo esordio, sono stati “diffusi” dati in modo che ora definiremmo “tradizionale” attraverso il download di tavole predefinite, di file di dati o mediante i semplici Web Warehouse implementati. (es. Bilancio Demografico)

Ora mi scuso in anticipo con chi da tempo segue SegnalazionIT visto che gli esempi che seguono sono già comparsi in passato in altri articoli. Ma credo che raggrupparli ora tutti assieme possa servire a spigare meglio quanto detto fin’ora.

Nella figura seguente un output “classico” (con layout e stile di dieci anni fa :-) ) di quelli che si possono ottenere connettendosi a DEMO e interrogando il sistema. I dati in tabella sono quelli che riguardano il Bilancio Demografico per l’anno 2008 del comune di Roma.

demo.istat.it - Bilancio Demografico

Supponiamo poi di connetterci con il nostro BlackBerry o con il nostro Nokia N70 a istat.mobi (o mobile.istat.it). Seguendo i link riguardanti il Bilancio Demografico e selezionando il comune di Roma, troveremmo che

mobile.istat.it -  Bilancio Demografico

Ancora, dal sito ufficiale dell’Istat, inserendo il comune di Roma nell’apposito box in Home Page avremmo che

www.istat.it -  Home Page

www.istat.it - Bilancio Demografico

E se volessimo vedere come come questi dati possono essere utilizzati per la realizzazione di una applicazione mash-up con i dati di Google Maps, possiamo connetterci a http://cheapguru.org/comuni,  e ottenere il risultato in figura.

Google Maps e Bilancio Demografico

Oppure possiamo semplicemente copiareincollare il seguente codice su un qualunque blog/sito web

per incorporare all’interno del blog/sito la seguente tabella

Ovviamente gli esempi fatti non sono casuali. I dati infatti sono esattamente gli stessi. E provengono tutti dalle API pubbliche di DEMO. In nessun caso c’è stata una replicazione di dati. I dati sono stati semplicemente condivisi con altre applicazioni, su altri sistemi e attraverso l’utilizzo del codice di “embedding”. DEMO pertanto è stato “agganciato” tramite API agli altri siti web, diventandone parte integrante e condividendo con questi ultimi la parte dati.

In realtà i sistemi e i siti Web che condividono i dati di DEMO secondo queste logiche sono molti di più. Quando a Giugno 2010 saranno disponibili i dati del Bilancio 2009, DEMO e tutti i sistemi interconnessi di cui abbiamo parlato prima nonchè tutti i blog/siti che già hanno e quelli che nel frattempo avranno incorporato l’”embedded code” per la chart o la tabella del comune desiderato presenteranno istantaneamente i nuovi dati. Istantaneamente e senza intermediari. Dal “Data Dissemination” al “Data Sharing”.

Business Intelligence con Good Data

Good Data è una piattaforma di business intelligence disponibile sul web.

gooddata1

Good Data è in grado di memorizzare i dati online, permette di costruire e gestire un modello di dati multi-dimensionale utilizzando diverse fonti di dati, fornisce gli strumenti per analizzare i dati in un ambiente collaborativo, ed i mezzi per condividere i risultati con gli altri. Tutto ciò senza alcun software da installare, alcuna licenza per l’acquisto e alcuna necessità di supporto informatico.

Il sito di Good Data promette una “Agile BI”, ovvero gli analisti di dati possono sfruttare la potenza di una piattaforma di modellazione altamente flessibile, mentre gli utenti business hanno a disposizione degli strumenti di analisi e di reporting estremamente intuitivi. Questa combinazione consente ai team di analisti di creare e iterare rapidamente sulla proprie analisi.

