Category: Interviste, Recensioni, Riflessioni

Google: nuove disposizioni sulla privacy

“Gentile utente Google,

Desideriamo informarti che stiamo eliminando oltre 60 diverse norme sulla privacy in tutti i servizi Google per sostituirle con una normativa unica, più breve e di più facile comprensione. Le nuove norme riguardano più prodotti e funzioni, poiché è nostro desiderio creare un’esperienza d’uso che sia meravigliosamente semplice e intuitiva per tutti i servizi Google.”

Con questo messaggio Google ha recentemente informato gli utenti delle modifiche che intende apportare sulla privacy, che entreranno in vigore  a partire dal 1° marzo 2012.

Di cosa si tratta in particolare?

Si tratta di far interagire i prodotti e applicativi Google che riguardano gli utenti in modo tale che non sia necessario fornire le stesse informazioni più volte ovvero in modo tale che esse “parlino” fra loro per migliorare i servizi offerti.

“Potremmo utilizzare il nome specificato dall’utente per il suo profilo Google in tutti i servizi offerti che richiedono un account Google.”

Gli utenti avranno, dunque, la possibilità di ricevere servizi personalizzati cui potranno accedere al momento della registrazione ad un prodotto Google e che potranno disattivare mediante apposita richiesta. Ad esempio, attraverso il Google Dashboard sarà possibile riepilogare i dati associati a ciascun prodotto utilizzato dall’utente dopo avere eseguito l’accesso al proprio account.

Venendo, in particolare, ai profili giuridici di questa modifica, l’accesso ai propri dati personali sarà consentito in caso di aggiornamento. Google, però, si riserva di farlo a determinate condizioni e previa verifica della reale identità del richiedente.

Potremmo rifiutare richieste irragionevolmente ripetitive, che richiedono un impegno tecnico eccessivo (ad esempio lo sviluppo di un nuovo sistema o la modifica sostanziale di una prassi esistente), che mettono a rischio la privacy di altre persone o inattuabili (ad esempio richieste relative a informazioni memorizzate su nastri di backup).

Questo aspetto non trova esatta coincidenza con quanto previsto dal nostro legislatore in materia di privacy laddove l’art. 8 del d.lgs. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali) prevede che l’interessato possa sempre accedere ai propri dati personali, salvo le ipotesi legislativamente indicate e relative ad indagini difensive, ragioni di giustizia, materia di sostegno alle vittime di richieste estorsive, ecc., al fine di:  verificare le modalità di trattamento dei dati; aggiornamento, rettifica, integrazione, cancellazione, trasformazione dei propri dati; chiedere il blocco dei dati trattati in violazione delle disposizioni normative;  ecc.

Tentiamo di gestire i nostri servizi in modo da proteggere le informazioni dalla distruzione accidentale o dolosa. Per questo motivo, dopo l’eliminazione delle informazioni dai nostri servizi da parte dell’utente, potremmo non eliminare subito le copie rimanenti dai nostri server attivi e potremmo non rimuovere le informazioni dai nostri sistemi di backup.

Tale aspetto contrasta esplicitamente con la legge italiana che riconosce all’interessato il c.d. diritto all’oblio ossia il diritto a non essere inserito in banche dati o altro sistema di identificazione senza la propria volontà nonché di essere cancellato, qualora risultino propri dati presso terzi.

L’eventuale distruzione  o perdita accidentale delle proprie informazioni dovrebbe richiedere una policy più attenta al dettato normativo italiano e non giungere a forme di “conservazione” che possano presentarsi contrarie alla volontà dell’interessato. 

Forniamo dati personali a società, organizzazioni e persone che non fanno parte di Google qualora ritenessimo in buona fede che l’accesso, l’utilizzo, la tutela o la divulgazione di tali informazioni sia ragionevolmente necessario per:

  • Soddisfare eventuali leggi o norme vigenti, procedimenti legali o richieste governative applicabili.
  • Applicare i Termini di servizio vigenti, compresi gli accertamenti in merito a potenziali violazioni.
  • Rilevare, impedire o altrimenti gestire attività fraudolente o problemi relativi alla sicurezza o di natura tecnica.
  • Tutelare i diritti, la proprietà o la sicurezza di Google, dei nostri utenti o del pubblico, come richiesto o consentito dalla legge.

Anche tale condizione non rispetta appieno il dettato normativo che richiede, ai fini di certezza giuridica, che il titolare del trattamento dei dati personali, nella fattispecie Google, debba escludere le richieste di accesso ai dati di propri utenti provenienti da soggetti governativi o in ipotesi non espressamente previste dalle leggi vigenti. 

Le nostre Norme sulla privacy potrebbero essere soggette a modifiche occasionali. Ci impegniamo a non ridurre i diritti degli utenti previsti dalle presenti Norme sulla privacy senza il loro esplicito consenso.

Tale ultima indicazione contrasta con il dettato normativo laddove non si prevede l’informativa all’interessato il quale deve essere edotto di modifiche da parte del gestore dei dati personali anche ai fini di eventuale esercizio del diritto di accesso di cui agli artt. 7-10 del d.lgs. 196/2003 citato.

 

Tecnologia ed emozioni in 140 caratteri

I social media stanno influenzando i modelli di comunicazione? Possono incidere sugli orientamenti sociali e politici? Se e come sta cambiando la comunicazione per effetto dei nuovi media, e di Twitter in particolare?

Ne discutiamo con la prof.ssa Giovanna Cosenza (che ringraziamo per la disponibilità), docente di  Semiotica dei nuovi media presso il Dipartimento di Discipline della Comunicazione dell’Università di Bologna, autrice di  DIS.AMB.IGUANDO, un blog «per studiare, fare, disfare comunicazione», e responsabile, con Arianna Ciccone di Valigia Blu, del progetto OsservatorioTivvù, un ricerca finalizzata al monitoraggio delle modalità di uso della televisione per strategie di comunicazione politica, diretta ed indiretta, a medio e lungo termine.

D. Prof.ssa Cosenza, secondo lei, Twitter sta influenzando il modo di comunicare?

R. Questa domanda si ripropone ogni volta che esplode un nuovo strumento di comunicazione. La caratteristica principale di Twitter è il numero limitato di caratteri disponibili: 140. Dal punto di vista della tecnologia della scrittura il cambiamento già si verificò quando si diffuse l’uso degli SMS. Ormai da quasi quindici anni siamo abituati a usare i messaggi brevi per comunicare. Quindi, tornando alla domanda: se si riferisce alla scrittura in senso stretto, la risposta è «no», Twitter non ha portato grandi cambiamenti.

 

D. Quindi comunicare con l’SMS è come comunicare con Twitter?

Ovviamente no. Inviare SMS e scrivere tweet comporta solo alcune somiglianze, legate al fatto che il numero ridotto di caratteri limita lo spazio per i contenuti espliciti, il che vuol dire che si moltiplicano gli impliciti e di conseguenza anche le possibilità di essere ambigui o vaghi, e perciò di generare fraintendimenti. Ma l’SMS è principalmente uno strumento di comunicazione personale e riservata, mentre la comunicazione con Twitter implica la mescolanza tra dimensione pubblica e privata. Infatti, con lo strumento della cosiddetta «menzione» (l’uso del simbolo @ ) si può comunicare in maniera diretta con una persona, ma lo si fa sapendo che chiunque potrà leggere quel messaggio. Il messaggio è dunque nello stesso tempo sia personale (ad personam) sia pubblico.

 

D. Twitter può essere considerato un modello di comunicazione emozionale?

R. Non necessariamente. Twitter è uno strumento e, come tutti gli strumenti, assume funzioni, valori e connotazioni diverse in base alle modalità con cui i singoli e le comunità lo usano. Gli strumenti non sono in sé né emotivi né razionali, ma possono essere usati in maniera razionale o emozionale: dipende, ovviamente,  da chi, come e per quali scopi si usano.

