Category: Google

Google: nuove disposizioni sulla privacy

“Gentile utente Google,

Desideriamo informarti che stiamo eliminando oltre 60 diverse norme sulla privacy in tutti i servizi Google per sostituirle con una normativa unica, più breve e di più facile comprensione. Le nuove norme riguardano più prodotti e funzioni, poiché è nostro desiderio creare un’esperienza d’uso che sia meravigliosamente semplice e intuitiva per tutti i servizi Google.”

Con questo messaggio Google ha recentemente informato gli utenti delle modifiche che intende apportare sulla privacy, che entreranno in vigore  a partire dal 1° marzo 2012.

Di cosa si tratta in particolare?

Si tratta di far interagire i prodotti e applicativi Google che riguardano gli utenti in modo tale che non sia necessario fornire le stesse informazioni più volte ovvero in modo tale che esse “parlino” fra loro per migliorare i servizi offerti.

“Potremmo utilizzare il nome specificato dall’utente per il suo profilo Google in tutti i servizi offerti che richiedono un account Google.”

Gli utenti avranno, dunque, la possibilità di ricevere servizi personalizzati cui potranno accedere al momento della registrazione ad un prodotto Google e che potranno disattivare mediante apposita richiesta. Ad esempio, attraverso il Google Dashboard sarà possibile riepilogare i dati associati a ciascun prodotto utilizzato dall’utente dopo avere eseguito l’accesso al proprio account.

Venendo, in particolare, ai profili giuridici di questa modifica, l’accesso ai propri dati personali sarà consentito in caso di aggiornamento. Google, però, si riserva di farlo a determinate condizioni e previa verifica della reale identità del richiedente.

Potremmo rifiutare richieste irragionevolmente ripetitive, che richiedono un impegno tecnico eccessivo (ad esempio lo sviluppo di un nuovo sistema o la modifica sostanziale di una prassi esistente), che mettono a rischio la privacy di altre persone o inattuabili (ad esempio richieste relative a informazioni memorizzate su nastri di backup).

Questo aspetto non trova esatta coincidenza con quanto previsto dal nostro legislatore in materia di privacy laddove l’art. 8 del d.lgs. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali) prevede che l’interessato possa sempre accedere ai propri dati personali, salvo le ipotesi legislativamente indicate e relative ad indagini difensive, ragioni di giustizia, materia di sostegno alle vittime di richieste estorsive, ecc., al fine di:  verificare le modalità di trattamento dei dati; aggiornamento, rettifica, integrazione, cancellazione, trasformazione dei propri dati; chiedere il blocco dei dati trattati in violazione delle disposizioni normative;  ecc.

Tentiamo di gestire i nostri servizi in modo da proteggere le informazioni dalla distruzione accidentale o dolosa. Per questo motivo, dopo l’eliminazione delle informazioni dai nostri servizi da parte dell’utente, potremmo non eliminare subito le copie rimanenti dai nostri server attivi e potremmo non rimuovere le informazioni dai nostri sistemi di backup.

Tale aspetto contrasta esplicitamente con la legge italiana che riconosce all’interessato il c.d. diritto all’oblio ossia il diritto a non essere inserito in banche dati o altro sistema di identificazione senza la propria volontà nonché di essere cancellato, qualora risultino propri dati presso terzi.

L’eventuale distruzione  o perdita accidentale delle proprie informazioni dovrebbe richiedere una policy più attenta al dettato normativo italiano e non giungere a forme di “conservazione” che possano presentarsi contrarie alla volontà dell’interessato. 

Forniamo dati personali a società, organizzazioni e persone che non fanno parte di Google qualora ritenessimo in buona fede che l’accesso, l’utilizzo, la tutela o la divulgazione di tali informazioni sia ragionevolmente necessario per:

  • Soddisfare eventuali leggi o norme vigenti, procedimenti legali o richieste governative applicabili.
  • Applicare i Termini di servizio vigenti, compresi gli accertamenti in merito a potenziali violazioni.
  • Rilevare, impedire o altrimenti gestire attività fraudolente o problemi relativi alla sicurezza o di natura tecnica.
  • Tutelare i diritti, la proprietà o la sicurezza di Google, dei nostri utenti o del pubblico, come richiesto o consentito dalla legge.

