La rete sta diventando, e diventerà sempre più, il luogo dove sono custodite non solo informazioni di carattere personale ma anche video, film, musica ed altro materiale con un rilevante valore economico oltre che affettivo. Per fornire una idea della vastità del patrimonio di dati e file conservati in cloud è sufficiente tenere presente che nel nostro Paese sono 24,8 milioni i soggetti attivi su Internet (comprensivi anche di chi si limita al solo uso della posta elettronica), il 69,7% degli individui tra gli 11 e i 74 anni (circa 33 milioni), il 47,2% della popolazione (Rapporto Annuale 2011 AGCOM). Inoltre, l’84% dei soggetti attivi su Internet accede almeno una volta al giorno a Facebook che, con i suoi 20 milioni di profili attivi (dati emersi nel corso della Social Media Week di Milano), il 76,2% della popolazione attiva ed 35,3% sulla popolazione totale, domina il mercato italiano dei social. Numeri così rilevanti da far rientrare l’Italia tra i dieci principali Internet market mondiali (Nielsen, report sull’uso dei social media, 2011) nonostante il ritardo rispetto a molti Paesi dell’Unione europea sia per quel che riguarda la diffusione dell’accesso a Internet sia per la qualità della connessione. Secondo il recente Rapporto annuale 2011 del Censis, infatti, il nostro Paese si colloca al ventunesimo posto in entrambi i casi.

Ma cosa succede ai nostri dati, alla nostra vita digitale, quando moriamo? Questa domanda inizia a serpeggiare tra gli utenti di internet anche perché si possono verificare diverse situazioni spiacevoli.
I profili abbandonati possono essere, infatti, essere facili prede da parte di soggetti non autorizzati – in genere spammer – oppure trasformati, anche contro la volontà dei titolari, in “santuari digitali”; inoltre, purtroppo, è stata più volta verificata l’impossibilità dei familiari di entrare in possesso dei dati e dell’informazioni del proprio caro per custodirle.
La sopravvivenza dei profili ai loro titolari è una questione molto complessa poichè la maggior parte dei provider ha regole molto ferree di gestione che, impediscono il rilascio di password a soggetti terzi sebbene molti prevedono, in caso di esibizione di un certificato di decesso e di una prova del legame di parentela, la possibilità di fornire una copia dell’archivio digitale.

Alcuni esempi di policy da parte dei fornitori più noti di servizi di posta elettronica sono stati raccolti da Ernesto Beliario nell’articolo “La nostra eredità digitale”. GMail, ad esempio, prevede la possibilità di rilasciare la password agli eredi a condizione che sia esibito il certificato di morte e la dimostrazione di aver intrattenuto con il deceduto corrispondenza telematica. Hotmail, viceversa, per rendere accessibili le e-mail prevede una richiesta integrata dal certificato di morte. Richiesta che dovrà essere formulata in tempi brevi poiché dopo alcuni mesi di inattività gli account vengono disattivati. Infine, Yahoo! esclude contrattualmente la possibilità che gli eredi possano accedere all’account ma, in caso di richiesta documentata, rilascia una copia digitale di tutta la corrispondenza telematica della persona scomparsa.
Per evitare situazioni spiacevoli è possibile adottare delle contro misure adeguate ed iniziare a pensare all’Eredità Digitale (Digital Inheritance). Il tema è di stretta attualità, una recente ricerca effettuata in Gran Bretagna dalla Goldsmiths University of London per conto della Rackspace, una società di cloud computing, pubblicata su Telegraph, conferma questo bisogno. Infatti, un inglese su dieci lascia in eredità le password di accesso ai propri profili web come Facebook, Flickr, Linkedin, Tumblr, WordPress anche per tutelare il patrimono in file digitali conservati in cloud piuttosto che su archivi domestici e di cui non vorrebbe disperderne il rilevante valore economico.
Come si può gestire la propria eredità digitale?
Una delle soluzioni più semplici da adottare, una sorta di tutela “fai da te”, consiste nel segnare su un foglio l’elenco dei profili attivi e le corrispondenti password. Naturalmente, laddove si decida per questa soluzione appare evidente l’esigenza di custodire con attenzione il prezioso foglietto e soprattutto fornire indicazioni ai parenti sulla sua collocazione affinché non vada disperso.
Una soluzione più affidabile appare la previsione di una specifica disposizione testamentaria. Il testamento è un atto unilaterale revocabile con cui un soggetto (testatore) dispone del proprio patrimonio ovvero detta una disposizione di carattere non patrimoniale (ad esempio il riconoscimento di un figlio) per il tempo in cui avrà cessato di vivere. In Italia è regolamentato dagli articoli 601 e seguenti del codice civile. Essendo un atto personale, chi decide di redigere un testamento può prevedere una specifica disposizione con cui affida ad una o più persone di fiducia i profili, i dispositivi che contengono i files personali nonché gli account attivi sui diversi servizi di cloud computing, precisando, eventualmente, l’uso che gli eredi potranno fare di quei dati. Al tempo stesso, laddove il desiderio, viceversa, fosse quello di tenere nascosti alcuni aspetti della propria vita agli eredi, è possibile nominare un esecutore testamentario a cui affidare il compito di chiudere i propri profili sui social networks e di cancellare le mail ed i files che desideriamo non ci sopravvivano.

