Category: Google

Analisi della popolarità dei brand online – seconda parte

Il caso dei brand dell’alta moda

Qualche giorno fa abbiamo proposto un nuovo metodo per determinare la popolarità di un brand in Rete (Online Brand Popularity Index). In questo secondo post mettiamo alla prova il nostro indice applicandolo ad alcune marche dell’alta moda, per analizzare il loro posizionamento sul Web a partire dalla visibilità dei loro siti ufficiali. I brand scelti sono: Versace, Gucci, Prada, Louis Vuitton, Dolce&Gabbana, Armani, Roberto Cavalli e Valentino. Per ciascuno di essi, in questa prima fase abbiamo considerato il solo sito ufficiale internazionale (quello .com, per intenderci), in modo tale da non dover circoscrivere la nostra analisi ad un contesto locale. Per semplicità e per poter operare un confronto significativo, abbiamo selezionato dei marchi appartenenti ad uno stesso settore merceologico, con una valenza in termini di diffusione e di riconoscibilità sufficientemente equivalente. Detto questo, l’Online Brand Popularity Index può essere applicabile anche per la valutazione della popolarità online di brand appartenenti ad ambiti di mercato differenti tra loro.

Metodologia

I dati sono stati rilevati il 28/03/2010, tranne l’indicatore YouTube (02/04/2010). L’indice sintetico Online Brand Popularity Index è calcolato come media ponderata degli indicatori standardizzati (ovviamente Alexa è stato invertito cambiando segno al valore standardizzato). Nel computo dell’indice non sono stati esclusi indicatori tra loro correllati per non trascurare una ridondanza che, in questo ambito, riteniamo positiva. Non tutti gli indicatori sono uguali, né per qualità né per disponibilità di dati; per questo abbiamo assegnato pesi diversi a diversi indicatori. Agli indicatori principali, Google PageRank, Facebook e Link in entrata, abbiamo assegnato il valore 1; a Wikipedia e Alexa abbiamo assegnato il valore 0.75; agli indicatori i cui valori non erano disponibili per tutti i brand abbiamo assegnato il valore 0.5.

Confronto tra brand dell’alta moda: i risultati

Il nostro studio ha mostrato una certa omogeneità tra le otto case di moda analizzate, anche se con alcune significative discordanze. Il PageRank si attesta su una media del 6 diffusa, indicando uno stato non ottimale dei siti web ufficiali, che andrebbero migliorati e resi più efficaci. Ci sono poi delle forti divergenze sia per quanto riguarda il numero dei collegamenti a ciascun sito da Wikipedia, sia rispetto al numero di fan delle pagine ufficiali su Facebook. Abbiamo notato che alcuni brand (Versace, Roberto Cavalli e Valentino) non hanno un canale ufficiale su YouTube, mentre altre marche non hanno un profilo ufficiale su Twitter. Tra queste ultime ci sono Gucci, Louis Vuitton e Prada, che invece dominano il ranking complessivo, attestandosi, rispettivamente, al primo, al secondo e al terzo posto. A favore di Gucci e Prada gioca il PageRank, dato che i loro siti web ufficiali sono gli unici a “meritare” un 7. I siti ufficiali del terzetto di testa si distinguono anche per un maggior numero di link in entrata e per una maggiore presenza su Delicious. Per quanto riguarda il numero di fan su Facebook, invece, accanto a Vuitton e a Gucci primeggia Dolce&Gabbana, mentre Prada si attesta solo al quarto posto. I rimanenti 4 brand presentano un andamento decisamente più discontinuo, con valori generalmente più bassi. Nel caso specifico di Roberto Cavalli, che si colloca in fondo alla nostra “classifica”, ci troviamo di fronte ad un sito ufficiale con un PageRank di appena 5: troppo poco per un brand così importante.

Online Brand Popularity Index: i prossimi passi

Il metodo che abbiamo sperimentato è in grado di fornire un indice complessivo della popolarità sul Web di un brand e può essere esteso a qualsiasi settore, merceologico o meno. Per poter determinare il successo online, che è funzione sia della popolarità che della reputazione, in un futuro ci occuperemo di reputazione e di Social Media Monitoring, completando l’analisi quantitativa con una qualitativa, in modo da analizzare non solo “quanto” un marchio sia presente sul web, ma anche “come” sia presente. Nestlé ad esempio è “popolarissima” su Facebook, ma andando ad osservare la sua pagina fan ufficiale un po’ più da vicino ci si accorge che alcuni dei commenti presenti non sono per nulla positivi. Da adesso in poi, quindi, il nostro progetto si concentrerà sugli aspetti qualitativi della presenza online dei brand, e potrebbe presto tradursi in un nuovo post.