Anche tale condizione non rispetta appieno il dettato normativo che richiede, ai fini di certezza giuridica, che il titolare del trattamento dei dati personali, nella fattispecie Google, debba escludere le richieste di accesso ai dati di propri utenti provenienti da soggetti governativi o in ipotesi non espressamente previste dalle leggi vigenti. 

Le nostre Norme sulla privacy potrebbero essere soggette a modifiche occasionali. Ci impegniamo a non ridurre i diritti degli utenti previsti dalle presenti Norme sulla privacy senza il loro esplicito consenso.

Tale ultima indicazione contrasta con il dettato normativo laddove non si prevede l’informativa all’interessato il quale deve essere edotto di modifiche da parte del gestore dei dati personali anche ai fini di eventuale esercizio del diritto di accesso di cui agli artt. 7-10 del d.lgs. 196/2003 citato.

 

L’Istat su Google Public Data Explorer

Negli ultimi anni abbiamo spesso parlato di Google Public Data Explorer su questo blog. Ora il servizio si è arricchito di nuove funzionalità e si è aperto al grande pubblico: anche gli utenti generici – e non solo i produttori di statistiche ufficiali – possono caricare i propri dati sulla piattaforma di Big G.

Oggi apriamo il servizio Public Data Explorer ai tuoi dati. Abbiamo definito un nuovo formato di dati, il Dataset Publishing Language (DSPL), e abbiamo creato un’interfaccia per chiunque voglia caricare i propri dataset. DSPL è un formato open  - basato su XML – creato appositamente per supportare potenti visualizzazioni dinamiche come quelle offerte da Public Data Explorer.

 

Recentemente anche l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) ha aderito – in via sperimentale – a questo servizio, pubblicando i dati relativi  al tasso di disoccupazione. Nella Directory di Public Data, il canale riservato ai produttori di statistiche ufficiali, è ora presente il dataset:

 

Istituto Nazionale di Statistica

E’ possibile confrontare i dati provinciali:

 

Oppure quelli regionali con un istogramma:

 

Oppure con un diagramma a bolle:

 

Inoltre è possibile riutilizzare questi grafici dinamici e incorporarli nel proprio sito o blog, attraverso un semplice copia incolla del codice prodotto dal servizio, come è stato fatto su questo post. Nelle prossime settimane il servizio si arricchirà di nuove funzionalità. Stay tuned!


Per saperne di più:

Visualize your own data in the Google Public Data Explorer

Data-driven policy-making

Dataviz, democratized: Google opens Public Data Explorer

Gmail – come visualizzare più account con lo stesso browser

Vista la facilità di apertura, ma sopratutto la gratuità degli account Gmail, è molto frequente che ciascuno di noi abbia più di un account intestato a suo nome.

Spesso, anche per evitare confusioni, i due account vengono gestiti tramite browser differenti, cosicché nel primo browser visualizziamo ad esempio l’email privata e nel secondo browser l’account dove memorizziamo i file che riteniamo più importanti.

Ma due browser aperti consumano una considerevole quantità di risorse di calcolo, perché dunque non visualizzare i due account Gmail con lo stesso browser?

Ci viene in aiuto una recente funzionalità di Gmail, vediamo insieme come configurarla.

Nota bene: la procedura è stata testata con il browser Firefox, ma può essere utilizzata, con qualche click in più, anche con il browser IE. Fare click sulle immagini per visualizzarle correttamente.

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1) Andiamo su Google Accounts http://google.com/accounts e accediamo inserendo utenza e password del nostro primo account Gmail.

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2) Ora modifichiamo il nostro account, in particolare prendiamo in considerazione l’opzione “Multiple sign-in” e facciamo click su “Edit“.

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3) Veniamo rimandati alla pagina seguente, che spiega le funzionalità del sistema. Per andare avanti dobbiamo selezionare “On” e le diverse checkbox per dimostrare di aver letto le indicazioni. Ci viene infine ricordato che potrebbe essere necessario effettuare il logout da tutti gli account perché le modifiche abbiano effetto. Facciamo click sul pulsante “Save“.