Dal punto di vista delle tecnologie, Good Data utilizza lo stato dell’arte in materia, è costruita infatti utilizzando  AWS – Amazon Web Service, una delle più estese ed avanzate soluzioni di cloud computing esistenti al mondo. Ciò consente di ottenere diversi vantaggi:

  • Potenza elaborativa a basso prezzo. La parallelizzazione ottenuta dal cloud-computing consente di distribuire contemporaneamente su molte CPU le query ROLAP.
  • Elevata scalabilità. Le elaborazioni di business intelligence risentono spesso di imprevedibili ed elevati picchi di carico, il cloud-computing consente di rispondere in maniera elastica alla domanda, quando ciò accade.
  • Massivo numero di utenti. Good Data esegue una singola istanza della piattaforma di business intelligence per migliaia di utenti, consentendo di tenere molto bassi i costi marginali di mantenimento, servizio e aggiornamento per ciascun utente.
  • Orientamento al servizio. Dato che i nodi hardware sono allocati “in the cloud” e quindi sono transienti, nel senso che posso aggiungerne e toglierne quando ne ho bisogno, al fine di bilanciare il carico e massimizzare il throughput Good Data si basa su una serie di servizi stateless, orientati a garantire il servizio piuttosto che chi lo eroghi e dove.

Per effettuare qualche prova consiglio di registrarsi, effettuare il login, andare su “Switch Project” e scegliere “Create new”.

gooddata2

A questo punto si possono utilizzare le freccette laterali finchè non viene mostrato “New Zealand Census project template”, poi si da un nome al progetto e, dopo aver premuto il tasto “Create”, alcuni dati del Censimento 2006 della Nuova Zelanda saranno disponibili per essere visualizzati, combinati, manipolati tramite Good Data

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Sarà inoltre possibile visualizzare o modificare i report predefiniti o crearne degli altri, nonchè esportarli in formato Excel, condividerli, “taggarli”.

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Insomma, Good Data è un’applicazione complessa, potente, ben progettata, che utilizza praticamente tutti i paradigmi 2.0: possibilità di upload e condivisione di dati ed esperienze, rich internet application, creazione di comunità, tagging, export degli output generati, possibilità di generare widget da incapsulare nelle proprie pagine Internet.

Il modello di business è il “Freemium”, piuttosto usuale per questo tipo di applicazioni: gratuito fino a 50 utenti, 10 progetti, 10 MB per upload e 100 MB max per progetto. Non sono riportati i costi a seguito del superamento dei limiti.

Io credo che la complessità intrinseca dell’argomento Business Intelligence, prima che dello strumento, renderà Good Data un servizio di nicchia o comunque non adatto alla maggioranza dei navigatori…
però è un gran bello strumento!

Una nuova frontiera nella diffusione elettronica dei dati 2.0

Avevamo già parlato su questo blog di nuove possibilità per la diffusione on-line di dati statistici con l’articolo “Una nuova frontiera nella diffusione elettronica dei dati”. In particolare avevamo parlato di API, di Web Services e avevamo mostrato come era possibile realizzare una applicazione Mash-up. L’esempio preso in considerazione realizzava un Mash-up combinando assieme i dati ufficiali Istat sulla popolazione legale, prelevandoli direttamente da demo.istat.it utilizzando  due Web Services pubblici, e le mappe di Google Maps, ottenute avvalendosi delle celebri API di Google.

Questa volta parleremo invece di Widgets, e lo farò mostrandovi questa chart.



Questo è un oggetto Flash. Per visualizzarlo dovete avere il relativo Plug-in installato sul vostro Browser, e ci mostra i dati relativi al saldo migratorio del comune di Roma per l’anno 2008. Una cosa interessante è che se qualcuno di voi volesse includere questo grafico sul proprio sito o blog, non dovrebbe far altro che utilizzare il seguente codice. 



