Category: ICT Management

BarCamp “Sharing Data & Statistical Knowledge”

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso: il 20 Ottobre di ogni anno, a partire dal 2010, si celebrerà la Giornata Mondiale della Statistica. L’obiettivo è quello di far crescere la consapevolezza collettiva dell’importanza delle statistiche ufficiali e di enfatizzare i tanti risultati fin qui conseguiti, basati sui fondamentali valori di servizio, integrità e professionalità cui si attengono i diversi produttori.

In occasione del suo 4° compleanno, SegnalazionIT intende dare il suo contributo a questa giornata organizzando, in collaborazione con la Società Italiana di Statistica ed alcuni accademici della Facoltà di Statistica di Roma, il

BarCamp “Sharing Data & Statistical Knowledge”

incentrato sul come la Statistica e l’Information Technology possano contribuire ad innovare le modalità di condivisione di dati e informazione statistica.

Il Barcamp si terrà a Roma nel corso dell’intera giornata del 20 Ottobre 2010; tutti i dettagli sulla location e sulle modalità di adesione sono in via di definizione e verranno pubblicati a breve su questo blog, così pure verrà avviata al più presto la raccolta delle proposte di intervento.

Negli ultimi anni sono stati già organizzati dei BarCamp su temi legati alla statistica: è questo il caso dell’Australia e della Nuova Zelanda. L’esperienza è andata molto bene, è ora di “importarla” nel nostro emisfero!

La componente tecnologica nei progetti di dematerializzazione

La dematerializzazione di documenti, flussi documentali ed archivi rappresenta un asset strategico nella prospettiva dell’innovazione della Pubblica Amministrazione italiana, nell’ambito del più ampio obiettivo dello sviluppo complessivo del “Sistema Paese” perseguito dal Piano E-GOV 2012.

In coerenza con la logica GOV 2.0 (l’applicazione delle tecnologie del Web 2.0 alle procedure amministrative) la dematerializzazione supporta l’interoperabilità tra P.A., imprese e cittadini, e contribuisce inoltre alla realizzazione di ingenti risparmi di risorse e di tempo.

Sul fronte normativo il legislatore ha già da anni regolamentato l’utilizzo di sistemi documentali dematerializzati. Eppure, allo stato attuale, nell’ambito della Pubblica Amministrazione, solo in casi rari sono stati realizzati sistemi in grado di sostanziare le normali procedure amministrative, razionalizzare la gestione dell’informazione, gestire i sistemi documentali e gli archivi digitali, garantire le interazioni tra le diverse componenti della P.A. e tra questa e i cittadini.

È, spesso, mancata la governance di questi progetti, determinata anche da un diffuso errore concettuale in fase di progettazione che può essere definito come l’effetto distorsivo della componente tecnologica. In altri termini, l’introduzione di un sistema documentale dematerializzato è stata gestita, in troppe occasioni, come progetto informatico e non di innovazione organizzativa, con riferimento sia ai componenti del team di progetto sia al piano delle attività.

L’effetto distorsivo è ingenerato dalla rilevanza e complessità della componente tecnologica nella realizzazione di tali progetti. Essi richiedono infatti: solide architetture infrastrutturali per la gestione dei flussi documentali; applicazioni certificate per la conservazione della documentazione digitale; rispetto dei requisiti tecnici per la garanzia della produzione, validazione, trasmissione e conservazione di documenti giuridicamente validi; garanzia dell’identificazione e classificazione dei documenti gestiti; accessibilità nel tempo, leggibilità ed intelligibilità della documentazione gestita; garanzia di inalterabilità dei contenuti informativi e metatestuali nella trasformazione del sistema documentario da cartaceo in digitale; automazione delle attività di acquisizione, organizzazione e scambio dei documenti in archivio; integrazione tra flussi amministrativi e documentali; tracciabilità e trasparenza dell’attività amministrativa.

Alcune conseguenze di questo effetto distorsivo sono di seguito sinteticamente rappresentate.

L’obiettivo, ambizioso, di tali tipologie progettuali, nell’ambito della P.A., non è la mera digitalizzazione dei documenti bensì, il più complesso intervento di semplificazione dei processi e di diminuzione delle fasi e dei passaggi del processo decisionale per supportare la corretta gestione del sistema documentario – in tutte le fasi del ciclo di formazione, gestione e conservazione permanente – con la funzione di garantire l’affidabilità dei documenti e conseguentemente la certezza del diritto. L’oggetto della dematerializzazione deve quindi necessariamente coprire: il contenuto dei documenti amministrativi, prevedendo soluzioni in grado di gestire sia i documenti (nativi informatici e cartacei) sia i flussi documentali; la gestione dei contenuti, mediante strumenti in grado di supportare i processi di condivisione della conoscenza e conservazione della memoria [Figura I].