Un’alternativa al testamento è rappresentata dai servizi on line a pagamento quali, ad esempio, quelli forniti da Legacy Locker, e PassMyWill.
Legacy Locker prevede l’identificazione di tutti gli “online assets”, le username e le password e la loro assegnazione ad uno o più beneficiari, persone care a cui decidiamo di affidare le nostre informazioni personali. Il servizio prevede anche l’individuazione dei c.d. “verificatori” a cui viene affidato il compito di comunicare al sito il decesso del titolare dei profili. A seguito delle verifiche, tutte le informazioni depositate sono poi inviate ai beneficiari via mail. Il servizio offerto prevede specifiche procedure di aggiornamento delle informazioni e la possibilità di predisporre delle “legacy letters”, documenti digitali custoditi in maniera riservata e consegnati ai destinatari solo in caso di morte.

PassMyWill consente, invece, di effettuare un vero e proprio testamento digitale. L’utente registrato affida al sito login e password per l’ingresso a social media, posta elettronica, siti di servizi on line (banca, carta di credito, ecc.) che saranno custoditi criptati fino alla verifica dell’avvenuto decesso. Originale la modalità con la quale verifica la morte del proprio cliente: PassMyWill controlla l’utilizzo dei vari social media a cui si è dichiarata l’iscrizione e se non registra movimenti per un periodo predefinito, distribuisce mediante mail, login e password ai soggetti indicati.

E’ evidente che, laddove si decida di utilizzare questi servizi è necessario fare attenzione a segnalare eventuali variazioni nelle password ed indicare l’indirizzo mail corretto per evitare che la propria memoria digitale vada persa per sempre oppure finisca nelle mani sbagliate.
Un’altra tipologia di servizio, finalizzata all’organizzazione e la conservazione della memoria digitale è offerta da 1.000 memories, che, rappresenta un diverso modello di utilizzo dei social media. 1000 memories ricerca vecchie foto e ricordi familiari ed affettivi, organizza e ricostruisce la memoria mediante album digitali che poi rende condivisibile sul web. L’attivazione di un profilo alla memoria è previsto anche Facebook Memorials che consente, in presenza di eredi che ne facciano richiesta, di trasformare il profilo della persona deceduta in un luogo virtuale di memoria il cui accesso è consentito solo agli amici precedentemente confermati.
Il tema dell’eredità digitale è nell’agenda dell’Unione Europea che sta vagliando l’ipotesi di varare una legge che consenta ai parenti di avere un più facile accesso ai profili della persona cara deceduta e di regolamentare le disposizioni testamentarie aventi ad oggetto patrimoni digitali conservati sulla rete.
Viviane Reding, commissario EU alla Giustizia, nel documento “keeping darknes of the cloud”, nell’illustrare le linee guida della proposta di regolamentazione europea della privacy, diventata sempre più urgente a seguito dell’impatto del cloud sui processi di archiviazione e gestione dei dati personali, ha affermato che “Internet deve imparare a dimenticare”.
Il diritto di essere dimenticati dal web non riguarda esclusivamente il diritto di rendere anonimi i dati riutilizzati ma soprattutto “il diritto e, non solo la possibilità, di ritirare l’autorizzazione al trattamento dei dati. L’onere della prova dovrebbe essere su coloro che gestiscono i nostri dati personali. Dovrebbero, infatti, provare l’esigenza di continuare a trattenere i nostri dati piuttosto che il cittadino dimostrare che quella conservazione non è necessaria”.
Il web, quindi, come molti sostengono, non stanno solo cambiando la società, il costume, le forme di democrazia ma anche l’esercizio dei diritti.