[Questo articolo è parte di un progetto di analisi dei brand online a cura di Alice Cetorelli, Simona Chiocchio, Cesare Deisori, Daniele Frongia, Eleonora Lisi, Lisa Vagnozzi]

Ecosia: il motore di ricerca ecologico

È attivo dallo scorso dicembre il motore di ricerca online ecosostenibile Ecosia. Eocosia lavora come tutti gli altri motori di ricerca, ma a differenza di loro dona il ricavato dei link sponsorizzati per proteggere le foreste pluviali il cui progetto di protezione della foresta è curato dal WWF (e localizzato nella fattispecie nel Juruena National Park in Amazzonia). Gli utenti di Ecosia possono salvare fino a 2 m² di foresta pluviale per ogni ricerca effettuata.

Navigate e fate le vostre valutazioni!

Sito ufficiale

Canale YouTube

motore di ricerca ecologico

Il successo di un sito web? Non solo una questione di traffico

Qualche giorno fa SIS Magazine (la rivista online della Società Italiana di Statistica) ha pubblicato il mio articolo Il successo di un sito web? Non solo una questione di traffico: i casi Istat, SIS e Sistan (*) sui nuovi metodi e strumenti per misurare il successo di un sito.

Nell’articolo studio il caso di tre siti che si occupano di statistiche ufficiali e di promozione delle scienze statistiche: l’Istituto Nazionale di Statistica, il Sistema Statistico Nazionale e la Società Italiana di Statistica, siti che nel medio periodo verranno profondamente rinnovati. Come? Certamente si arricchiranno di nuovi servizi (in salsa Web 2.0 – lo so, il termine è un po’ inflazionato ma almeno ci capiamo), come ad esempio quelli di cui abbiamo parlato in questo blog e che sono da tempo in produzione in altri paesi: nuove tecnologie per la diffusione e la condivisione di dati, tool di visualizzazione interattiva (anche esterni al sito, come nel caso di Google Public data) e altro ancora su cui torneremo nelle prossime settimane.

Ma come misurare e dunque valutare l’introduzione di un nuovo servizio? Semplicente registrando le variazioni del traffico sul sito? Anche se prodotti per il monitoraggio del traffico come AWStats e Google Analytics offrono informazioni molto importanti (indispensabili), oggi esiste una nuova generazione di strumenti per misurare il successo di un sito che tengono meglio conto della sua natura multidimensionale. In particolare possiamo vedere il successo di un sito in funzione, oltre che del traffico, anche del suo posizionamento nella rete ovvero della sua solidità di carattere “infrastrutturale”. Il posizionamento è dunque uno dei presupposti per un successo solido e duraturo del sito e quindi anche per valutare l’eventuale miglioramento dopo l’introduzione di nuovi servizi online.

Per misurare il posizionamento e dunque l’efficacia di un sito, di pagine specifiche, di campagne di comunicazione e anche per l’analisi della reputazione sul Web, sono disponibili diversi strumenti. Io ho provato ad utilizzare CONDOR (il software del MIT mostrato nell’articolo) nel 2008, con Francesca Grippa, per monitorare il comportamento dei media durante le elezioni statunitensi, e i risultati sono stati soddisfacenti.  CONDOR consente inoltre di identificare la blogosfera di riferimento di un sito, cioè l’insieme dei blog che citano un determinato sito attraverso un collegamento ipertestuale. La figura seguente mostra la blogosfera del sito Istat.it nel periodo 1-20 settembre 2009.

Blogosfera Istat.it

Per l’analisi di un sito occorre quindi tenere in considerazione due fattori: il traffico e il posizionamento nella rete. In questi ultimi anni gli studi di fisici, matematici e sociologi stanno contribuendo a definire nuovi metodi e strumenti per l’analisi del posizionamento. Le potenzialità e le prospettive sono estremamente interessanti, anche per chi produce statistiche ufficiali e diffonde cultura statistica.

Per il successo di un sito non esiste una regola aurea ma,  specialmente in organizzazioni complesse, risultati soddisfacenti possono essere raggiunti solo con lo sforzo congiunto di esperti di comunicazione, informatici e produttori di contenuti, supportati da adeguati strumenti software. Con uno lavoro coordinato tra questi attori è possibile valutare se vengono intercettate correttamente le aspettative degli utenti, aumentare la propria rilevanza online e costruire la propria reputazione di opinion leader del settore di appartenenza.