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4) A questo punto accediamo alla nostra posta elettronica scrivendo ad esempio http://gmail.com nella barra degli indirizzi del browser. L’autenticazione tramite il primo account l’abbiamo già fatta dunque veniamo immediatamente reindirizzati alla pagina Inbox di Gmail. Il risultato sarà analogo al seguente.

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5) Come si può vedere, facendo ora click nel triangolino posto alla destra del nome del nostro primo account, si apre un menù a tendina con il link “Sign in to another account…“.

Facendo click su tale link si apre un secondo tab del browser e ci viene presentata la seguente pagina.

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6) Autentichiamoci con le credenziali del secondo account Gmail, il risultato finale sarà il seguente.

Le email dei due account sono ora disponibili, contemporaneamente, su due tab differenti dello stesso browser!

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7) Per non confondersi sarà meglio selezionare dei temi con colori differenti per i due account, tramite il link in alto a destra “Settings –> Themes”.

Le origini del Web 2.0 e di Google? Un russo e uno svizzero…

La storia è quella del matematico russo Andrey (Andrei) Andreyevich Markov  (1856-1922), il quale, nella sua carriera, ha formulato  modelli statistici rivelatisi fondamentali anche per il Web 2.0. Markov è infatti noto per il suo lavoro sulla teoria dei processi stocastici (“Markov chain”). La catena di Markov può essere rappresentata da una matrice, detta matrice di transizione, che contiene tutti gli stati. La condizione sufficiente è che la matrice non abbia dei valori mancanti, ovverosia non deve mancare il link per permettere il passaggio tra un elemento e l’altro.

E proprio sulla teoria di Markov si fonda in parte l’algoritmo di Google del PageRank, più volte discusso su questo blog:

Il motore di ricerca Google assegna un valore all’importanza di un sito web tramite l’algoritmo PageRank: quest’ultimo si basa sull’assegnare una probabilità di transizione da un sito web A a un sito B basata sulla quantità di link che da A conducono a B. Conoscendo la probabilità di transizione è possibile ottenere la distribuzione stazionaria di probabilità della catena di Markov formata da tutti i siti web. La distribuzione stazionaria assegna un valore nell’intervallo [0,1] ad ogni sito (corrispondente alla quantità media di tempo spesa sul sito da un gran numero di utenti dopo un tempo tendente a infinito): tale valore, opportunamente riscalato, costituisce il Page Rank del sito (Wikipedia).

Insomma Google non deve il suo successo solo ad una buona idea sviluppata in un garage, ma anche ad approfondimenti teorici che vengono da lontano, da  personaggi sconosciuti ai più, come Markov e lo svizzero Eulero, padre della teoria dei grafi e quindi anche degli studi sui link tra i siti web.

Analisi della popolarità dei brand online – seconda parte

Il caso dei brand dell’alta moda

Qualche giorno fa abbiamo proposto un nuovo metodo per determinare la popolarità di un brand in Rete (Online Brand Popularity Index). In questo secondo post mettiamo alla prova il nostro indice applicandolo ad alcune marche dell’alta moda, per analizzare il loro posizionamento sul Web a partire dalla visibilità dei loro siti ufficiali. I brand scelti sono: Versace, Gucci, Prada, Louis Vuitton, Dolce&Gabbana, Armani, Roberto Cavalli e Valentino. Per ciascuno di essi, in questa prima fase abbiamo considerato il solo sito ufficiale internazionale (quello .com, per intenderci), in modo tale da non dover circoscrivere la nostra analisi ad un contesto locale. Per semplicità e per poter operare un confronto significativo, abbiamo selezionato dei marchi appartenenti ad uno stesso settore merceologico, con una valenza in termini di diffusione e di riconoscibilità sufficientemente equivalente. Detto questo, l’Online Brand Popularity Index può essere applicabile anche per la valutazione della popolarità online di brand appartenenti ad ambiti di mercato differenti tra loro.