 

D.  Una delle modalità attraverso cui si comunica su Twitter è il live-tweeting. Di cosa si tratta?

R. Il live tweeting è il racconto in diretta di un evento da parte di un soggetto o di un gruppo di soggetti che usano Twitter. Può essere fatto in maniera organizzata: pensiamo all’uso che ne fanno i componenti del comitato organizzatore di un evento o di una manifestazione pubblica per dare informazioni logistiche ai partecipanti; pensiamo all’uso che ne possono fare gli stessi partecipanti o spettatori di un evento: da una manifestazione di piazza a uno spettacolo televisivo. Poi però chiunque può seguire il live tweeting grazie ad un  hashtag specifico (il simbolo # che precede un’espressione che contraddistingue l’evento); dunque ai tweet organizzati si aggiungono quelli spontanei di coloro che decidono di unirsi alla conversazione collettiva seguendo lo stesso hashtag.

 

D. Il live-tweeting può influenzare i commenti e le opinioni rispetto ai fenomeni raccontati?

R.  Il live tweeting ha certi effetti e significati mentre viene prodotto, anche  per il coinvolgimento emotivo che si ha mentre si vive una certa situazione, ma li perde completamente se si legge la strisciata di commenti a distanza dalla diretta. Ma in certi casi il live tweeting può anche essere usato come esercizio per distanziarsi dalle emozioni. Annotare cosa accade mentre qualcosa accade, infatti, comporta in parte un distacco emotivo dall’evento. In questo senso usare il live tweeting in contesti di ricerca è interessante proprio perché consente al ricercatore di mettere un filtro tra il sé che osserva e narra ciò che osserva, e l’evento osservato e narrato.

 

D. Perché la semiotica dei nuovi media studia il live tweeting?

Dal punto di vista semiotico, la pratica del live tweeting è interessante proprio perché implica lo smontaggio analitico di una situazione (la semiotica è una disciplina analitica): chi fa live tweeting è costretto a selezionare solo alcuni aspetti di una situazione, di un contesto o un evento per raccontarli in 140 caratteri su Twitter, evidenziando aspetti che altrimenti non sarebbero evidenziati, e cancellandone altri che invece sono presenti. Ma questi altri aspetti possono essere selezionati da un altro partecipante all’evento su cui si sta facendo live tweeting, e così via. Mettere assieme tutte queste selezioni, combinarle e confrontarle può essere uno strumento di analisi a posteriori molto potente. Non a caso, con il diffondersi dei social media, i live tweeting sono usati anche dalla polizia scientifica come strumenti d’indagine. Occorre però ricordare sempre, nel trattare i live tweeting come strumento di ricerca, che, proprio perché composti di messaggi brevissimi, in cui il non detto supera sempre di molto il detto, i live tweeting, una volta privati del contesto, sono ad altissimo rischio di fraintendimento, e come tali possono essere piegati a interpretazioni manipolatorie. E possono, in certi casi, dire tutto e il contrario di tutto.

 

D. Una recente applicazione a fini di ricerca del live-tweeting è stata realizzata da Dino Amenduni  (@doonie) con riferimento al programma tv Kalispera. Quale era l’obiettivo?

R. In questo caso, che rientra nel più ampio progetto di ricerca di OsservatorioTivvù, che sto seguendo insieme ad Arianna Ciccone di Valigia Blu, uno degli obiettivi del live tweeting era proprio ottenere una certa distanza dal racconto della trasmissione. Nello stesso tempo, l’osservazione in contemporanea e in diretta, da parte di altri studiosi, sia della trasmissione, sia del live tweeting che Amenduni stava facendo, ci ha permesso di rilevare lo scarto fra la componente emozionale, che viveva chi non stava twittando ma guardava la trasmissione, e l’effetto di raffreddamento che invece si produceva col live tweeting. Ciò ha permesso al gruppo di ricerca di ottenere una lettura della trasmissione che avesse la “giusta distanza” dall’evento raccontato: non troppo coinvolti e presi dalla trasmissione, ma nemmeno troppo distanti, perché la componente emozionale è fondamentale nella costruzione delle trasmissioni televisive e perdersela a priori, per eccesso di distanza legato alla posizione neutra che un ricercatore deve assumere di principio, sarebbe un errore grave. Il secondo obiettivo era, naturalmente, comunicare che avevamo avviato la ricerca: twittare in diretta era come dire a tutti «stiamo lavorando».

D. In cosa consiste di preciso la ricerca a cui state lavorando?

R. Il progetto OsservatorioTivvù sarà realizzato da una quindicina di volontari, coordinati da me e da Arianna Ciccone e selezionati fra persone che già lavorano con noi da tempo e altri che invece hanno risposto alla nostra richiesta di collaborazione inviando il loro cv. I volontari vengono sia dal mondo accademico (laureandi, neolaureati, giovani ricercatori) sia dal mondo del giornalismo (giornalisti e blogger), perché da un lato vogliamo superare le difficoltà che a volte la ricerca accademica ha nel comunicare fuori dal suo mondo i risultati di ciò che fa, dall’altro vogliamo dotare i giornalisti di una metodologia scientifica per l’approfondimento. Useremo in modo combinato metodologie di tipo sia qualitativo sia quantitativo, per cui ad esempio alla fine otterremo il calcolo esatto dei minuti in cui in due mesi è apparso il politico x rispetto a y, i tempi di parola che gli sono stati concessi, il numero delle interruzioni, e così via. L’analisi qualitativa avrà invece come obiettivo principale quello di far emergere la narrazione soggiacente alle varie trasmissioni televisive e di evidenziarne la temperatura emotiva, per far comprendere il significato profondo del racconto. È chiaro che incontreremo difficoltà innanzi tutto nel definire e condividere fra noi il significato delle parole che useremo  (es. paura, speranza, patriottismo) e in secondo luogo nel combinare gli aspetti qualitativi della ricerca con quelli quantitativi, nel difficile tentativo di semplificare senza mai banalizzare. Ma confido che riusciremo a trovare il punto di equilibrio e a comunicarlo anche all’esterno.

D. Che trasmissioni saranno oggetto della ricerca?

R. Tutte le trasmissioni in cui la politica, l’informazione e lo spettacolo si mescolano in dosi diverse a favore dell’uno o dell’altro elemento. Dunque non solo i talk show come Ballarò, L’infedele, In Onda, in cui i politici sono normalmente ospiti, ma anche trasmissioni che in apparenza fanno solo intrattenimento, ma in realtà spesso veicolano messaggi politici più o meno evidenti. Oggi si parla infatti di infotainment (mix fra informazione e intrattenimento) e di politainemt (mix tra politica e spettacolo). I dosaggi fra i vari ingredienti di spettacolo, politica e informazione possono essere diversi, ma sono tutti comunque rilevanti per la comunicazione politica a breve, medio e lungo termine.

D. Quando saranno presentati i risultati?

R. Presenteremo i primi risultati  al prossimo Festival del giornalismo che si svolgerà a Perugia, 25/29 aprile 2012. Ma la ricerca proseguirà oltre, se i volontari ci aiuteranno.

 

D.  Ritorniamo a Twitter, sono presenti sempre più  VIP, politici e personaggi con ruoli pubblici. Come comunicano?

R. Anche in questo caso, dipende da chi comunica e dagli obiettivi che ha: ognuno rappresenta sé stesso e il proprio brand. Da questo punto di vista le star dello spettacolo non si distinguono dai leader politici. Ho fatto in occasione del Natale un’analisi degli auguri su Twitter fatti dai politici, che evidenziava notevoli differenze di stile: dagli auguri per così dire più “istituzionali” a quelli “personali”. Lo stesso potrei dire del modo in cui hanno fatto gli auguri le star dello spettacolo, da Fiorello a Federica Panicucci a Gerry Scotti: ognuno col suo stile.