(*) = Ne approfitto per ringraziare i ricercatori che hanno contribuito all’articolo del SIS Magazine: Matteo Mazziotta, Davide Bennato, Francesca Grippa, Daniela Cocchi e Fabio Crescenzi.

Google stories 5

Google Fight

Dopo lo specchio, presentiamo un’altra variante di Google: google fight. Si tratta di un gioco basato sul numero di risultati trovati da Google. La battaglia si svolge tra due parole. Vince quella che, secondo Google, è più diffusa. Proviamo:

e dopo una breve attesa in cui si assiste a una lotta viene decretato il vincitore:

e non poteva essere altrimenti poiché come si sa «ferisce più la lingua che la spada»

Gratis – Chris Anderson

“Free – The future of a radical price” è il nuovo libro di Chris Anderson, direttore di Wired USA e già autore del famosissimo “The Long Tail”. Il libro è edito in Italia da Rizzoli con il titolo “Gratis”, vale certamente la pena di acquistarlo (19,50 €).

È un libro ricco di spunti e come tale difficile da recensire, semplificando potremmo dire che tratta di economia, tecnologia, sociologia e psicologia comportamentale dei frequentatori di Internet. Riprende e approfondisce concetti chiave della tecnologia moderna, come il cloud computing, ed i modelli di business per Internet, come il “Freemium”.

Riporto di seguito la prima parte del capitolo 8. “La demonetizzazione – Google e la nascita di un modello economico per il Duemila”.

Ormai è diventata un’attrazione turistica: sorge al numeo 1600 di Amphitheatre Parkway, a Mountain View, California. È la roccaforte del Gratis: il Googleplex, il quartier generale dell’azienda più grande mai costruita su prodotti gratuiti. Fuori dal palazzo, ingegneri sorprendentemente atletici giocano a beach volley e vanno in mountain bike. Poi rientrano, si infilano la camicia ed escogitano nuovi modi per usare gli straordinari vantaggi di costo marginale dei loro enormi datacenter per esplorare nuovi settori ed espandere la portata del gigante della ricerca. Oggi Google offre quasi cento prodotti, dal software di elaborazione immagini a word processor e fogli di calcolo, e quasi tutti sono gratuiti. davvero gratuiti, non c’è trucco. Google ci riesce come dovrebbe riuscirci  ogni moderna azienda del digitale: offrendo molti prodotti per guadagnare su pochi di essi.

Google guadagna talmente tanto con la pubblicità su una manciata di prodotti chiave (sopratutto sui risultati di ricerca e sulle inserzioni pubblicate su siti di terze parti) che riesce a rendere gratuito tutto il resto. I nuovi servizi, anzi, nascono con domande da veri geek, come: «Sarebbe cool?», «La gente lo vuole?», «Sfrutta bene la nostra tecnologia?». Non si parte mai da un prosaico: «Ci farà guadagnare?».

Vi sembra folle? Lo sarebbe, forse, se provenisse dalla General Motors o dalla Generel Electric; ma per le aziende che operano nel regno del digitale puro, questo approccio può essere perfettamente sensato. Decidere di costituirsi un pubblico enorme prima di avere un modello di business non è sciocco come lo era all’epoca del dot-com, nei tardi anni Novanta, quando per ottenere lo stesso risultato serviva una vagonata di soldi dal venture capital e molti rack di server Sun. Oggi qualsiasi startup sul web ha un accesso condiviso allo stesso tipo di enormi server farm che usa Google, il che rende estremamente conveniente l’offerta di servizi online. Grazie alla disponibilità di servizi di hosting come l’EC2 di Amazon, che consentono alle aziende di avviare il lavoro senza alcuna infrastruttura fisica, è possibile fornire un servizio a milioni di utenti usando poco più di una carta di credito.

Di conseguenza, le aziende possono iniziare in piccolo e puntare in alto senza assumersi enormi rischi finanziari e senza sapere come guadagneranno. Paul Graham, fondatore di Y Combinator, una società di venture capital specializzata in piccole startup, dà un consiglio semplice agli aspiranti imprenditori: «Costruite qualcosa che la gente vuole». Graham finanzia aziende con cifre ridotte, anche nell’ordine dei cinquemila dollari, e le incoraggia ad usare strumenti open source e servizi di hosting, e a lavorare da casa.