Fig. I – Il contenuto e la gestione del contenuto

In molti casi però l’attenzione è focalizzata sullo sviluppo di singole componenti non integrate del sistema: protocollo elettronico, flussi documentali automatizzati, posta elettronica certificata. Ne consegue la parziale copertura del sistema di gestione documentale che, finisce per essere circoscritto a specifici ambiti settoriali a valenza interna (protocollo elettronico, ordinativo informatico, automazione di alcune fasi di processo, firma digitale, ecc.) o limitatamente con rilevanza esterna (es. domande di concorso). Viene a mancare, pertanto, la visione sistematica che lo renderebbe in grado di supportare le ordinarie procedure amministrative, razionalizzare la gestione dell’informazione, le interazioni tra le diverse componenti della P.A. e tra questa e i cittadini [Figura II], determinando così una vera e propria modificazione degli effetti finali.

Fig. II – Livelli di copertura della gestione documentale

Fonte: E. Massella Ducci Teri [2009] – Cnipa

L’attenzione alla componente tecnologica distoglie, inoltre, l’attenzione all’impatto organizzativo di tali sistemi. Disattenzione che produce effetti sull’efficacia dei progetti, la funzionalità dei sistemi realizzati e la corretta definizione dei rischi di progetto.

Dal punto di vista dell’efficacia dei progetti, la mancata previsione di adeguate iniziative di formazione, comunicazione, di forte leadership e sponsorizzazione, in altri termini di iniziative di gestione dell’innovazione, possono contribuire ad alimentare i naturali meccanismi di resistenza all’innovazione.

Con riferimento alle funzionalità, i sistemi documentali dematerializzati richiedono come presupposto imprescindibile la chiara definizione delle attribuzioni alle strutture organizzative (competenze e responsabilità); la quantificazione dei volumi documentali; l’analisi e la rappresentazione dei flussi documentali interni ed esterni; il ridisegno dei processi organizzativi; la definizione delle procedure di archiviazione e conservazione, individuazione del responsabile della conservazione sostitutiva.

Inoltre, tali carenze producono un ulteriore effetto in termini di errata definizione dei rischi specifici di progetto a causa della sottovalutazione di componenti quali la resistenza al cambiamento e la mancanza di leadership che viceversa, come evidenziato nella Figura III, rappresentano i fattori di rischio con maggiore impatto.

Fig. III – Individuazione del livello del rischio

Fonte: Accenture [2008]

Appare evidente, quindi, come solo una grande attenzione alla componente organizzativa – già a partire dalla fase progettuale – possa influire positivamente sulle probabilità di successo dei progetti di dematerializzazione e sulla efficacia ed efficienza dei sistemi, una volta adottati.

Il futuro è mobile

Prendete nota e segnatevi da qualche parte l’anno 2013. E’ ormai considerato da tutti i maggiori osservatori e protagonisti degli scenari IT un anno chiave per il Web. In quell’anno si stima infatti che il numero di PC nel mondo raggiungerà gli 1,78 miliardi mentre gli smartphone e gli altri dispositivi mobili saranno qualcosa come 1 miliardo e 820 milioni (fonte Gartner). In altre parole, il 2013 viene ormai indicato come l’anno del “sorpasso”. L’anno cioè in cui il numero di dispositivi “mobili”  supererà il numero dei PC “tradizionali”. Da quel momento in poi, il loro numero continuerà a crescere inesorabilmente. Una buona  parte di questi saranno smartphone. A questo proposito,  sempre Gartner evidenzia come solo nel primo trimestre del 2010 la vendita di questo tipo di dispositivi sia cresciuta di ben il 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Lo stesso Google, per bocca di John Herlihy, (Vice Presidente, Global Ad Operations) ha in più occasioni sottolineato che “Tra tre anni, i PC desktop saranno irrilevanti. In Giappone, la maggior parte delle ricerche su Web è fatta utilizzando gli smartphone, non i PC”.

In ogni caso, la tendenza è ormai chiara. I dispositivi mobili saranno sempre più il mezzo attraverso il quale il mondo intero consumerà l’informazione e l’intrattenimento. E questo ci porta a fare alcune considerazioni.