Metodologia

I dati sono stati rilevati il 28/03/2010, tranne l’indicatore YouTube (02/04/2010). L’indice sintetico Online Brand Popularity Index è calcolato come media ponderata degli indicatori standardizzati (ovviamente Alexa è stato invertito cambiando segno al valore standardizzato). Nel computo dell’indice non sono stati esclusi indicatori tra loro correllati per non trascurare una ridondanza che, in questo ambito, riteniamo positiva. Non tutti gli indicatori sono uguali, né per qualità né per disponibilità di dati; per questo abbiamo assegnato pesi diversi a diversi indicatori. Agli indicatori principali, Google PageRank, Facebook e Link in entrata, abbiamo assegnato il valore 1; a Wikipedia e Alexa abbiamo assegnato il valore 0.75; agli indicatori i cui valori non erano disponibili per tutti i brand abbiamo assegnato il valore 0.5.

Confronto tra brand dell’alta moda: i risultati

Il nostro studio ha mostrato una certa omogeneità tra le otto case di moda analizzate, anche se con alcune significative discordanze. Il PageRank si attesta su una media del 6 diffusa, indicando uno stato non ottimale dei siti web ufficiali, che andrebbero migliorati e resi più efficaci. Ci sono poi delle forti divergenze sia per quanto riguarda il numero dei collegamenti a ciascun sito da Wikipedia, sia rispetto al numero di fan delle pagine ufficiali su Facebook. Abbiamo notato che alcuni brand (Versace, Roberto Cavalli e Valentino) non hanno un canale ufficiale su YouTube, mentre altre marche non hanno un profilo ufficiale su Twitter. Tra queste ultime ci sono Gucci, Louis Vuitton e Prada, che invece dominano il ranking complessivo, attestandosi, rispettivamente, al primo, al secondo e al terzo posto. A favore di Gucci e Prada gioca il PageRank, dato che i loro siti web ufficiali sono gli unici a “meritare” un 7. I siti ufficiali del terzetto di testa si distinguono anche per un maggior numero di link in entrata e per una maggiore presenza su Delicious. Per quanto riguarda il numero di fan su Facebook, invece, accanto a Vuitton e a Gucci primeggia Dolce&Gabbana, mentre Prada si attesta solo al quarto posto. I rimanenti 4 brand presentano un andamento decisamente più discontinuo, con valori generalmente più bassi. Nel caso specifico di Roberto Cavalli, che si colloca in fondo alla nostra “classifica”, ci troviamo di fronte ad un sito ufficiale con un PageRank di appena 5: troppo poco per un brand così importante.

Online Brand Popularity Index: i prossimi passi

Il metodo che abbiamo sperimentato è in grado di fornire un indice complessivo della popolarità sul Web di un brand e può essere esteso a qualsiasi settore, merceologico o meno. Per poter determinare il successo online, che è funzione sia della popolarità che della reputazione, in un futuro ci occuperemo di reputazione e di Social Media Monitoring, completando l’analisi quantitativa con una qualitativa, in modo da analizzare non solo “quanto” un marchio sia presente sul web, ma anche “come” sia presente. Nestlé ad esempio è “popolarissima” su Facebook, ma andando ad osservare la sua pagina fan ufficiale un po’ più da vicino ci si accorge che alcuni dei commenti presenti non sono per nulla positivi. Da adesso in poi, quindi, il nostro progetto si concentrerà sugli aspetti qualitativi della presenza online dei brand, e potrebbe presto tradursi in un nuovo post.

[Questo articolo è parte di un progetto di analisi dei brand online a cura di Alice Cetorelli, Simona Chiocchio, Cesare Deisori, Daniele Frongia, Eleonora Lisi, Lisa Vagnozzi]

Ecosia: il motore di ricerca ecologico

È attivo dallo scorso dicembre il motore di ricerca online ecosostenibile Ecosia. Eocosia lavora come tutti gli altri motori di ricerca, ma a differenza di loro dona il ricavato dei link sponsorizzati per proteggere le foreste pluviali il cui progetto di protezione della foresta è curato dal WWF (e localizzato nella fattispecie nel Juruena National Park in Amazzonia). Gli utenti di Ecosia possono salvare fino a 2 m² di foresta pluviale per ogni ricerca effettuata.

Navigate e fate le vostre valutazioni!

Sito ufficiale

Canale YouTube

motore di ricerca ecologico

Il successo di un sito web? Non solo una questione di traffico

Qualche giorno fa SIS Magazine (la rivista online della Società Italiana di Statistica) ha pubblicato il mio articolo Il successo di un sito web? Non solo una questione di traffico: i casi Istat, SIS e Sistan (*) sui nuovi metodi e strumenti per misurare il successo di un sito.