Quasi tutti usano il gratis per mettere alla prova le idee, per scoprire se funzionano o suscitano l’interesse dei consumatori. Se sì, allora la domanda successiva è: quanto sarebbero disposti a pagare i clienti, o in quale altro modo ci si può guadagnare. Possono passare anni prima che arrivi quel giorno (e a volte non arriva mai), ma poiché i costi per lanciare il servizio sono così bassi, raramente è a rischio un capitale enorme.

Oggi esistono innumerevoli aziende web di questo tipo, grandi e piccole. Ma Google è di gran lunga la maggiore e, poiché ha tanto successo nel generare ricavi in una parte del suo business, il Gratis non è solo una tappa intermedia sulla strada di un modello di business: è al cuore della filosofia produttiva.

Per comprendere come Google sia diventato l’araldo del gratis, è utile ripercorrerne l’evoluzione: Possiamo riassumere la storia di Google in tre fasi:

1. (1999-2001) Inventa un motore di ricerca che migliori, anziché peggiorare, a mano a mano che il web cresce (a differenza di tutti i precedenti);

2. (2001-2003) Adotta un sistema self-service con cui gli inserzionisti possano creare annunci pubblicitari che corrispondano a certe parole chiave o contenuti, e poi fa in modo che possano contendersi le posizioni più in vista per quelle pubblicità;

3. (2003-oggi) Crea innumerevoli altri servizi e prodotti per estendere la sfera di attività di Google, fidelizzando i consumatori. Dove serve, estende la pubblicità a quegli altri prodotti, ma non a scapito della user experience.

Questo sistema ha funzionato benissimo. Oggi, a dieci anni dalla fondazione, Google è un’azienda da 20 milioni di dollari, che fa più profitti (oltre 4 milioni di dollari nel 2008) di tutte le compagnie aeree e le aziende automobilistiche americane messe insieme (d’accordo, di questi tempi non ci vuole molto!). Non solo ha introdotto un modello di business basato sul gratis, ma sta inventando un nuovo modo di fare informatica, spostando sempre più funzioni dai nostri desktop alla cloud (nuvola), ovvero ospitandole in data center remoti e facendoci accedere online attraverso i browser (e possibilmente attraverso il browser di Google, Chrome).

Questi data center sono l’incarnazione della tripletta della tecnologia: potenza di calcolo, banda e spazio su disco. Queste fabbriche di informazione, a mano a mano che Google ne costruisce altre in tutto il mondo, non diventano meno costose ma più potenti. I computer di ciascun nuovo data center sono più veloci dei precedenti e gli hard disk possono contenere più informazioni. Di conseguenza quei data center hanno bisogno di collegamenti migliori con il mondo esterno. Sommando tutta questa capienza possiamo capire perchè ogni data factory che Google costruisce può fare il doppio allo stesso prezzo di quella costruita un anno e mezzo prima.

Google continua a costruire questi data center al costo di centinaia di milioni di dollari, ma poiché il traffico gestito da ciascuno cresce ancora più rapidamente della spesa per le infrastrutture, a livello del singolo byte il costo sostenuto dall’azienda per rispondere alle vostre esigenze diminuisce ogni giorno.

Perchè Google adotta il Gratis «di default»? Perché è il modo migliore per raggiungere il mercato più vasto possibile. Schmidt la chiama «Strategia max» di Google, nel senso di tendenza alla massimizzazione; e prevede che diventerà tipica dei mercati dell’informazione. È molto semplice: «Prendi qualsiasi cosa tu stia facendo e massimizzane la distribuzione. Ovvero: poichè il costo marginale della distribuzione è zero, tanto vale che tu distribuisca i tuoi prodotti il più possibile».

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Google Public data e i dati italiani

Google Public data, di cui abbiamo parlato sei mesi fa al ForumPA e su questo blog, torna con interessanti novità per i dati italiani.

Lo scopo del servizio Public data è così presentato da Google:

I dati statistici pubblici, come ad esempio il tasso di disoccupazione o i numeri della popolazione, non devono essere né difficili da trovare né, cosa ancora più importante, difficili da comprendere. Google sta rendendo più facile trovare e utilizzare i dati statistici prodotti  da governi e da istituzioni ufficiali. Questi dati vengono poi inclusi nei risultati di ricerca di Google.com e visualizzati sotto forma di grafici interattivi che è possibile personalizzare e condividere con gli altri.

I dati quindi vengono mostrati non sul sito di chi produce i dati, ma direttamente nella pagina dei risultati della ricerca, al primo posto, così:

google public data

google public data

[the worlds life expectancy]

Come dicono gli sviluppatori del servizio, anche le persone che normalmente rifuggono dalle statistiche dovrebbero trovare questi grafici dinamici facili da usare e capire.