La prima è che ormai non ha più senso pensare ai siti Web soltanto in chiave Desktop. I nuovi siti Web devono necessariamente essere progettati in modo tale da essere “multichannel”, in modo che servizi e contenuti possano essere accessibili indifferentemente sia da PC che da dispositivi mobili. Questo ovviamente vale anche per i siti Web esistenti che dovranno in qualche modo convergere inevitabilmente anche verso soluzioni “mobile”. Per fare ciò bisognerà tenere conto di alcune caratteristiche intrinseche di questi dispositivi, come ad esempio le dimensioni ridotte dello schermo, il fatto che non è previsto il mouse e il fatto che l’interazione con l’utente avviene sempre più attraverso i display “touch screen”. Non ultima la questione, ancora aperta, che riguarda le diverse posizioni dei vari produttori sul fatto di supportare o meno le applicazioni Flash.

I dispositivi mobili “aprono” poi ad una interessante categoria di applicazioni. Buona parte degli smartphone sono infatti dotati di antenna GPS. Sono pertanto dispositivi che possono rilevare la loro posizione e sulla base di questa agire in modo adeguato con l’utente (Location Sensing). L’applicazione per Iphone “AroundMe” consente di cercare alberghi, ristoranti, ospedali, taxi o altri servizi che si trovano nelle vicinanze del luogo in cui ci troviamo in quel momento. Ma possiamo andare oltre e immaginare, perchè no, applicazioni che ci fanno conoscere ad esempio la popolazione o alcuni indicatori economici del posto dove ci troviamo. L’informazione statistica che così viene “spezzata” per diventare informazione “di massa” ed essere resa facilmente fruibile da tutti. La questione è piuttosto interessante e articolata. Mi riprometto di ritornare su questo punto con un articolo ad hoc.

Nel frattempo, se avete con voi un iPhone o un BlackBerry, provate a collegarvi a SegnalazionIT.

I Censimenti e la nascita dell’Information Technology 2

I progettisti dello UNIVAC, due professori dell’Università di Pennsylvania di nome J. Presper Eckert e John Mauchly,   . . .   si resero conto che affinchè un calcolatore elettronico fosse in grado di memorizzare le istruzioni per l’uso nella propria memoria, lo si sarebbe dovuto programmare per eseguire molte funzioni. Non sarebbe stato semplicemente un calcolatore, limitato a svolgere procedure matematiche predefinite. Sarebbe diventata una tecnologia di uso generale, una macchina per tutti i mestieri, che le aziende avrebbero applicato non solo per lavori di contabilità di tutti i giorni, ma per innumerevoli compiti gestionali e di analisi. In una nota del 1948, Mauchly elencò quasi due dozzine di aziende, agenzie governative e università che pensavano di essere in grado di fare un buon uso dello UNIVAC. Come si è scoperto, il mercato provò che si trattava di un affare molto più grande di quanto ci si sarebbe aspettato.

Ad aprire la strada nell’adottare le nuove e potenti macchine fu, ancora una volta, lo U.S. Census Bureau. Il 31 marzo 1951, acquistò il primo UNIVAC e lo installò un anno dopo, nel suo quartier generale di Washington DC. Entro la fine del 1954, i computer di Eckert e Mauchly erano in funzione negli uffici di dieci società private, tra cui General Electric, US Steel, Du Pont, Metropolitan Life, Westinghouse, e Consolidated Edison, che derivava dalla Thomas Edison Edison Electric Illuminating Company. UNIVAC eseguiva tutti i lavori che prima erano realizzati con i tabulatori a schede perforate -fatturazione, gestione delle buste paga, contabilità- ma furono anche utilizzati per attività molto complesse quali le previsioni di vendita, le programmazioni di produzione, le gestioni degli inventari. In breve tempo, lo scetticismo sul ruolo dei computer nel mondo degli affari si trasformò in entusiasmo dilagante. “L’utopia della produzione automatica è di per sé plausibile” proclamò la Harvard Business Review nell’estate del 1954.

E questo, dopo il primo, era un ulteriore estratto dal capitolo 3, Digital Millwork, dell’imperdibile libro di Nicholas Carr, The Big Switch. La traduzione approssimativa è del sottoscritto, nella foto un modellino dello UNIVAC del 1951.