Copiare e incollare queste poche  righe  all’interno di una pagina web ha l’effetto di “incorporare” il grafico a barre all’interno di quella pagina. Esattamente quello che accade con Youtube (e con tutti i siti di video sharing) quando  utilizziamo il codice di “embedding” che troviamo a fianco di ogni filmato per condividerlo sul nostro sito o su un social network.  
Un interessante vantaggio è che non viene effettuata alcuna copia della chart in questione. Questa resterà fisicamente sempre sul server da cui è stata condivisa, consentendone quindi una gestione centralizzata. Se ad esempio venisse modificato il layout della chart, o venisse aggiunto un dato, le modifiche  comparirebbero nello stesso momento su tutti i siti e blog che nel frattempo avevano condiviso il Widget attraverso il codice mostrato in precedenza. 
Non c’è quindi in nessun modo replicazione di dati, ma un “canale” diretto tra chi il dato lo produce e chi lo condivide e lo utilizza. Tanto è vero che quando verranno rilasciati dall’Istat i dati 2009, tutte le pagine web che che avranno incorporato il widget con questo sistema visualizzeranno automaticamente i nuovi dati. Tutte simultaneamente e senza intermediari. 
Questo perchè, sebbene il widget si trovi fisicamente su un mio sito,  i dati visualizzati al suo interno provengono direttamente dal sito demo.istat.it, il sito Istat per la diffusione dei dati sulla popolazione. E questo attraverso uno dei due Web Services  pubblici di cui abbiamo parlato all’inizio dell’articolo.
Nell’esempio precedente mi sono avvalso e ho adattato una delle  XML/SWF Charts di maani.us, ma è evidente che se ne possono costruire altre più specifiche per la visualizzazione di dati statistici. 



Non solo chart ma anche tavole. In questo caso vengono utilizzati i dati provenienti dal Web Service di demo.istat.it con le Google Visualization API. Si tratta in questo caso di un piccolo Mash-up che potete includere sul vostro sito o blog utilizzando il seguente “embedded code”. Copiandolo e incollandolo dove riterrete più opportuno. 


In alternativa potete usare il seguente Javascript.



Vi faccio infine notare che il codice 058091 che compare nel codice è quello relativo al comune di Roma. Potete benissimo sostituirlo in entrambi i widget con quello di qualunque comune italiano per avere i dati di quel comune. Potete consultare i direttamente codici Istat
oppure può essere utile una piccola applicazione che ci consente in modo molto immediato di ottenere il codice del comune, della provincia e della regione per l’anno 2008. E se poi vogliamo nella chart i dati provinciali, ci basterà utilizzare il codice a tre cifre della relativa provincia (es. 058 per la provincia di Roma), mentre se siamo interessati ai dati regionali possiamo utilizzare i codici da uno a venti delle regioni.

Il Web sembra proprio essere fatto per condividere dati e informazioni. E condividere in modo “embedded”, semplice e immediato i dati della statistica ufficiale, senza intermediari e con il grande vantaggio di aggiornarli istantaneamente ovunque questi dati vengano condivisi costituisce una interessante opportunità. Sicuramente una nuova frontiera nella diffusione elettronica dei dati.

Nota:  Abbiamo visto che è possibile includere un oggetto (flash o tabella) sia attraverso l’uso del tag “object” che attraverso Javascript. Va comunque tenuto presente che i Social Network (e alcune piattaforme di blogging) applicano per ragioni di sicurezza diverse restrizioni sulle varie modalità di inclusione.