E ci sono novità anche i per i dati italiani, inseriti dalla Banca Mondiale.  I risultati sono molto interessanti, anche se limitati a Google.com (se inseriamo le stesse parole su Google.it non otteniamo nulla):


Cosa aspettiamo ad inserire dati Istat a livello regionale o comunale su Google.it Public data?

Un modo (facile) per inserire una mappa su un sito Web

Inserire mappe interattive all’interno di Blog e Siti Web è da un pò di tempo diventata una pratica piuttosto comune tra blogger e webmaster. Attraverso le API di Google Maps è possibile creare oramai applicazioni e Mash-Up molto sofisticati. Ci siamo già occupati in passato su questo blog di Google Maps e di applicazioni Mash-up per la visualizzazione dei dati ufficiali dell’ISTAT negli articoli “Una nuova Frontiera per la diffusione elettronica dei dati” e “Una nuova Frontiera per la diffusione elettronica dei dati 2.0” (che vi invito a leggere) in cui si evidenziava (con alcuni esempi eloquenti) come le tecnologie ma soprattutto l’evoluzione che si è avuta negli ultimi tempi di “idea” di Web possano essere utilizzate per creare un modo completamente nuovo di fare comunicazione istituzionale e diffusione di dati e informazioni.

Una raccolta di cosa è possibile al momento fare con le API di Google la potete trovare nella “Google Maps API Demo Gallery“, una raccolta di oltre 100 demo (provviste di relativo codice) sviluppate dallo staff di Google ma anche (e soprattutto) da sviluppatori indipendenti.

L’utilizzo delle API di Google, come anche quelle di Yahoo richiedono però una API Key, ossia un codice alfanumerico che identifica univocamente l’URL che andrà ad utilizzare la mappa. Le API Key esistono principalmente per limitare l’utilizzo della quantità di dati che è possibile trasferire, ma anche per consentire l’accesso a servizi avanzati nel caso questi servizi fossero stati acquistati.

Molto spesso, però, le necessità che si possono presentare a un blogger o a un webmaster sono molto più elementari. Ad esempio mostrare l’indirizzo di un locale, di una azienda, di un negozio su una mappa. In tal caso, Google offre una interessante possibilità. Interessante perchè nasce molto dopo il rilascio delle API, precisamente nell’Agosto 2007, ma soprattutto perchè consente con un semplice copia/incolla di inserire all’interno del proprio sito mappe come questa.



Visualizzazione ingrandita della mappa

Per ottenere il codice da inserire, basta andare su Google Maps e cliccare sul link “Link” a destra sulla mappa. Cliccando poi su “Customize and preview embedded map” si aprirà una finestra in cui possiamo decidere la grandezza della mappa, averne un preview e infine copiare l’”embedding code” da incollare nella nostra pagina Web.

Non solo Google però. Non potevo non approfittare di questa occasione per tornare a parlarvi di OpenStreetMap. Essermi occupato per anni di Open Source Software e aver fatto parte della Commissione Nazionale sul Software Open Source 2007 mi hanno “purtroppo” lasciato segni permanenti :-) . Avevo già parlato di questo progetto alcuni mesi fa nell’articolo “Il progetto OpenStreetMap” mentre vi ricordo che proprio ieri si è concluso a Bolzano il GFOSS Day 2009. La stessa operazione, pertanto, può essere fatta utilizzando mappe e dati geografici “liberi”. Ottenendo una mappa come questa.



Visualizza una mappa più ampia

In tal caso, per ottenere il codice si dovrà cliccare su “Esporta” nella parte superiore dello schermo del sito OpenStreetMap. Si aprirà una finestra in cui si potrà indicare il formato di esportazione (nel nostro caso “HTML incapsulabile“) Il codice da copiare e incollare comparirà già evidenziato nella parte bassa della finestra. Ovviamente sempre se la mappa della vostra città sia stata digitalizzata. In caso contrario potete farlo voi stessi, aderendo anche voi al progetto OpenStreetMap.

Google stories 4

di Maurizio Firmani

se|ren|di|pi|tà: s.f.inv.-TS scient., capacità di cogliere e interpretare correttamente un fatto rilevante che si presenti in modo inatteso e casuale nel corso di un’indagine scientifica diversamente orientata. Oppure, neologismo indicante la sensazione che si prova quando si scopre una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra.