I Censimenti e la nascita dell’Information Technology

All’inizio del XX secolo le grandi compagnie avevano iniziato la riconversione delle loro macchine industriali funzionanti con la corrente elettrica fornita dalle centrali (anziché prodotta in proprio, ndt). Avevano anche iniziato ad installare una macchina elettrica di tipo molto differente, che processava informazioni anzichè materiali e veniva fatta funzionare da impiegati anziché dalla manodopera. La macchina era la tabulatrice a schede perforate, inventata nei primi anni dopo il 1880 dall’ing. Hermann Hollerit allo scopo di automatizzare il Censimento americano. Lavorava secondo un semplice principio: facendo dei fori in certe posizioni di una scheda cartacea, si potevano memorizzare informazioni. Una singola scheda censimento, ad esempio, poteva contenere tutti i dati di una famiglia. Un foro in un certo settore della scheda indicava che la famiglia aveva tre figli, mentre un foro in un altro settore indicava che la famiglia viveva in appartamento. Ponendo la scheda sopra una piastra carica elettricamente nella macchina di Hollerit e abbassando una griglia di sottili aghi metallici su di essa, in corrispondenza del foro la corrente fluiva fra l’ago e la piastra, chiudeva un circuito e faceva sì che l’informazione memorizzata nella scheda venisse registrata da un contatore. Era un sistema binario -poteva esserci un foro in una data posizione della scheda oppure no- che anticipava le operazioni binarie degli odierni computer. Il tabulatore a schede perforate fu venduto, si diffuse e avrebbe poi rappresentato un modello per tutta la storia moderna dei computer aziendali.

Lo U.S. Census Bureau utilizzò la macchina di Hollerith per il Censimento del 1890, con grande successo. Il conteggio procedette molto più rapidamente di quanto non fosse avvenuto nel 1880, anche se la popolazione del paese era cresciuta di circa un quarto nel frattempo. Il costo del Censimento fu ridotto di 5 milioni di dollari, un risparmio di quasi dieci volte superiore a quello che il Bureau aveva previsto. Dopo aver dimostrato il suo valore per accelerare i calcoli, il tabulatore attirò l’attenzione dei proprietari di aziende di grandi dimensioni come le ferrovie, le agenzie di assicurazioni, banche e produttori del mercato di massa e rivenditori. Poiché queste imprese avevano aumentato la loro attività in seguito alla rivoluzione industriale, lo avevano ritenuto necessario per raccogliere, memorizzare e analizzare quantità sempre maggiore di dati sui loro clienti, le loro finanze, i dipendenti, i loro inventari, e così via. L’elettrificazione permise alle società di crescere ancora, aumentando ulteriormente le informazioni da processare. Questo lavoro intellettuale diventò così importante, e spesso così arduo come il lavoro fisico di fabbricazione di prodotti e servizi di consegna. Il tabulatore di Hollerith permise alle grandi aziende di elaborare le informazioni molto più rapidamente, con meno personale e maggiore precisione di quanto fosse possibile in precedenza.

Vedendo il potenziale commerciale della sua invenzione, Hollerith fondò la Tabulating Machine Company per vendere le sue tabulatrici alle grandi imprese. L’azienda crebbe rapidamente, introducendo una serie di prodotti correlati come tabulatrici alfabetiche, ordinatori di schede, duplicatori di schede e stampanti e vendendo questi ad una clientela sempre più ampia. Nel 1911 la società di Hollerith si fuse con la Computer-Tabulating-Recording Company, una società ancora più grande di fornitura di macchine aziendali. Un giovane manager di talento di nome Thomas J. Watson fu assunto per gestire l’attività. Tredici anni più tardi, l’ambizioso Watson cambiò nome alla società utilizzando la più accattivante denominazione di International Business Machines Corporation. Altre società, come la Remington Rand e Burroughs negli Stati Uniti e Bull in Europa, si lanciarono nel fiorente mercato dei tabulatori, in concorrenza con l’IBM di Watson.

L’industria delle tecnologie dell’informazione era nata.

Questo che avete letto era un estratto dal capitolo 3, Digital Millwork, dell’imperdibile libro di Nicholas Carr, The Big Switch. La traduzione approssimativa è del sottoscritto, nella foto una scheda del Censimento americano del 1890.