Nell’articolo studio il caso di tre siti che si occupano di statistiche ufficiali e di promozione delle scienze statistiche: l’Istituto Nazionale di Statistica, il Sistema Statistico Nazionale e la Società Italiana di Statistica, siti che nel medio periodo verranno profondamente rinnovati. Come? Certamente si arricchiranno di nuovi servizi (in salsa Web 2.0 – lo so, il termine è un po’ inflazionato ma almeno ci capiamo), come ad esempio quelli di cui abbiamo parlato in questo blog e che sono da tempo in produzione in altri paesi: nuove tecnologie per la diffusione e la condivisione di dati, tool di visualizzazione interattiva (anche esterni al sito, come nel caso di Google Public data) e altro ancora su cui torneremo nelle prossime settimane.

Ma come misurare e dunque valutare l’introduzione di un nuovo servizio? Semplicente registrando le variazioni del traffico sul sito? Anche se prodotti per il monitoraggio del traffico come AWStats e Google Analytics offrono informazioni molto importanti (indispensabili), oggi esiste una nuova generazione di strumenti per misurare il successo di un sito che tengono meglio conto della sua natura multidimensionale. In particolare possiamo vedere il successo di un sito in funzione, oltre che del traffico, anche del suo posizionamento nella rete ovvero della sua solidità di carattere “infrastrutturale”. Il posizionamento è dunque uno dei presupposti per un successo solido e duraturo del sito e quindi anche per valutare l’eventuale miglioramento dopo l’introduzione di nuovi servizi online.

Per misurare il posizionamento e dunque l’efficacia di un sito, di pagine specifiche, di campagne di comunicazione e anche per l’analisi della reputazione sul Web, sono disponibili diversi strumenti. Io ho provato ad utilizzare CONDOR (il software del MIT mostrato nell’articolo) nel 2008, con Francesca Grippa, per monitorare il comportamento dei media durante le elezioni statunitensi, e i risultati sono stati soddisfacenti.  CONDOR consente inoltre di identificare la blogosfera di riferimento di un sito, cioè l’insieme dei blog che citano un determinato sito attraverso un collegamento ipertestuale. La figura seguente mostra la blogosfera del sito Istat.it nel periodo 1-20 settembre 2009.

Blogosfera Istat.it

Per l’analisi di un sito occorre quindi tenere in considerazione due fattori: il traffico e il posizionamento nella rete. In questi ultimi anni gli studi di fisici, matematici e sociologi stanno contribuendo a definire nuovi metodi e strumenti per l’analisi del posizionamento. Le potenzialità e le prospettive sono estremamente interessanti, anche per chi produce statistiche ufficiali e diffonde cultura statistica.

Per il successo di un sito non esiste una regola aurea ma,  specialmente in organizzazioni complesse, risultati soddisfacenti possono essere raggiunti solo con lo sforzo congiunto di esperti di comunicazione, informatici e produttori di contenuti, supportati da adeguati strumenti software. Con uno lavoro coordinato tra questi attori è possibile valutare se vengono intercettate correttamente le aspettative degli utenti, aumentare la propria rilevanza online e costruire la propria reputazione di opinion leader del settore di appartenenza.

(*) = Ne approfitto per ringraziare i ricercatori che hanno contribuito all’articolo del SIS Magazine: Matteo Mazziotta, Davide Bennato, Francesca Grippa, Daniela Cocchi e Fabio Crescenzi.

Google stories 5

Google Fight

Dopo lo specchio, presentiamo un’altra variante di Google: google fight. Si tratta di un gioco basato sul numero di risultati trovati da Google. La battaglia si svolge tra due parole. Vince quella che, secondo Google, è più diffusa. Proviamo:

e dopo una breve attesa in cui si assiste a una lotta viene decretato il vincitore:

e non poteva essere altrimenti poiché come si sa «ferisce più la lingua che la spada»

Gratis – Chris Anderson

“Free – The future of a radical price” è il nuovo libro di Chris Anderson, direttore di Wired USA e già autore del famosissimo “The Long Tail”. Il libro è edito in Italia da Rizzoli con il titolo “Gratis”, vale certamente la pena di acquistarlo (19,50 €).

