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	<title>SegnalazionIT &#187; Interviste, Recensioni, Riflessioni</title>
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	<description>Segnalazioni, approfondimenti e tendenze del mondo IT</description>
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		<title>Il crescente controllo del Web</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 23:44:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eric Sanna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Web application]]></category>

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										</div>Un aspetto assai legato alla crescente privatizzazione del Web è dovuto alla ossessione del controllo delle attività degli utenti da parte di corporation guidate da menti pur geniali come quelle di Page, Brinn (Google), Zuckerberg (Facebook), Cook (Apple) e Ballmer (Microsoft). In particolare, parliamo dello sviluppo di sistemi operativi specializzati e App per dispositivi mobili [...]]]></description>
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										</div><p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.encob.net/blog/wp-content/slike/2010/04/matrix.jpg" alt="controllo" width="225" height="225" /></p>
<p style="text-align: justify;">Un aspetto assai legato alla <a href="http://segnalazionit.org/2012/05/crescente-privatizzazione-del-web/" target="_blank">crescente privatizzazione del Web</a> è dovuto alla ossessione del controllo delle attività degli utenti da parte di <em>corporation</em> guidate da menti pur geniali come quelle di Page, Brinn (Google), Zuckerberg (Facebook), Cook (Apple) e Ballmer (Microsoft). In particolare, parliamo dello sviluppo di sistemi operativi specializzati e App per dispositivi mobili (<em>smartphone</em> e <em>tablet</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">I sistemi operativi per tali dispositivi nonchè le loro App, ormai diffusissime, rappresentano infatti un&#8217;altra forma di chiusura e controllo delle attività degli utenti. Per iniziare ad utilizzare un dispositivo Android o un iPad, ad esempio, è necessario dotarsi di una utenza Gmail o un Apple ID, mentre per scaricare e installare una App è necessario essere degli utenti registrati di un determinato marketplace (App Store, Android Market, ecc.). Di conseguenza, per ciascuna App, è possibile sapere chi l&#8217;ha scaricata, su quale dispositivo è installata, quante volte viene eseguita. Inoltre le App, oltre ad effetture localmente il compito per le quali sono state pensate (modalità client), interagiscono spesso col Web, in particolare con parti di Web espressamente progettate per la comunicazione machine-to-machine (modalità client/server) e non accessibili via browser o comunque accessibili in una maniera poco intelleggibile ad un utente medio.</p>
<p style="text-align: justify;">Così facendo, informazioni che fino a pochi anni fa erano liberamente consultabili da tutti accedendo con un qualunque browser ad un sito Internet <em>multi-purpose</em>, sono oggi accessibili prioritarimente, talvolta esclusivamente, tramite App, con un controllo molto superiore delle attività degli utenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in questo caso esiste un legame perverso tra dare e avere: da un lato le App sono accattivanti (ovvero molto curate negli aspetti grafici dell&#8217;interfaccia), specializzate (ovvero svolgono pochissimi compiti ma lo fanno molto bene) e facilmente individuabili sullo schermo del dispositivo, dall&#8217;altro tutte le nostre operazioni tramite App sono tracciate. C&#8217;è una bella differenza fra l&#8217;utilizzare uno stesso browser per compiere dieci operazioni diverse sul Web ed utilizzare dieci App specializzate ognuna in una operazione: nel secondo caso la società che ha sviluppato quel sistema operativo saprà che quel certo utente, proprietario di quel particolare dispositivo, comprato in quel determinato negozio, ha installato ed utilizza quelle determinate applicazioni con una determinata frequenza. Se a questo aggiungiamo il fatto che le App vengono spesso acquistate direttamente dal dispositivo e tramite carta di credito, univocamente attribuita ad un persona o società, la nostra &#8220;schedatura&#8221; sul Web, quando accediamo da dispositivi mobile, è completa.</p>