The IT Crowd: i nerd riemergono dal seminterrato

E’ cominciato tutto qualche anno fa con “Camera cafè”: i nuovi uffici fatti di consulenti e segretarie, manager e informatici hanno iniziato ad appropriarsi della commedia televisiva, che usciva (finalmente!) dagli ambiti familiari e anche dai classici nonluoghi di lavoro della serie tv (l’ospedale e la stazione di polizia).
Gli sketch davanti alla macchinetta però stavano stretti agli sceneggiatori americani e inglesi. E soprattutto lasciavano in un angolo i dominatori della scena, quelli veramente spassosi: i nerd (sfigati dell’informatica), o più affettuosamente geek.
I nerd sono così diventati protagonisti, ultimamente, di alcune delle migliori serie tv in stile commedia degli ultimi anni.
Forse la più divertente è The Big Bang Theory: quattro supernerd (fisici a Pasadena) si ritrovano come vicina di casa Penny, una biondina aspirante attrice e (per ora) cameriera alla “Cheesecake factory”. Attualmente alla terza stagione, The Big Bang Theory non ha ancora stancato il suo pubblico.
Ma ora arriva la prima serie tv dedicata a una categoria speciale di nerd: gli “IT”. La serie tv si chiama The IT Crowd, è arrivata alla terza serie in Inghilterra e ha finalmente cominciato in questi giorni le sue trasmissioni in Italia, sul canale Bonsai di Alice Home TV (canale peraltro visibile interamente sul web, previa registrazione).
In una grande azienda inglese (non si capisce bene cosa produca), il settore IT è confinato nel seminterrato. A dividersi la stanza sono Roy e Moss.
Roy utilizza il suo ingegno soprattutto per cercare di lavorare meno; ad esempio ha inventato una macchina automatica che ad ogni chiamata risponde: “Ha provato a spegnere e riaccendere?”, e poi “La spina è attaccata al muro?” e in quel modo risolve quasi tutto il lavoro quotidiano.
Moss è più preciso. Incapace di mentire e di rendersi malleabile all’esterno, utilizza continuamente termini tecnici incomprensibili ai “non IT”.
A vivacizzare la situazione, come in “Big Bang Theory”, è una donna: Jen.
Jen, imbranata e adoratrice di scarpe più di Bridget Jones, non ha dimestichezza con i computer, ma è messa a capo del settore IT e diventa in breve tempo il punto di contatto fra i due nerd e il mondo reale.
Seguire “The IT Crowd” sarà uno spasso per tutti, ma è obbligatorio vederlo per chi lavora con hardware e software.

L’inizio della prima puntata di “The IT Crowd” sottotitolata in italiano (Youtube)

Windows Sysinternals

In questo post vorrei segnalarvi il sito web Sysinternals, creato nel 1996 da Mark Russinovich e  Bryce Cogswell e successivamente acquisito da Microsoft nel luglio del 2006. Questo sito è una vera miniera di informazioni e di strumenti preziosi per la gestione dei sistemi Microsoft Windows. Scorrendo l’indice delle utilities alla ricerca di qualcosa che mi potesse tornare immediatamente utile sono stato incuriosito da Disk2vhd.

windows_sysinternals

Fonte:http://www.microsoft.com

Disk2vhd è una utility che crea un VHD (Virtual Hard Disk – Microsoft’s Virtual Machine disk format) da un disco fisico in modo che possa essere utilizzato all’interno di macchine virtuali Microsoft Virtual PC o Microsoft Hyper-V. A differenza di altri strumenti simili,  Disk2vhd può essere lanciato su un sistema online in quanto utilizza la funzionalità Windows’ Volume Snapshot , introdotta in Windows XP, per creare degli snapshot dei volumi che si desidera includere nella conversione. 

Disk2vhd

Fonte:http://www.microsoft.com

Su YouTube ho trovato un ottimo video tutorial in tre parti.

Vi consiglio anche la  lettura del Sysinternals Forum.

Alcune idee sulla virtualizzazione – parte prima

In questo post vi parlerò di virtualizzazione di server. Davvero sulla virtualizzazione si può ancora dire qualcosa che non sia già stato ampiamente detto e ridetto? Per quanto mi riguarda, più che avere la presunzione di dire qualcosa di nuovo e di interessante, cosa che lascio giudicare a voi, vi parlerò di una mia personale interpretazione e di alcune prove che ho condotto per verificare la fattibilità delle mie idee. Per Wikipedia la  virtualizzazione è la tecnologia che permette ad un server di gestire diversi sistemi operativi andando ad emulare le istanze dei sistemi operativi “ospiti”; questo agevola il mantenimento di un insieme di applicazioni su un singolo server e con un maggior livello di affidabilità. L’hypervisor è il componente chiave per un sistema basato appunto sulla virtualizzazione.

Nelle moderne architetture i dischi interni dei server contengono il sistema operativo e poco altro. Generalmente i dati risiedono su un disk array esterno, ad esempio organizzati in architettura DAS (Direct Attached Storage) o, ancora meglio, in SAN (Storage Area Network).