È un libro ricco di spunti e come tale difficile da recensire, semplificando potremmo dire che tratta di economia, tecnologia, sociologia e psicologia comportamentale dei frequentatori di Internet. Riprende e approfondisce concetti chiave della tecnologia moderna, come il cloud computing, ed i modelli di business per Internet, come il “Freemium”.

Riporto di seguito la prima parte del capitolo 8. “La demonetizzazione – Google e la nascita di un modello economico per il Duemila”.

Ormai è diventata un’attrazione turistica: sorge al numeo 1600 di Amphitheatre Parkway, a Mountain View, California. È la roccaforte del Gratis: il Googleplex, il quartier generale dell’azienda più grande mai costruita su prodotti gratuiti. Fuori dal palazzo, ingegneri sorprendentemente atletici giocano a beach volley e vanno in mountain bike. Poi rientrano, si infilano la camicia ed escogitano nuovi modi per usare gli straordinari vantaggi di costo marginale dei loro enormi datacenter per esplorare nuovi settori ed espandere la portata del gigante della ricerca. Oggi Google offre quasi cento prodotti, dal software di elaborazione immagini a word processor e fogli di calcolo, e quasi tutti sono gratuiti. davvero gratuiti, non c’è trucco. Google ci riesce come dovrebbe riuscirci  ogni moderna azienda del digitale: offrendo molti prodotti per guadagnare su pochi di essi.

Google guadagna talmente tanto con la pubblicità su una manciata di prodotti chiave (sopratutto sui risultati di ricerca e sulle inserzioni pubblicate su siti di terze parti) che riesce a rendere gratuito tutto il resto. I nuovi servizi, anzi, nascono con domande da veri geek, come: «Sarebbe cool?», «La gente lo vuole?», «Sfrutta bene la nostra tecnologia?». Non si parte mai da un prosaico: «Ci farà guadagnare?».

Vi sembra folle? Lo sarebbe, forse, se provenisse dalla General Motors o dalla Generel Electric; ma per le aziende che operano nel regno del digitale puro, questo approccio può essere perfettamente sensato. Decidere di costituirsi un pubblico enorme prima di avere un modello di business non è sciocco come lo era all’epoca del dot-com, nei tardi anni Novanta, quando per ottenere lo stesso risultato serviva una vagonata di soldi dal venture capital e molti rack di server Sun. Oggi qualsiasi startup sul web ha un accesso condiviso allo stesso tipo di enormi server farm che usa Google, il che rende estremamente conveniente l’offerta di servizi online. Grazie alla disponibilità di servizi di hosting come l’EC2 di Amazon, che consentono alle aziende di avviare il lavoro senza alcuna infrastruttura fisica, è possibile fornire un servizio a milioni di utenti usando poco più di una carta di credito.

Di conseguenza, le aziende possono iniziare in piccolo e puntare in alto senza assumersi enormi rischi finanziari e senza sapere come guadagneranno. Paul Graham, fondatore di Y Combinator, una società di venture capital specializzata in piccole startup, dà un consiglio semplice agli aspiranti imprenditori: «Costruite qualcosa che la gente vuole». Graham finanzia aziende con cifre ridotte, anche nell’ordine dei cinquemila dollari, e le incoraggia ad usare strumenti open source e servizi di hosting, e a lavorare da casa.

Quasi tutti usano il gratis per mettere alla prova le idee, per scoprire se funzionano o suscitano l’interesse dei consumatori. Se sì, allora la domanda successiva è: quanto sarebbero disposti a pagare i clienti, o in quale altro modo ci si può guadagnare. Possono passare anni prima che arrivi quel giorno (e a volte non arriva mai), ma poiché i costi per lanciare il servizio sono così bassi, raramente è a rischio un capitale enorme.

Oggi esistono innumerevoli aziende web di questo tipo, grandi e piccole. Ma Google è di gran lunga la maggiore e, poiché ha tanto successo nel generare ricavi in una parte del suo business, il Gratis non è solo una tappa intermedia sulla strada di un modello di business: è al cuore della filosofia produttiva.