<p style="text-align: justify;">Come superare tale situazione? Come già visto nel precedente post, solo tramite l&#8217;azione combinata di vari fattori:</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">una maggiore consapevolezza degli utenti ed una maggiore propensione verso la tutela della propria privacy potrebbe far sperare in un utilizzo di App limitato a quelle veramente importanti per il proprie attività e che non trasmettano alle società che le hanno sviluppate informazioni importanti come le statistiche di utilizzo, la posizione geografica dell&#8217;utente, la sua email, ecc.<em></em>;</li>
<li style="text-align: justify;">è auspicabile una presa di posizione forte da parte di entità nazionali (es. Authority della privacy) e sovranazionali (es. Commissione Europea) per la definizione di norme tecniche che riguardino una maggiore trasparenza rispetto alla quantità e qualità di informazioni che ciascuna App possa trasmettere a chi l&#8217;ha sviluppata o al proprietario del sistema operativo.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Il panorama attuale presenta, a mio avviso, una forte dicotomia: sono possibili drammatici peggioramenti se pensiamo a dispositivi e sistemi operativi esistenti, come pure notevoli evoluzioni positive se pensiamo a dispositivi e sistemi operativi che verranno:</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">siamo alla fase del Web <em>mobile</em> di massa in cui le App contribuiscono ad aumentare considerevolmente il numero di utenti attivi e in cui la semplicità ed efficacia d&#8217;uso delle App prevale sulla reale comprensione dei loro meccanismi di funzionamento; potremmo andare incontro ad una &#8220;App-izzazione&#8221; di tutto il Web, anche di quello fruito da dispositivi fissi;</li>
<li style="text-align: justify;">esiste un ampio margine di miglioramento per quanto riguarda la commercializzazione di dispositivi hardware capaci di ospitare sistemi operativi, browser, software e App sviluppati in modalità open source, per affrancarsi dal dominio e dal controllo di Apple, Google, Microsoft e più.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Rispetto al post precedente non sono però particolarmente ottimista per il futuro: è vero che anche sul fronte <em>mobile</em> il Web è in continua evoluzione, tuttavia credo che -stante l&#8217;indiscutibile efficacia ed efficienza delle App-, senza un soggetto normatore terzo, sarà praticamente impossibile avere sufficienti garanzie sulla propria privacy e sarà difficile mantenere un Web libero e aperto.</p>
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		<title>La crescente privatizzazione del Web</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 23:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eric Sanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste, Recensioni, Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Social network]]></category>

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										</div>Qualche giorno fa daily.wired.it ha pubblicato il post Come sopravvivere alla privatizzazione della Rete, una &#8220;intervista&#8221; a Jacob Appelbaum e Dmytri Kleiner, noti sostenitori di un Web più aperto e non soggetto a controlli. Secondo la loro analisi, il Web Si fonda sulla sorveglianza e il controllo del comportamento degli utenti e i social network [...]]]></description>
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										</div><p><img class="aligncenter" src="http://www3.varesenews.it/blog/educazione/wp-content/uploads/2010/12/prigione.jpg" alt="privatizzazione" width="170" height="175" /></p>
<p style="text-align: justify;">Qualche giorno fa <a href="http://daily.wired.it" target="_blank">daily.wired.it</a> ha pubblicato il post <a href="http://daily.wired.it/news/internet/2012/05/04/re-publica-appelbaum-kleiner-rete-privacy-69421.html" target="_blank">Come sopravvivere alla privatizzazione della Rete</a>, una &#8220;intervista&#8221; a Jacob Appelbaum e Dmytri Kleiner, noti sostenitori di un Web più aperto e non soggetto a controlli.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la loro analisi, il Web</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Si fonda sulla sorveglianza e il controllo del comportamento degli utenti e i social network sono la massima rappresentazione di questo sistema.<br />
&#8230;<br />
Secondo i due speaker, Facebook, YouTube, Twitter e con loro tutta l&#8217;attuale fase di Internet avrebbero nella sorveglianza e nel controllo dei dati il loro core business e il loro successo su scala mondiale sarebbe la conferma del loro perfetto funzionamento.<br />