NAS_DAS_SAN

Fonte http://en.wikipedia.org

In questo post farò riferimento ad una architettura SAN, rappresentata in maggior dettaglio nella figura seguente.

san1

Fonte: http://www.allsan.com

Lo zoning ed il LUN masking sono meccanismi che consentono di controllare quali server hanno accesso a quali dispositivi e, per esempio, limitare un singolo server ad un gruppo di dispositivi di storage (anche un singolo storage) oppure associare un raggruppamento di server ad uno o più dispositivi di storage. Mi riferirò ad uno spazio di storage SAN visibile da un host con il termine LUN. Gli amministratori di sistema più scaltri, una volta che un server “vede” una LUN, preferiscono formattarla come partizione LVM perchè la gestione a livello sistemistico degli spazi fisici risulta molto semplificata e versatile. Le tipiche operazioni da compiere sono: formattazione della partizione, creazione del volume group, creazione dei volumi logici, creazione e formattazione dei filesystem, montaggio dei filesystem.

lvgFonte http://www.redhat.com

L’utilizzo di LVM presenta anche un altro grande vantaggio: il volume group è autodescrittivo, nel senso che una parte riservata del disco chiamata VGDA (Volume Group Descriptor Area), contiene i metadati di composizione del volume group e dei vari logical volumes. In caso di problemi ad un server fisico, “pubblicando” una LUN verso un altro server, possiamo tirarci dietro tutti i dati ed i filesystems già definiti. Se il driver della scheda in fibra HBA lo supporta (verificate con il costruttore della scheda come fare, se no è necessario fare reboot) , basta fare un rescan a caldo del bus SCSI ed il giuoco è fatto: la LUN diventa visibile al server. I comandi Linux vgscan, che esegue una scansione dinamica dei dischi e dei volume group,  vgchange, per attivare il volume group, e mount per il  montaggio dei filesystem, completeranno la sequenza delle operazioni.

Attraverso i moderni software di virtualizzazione si possono costruire architetture  dotate di caratteristiche sofisticate come Live Migration e Cluster High Availability. Come   amministratore dei sistemi, però, ho il timore che adottando uno strumento di virtualizzazione sarò  costretto ad eseguire operazioni di migrazione/riconversione degli spazi fisici già definiti,  certamente dispendiose e critiche anche per le implicazioni sulla continuità del servizio. E forse, in fin dei conti, di acquistare un biglietto di sola andata verso un software ed un formato proprietari.

Fatta questa lunga premessa, la mia domanda è la seguente:  supponiamo di avere un server che monta una serie di filesystem della dimensione di centinaia e centinaia di gigabyte, contenuti in uno o più volume group costituiti da dischi fisici appartenenti ad uno storage array raggiungibile in SAN.

lvolsFonte http://www.redhat.com

E’ possibile creare un server virtuale equipollente (magari facendo una conversione P2V – Physical to Virtual del solo disco interno) senza dover ricopiare o convertire i dati già registrati e conservando nel contempo funzionalità, codifica, formato dei dati e dei filesystem originali?

Sarebbe interessante sentire il parere dei vari produttori di tecnologia di virtualizzazione presenti sul mercato.  Per quanto mi riguarda  ho condotto alcune prove con RedHat KVM (vedi il mio post precedente su RedHat KVM) e la prossima volta  vi darò tutti i dettagli del caso.

High Availability e Disaster Recovery con Hyper-V + Double-Take e Linux + DRBD

In un mio post precedente vi avevo dato notizia di Microsoft Hyper-V e del supporto di Linux RedHat. Il consolidamento di server fisici mediante l’applicazione della tecnologia della virtualizzazione consente di ottenere numerosi vantaggi sia in termini di continuità operativa e velocità di rilascio in produzione di nuovi server che di sfruttamento ottimale delle risorse hardware e valorizzazione degli investimenti ICT. Ho attivato pertanto un server con sistema operativo Microsoft 2008 + Hyper-V e creato  una decina di server virtuali con sistema operativo Microsoft Windows 2003, Linux RedHat, Fedora e Ubuntu. La tecnologia della virtualizzazione è molto apprezzata anche per la flessibilità che offre dal punto di vista della gestione. Per esempio dovendo aggiungere una scheda di memoria al server fisico ho salvato lo stato delle macchine virtuali, spento il server fisico, aggiunto la scheda e riavviato le macchine virtuali, il cui funzionamento è ripreso esattamente da dove era stato interrotto al momento del salvataggio senza alcuna perdita di dati, proprio come se nulla fosse accaduto. Per fare una verifica ho volutamente lasciato aperta e parzialmente compilata la finestra grafica di Ubuntu con cui si crea un nuovo utente linux. Al successivo riavvio l’ho trovata esattamente come l’avevo lasciata. Il tempo impiegato per completare l’intera operazione è stato inferiore ai 10 minuti. Tuttavia il modo  più efficace di operare sfrutta la funzionalità di live migration tra più nodi fisici offerta da Hyper-V R2 che consente di spostare a caldo una macchina virtuale dal server che deve essere messo in manutenzione verso uno dei nodi attivi così da evitare qualunque tipo di disservizio.