Enterprise 2.0 e portali 2.0, il caso Liferay

Web 2.0 ed Enterprise 2.0
“Il Web 2.0 è un’attitudine all’uso della tecnologia con la rete come piattaforma. L’Enteprise 2.0 è il modo di interpretare questo fenomeno, lato business”.  Che altro aggiungere a queste due semplici definizioni dell’IBM? Eppure, nonostante l’abbondanza di definizioni online, qualche dubbio me lo porto appresso. E inizio proprio dai dubbi.
Web 2.0 o no? Il caso dei questionari online
Quali strumenti sono veramente Web 2.0? Ad esempio, servizi per realizzare questionari online non sono certo una novità degli ultimi anni, e per molti versi non rientrano nei paradigmi del 2.0. Manca l’elemento della collaborazione, per dirne una.  Ma uno strumento come Wofoo è davvero “fuori” dal mondo 2.0? Il layout grafico, il buzz, il modello di business…le mie certezze vacillano. E se da un lato c’è certamente un abuso dell’aggiunta 2.0 (interprete dei sogni 2.0,  amore 2.0, allevamenti 2.0, moda 2.0  ecc) dall’altro i confini non sono, come è giusto che sia, scolpiti nella pietra. E Wofoo, ma anche (un pò) LimeSurvey, hanno certamente superato l’era del Web 1.0.
Portali 2.0: una contraddizione in termini?
Passo ad un altro caso, il portale. I portali sono Web 2.0? Figuriamoci…certo che no. Già il nome è di per se vecchio e poi,  dopo l’esperienza tragicomica del portale italia.it (lo so che è arcinoto ma vale sempre la pena ricordare quanto abbiamo speso per questo sito: più di 45 milioni di euro, anche se, forse, il memorabile video di benvenuto di Rutelli li vale tutti), c’è anche una certa paura nell’usare questo sostantivo. Ma anche su questo punto mi sono dovuto ricredere, ma prima di parlarne, un’altra piccola digressione. 
Le soluzioni commerciali per realizzare piattaforme collaborative e dunque 2.0
Come si stanno muovendo le multinazionali del software nel campo dell’Enteprise 2.0? IBM, con i prodotti Lotus (SameTimeConnectionsQuickr ecc) sembra non avere rivali. Microsoft, con il suo Office Sharepoint, ce la mette tutta, e detiene una buona fetta di mercato, ma i prodotti non hanno lo stesso DNA collaborativo delle omologhe soluzioni IBM. Sul fronte opensource ci sono realtà molto interessanti, come ad esempio Drupal, ma di questo me ne occuperò in un altro post.
Liferay, ovverosia un raggio di vita per i portali 
Alcune aziende, invece, si avvicinano all’Enteprise 2.0 percorrendo altre strade. Tirando fuori dal cilindro oggetti più o meno nuovi. In alcuni casi, riesumando perfino i  portali.  Sun Microsystem, recentemente acquistata da Oracle, per la sua strategia ha  infatti puntato su un’alleanza con Liferay, una piattaforma open source  già  utilizzata da aziende come Benetton, BMW, Lufthansa Flight Training, World Vision ecc. Cosa ha di speciale Liferay tanto da catture queste multinazionali? Liferay organizza i propri contenuti in portlet ed uno dei suoi punti di forza è la dotazione di portlet già pronte, tra le quali blog, wiki, RSS, calendari condivisi, lavagna, sondaggi ecc.
Presto vedremo un primo esempio italiano di portale 2.0, quello realizzato da un Istituto della Pubblica Amministrazione.  Con buona pace di chi crede che Innovazione e PA non vadano d’accordo…

Sempre più in chat sul luogo di lavoro. Ma siamo sicuri di saperle gestire?

Dal Secondo Rapporto sull’Instant Messaging in Italia, realizzato da Microsoft e Nextplora (gennaio 2009), emergono dati interessanti sul binomio chat e lavoro.
Crescono infatti gli intervistati che utilizzano la messaggistica istantanea sul luogo di lavoro (dal 28% del Primo Rapporto al 37%), i colleghi si inseriscono tra i contatti principali della chatroom (subito dopo gli amici) e nel 27% dei casi inoltre “parlare di lavoro” rappresenta la finalità della conversazione.
L’Instant Messaging (IM), secondo i promotori del Rapporto, è diventato a tutti gli effetti “uno strumento utile per la propria attività”.

Ma come cambia la comunicazione di lavoro e sul lavoro nelle “chiacchierate” on line?
Tra i punti di forza delle chatroom (non solo aziendali) rientra sicuramente la possibilità di aprire conversazioni a due (o più utenti) in modo parallelo ed in tempo reale. Anche se in questo caso conta molto l’abilità di sapere gestire più finestre di conversazione, tenendo presente che all’aumentare delle finestre il rischio di scrivere ad uno quello che era destinato ad un altro è sempre più elevato, soprattutto quando i contenuti dei messaggi istantanei sono un po’ bollenti e tendenti allo “spettegolio”.
E qui rientra il secondo punto di forza delle chatroom: la capacità di sapere disinibire. Quante cose scritte su Messenger sarebbero state dette off line ai propri colleghi o superiori? Forse molte di meno e sicuramente in modo meno diretto di quanto avviene in chat, dove a volte la necessità di sintesi prevale sulla volontà di approfondire il “concetto” e la mancanza di un contatto diretto, vis a vis, spinge anche i più riservati a lanciarsi in affermazioni un po’ troppo azzardate.