 

D. Quali rischi sono tipici della comunicazione via Twitter?

R. i rischi sono connessi alle caratteristiche stesse dello strumento: velocità e brevità. La brevità dello spazio disponibile può generare fraintendimenti, perché come ho detto nei messaggi brevi il non detto supera di molto il detto. La velocità invece può portare a semplificare in modo eccessivo pensieri e stati d’animo, quindi il rischio onnipresente è la superficialità: sia nella scrittura che nell’interpretazione. Tutto ciò spiega per esempio le polemiche che spesso nascono.   C’è poi il rischio di esagerare con atteggiamenti di narcisismo e protagonismo: la comunicazione su Twitter può essere vissuta da alcuni come una sorta di “speakers’ corner” da cui sputare sentenze in 140 caratteri alla propria platea di follower. Ma anche questo dipende dalla persona e dalla comunità di follower in cui è inserita.

 

 

Sociologia dei media digitali: intervista a Davide Bennato

E’ uscito da poche settimane il nuovo libro di Davide Bennato, professore all’Università di Catania di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, intitolato “Sociologia dei media digitali”, Editori Laterza. Il manuale è ben lungi dall’essere una “chiaccherata informale” sui vari Facebook, Twitter e dintorni: è un testo molto ben strutturato, documentato (20 pagine di bibliografia!), con approfondimenti sociologici e tecnologici anche complessi, insomma un ottimo strumento per chi lavora con e sui social media. Abbiamo dunque pensato di intervistare Davide, che ringraziamo per la sua disponibilità.

D. Prima di tutto grazie per averlo intitolato social media e non new media. Era ora, non trovi?
R. Era ora sì! Infatti occupandomi di media digitali da molto tempo, ero un po’ seccato del fatto che nelle istituzioni accademiche si continui ad usare il desueto “new media” che io considero errato da due punti di vista. Errato cronologicamente perché ormai i media come internet non sono più nuovi, ma sufficientemente integrati nella vita quotidiana da essere media tout court. Errato ideologicamente perché i media digitali scontano moltissimo la retorica del nuovismo.
Dal mio punto di vista il fatto che i social media siano recenti non vuol dire che siano nuovi.

D. Tra le tue riflessioni e l’analisi di quelle condotte da altri studiosi negli ultimi decenni, riporti quella, celebre, di Klapper (1963), secondo cui la ricerca deve chiedersi non cosa i media fanno alle persone, ma cosa le persone fanno con i media. Non è questa la migliore risposta a chi vede il Diavolo nei social media?
R. Ne sono convinto. Se tu studi i social media dal punto di vista dell’impatto sulla società rischi sempre di cadere nella dicotomia apocalittico/integrato o tecnopessimista/cyberentusiasta. Se studi i social media dal punto di vista di cosa ne fanno le persone, hai una tale variabilità di pattern d’utilizzo che impedisce qualunque banalizzazione del rapporto.

D. Un altro argomento molto interessante per chi lavora in un’impresa o in una PA, e che riguarda il nuovo modo di interagire tra utenti, è quello del groundswell (onda anomala), ci potresti spiegare cosa intendevano con questo termine Li e Bernoff?
R. Il rapporto fra aziende e consumatori è sempre stato guidato da una rigida separazione. Le aziende producono, i consumatori acquistano e – se insoddisfatti – non acquistano. Oggi invece se un consumatore è insoddisfatto non solo non acquista ma grazie ai social media può influenzare i comportamenti d’acquisto di altri come lui, creando un processo a catena incontrollabile che si comporta come un’onda anomala e che ha delle conseguenze non da poco sulle aziende. La questione non è impedire questo processo – sarebbe impossibile farlo – ma governarlo nel miglior modo possibile.

D. Nel tuo libro scrivi che quello che è interessante dei blog è la miscela di componente tecnologica, netiquette e dinamiche relazionali che ne fa dei veri e propri archetipi della comunicazione del web partecipativo. Come vedi, in futuro, il rapporto tra blog e social media come ad esempio Facebook e Twitter?
R. I rapporti saranno di specializzazione di comportamenti comunicativi. I blog continueranno ad essere spazi di riflessione, Facebook uno strumento di discussione e di conversazione, Twitter un network di accesso a notizie e informazioni. Pertanto si rafforzerà il ciclo comunicativo dei social media secondo cui si esprime un’opinione argomentata sui blog, la si diffonde su Twitter e la si discute in Facebook.

D. Nel libro parli di un termine molto interessante, “social informatics”, ci puoi dire qualcosa di più? E’ una disciplina?
R. Sì, è un settore di ricerca che si pone lo scopo di progettare l’applicazione delle ICT all’interno di contesti sociali professionali, partendo dal presupposto che l’ingresso di una tecnologia non è mai neutrale, ma ha sempre delle conseguenze soprattutto relazionali. Lo scopo di questa disciplina è dare indicazioni concrete a chi deve pensare come rendere le tecnologie strumenti in grado di interagire simbioticamente col contesto sociale e culturale.

D. In Italia, nel 2012, avremo quasi 25 milioni di utenti su Facebook. E i social media saranno sempre più integrati con siti e dispositivi mobili e viceversa. Chiaramente ciò impone ad aziende e istituzioni di rivedere la propria comunicazione on line. Secondo te a che punto siamo?
R. Secondo me anche in Italia qualcosa sta cambiando, anche se sempre più spesso l’uso dei social media non ha un valore strategico me è semplicemente un’aggiunta à la page alle strategie di comunicazione interna ed esterna. Ma le aziende stanno diventando sempre più sensibili all’argomento e le professionalità che curano questi aspetti stanno cominciando a diventare sempre più richieste.

D. Qualche consiglio a chi, nella PA, deve comunicare con i cittadini attraverso i social media?
R. Sì: linguaggio, tecnologia, ascolto. Linguaggio: usare una lingua che sia la più lontano possibile dal burocratese che è formale e allontana il cittadino. Tecnologia: mai pensarla come una scatola magica ma come uno strumento al servizio di una logica o una strategia. Ascolto: comunicare vuol dire saper ascoltare, spesso il cittadino non chiede soluzioni ma semplicemente essere ascoltato. In questo senso i social media possono essere molto utili.

D. In una delle ricerche che citi, vengono classificati in 5 macrocategorie gli utenti di Twitter: media, celebrità, organizzazioni, blogger, persone comuni. Il meccanismo di following ha forti caratteristiche di omofilia, e cioè le celebrità seguono le celebrità, i blogger i blogger e così via. Secondo te, nei prossimi anni, questo meccanismo verrà alterato, ad esempio con la naturale evoluzione di Twitter come news medium?
R. Non è facile rispondere. Secondo me ci saranno due grafi sociali che descriveranno Twitter. Un grafo con un alto grado di omofilia caratterizzato da legami simmetrici ed un grafo con un alto grado di eterofilia caratterizzato da legami asimmetrici e questo rafforzerà l’uso di Twitter come news medium. Mi spiego meglio. I blogger seguiranno altri blogger e saranno ricambiati. I giornalisti seguiranno altri giornalisti e saranno ricambiati. Blogger seguiranno giornalisti e non saranno ricambiati ma lo faranno per avere notizie o opinioni.

D. Recentemente abbiamo pubblicato una lista di previsioni sui social media per il 2012, ci puoi dire qualche di queste ti sembra la più interessante o promettente?
R. Sono molto d’accordo con la previsione su Twitter, che secondo me porterà anche a dei profondi cambiamenti nella composizione demografica della piattaforma microblog. A mio avviso inoltre bisogna tenere sotto controllo anche Tumblr: secondo me sarà la piattaforma protagonista del 2012.