double-take

fonte http://www.doubletake.com

Tempo fa, affrontando i temi del backup, data replication e disaster recovery, avevo fatto riferimento a double-take, un software veramente interessante per le sue funzioni di replica in tempo reale su rete IP. La versione per Microsoft Hyper-V  lo è ancora di più e consente di realizzare facilmente soluzioni di continuità operativa e disaster recovery per le macchine virtuali in esecuzione sul server fisico. Il prodotto è ovviamente personalizzabile e consente anche di  limitare la banda di rete impegnata dal processo di replica durante il funzionamento normale. La cosa intrigante è che le macchine virtuali possono essere sia macchine Microsoft Windows che Linux. Sul sito del produttore è disponibile un video webinar molto istruttivo che illustra i dettagli del prodotto. Double-take, infine, offre nel proprio portafoglio anche prodotti per Linux.

DBRD

fonte http://www.drbd.org

Un altro software degno di nota e destinato agli amanti del Pinguino  e dell’open source è DRBD, di cui esiste anche una versione commerciale completa di supporto. Curiosando sul sito del produttore, nella sezione news, tra i tanti ho trovato un annuncio davvero molto interessante: Linus Torvalds ha accettato DRBD. La release 2.6.33 del kernel Linux, attesa per febbraio 2010, conterrà quindi DRBD. Nella figura seguente è riportata la schrmata grafica della DRBD Management Console, una applicazione Java con cui è possibile configurare i dettagli della propria installazione.

DRBD-MC

fonte http://www.doubletake.com

 

Gratis – Chris Anderson

“Free – The future of a radical price” è il nuovo libro di Chris Anderson, direttore di Wired USA e già autore del famosissimo “The Long Tail”. Il libro è edito in Italia da Rizzoli con il titolo “Gratis”, vale certamente la pena di acquistarlo (19,50 €).

È un libro ricco di spunti e come tale difficile da recensire, semplificando potremmo dire che tratta di economia, tecnologia, sociologia e psicologia comportamentale dei frequentatori di Internet. Riprende e approfondisce concetti chiave della tecnologia moderna, come il cloud computing, ed i modelli di business per Internet, come il “Freemium”.

Riporto di seguito la prima parte del capitolo 8. “La demonetizzazione – Google e la nascita di un modello economico per il Duemila”.

Ormai è diventata un’attrazione turistica: sorge al numeo 1600 di Amphitheatre Parkway, a Mountain View, California. È la roccaforte del Gratis: il Googleplex, il quartier generale dell’azienda più grande mai costruita su prodotti gratuiti. Fuori dal palazzo, ingegneri sorprendentemente atletici giocano a beach volley e vanno in mountain bike. Poi rientrano, si infilano la camicia ed escogitano nuovi modi per usare gli straordinari vantaggi di costo marginale dei loro enormi datacenter per esplorare nuovi settori ed espandere la portata del gigante della ricerca. Oggi Google offre quasi cento prodotti, dal software di elaborazione immagini a word processor e fogli di calcolo, e quasi tutti sono gratuiti. davvero gratuiti, non c’è trucco. Google ci riesce come dovrebbe riuscirci  ogni moderna azienda del digitale: offrendo molti prodotti per guadagnare su pochi di essi.

Google guadagna talmente tanto con la pubblicità su una manciata di prodotti chiave (sopratutto sui risultati di ricerca e sulle inserzioni pubblicate su siti di terze parti) che riesce a rendere gratuito tutto il resto. I nuovi servizi, anzi, nascono con domande da veri geek, come: «Sarebbe cool?», «La gente lo vuole?», «Sfrutta bene la nostra tecnologia?». Non si parte mai da un prosaico: «Ci farà guadagnare?».

Vi sembra folle? Lo sarebbe, forse, se provenisse dalla General Motors o dalla Generel Electric; ma per le aziende che operano nel regno del digitale puro, questo approccio può essere perfettamente sensato. Decidere di costituirsi un pubblico enorme prima di avere un modello di business non è sciocco come lo era all’epoca del dot-com, nei tardi anni Novanta, quando per ottenere lo stesso risultato serviva una vagonata di soldi dal venture capital e molti rack di server Sun. Oggi qualsiasi startup sul web ha un accesso condiviso allo stesso tipo di enormi server farm che usa Google, il che rende estremamente conveniente l’offerta di servizi online. Grazie alla disponibilità di servizi di hosting come l’EC2 di Amazon, che consentono alle aziende di avviare il lavoro senza alcuna infrastruttura fisica, è possibile fornire un servizio a milioni di utenti usando poco più di una carta di credito.