Nei precedenti post scrivevo che ho consultato Google per sapere se Netbeans supporta Zend Framework. Ancora non lo so perché mi sono lasciato incuriosire da alcune funzionalità di Google. Sfruttando questa mia naturale attitudine alla serendipità (che è un bel modo di dire per indicare il «cazzeggio») ho inserito nel modulo di ricerca di Google la frase Google variant, cioè varianti di Google

Seguo il primo link suggerito e trovo una lista di «mutazioni» di Google. Cominciamo.

Google Mirror

elgooG o più semplicemente Google Mirror è un’immagine speculare di Google. Il servizio è stato creato nel 2002 da un gruppo denominato All Too Flat. elgooG visualizza il servizio e i risultati della ricerca al contrario come se fosse uno specchio. Anche i termini di ricerca devono essere inseriti al contrario. Sembra che nel 2002 fosse piuttosto popolare in Cina per aggirare la pesante censura effettuata dal regime cinese. La versione originale al momento non è disponibile, per avere un’idea di cosa sia, collegarsi qui

Ho cercato ti inoizalanges e il risultato è stato

!atatnup amissorp allA

Google stories 3

di Maurizio Firmani

Nel precedente post avevamo segnalato la presenza di due nuovi tool messi a disposizione da Google per la visualizzazione dei risultati della ricerca: timeline e wonderwheel. Di timeline ne abbiamo già parlato. Stavolta tocca quindi a Wonder Wheel.

Wonder wheel (o anche ruota panoramica), è un applicazione in flash che offre una rappresentazione dei risultati in forma di mappe concettuali. Nell’esempio, ho cercato Tuscania, il paese dove abito.

Come si vede, Google mi suggerisce alcuni possibili collegamenti con Tuscania. Sono tutti ragionevoli (Zeffirelli e Pasolini hanno girato un film a Tuscania) tranne artists painters. Seguendo uno dei percorsi suggeriti (Lorenzo De Medici School Tuscania) si apre un nuovo nodo di collegamenti e così via.

Ogni volta che si segue un percorso, viene anche aggiornata la lista dei risultati. Interessante, ma non so quanto possa essere utile. Forse quando si parte con keywords molto generiche oppure, se in vena esplorativa, si vuole scoprire argomenti ancora sconosciuti.

Google stories 2

di Maurizio Firmani

Nel post precedente, ci eravamo collegati con il motore di ricerca più famoso del mondo, Google, per risolvere il mio problema: sapere se e quando Netbeans supporterà Zend Framework.

Ovviamente, dei circa 14500 risultati a me interessavano le notizie più recenti sull’argomento e non le più linkate. Stavo quindi per cliccare su Advanced Search (è in inglese perché sto utilizzando www.google.com) per impostare una ricerca per data quando la mia attenzione è stata richiamata da un bottoncino con crocetta e Show options scritto accanto. Mai visto prima e tra l’altro chi utilizza il sito italiano di Google lo vedrà solo prossimamente. Ci clicco sopra e appare a lato una colonna con alcune delle opzioni della ricerca avanzata (tra cui la ricerca per data) e ben 4 modalità di visualizzazione di risultati.


Seguendo il link
Recent results cambia l’ordine dei risultati e in cima alla lista trovo il link a un documento del 19 agosto 2009. Che però non è quello che soddisfa la mia curiosità. Nella colonna delle opzioni compare ora una nuova voce per ordinare i risultati per importanza o per data. C’è da aggiungere una precisazione sul modo in cui Google assegna una data ai documenti. Non c’è modo di sapere quando un documento è stato pubblicato su Internet. Google assume quindi che la data di pubblicazione sia quella in cui ha indicizzato per la prima volta il documento. Eventualmente, può utilizzare le informazioni temporali inserite nel contenuto della pagina se queste possono essere ritenute attendibili. Quindi, la ricerca per data va presa cum grano salis.

Quello che però mi incuriosisce di più è Timeline e Wonder wheel.

Timeline, crea una lista di pagine che oltre a contenere i termini cercati contiene anche delle date in modo da poter collocare la notizia in un arco temporale definito all’interno del pagina stessa e non collegato alla data di pubblicazione della notizia. Sembra una sorta di «cronologia storica». Anche qui ho qualche perplessità sull’efficacia soprattutto perché non è detto che la data presente all’interno del documento sia sufficiente per collocare temporalmente la notizia anzi potrebbe essere del tutto estranea al contesto. Probabilmente è più utile nel caso di servizi di news, blog o messaggistica.