D. La prossima settimana intervisteremo anche la prof.ssa Giovanna Cosenza, docente di Semiotica dei nuovi media: ci suggerisci una domanda da porle?
R. Certo. Vorrei chiederle: spesso nei social media si usa la metafora della conversazione per descrivere il flusso informativo che avviene in questi spazi sociali. E’ una metafora corretta? O bisognerebbe parlare di una diversa forma conversazionale che avviene in questi spazi?

Un anno di #hashtag. La Storia raccontata in diretta.

Il 2011 è stato un anno molto importante non solo dal punto di vista economico, sociale, politico ma anche per il  mondo della comunicazione.

All’innovazione nel campo delle news ha dedicato uno “special” durante la scorsa estate l’Economist dal significativo titolo “Bulletins from the future” in cui è analizzato il ruolo della Rete nel cambiamento del modello di diffusione delle informazioni, un modello che risulta essere diventato molto più partecipato, diversificato e quindi meno “di parte” di come era prima dell’avvento di internet.

Fonte: The Economist, 2011

Ma la Rete non ha modificato solo il modello di diffusione delle notizie ma anche le modalità con cui gli eventi sono narrati e portati alla conoscenza del pubblico. Sempre più spesso, infatti, i grandi eventi sono raccontati in diretta attraverso i social media, facebook e twitter in primo luogo e, gli autori della narrazione sono i cittadini, veri e propri report di strada. Da questo punto di vista, il cittadino, armato di smartphone e connessione in Rete, è stato il protagonista dell’anno, ha raccontato in diretta gli eventi a cui partecipava e dato vita ad una nuova figura del mondo della comunicazione, il citizen journalist.

Iranians used social-networking sites to report on the suppression of street protests.
Ahmad Abbas/Getty Images

Con l’obiettivo di valorizzare l’impegno delle migliaia di persone che giorno per giorno hanno raccontato la Storia di questo anno davvero speciale è nato www.yearinhashtag.com , un progetto di: Claudia Vago @tigella, Luca Alagna @ezekiel, Marina Petrillo @alaskaRP, Maximiliano Bianchi @strelnik, Mehdi Tekaya @mehditek.

SegnalazionIT che, già in passato si è più volte occupato di social media (in particolare di Twitter ) e comunicazione web,  ha deciso  di dedicare l’ultimo post dell’anno a questa iniziativa che nel raccontare il 2011 ci aiuta anche a comprendere come la Rete sia riuscita a ricoprire un ruolo da protagonista e non solo di testimone. Per raccontare #yearinhashtag abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Claudia Vago (@tigella), esperta di comunicazione, ideatrice e tra gli autori dell’iniziativa.

D. Come nasce #yearinhashtag?
R. Year in Hashtag è nato per caso, da un mal di testa, per associazioni di idee: era metà novembre e io ripensavo all’anno che andava concludendosi, a tutte le cose successe in questo anno incredibile, a partire dalla rivoluzione tunisina a oggi. Pensavo che raccogliere tutti gli eventi dell’anno, come sono soliti fare giornali e riviste a fine dicembre, sarebbe stato un lavoro complesso ma stimolante. Subito però ho realizzato che la maggior parte degli eventi del 2011 erano arrivati ai media tradizionali dopo che la Rete se ne era occupata, li aveva scovati e raccontati. In alcuni casi ai media tradizionali non sono arrivati mai, in altri sì, ma lasciando alla Rete un ruolo di narratore principale, con più approfondimento, a volte persino maggiore competenza. Mi è immediatamente sembrato evidente che il 2011 non potesse essere raccontato che per come lo avevo visto io: attraverso lo sguardo dei milioni di utenti dei social media che, nel corso dell’anno, hanno raccontato gli eventi nel loro farsi, attraverso i propri occhi, i propri smartphone, i propri laptop.

D. Quale è l’obiettivo?
R. Fornire un punto di vista diverso sull’anno trascorso. Un punto di vista che completa e arricchisce quello che i media tradizionali ci offrono ogni giorno. Perché non c’è contrapposizione tra i due sguardi, ma complementarità. E nel 2011, secondo me, è diventato evidente che non si può più ignorare lo sguardo di chi, dal basso, vive e eracconta un evento.

D. Come è stato il 2011 visto da twitter?
R. Un anno entusiasmante, ricco di avvenimenti, in cui la partecipazione è tornata a essere al centro: molte delle foto che compongono il mosaico in homepage di Year in Hashtag sono foto di piazze colme di persone. Il 2011 è stato l’anno delle proteste (lo dice anche il Time), l’anno in cui le persone si sono messe in gioco, sono uscite di casa e insieme hanno intrapreso un cammino per provare a cambiare le cose. E lo hanno fatto anche raccontando in tempo reale quanto succedeva, quanto facevano. Credo che questa esplosione dei social media per il racconto dei fatti non sia solo collegata alla diffusione di tecnologia che permette il collegamento a internet anche in mobilità, penso che si tratti di un fatto più propriamente “politico”: raccontare quello che succede è diventato parte dell’agire politico, perché serve ad aggirare la censura e la disinformazione dei regimi ma anche perché è solo facendo sapere a più persone possibili cosa si fa e perché che la propria battaglia può diventare vincente.

D. Come è cambiato il modo di raccontare gli eventi?
R. Dal 2011 non si torna indietro. Ormai è diventato evidente che il racconto degli eventi passa anche, e a volte soprattutto, dalla Rete. Quasi tutte le grandi testate europee e mondiali hanno ormai uno staff di social media curator, cioè persone che si occupano di selezionare le fonti sui social media, seguirle e raccogliere i loro racconti, ad uso anche dei giornalisti tradizionali. Prima o poi anche in Italia ci accorgeremo che non si può più continuare a fare giornalismo senza integrare questi nuovi strumenti.

D. Chi è il citizen journalist?
R. Chiunque. Non serve una preparazione particolare, un formazione. E’ sufficiente avere strumenti per la diffusione di messaggi e capacità di comprendere quello che succede intorno per essere citizen journalist. E’ una figura diversa da quella del giornalista tradizionale e, secondo me, non è antitetica ad essa. Sono due figure che si completano, che insieme possono rendere migliore il racconto dei fatti.

D. Quale il suo ruolo nel racconto degli eventi?
R. Il citizen journalist, generalmente, è qualcuno che partecipa direttamente a ciò che racconta. Partecipa fisicamente e emotivamente, idealmente. Il suo è uno sguardo “caldo” sugli eventi, partecipe. E soprattutto è uno sguardo “interno”, che arriva dove molti cronisti tradizionali non riescono ad arrivare.

D. Come possiamo contribuire ad accrescere questo racconto?
R. Amplificando la voce di chi sta raccontando: con retweet su Twitter o condividendo link e informazioni su altri social network. Diventando noi stessi narratori, quando ne abbiamo l’occasione.

D. Quale evento ti ha più colpito?
R. Sono legata a molti eventi di questo 2011, per ragioni diverse. La rivoluzione tunisina, perché ho un legame personale con la Tunisia e perché è il Paese da cui è cominciato tutto, compresa la mia “nuova vita”, il movimento spagnolo del #15M, il torrente di tweet con hashtag #iohovotato in occasione dei referendum di giugno, #OccupyWallStreet, per la capacità che ha avuto un evento nato in rete di radicarsi nella realtà e incidere sull’agenda, sul linguaggio pubblico.

#felice2012atutti

Intervista a Sardinia Open Data

Ci sono persone che con le loro iniziative portano quell’innovazione che può cambiare (in meglio) un territorio. SegnalazionIT ha intervistato Andrea Zedda,  specialista nell’elaborazione dati e promotore del progetto Sardinia Open Data.