Insomma meglio aderire alle chatroom aziendali per non essere esclusi e per non perdersi “il meglio” dei propri colleghi, anche se usarle con cautela sembra più di una prescrizione.

Social software per il mondo business

Il gruppo Lotus Software di IBM Italia ha organizzato a Roma, qualche giorno fa, un incontro molto interessante sui software a supporto della collaborazione e dell’interazione lavorativa nell’ambito di una organizzazione.
Contrariamente a quanto mi aspettassi l’incontro non è stato incentrato sul software ma sui paradigmi alla base della collaborazione nel mondo business.

Gli interventi sono stati due, il primo di Gianni Catalfamo, CEO di Pleon Italia e blogger di lunga data, il secondo di Alessandro Chinnici, Sales Manager di IBM Lotus Software Italia.

Il primo intervento ha riguardato i social media ed il loro utilizzo in ambito web; molti dei concetti esposti li ritrovate anche qui.
Fra tutte le cose dette forse era tra le meno importanti, ma mi ha incuriosito sentire che le società di marketing lavorano, in campo web, per trasformare gli influencer in advocate. Gli influencer sono i siti, blog, comunità on-line e simili capaci di influenzare con la loro opinione i propri lettori. La trasformazione in advocate è legale e dichiarata ed avviene convincendo questi influencer a farsi promotori di una certa idea o prodotto, in cambio di un pagamento in danaro oppure in beni o servizi che abbiano un valore per essi. Questo meccanismo è (spesso) alla base del viral marketing, di cui trovate una buona spiegazione in questo video.

Il secondo intervento ha riguardato dapprima la ridefinizione del Web 2.0 come Global SOA, ovvero architettura globale orientata ai servizi (informatici), di seguito ha riguardato l’utilizzo in ambito business dei social media.
In particolare è stato presentato il prodotto Lotus Connections, che è apparso ben progettato, ben sviluppato e funzionale allo scopo per il quale è stato pensato, oltre ad essere oggi l’unica piattaforma enterprise esistente di social software per il mondo business.
In questo secondo caso, fra tutte le cose dette, mi ha colpito la ridefinizione del concetto di comunità lavorativa come insieme di persone che si aggrega spontaneamente attorno ad un obiettivo di lavoro o anche semplicemente intorno ad una idea di una persona.

Vedo senz’altro l’enorme potenziale dell’utilizzo dei social software nel mondo business e credo che l’applicazione pratica porti veramente un valore aggiunto in organizzazioni ben strutturate, intendendo con strutturate quelle organizzazioni nelle quali sono chiari i compiti assegnati alle persone e gli ambiti entro i quali utilizzare questi nuovi strumenti. Non a caso la stessa IBM ha una best practice (ho perso il link, ma confidiamo che i nostri lettori IBM ce lo segnalino al più presto) di utilizzo degli strumenti di social networking aziendale.

Immaginiamo ora di utilizzare un social software in organizzazioni, come la Pubblica Amministrazione italiana, dove è nota la struttura organizzativa e la gerarchia formale, ma spesso esiste un sostanziale scollamento fra queste e l’organizzazione reale.
In questo contesto il rischio è che strumenti del genere vadano ad aumentare il gap fra l’organizzazione ufficiale e quella ufficiosa, potenziando quest’ultima e rendendo ancora più forte il divario e le difficoltà lavorative.

In altri termini va benissimo la genesi spontanea e l’auto organizzazione della comunità, ma in contesti capaci di finalizzare ciò alle attività lavorative di cui i singoli partecipanti devono rispondere. Perché è vero che io posso dare un contributo valido su temi che non sono di mia stretta pertinenza nell’ambito dell’organizzazione per la quale lavoro, ma il rischio che il tempo impiegato venga tolto alle attività di mia competenza pare piuttosto alto.

Però magari sbaglio e invece questi strumenti hanno realmente la capacità di aggregare e motivare le persone rispetto alle attività di propria competenza.
Attendo segnalazioni di casi reali di utilizzo virtuoso dei social network nella PA italiana.