Di conseguenza, le aziende possono iniziare in piccolo e puntare in alto senza assumersi enormi rischi finanziari e senza sapere come guadagneranno. Paul Graham, fondatore di Y Combinator, una società di venture capital specializzata in piccole startup, dà un consiglio semplice agli aspiranti imprenditori: «Costruite qualcosa che la gente vuole». Graham finanzia aziende con cifre ridotte, anche nell’ordine dei cinquemila dollari, e le incoraggia ad usare strumenti open source e servizi di hosting, e a lavorare da casa.

Quasi tutti usano il gratis per mettere alla prova le idee, per scoprire se funzionano o suscitano l’interesse dei consumatori. Se sì, allora la domanda successiva è: quanto sarebbero disposti a pagare i clienti, o in quale altro modo ci si può guadagnare. Possono passare anni prima che arrivi quel giorno (e a volte non arriva mai), ma poiché i costi per lanciare il servizio sono così bassi, raramente è a rischio un capitale enorme.

Oggi esistono innumerevoli aziende web di questo tipo, grandi e piccole. Ma Google è di gran lunga la maggiore e, poiché ha tanto successo nel generare ricavi in una parte del suo business, il Gratis non è solo una tappa intermedia sulla strada di un modello di business: è al cuore della filosofia produttiva.

Per comprendere come Google sia diventato l’araldo del gratis, è utile ripercorrerne l’evoluzione: Possiamo riassumere la storia di Google in tre fasi:

1. (1999-2001) Inventa un motore di ricerca che migliori, anziché peggiorare, a mano a mano che il web cresce (a differenza di tutti i precedenti);

2. (2001-2003) Adotta un sistema self-service con cui gli inserzionisti possano creare annunci pubblicitari che corrispondano a certe parole chiave o contenuti, e poi fa in modo che possano contendersi le posizioni più in vista per quelle pubblicità;

3. (2003-oggi) Crea innumerevoli altri servizi e prodotti per estendere la sfera di attività di Google, fidelizzando i consumatori. Dove serve, estende la pubblicità a quegli altri prodotti, ma non a scapito della user experience.

Questo sistema ha funzionato benissimo. Oggi, a dieci anni dalla fondazione, Google è un’azienda da 20 milioni di dollari, che fa più profitti (oltre 4 milioni di dollari nel 2008) di tutte le compagnie aeree e le aziende automobilistiche americane messe insieme (d’accordo, di questi tempi non ci vuole molto!). Non solo ha introdotto un modello di business basato sul gratis, ma sta inventando un nuovo modo di fare informatica, spostando sempre più funzioni dai nostri desktop alla cloud (nuvola), ovvero ospitandole in data center remoti e facendoci accedere online attraverso i browser (e possibilmente attraverso il browser di Google, Chrome).

Questi data center sono l’incarnazione della tripletta della tecnologia: potenza di calcolo, banda e spazio su disco. Queste fabbriche di informazione, a mano a mano che Google ne costruisce altre in tutto il mondo, non diventano meno costose ma più potenti. I computer di ciascun nuovo data center sono più veloci dei precedenti e gli hard disk possono contenere più informazioni. Di conseguenza quei data center hanno bisogno di collegamenti migliori con il mondo esterno. Sommando tutta questa capienza possiamo capire perchè ogni data factory che Google costruisce può fare il doppio allo stesso prezzo di quella costruita un anno e mezzo prima.

Google continua a costruire questi data center al costo di centinaia di milioni di dollari, ma poiché il traffico gestito da ciascuno cresce ancora più rapidamente della spesa per le infrastrutture, a livello del singolo byte il costo sostenuto dall’azienda per rispondere alle vostre esigenze diminuisce ogni giorno.

Perchè Google adotta il Gratis «di default»? Perché è il modo migliore per raggiungere il mercato più vasto possibile. Schmidt la chiama «Strategia max» di Google, nel senso di tendenza alla massimizzazione; e prevede che diventerà tipica dei mercati dell’informazione. È molto semplice: «Prendi qualsiasi cosa tu stia facendo e massimizzane la distribuzione. Ovvero: poichè il costo marginale della distribuzione è zero, tanto vale che tu distribuisca i tuoi prodotti il più possibile».

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