D. Come nasce Sardinia Open Data?

R. L’idea del progetto nasce essenzialmente nella rete e precisamente nel social network Statistica.ning del quale sono membro da diverso tempo. Agli inizi di settembre, un mio amico, Marco Calderisi, (con il quale stiamo fondando una piccola società molto interessante denominata [Kode], ma questa è un’altra storia…) pubblica un post riguardante Datawithoutborders, un’iniziativa nata negli USA, dove statistici volontari aiutano in maniera completamente gratuita le ONG presenti nel territorio per quanto riguarda l’elaborazione dei dati in loro possesso.  Avendo  continue esperienze di collaborazione con l’Osservatorio delle politiche sociali della provincia di Cagliari, ho iniziato a pensare che un’iniziativa del genere potesse essere rivolta al mondo delle associazionismo locale e che, con le opportune modifiche, fosse una cosa attuabile anche qui da noi.
Poi è successo che ho partecipato al corso “Web e statistica” a Pisa, organizzato dalla SIS dove ho avuto modo di approfondire, tra le altre cose, le tematiche dell’open data e quindi di prendere maggiore consapevolezza dell’enorme importanza che l’intelligenza collettiva e la condivisione della conoscenza hanno e avranno  sempre di più nel nostro mondo. Ho così deciso che l’open data sarebbe stato al centro del nuovo progetto che avevo in mente.
Il corso mi ha poi dato la possibilità di conoscere molte persone estremamente interessanti, sia tra i docenti che tra gli studenti, e ho potuto interagire con un ambiente aperto alle innovazioni e alla creatività. Tutti questi fattori hanno fatto si  che le idee che mi frullavano in testa si trasformassero in convinzioni. Così tornato in Sardegna ho iniziato a parlarne un po’ in giro e ho trovato subito l’appoggio e l’ entusiasmo di alcune persone, tutte donne, molto capaci e determinate (colgo l’occasione per citarle, sono Alessandra Murgia, Alessandra Peddis, Claudia Mocci e Cinzia Pusceddu) con le quali si è deciso di fondare l’associazione Sardinia Open Data, e grazie alle quali il progetto è diventato qualcosa di più concreto e molto ambizioso.

 

D. Quali sono le iniziative e i progetti che Sardinia Open Data sta supportando?

R. Attualmente portiamo avanti due progetti. Il primo è “OnData”, un progetto che ha tre finalità. La finalità primaria, che prende appunto ispirazione da Datawithoutborders, è il sostegno al mondo dell’associazionismo no-profit. Siamo partiti dalla considerazione che le associazioni, pur potendo spesso disporre di basi dati interessanti, non hanno di solito le risorse per sfruttarle, oppure non sono consapevoli del potenziale nella gestione di tali informazioni in termini di sviluppo organizzativo e strategico. Abbiamo così deciso di mettere a disposizione di queste associazioni la nostra esperienza nel campo della raccolta, dell’elaborazione e della presentazione dei dati, oltre che un supporto logistico, il tutto in maniera completamente gratuita.
Al contempo abbiamo intenzione di ricorrere all’aiuto di giovani volontari ai quali offriamo la possibilità di avere una prima esperienza pratica sul campo, quindi di sporcarsi le mani con dati reali e con esperienze concrete per quanto riguarda le varie fasi di un’indagine statistica.
La terza finalità del progetto consiste nel rendere il risultato di questo lavoro il più aperto possibile nel pieno rispetto della filosofia open data. L’obiettivo è in sostanza avviare un’apertura dei dati non calata dall’alto delle organizzazioni pubbliche ma un’informazione proveniente direttamente dal basso, e di incentivarne il riutilizzo in modo che questi dati acquistino un valore che vada oltre il contesto nel quale sono stati raccolti.
Un secondo progetto molto interessante è la partecipazione al concorso Appsforitaly. Intediamo partecipare sia nella categoria datasets che nella categoria applicazioni. Per quanto riguarda il dataset abbiamo già siglato un accordo di collaborazione con l’Ente parco di Molentargius, per cui contribuiremo all’apertura dei dati ambientali, di flora e forse anche fauna sotto licenza IODL.
Su quei dati abbiamo poi qualche idea su come svilupparci una app per smartphone o una webapp. Per ora stiamo ancora valutando se questa parte del progetto sia fattibile, c’è ancora da definire un modello, e per la parte dello sviluppo applicativo contiamo sull’aiuto di alcune aziende condotte da persone con le quali ho avuto modo di collaborare in passato, e che si sono rivelate estremamente disponibili ed interessate al nostro progetto.
Infine abbiamo intenzione di portare avanti una campagna continua di promozione dell’open data presso i vari enti e la società, attuata attraverso incontri diretti face to face o anche piccole presentazioni pubbliche.

 

D. La Pubblica Amministrazione Locale: gioie o dolori sulla questione Open Data?

R. Lavorando per diversi anni nella pubblica amministrazione (anche se solamente come collaboratore ultra-precario), ho preso parte alla progettazione e all’attuazione di diverse indagini e ricerche sociali, e posso dire che ho vissuto direttamente sulla mia pelle il problema della mancanza di consapevolezza per quanto riguarda l’importanza che dovrebbe avere il dato statistico presso le amministrazioni pubbliche. Le difficoltà purtroppo non si limitano alla sola apertura dei dati alla società, ma addirittura è la trasmissione di questi tra i diversi enti e tra i diversi dipartimenti che risulta essere una barriera difficile da superare. Manca l’idea dell’utilizzo di uno standard condiviso, e vige ancora una sorta di gelosia tra i vari uffici, i cui funzionari spesso si comportano come se fossero gli effettivi detentori del dato e per cui sono restii a condividere determinate informazioni addirittura con gli altri organismi pubblici che ne fanno richiesta. Per esperienza posso dire che nel momento in cui una struttura come un osservatorio avvia una raccolta dati rivolgendosi ad altre amministrazioni o ad altri uffici dell’ente a cui appartiene, quando va bene le informazioni vengono trasmesse tramite disordinati fogli di calcolo e la casistica più frequente sono dei file pdf blindati e file doc, per non parlare di chi preferisce ancora utilizzare il fax e il materiale cartaceo!
Per questo crediamo che la promozione e la sensibilizzazione presso la PA locale verso un approccio più aperto e consapevole riguardo l’importanza sociale ed economica che hanno le informazioni condivise, possa in un certo modo indicare la giusta via che porta ad una maggiore efficienza e ad una maggiore produttività nel settore pubblico.

 

D. Open data e trasparenza. E’ un binomio praticabile in Sardegna?

Oltre alle difficoltà che ho appena citato, posso dire che in Sardegna esistono anche realtà estremamente positive e in rapida ascesa. Un chiaro esempio di Open Data trasparente è il portale della Provincia di Carbonia Iglesias (e di recente quello del Comune di Sestu) che, primo in Italia, ha reso liberi i dati dei propri atti amministrativi in modalità semantica. In questo modo non ci sono intermediari tra la produzione del dato e i possibili fruitori esterni, sia che siano cittadini o aziende che vogliano sfruttarli per le loro applicazioni. L’iniziativa fa parte di un progetto Open Source più ampio che si chiama ontologiapa.it e che fa leva su una piattaforma Drupal 7 per la PA denominata “LinkedPA“. Questo è sicuramente il binomio perfetto tra Open Data e trasparenza e fa piacere dire che la nostra Regione faccia scuola per tutto il paese.

 

D. La Sardegna ha giovani brillanti e capaci. Può l’Open Data essere una opportunita’?

R.La Sardegna è una piccola isola nel contesto globale, oltre al turismo abbiamo poche risorse naturali da sfruttare, e ovviamente ormai è chiaro che non possiamo competere con la forza produttiva dei colossi mondiali nel settore manifatturiero. Per cui si tratta di investire tutto nel capitale umano. Sposare il concetto di Open data significherebbe poter disporre di una nuova risorsa praticamente a costo zero, perché si tratterebbe solo di aprire gli archivi già esistenti e di adottare nuovi standard per la loro diffusione. In questo modo, chiunque abbia idee e competenze avrebbe la possibilità di integrare i servizi offerti dal settore pubblico o inventarne di nuovi, il tutto senza che le amministrazioni debbano spendere ulteriori risorse. Quindi una grossa opportunità per i giovani che con l’open data avrebbero a disposizione un solido punto di partenza sul quale far fruttare le proprie idee e la propria creatività.