Per comprendere come Google sia diventato l’araldo del gratis, è utile ripercorrerne l’evoluzione: Possiamo riassumere la storia di Google in tre fasi:

1. (1999-2001) Inventa un motore di ricerca che migliori, anziché peggiorare, a mano a mano che il web cresce (a differenza di tutti i precedenti);

2. (2001-2003) Adotta un sistema self-service con cui gli inserzionisti possano creare annunci pubblicitari che corrispondano a certe parole chiave o contenuti, e poi fa in modo che possano contendersi le posizioni più in vista per quelle pubblicità;

3. (2003-oggi) Crea innumerevoli altri servizi e prodotti per estendere la sfera di attività di Google, fidelizzando i consumatori. Dove serve, estende la pubblicità a quegli altri prodotti, ma non a scapito della user experience.

Questo sistema ha funzionato benissimo. Oggi, a dieci anni dalla fondazione, Google è un’azienda da 20 milioni di dollari, che fa più profitti (oltre 4 milioni di dollari nel 2008) di tutte le compagnie aeree e le aziende automobilistiche americane messe insieme (d’accordo, di questi tempi non ci vuole molto!). Non solo ha introdotto un modello di business basato sul gratis, ma sta inventando un nuovo modo di fare informatica, spostando sempre più funzioni dai nostri desktop alla cloud (nuvola), ovvero ospitandole in data center remoti e facendoci accedere online attraverso i browser (e possibilmente attraverso il browser di Google, Chrome).

Questi data center sono l’incarnazione della tripletta della tecnologia: potenza di calcolo, banda e spazio su disco. Queste fabbriche di informazione, a mano a mano che Google ne costruisce altre in tutto il mondo, non diventano meno costose ma più potenti. I computer di ciascun nuovo data center sono più veloci dei precedenti e gli hard disk possono contenere più informazioni. Di conseguenza quei data center hanno bisogno di collegamenti migliori con il mondo esterno. Sommando tutta questa capienza possiamo capire perchè ogni data factory che Google costruisce può fare il doppio allo stesso prezzo di quella costruita un anno e mezzo prima.

Google continua a costruire questi data center al costo di centinaia di milioni di dollari, ma poiché il traffico gestito da ciascuno cresce ancora più rapidamente della spesa per le infrastrutture, a livello del singolo byte il costo sostenuto dall’azienda per rispondere alle vostre esigenze diminuisce ogni giorno.

Perchè Google adotta il Gratis «di default»? Perché è il modo migliore per raggiungere il mercato più vasto possibile. Schmidt la chiama «Strategia max» di Google, nel senso di tendenza alla massimizzazione; e prevede che diventerà tipica dei mercati dell’informazione. È molto semplice: «Prendi qualsiasi cosa tu stia facendo e massimizzane la distribuzione. Ovvero: poichè il costo marginale della distribuzione è zero, tanto vale che tu distribuisca i tuoi prodotti il più possibile».

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Google Public data e i dati italiani

Google Public data, di cui abbiamo parlato sei mesi fa al ForumPA e su questo blog, torna con interessanti novità per i dati italiani.

Lo scopo del servizio Public data è così presentato da Google:

I dati statistici pubblici, come ad esempio il tasso di disoccupazione o i numeri della popolazione, non devono essere né difficili da trovare né, cosa ancora più importante, difficili da comprendere. Google sta rendendo più facile trovare e utilizzare i dati statistici prodotti  da governi e da istituzioni ufficiali. Questi dati vengono poi inclusi nei risultati di ricerca di Google.com e visualizzati sotto forma di grafici interattivi che è possibile personalizzare e condividere con gli altri.

I dati quindi vengono mostrati non sul sito di chi produce i dati, ma direttamente nella pagina dei risultati della ricerca, al primo posto, così:

google public data

google public data

[the worlds life expectancy]

Come dicono gli sviluppatori del servizio, anche le persone che normalmente rifuggono dalle statistiche dovrebbero trovare questi grafici dinamici facili da usare e capire.

E ci sono novità anche i per i dati italiani, inseriti dalla Banca Mondiale.  I risultati sono molto interessanti, anche se limitati a Google.com (se inseriamo le stesse parole su Google.it non otteniamo nulla):


Cosa aspettiamo ad inserire dati Istat a livello regionale o provinciale su Google.it Public data?