 

D. Come vedi il ruolo di Sardinia Open Data nelle due domande precedenti?

R. Per ora siamo solo una piccola associazione, certamente una delle prime realtà nell’Isola a portare avanti questo tipo di iniziative. Ci sentiamo delle specie di pionieri anche se bisogna dire che abbiamo diversi punti di riferimento nel territorio nazionale. Vedremo come si andrà avanti, quel che è certo è che l’entusiasmo e l’intraprendenza non ci mancano.
Per seguire le nostre iniziative o contattarci è possibile visitare il nostro sito web http://sardiniaopendata.org/ ma siamo presenti anche su Facebook, Twitter e Google+.

Musica per le mie orecchie

stereomood - emotional internet radioParto da una semplice domanda: può una radio interpretare i miei sentimenti e selezionare proprio la musica adatta a me? A volte succede, è un caso, un momento magico: come d’incanto, la radio passa proprio quella canzone che volevo, quel sound che mi serviva per ricaricarmi. Sarebbe bello se potesse succedere sempre così, che non fosse una possibilità su un milione. Sarebbe bello avere uno strumento che mi capisse! Potrei sempre chiamare una radio, quelle dove puoi chiedere una canzone, magari mandare anche una dedica; ma non sempre ho un telefono a disposizione, una chat, oppure non so come collegarmi, la risposta non è mai immediata e soprattutto non è certa. E poi dovrei manifestare i miei sentimenti. È una strada, ma non va bene per tutti. Spesso i sentimenti e le emozioni sono private, non vanno e non devono essere condivise. E allora?

Può uno strumento freddo come il pc, l’iPad o l’iPhone, interpretare il mio stato d’animo, capire di cosa ho bisogno e miracolosamente accontentarmi? Non basta una lista di canzoni preferite, non basta la stessa radio sintonizzata da una vita, ho bisogno di cose nuove, di risposte ogni volta diverse. Già altre volte questo blog si è occupato di radio e già altre volte ho parlato di sentimenti (qui e qui), ma questa volta, nella mia navigazione alla ricerca dei sentimenti in Internet, ho trovato qualcosa di più. Mi lascio guidare dagli ideatori di questa internet radio emozionale:

Dietro ogni canzone c’è sempre un’emozione, non sappiamo perché ma forse è per questo che amiamo la musica. Così abbiamo creato un modo per suggerire brani che seguono i vostri sentimenti: Stereomood è la Internet radio emozionale, che offre musica che meglio si adatta al vostro umore e alle vostre attività.

www.stereomood.com, l’internet radio emozionale, mi capisce e mi mette a disposizione tante categorie di canzoni. Devo soltanto rispondere a due domande: Come mi sento? Cosa sto facendo ora? E lei mi seguirà nei miei sentimenti e nelle mie attività, passandomi la mia musica! Oggi sono “happy”, prima però ero “dreamy”, ieri mi sentivo un po’ “melancholy”, ma fra un’ora avrò una “CANDLELIT DINNER”, infatti sono in pieno “COOKING TIME”, domani mi toccheranno le “SPRING CLEANING”, speriamo che non “IT’S RAINING” ma che sia un “SUNNY DAY”. Insomma, emozioni (scritte in corsivo minuscolo) e attività (scritte in stampatello maiuscolo) per tutti i gusti.

Lo scopo è di ascoltare musica secondo l’umore e le attività che si stanno svolgendo, scegliendo le canzoni in modo casuale o con un ordine prestabilito, ma si può anche ascoltare un’ autore specifico, una canzone: tutte le opzioni di ricerca a cui siamo abituati sono aperte. Si possono escludere delle canzoni che non piacciono e fare emergere quelle più belle per noi (con un tag). Ci si può registrare, crearsi delle playlist personali, che si possono condividere con gli amici. Da ragazzi, per le feste, si preparavano le cassette con le musiche da ballare, ora è possibile preparare delle playlist per ogni occasione speciale. Le canzoni provengono da una selezione dei miglior blog di musica internazionale, ma è possibile per ogni utente registrato inserire un brano (con estensione .mp3). Le playlist sono generate a partire dai tag degli utenti: più ascolto e taggo il brano (il sentimento, l’attività) più il brano (il sentimento, l’attività) sarà “comune”: i brani sono ordinati in base alla media dei tag e i sentimenti e le attività appaiono più in evidenza nella tagcloud.

Alcune sorprese mi attendono. Al momento in cui scrivo, nell’ultima settimana il sentimento “calm” ha avuto 438.000 ascolti seguito da “dreamy” con 420.610 ascolti e dall’”happy” con 382.407 ascolti. Tra le attività “RELAX” ha avuto 480.547 ascolti, “CHILLOUT” 397.730 ascolti e “STUDYING” 342.557 ascolti. L’immagine che mostriamo su Internet è sempre più positiva della realtà: forse siamo migliori di quanto pensiamo?

La radio emozionale è una applicazione sociale: posso condividere le mie playlist, conoscere quelle degli altri e soprattutto, “riconoscere” gli utenti che sono più vicini al mio stato d’animo e navigare nel loro profilo e ascoltare le loro canzoni. I sentimenti comuni ci accomunano. La radio emozionale è stata creata ed è gestita da un gruppo di amici italiani (http://wiki.startupbusiness.it/Stereomood). Grazie a Domenico per avermi fatto conoscere questa radio.

Open Data, l’Italia s’è desta


La settimana
scorsa è iniziata con l’annuncio della nascita di dati.gov.it e con il lancio di AppsForItaly, la competizione italiana sugli open data. E’ poi continuata con la Giornata Italiana della Statistica dove i protagonisti istituzionali e della società civile che hanno reso possibile questo annuncio, hanno partecipato insieme al primo evento istituzionale sugli Open Data. E all‘Open Government Data Camp 2011 a Varsavia, chi era presente, ha raccontato tutto ciò al mondo.

La scorsa settimana è stata probabilmente una settimana chiave per l’open government e per gli open data in Italia. Cominciamo con la “discesa” in campo del Ministero per la pubblica Amministrazione e Innovazione che in una conferenza stampa a Palazzo Vidoni a Roma ha reso pubblica la strategia italiana sull’open government: Pubblica Amministrazione 2.0, G-Cloud e, soprattutto, Open Data.

Ovviamente un conto è fare un annuncio, un altro continuare a lavorare per far crescere le iniziative proposte e raggiungere gli obiettivi prefissi. Ad ogni modo, sul fronte Open Data abbiamo ora il portale dati.gov.it. L’idea è quella di farlo diventare in breve tempo il catalogo nazionale dei dati aperti della pubblica amministrazione.

E per stimolare da una parte le pubbliche amministrazioni a rendere pubblici i propri dati, e dall’altra i cittadini, le community di sviluppatori e il mercato ad utilizzarli, il Ministero ha deciso di supportare AppsForItaly, la competizione italiana sugli Open Data. […] Apps4Italy è un concorso aperto a cittadini, associazioni, comunità di sviluppatori e aziende per progettare soluzioni utili e interessanti basate sull’utilizzo di dati pubblici, capaci di mostrare a tutta la società il valore del patrimonio informativo pubblico.[...]

Ovviamente niente nasce all’improvviso. Se si è arrivati a questo, lo si deve alle tante iniziative che da oltre un anno a questa parte stanno nascendo un po’ ovunque in Italia e al lavoro continuo di associazioni, movimenti, fondazioni, ma anche enti locali ed enti privati che credono nella potenza dei dati aperti ai fini della trasparenza, della democrazia partecipata, dello sviluppo del Paese. Ed è interessante come, iniziative che nascono “dal basso” possano far incontrare l’interesse e il sostegno del mondo istituzionale. Attorno all’Open Data sta incredibilmente accadendo questo: istituzioni e pubbliche amministrazioni che siedono attorno ad un tavolo con associazioni, comitati e movimenti espressione della società civile.

E’ quello che è accaduto lo scorso 20 Ottobre presso l’Istat, l’Istituto Nazionale di Statistica. Il Workshop Open Official Statistical Data, inserito nelle celebrazioni della Giornata Italiana della Statistica, è stato il primo appuntamento “istituzionale” dopo l’annuncio della strategia governativa sull’open government. Si è parlato della prospettiva italiana a riguardo dell’Open Data e dell’Open Government, della centralità del dato aperto nell’azione e nella strategia della Commissione Europea, di come la consolidata cultura del dato presente nell’Istat e nell’intero Sistema Statistico Nazionale possa e debba essere un elemento chiave nelle iniziative legate all’Open Data. Si è parlato di alcune esperienze di open data in Italia, e lo si è fatto dando spazio direttamente gli enti locali coinvolti. Si è parlato della iniziativa italiana dati.gov.it e di appsforitaly con i movimenti, le associazioni, le fondazioni che “dal basso” hanno reso possibile tutto ciò.

Le conclusioni di Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, meriterebbero in realtà un post a parte, visto che hanno toccato molti punti diversi, buona parte dei quali degni di essere segnalati. Ad ogni modo ha sottolineato quanto sta facendo l’Istituto per fornire alla società civile, alla Rete e al mercato dati di qualità ad un livello sempre più spinto di disaggregazione.

Ma non finisce qui. Sempre la scorsa settimana è stato lanciato in versione beta Wikitalia, un progetto che “mette in rete una serie di strumenti per la trasparenza della politica, il riutilizzo dei dati pubblici e la partecipazione dei cittadini”.  Si tratta quindi di una piattaforma che si rivolge soprattutto “ai sindaci e alle loro amministrazioni, affinché decidano di far propri la filosofia e gli strumenti dell’Open Government”. Hanno gia’ aderito al progetto i comuni di Firenze, Torino e Matera, mentre altri aderiranno a breve.

Qualcosa  in Italia finalmente sta accadendo. Ed è qualcosa di importante.


La versione in  inglese del post è stata pubblicata sull’Open Knowledge Foundation Blog e su Government in The Lab.


Da Network a Comunità

Internet 1, quella odierna, è basata sull’inclusione. Il professore di Harvard, Robert Putnam, direbbe bridging per sottolineare l’intento di mettere insieme gruppi sociali eterogenei.  Internet è per l’appunto un network sul quale si sono sviluppati il web, le comunità e i social network.  Al contrario di un’azienda o di una società statale, una comunità non può svilupparsi se non c’è il singolo membro che vuole donare volontariamente qualcosa di suo, sia pur la semplice partecipazione passiva.

Ma dobbiamo distinguere la partecipazione nei network e nelle comunità: in quest’ultime ci sono sempre doveri e responsabilità condivise su un obiettivo comune. Nel network, invece, ci si può scollegare e ricollegare a piacimento, non ci sono vincoli e si è più liberi. Pertanto esso è inferiore da questo punto di vista alla comunità. In altre parole, la priorità tra appartenenza e identità è invertita. Nel network c’è prima di tutto l’identità, poi l’appartenenza. Esattamente il contrario nella comunità.

È purtroppo facile ipotizzare che possano nascere a breve criteri basati sull’esclusione. La discriminazione può presentarsi con taglio tecnico o economico (tariffe) e così, se avviene in un qualsiasi punto della rete tra due utenti, s’invalida il principio della neutralità della rete.

Consideriamo i tre punti chiave dell’architettura web:

  • html per comunicare con open standard
  • url per farsi raggiungere con un indirizzo pubblico
  • http e sip per il trasporto delle informazioni

e i tre probabili attacchi alla rete sottostante:

  1. Le Telecom che filtrano i dati
  2. Gli Over the Top (Google, Facebook, etc.) che isolano gli utenti dal web
  3. I Governi che controllano il contenuto

Il primo punto esprime il concetto “classico” della neutralità della rete, quello tecnico. Per fini speculativi, il passaggio all’IPv6 potrebbe essere un’occasione unica per iniziare a differenziare un utente dall’altro, inoltre oggi il tipo di protocollo che occupa più banda subisce una limitazione, data l’esigua quantità a disposizione.

Il secondo punto rappresenta il fatto che purtroppo esistono anche altre minacce oltre quella tecnica, per esempio l’effetto rete e il conseguente lock-in degli utenti. Alcune società sono infatti interessate a veicolare tutte le informazioni riguardanti o di interesse dei propri utenti sulle proprie infrastrutture tecnologiche.

Sull’ultimo punto, dobbiamo essere consapevoli del controllo da parte dei governi contro coloro che usano la rete per legittime istanze di rinnovamento democratico. Gli esempi della primavera araba hanno visto la rete come uno strumento di controllo oppressivo (cfr. un maestro sul tema: Evgeny Morozov, i suoi scritti focalizzano un pericolo per noi semi sconosciuto).

Internet 2, quella di domani, potrà essere basata sul bonding, dove si aggregano gruppi sociali omogenei e quindi essere basata sull’esclusione. Il più grande dei sociologi viventi, Zygmunt Bauman afferma che: «Una comunità è tale finché gli appartenenti non sono consapevoli di esserlo, mentre gli “adepti” di Facebook fanno parte appunto di una “Rete”». Proprio per questo dobbiamo vigilare, e agire per cambiare il nostro approccio da network a comunità.

Wired Italia Reloaded

Wired Italia nasce nel 2009 e va a coprire un vero e proprio buco nell’offerta giornalistica italiana, rivolgendosi a tutte quelle persone, native digitali o meno, che hanno Internet come base della propria vita lavorativa, relazionale, affettiva.

Il primo editoriale del suo direttore, Riccardo Luna, è chiaro e coinvolgente: Wired è un giornale che nasce per le persone come “voi che vi entusiasmate per un progetto che ci migliora la vita, voi che credete nel valore della comunicazione e della condivisione delle idee, voi che scegliete di lavorare assieme per un grande obiettivo, voi che fate ricerca scientifica ogni anno con meno fondi eppure non mollate, voi che conoscete il senso profondo della rete nel paese d’Europa che la usa peggio”.

Per oltre due anni Wired tiene abbastanza fede a quello che ha promesso, con alti e bassi, con strane iperboli come Internet for Peace Nobel 2010, ma non mancando mai di stupire, di focalizzare l’attenzione su iniziative e capacità degli italiani, fuori e dentro i confini nazionali.

Forse vende poco, ma compie una operazione a suo modo rivoluzionaria. Tutti quelli che (come noi) si coccupano di Information Technology, sentono finalmente la propria lingua utilizzata per spiegare le tecnologie e i loro impatti alle persone che si occupano di altri campi del sapere, senza mai eccedere in inutili tecnicismi e linguaggi da smanettoni informatici.

Ma ad ogni rivoluzione che si rispetti segue quasi sempre una restaurazione e la stessa cosa sembra essere accaduta in Wired Italia: nuovo direttore, Carlo Antonelli, e nuova linea, ben spiegata attraverso il primo editoriale e una successiva intervista ad affaritaliani.it.

Le dichiarazioni programmatiche e l’intervista ripropongono drammaticamente una lingua antica, polverosa, da uomo del marketing che potrebbe vendere qualunque cosa e lo farebbe con le stesse parole e con le stesse modalità. Nessuna originalità, nessuna fuga in avanti: “Il futuro è forse la cosa meno interessante che possiamo immaginare e comunque è un esercizio inutile”. Oppure: “Fin dalla nascita, Wired Italia ha fatto un eccellente lavoro di alfabetizzazione rispetto alla questione innovazione in Italia”, dunque l’esplorazione del presente e del futuro operata dal vecchio Wired viene considerata pura alfabetizzazione. Una visione certamente non contemporanea che fa il paio con “Ho voluto irrorare di vita il giornale, che poteva rischiare di diventare un bollettino per la comunità geek”. Parlare di alfabetizzazione e linguaggio geek di Wired pre restaurazione non fa altro che confermare l’enorme distanza di una certa generazione, e della stragrandissima maggioranza dei manager italiani, dalla tecnologia come fattore abilitante delle nostre capacità personali e sociali.

Riguardo ai progetti per il futuro il nuovo direttore si esprime così: “pensare non ad una rivista, ma ad un sistema che ruota attorno ad un marchio e ad una serie di valori. Wired è un brand, che è anche un organismo dotato di una personalità, di un tono di voce, di una forma di humour, di una capacità di relazione a tutto campo nei confronti del mondo esterno. Insomma, ha numerose propaggini che diventano a loro volta delle fonti di reddito”. Dunque niente sogni, illusioni e perdite di tempo, serve concretezza, qualcuno che pensi alle quote di mercato e Carlo Antonelli dice di se: “Mi considero un manager e quindi mi sto occupando del prodotto Wired”.

Nel numero di Agosto troviamo una lista di “innovatori” italiani: Maurizio Cattelan che “ha ridisegnato le regole del sistema dell’arte mondiale”, praticamente uno Steve Jobs dell’arte; Stefano Rodotà, esperto in “nuovi diritti del cittadino”, un giovincello classe 1933 con la mente elastica e piena di idee; Oscar Giannino, un economista esteta che, pur essendo ben ancorato alla politica, “ha la capacità di scombinare le classiche categorie italiane di destra e sinistra”; Alex Zanardi, ex pilota “perfettamente Wired”. Seguono poi gli articoli di: Piergiorgio Oddifreddi, noto più per le sue posizioni anticlericali che per i libri che scrive; Enrico Deaglio, che parla del bandito Giuliano, Ustica, Massoneria, P3 e P4, Andreotti, Mafia, anche questi tutti argomenti “perfettamente Wired”; Stefano Pistolini sul magistrato Woodcock, definito “Assange d’Italia”; Corrado Guzzanti che parla della sua trasmissione Aniene, adatta ad essere smembrata e riportata a pezzi su YouTube (finalmente si parla di tecnologia); Niccolò Ammaniti che parla di quello che gli pare e potrebbe scrivere le stesse cose su Vanity Fair; Marco Rossari che effettua una imperdibile analisi dell’altrettanto imperdibile “Scuote l’anima mia Eros” di Eugenio Scalfari, noto filosofo hacker classe 1924.

Il numero di Settembre è dedicato alla scuola e ritorna invece a dare spazio a personaggi e storie più “Wired”, come Back to School di Ken Robinson, Kahn Academy di Clive Tomphson, Veterans di Maurizio Navone. L’editoriale del direttore parte da un articolo di Ilvo Diamanti su Repubblica, rimangono i “soliti” Rodotà, Zanardi, Ammaniti, e compare qualche strano “infiltrato” come il racconto “La ragazza della seconda classe” di Edoardo Nesi. La rivista, come già quella di Agosto, “espelle” definitivamente l’allegato “Wired no Problem”, del quale non si capisce l’utilità, non si potevano mettere gli stessi contenuti dentro Wired?. In ogni caso l’allegato contiene un buon pezzo di Irene Tinagli, L’asilo del laureato felice. Imperdibile, nel numero di Settembre, il pezzo “Il re delle pippe” a cui si riferisce l’immagine in alto. Non ho fatto il confronto rispetto ai vecchi numeri della rivista, ma la mia impressione è che siano aumentate la pagine di pubblicità, 33 in questo numero.

Sintetizzando, mi viene da pensare che la nuova rivista presenti alcuni sostanziali cambiamenti. Dal punto di vista dei contenuti, Wired Italia Reloaded va verso il sociale, il reale, la politica, l’economia, il biologico, indugia molto meno sul tecnologico. Dal punto di vista del format strizza un occhio al mensile Focus, aumenta il numero di articoli di breve durata (e con grandi foto al centro) e mi pare diminuisca il livello di approfondimento. La linea editoriale diventa molto più generalista e, secondo me, abbandona la precedente neutralità politica a favore di argomenti ed esponenti cari alla sinistra progressista italiana, vedremo se incontrerà i gusti del pubblico. Il mio abbonamento a Wired scade nel 2013, se i prossimi numeri saranno come quelli di Agosto e Settembre mi viene da dire: aridatece Riccardo Luna!

Non è un mondo per donne (l’ICT)

A fine agosto, come penso tutti, sono stata colpita dalla forte onda emotiva a seguito delle dimissioni da CEO Apple di Steve Jobs.

Ho letto molti articoli pubblicati a commento, soprattutto sulla volontà di creare una squadra che fosse in grado di portare avanti il modello di gestione “Jobs”, tanto che Luca De Biase sul Sole 24 ore del 26 agosto afferma che la sua ultima creatura è l’iTeam.

C’era però qualcosa in sottofondo che mi lasciava perplessa. Si narravano le grandi doti del nuovo CEO, Tim Cook, le capacità del designer Jonathan Ive, l’abilità nel marketing di Philip Shiller.

Mancava qualcosa. Si, mancavano le donne.

Nessuno dei componenti del mitico Team è una donna. Questa considerazione mi ha lasciato alquanto sorpresa e quindi, mossa da grande curiosità (curiosità il tuo nome è donna, parafrasando W. Shakespeare) mi sono chiesta quale fosse la composizione del Board of Directors  dello storico rivale di Apple, Microsoft e poi in sequenza, in ordine assolutamente casuale: Google, Facebook, Oracle, Twitter, Linkedin, IBM, Cisco, Linux Foundation, Yahoo, Adobe.

La ricerca è stata effettuata il 30 agosto 2011 attraverso i siti web delle stesse società tranne che per Twitter con riferimento alla quale l’informazione è stata recuperata attraverso Bloomberg Businessweek ed è stata aggiornata – con riferimento ad Yahoo – il 7 settembre 2011.

I dati raccolti sono univoci, coerenti, inequivocabili. Di seguito l’infografica e la desolante considerazione che l’innovativo settore ICT  non è un mondo per donne.

Analizzando i ruoli ricoperti si scopre che l’unica donna ad aver avuto l’incarico di CEO fino a pochi giorni fa è stata Carol Bartz di Yahoo, che resta però in carica come CEO in CISCO, mentre tutte le altre si occupano prevalentemente di finanza, HRM, auditing ed in un solo caso di marketing (Sharyl Sander di Facebook). Inusuale  anche la motivazione del licenziamento della Bartz (fatto con una telefonata): era considerata dalla proprietà un leader troppo debole e quindi un ostacolo alla crescita dell’azienda.

La questione non è però limitata all’ICT ma generalizzabile a tutti i settori produttivi e soprattutto non limitata ad una specifica area geografica. Alla questione della parità tra uomini e donne, e non solo in campo professionale, sarà dedicato il prossimo Open Forum della Banca Mondiale Hommes-femmes: parvenir à l’égalité (20 e 21 settembre 2011).

La questione della parità in ambito professionale è una questione aperta anche in Italia. Dati recenti indicano, infatti, il tasso di occupazione femminile è del 46,3%, oltre 20 punti percentuali in meno rispetto agli uomini (67,5%). Negativi anche i dati relativi alla posizione in azienda ed alla retribuzione. A questo tema, centrale per la crescita dei sistemi sociali ed economici, è dedicato il  5° Forum Cultura d’Impresa.

Per dovere di cronaca si segnala che la % di presenza femminile nel board di questo blog è pari a zero.