&#8230;<br />
l Web è andato incontro a un processo di progressiva privatizzazione che ne ha modificato nel profondo la struttura, la finalità e le ragioni di esistenza. Ai suoi albori la Rete era già un social media dove gli utenti potevano scambiarsi dati e informazioni su una base paritaria e neutra. Poi qualcosa è cambiato.<br />
&#8230;<br />
E quegli spazi di condivisione che un tempo erano liberi e a disposizione degli utenti, sono ora spazi privati, gestiti da aziende valutate milioni di dollari la cui esistenza si fonda sulla raccolta dei dati che i loro clienti, inconsciamente, regalano. E che possono essere utilizzati per scopi commerciali o politici.<br />
&#8230;<br />
Molte forme di sorveglianza digitale sono legali e socialmente accettate: la privatizzazione della Rete ha infatti consentito la nascita di monopoli privati e commerciali dove possibilità che il Web offriva senza interferenze, come la condivisione di file o informazioni, si sono trasformate in servizi offerti da company private che esercitano sui loro spazi un controllo serrato e incontestabile. &#8220;E noi siamo stati ben felici che questo avvenisse&#8221;, ha chiosato Appelbaum.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Partendo da questa base viene avanzata qualche ipotesi di ritorno alle origini, ad un anonimato più spinto, all&#8217;utilizzo estensivo di piattaforme <em>peer-to-peer</em>. Il livello di approfondimento dell&#8217;articolo di Wired non è tale da argomentare in maniera convincente queste ipotesi di superamento dell&#8217;attuale situazione, tuttavia l&#8217;analisi esposta dai due mi è parsa largamente condivisibile.</p>
<p>La conclusione dell&#8217;articolo:</p>
<blockquote><p>&#8220;Internet era una piazza pubblica, ora è un centro commerciale sorvegliato&#8221;.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">è invece una considerazione a mio avviso esagerata, proverò dunque a fare qualche ragionamento sulla crescente privatizzazione del Web a partire dagli argomenti proposti da Appelbaum e Kleiner, prendendo in considerazione alcuni servizi di condivisione, comunicazione, social networking <em>in the cloud</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;">Innanzitutto si potrebbe provare a distinguere tra i fruitori dei social network ed i fruitori del Web. I primi sono senz&#8217;altro un sottoinsieme dei secondi, nel senso che non è detto che qualunque frequentatore del Web debba necessariamente essere attivo su un social network.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Per avere qualche idea degli utenti del Web in Italia possiamo rifarci ai dati pubblicati da <a href="http://www.audiweb.it" target="_blank">Audiweb</a> (è necessaria la registrazione) e relativi al mese di Marzo 2012: 39,4 mln su una popolazione di 54,6 mln, con circa 27,7 mln di utenti attivi nel mese. Per avere invece un&#8217;idea degli utenti dei social network in Italia possiamo rifarci alle analisi di Vincenzo Cosenza riportate sul suo <a href="http://vincos.it/osservatorio-facebook/" target="_blank">Osservatorio Social Media</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Più che la quantificazione, mi sembra molto più interessante porsi qualche domanda di natura psicologica/sociologica/antropologica sui social network: cosa spinge milioni di persone ad accedere ad un sottoinsieme privato del Web per condividere le proprie idee, convinzioni, impressioni, stati d&#8217;animo, letture, amici, ecc.? Perchè non comunicano le stesse informazioni direttamente sul Web, ad esempio tramite un proprio blog, ma sono disposte a farlo su un suo sottoinsieme gestito da una multinazionale?</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che una naturale propensione alla socialità del genere umano si sia incontrata con un buon marketing e ciò abbia prodotto, in milioni di persone (generalmente dotate di conoscenze minime, dal punto di vista tecnologico), la convinzione che la richiesta di user e password consentisse loro di accedere ad un&#8217;area personale ed intima, dove la condivisione fosse riservata ad un ristretto gruppo di amici. E qui l&#8217;inganno è sottile: è vero che l&#8217;area è personale e intima (per quanto possa lasciare perplessi il definire intimo l&#8217;avere decine e decine di &#8220;amici&#8221; Facebook) ma è comunque sotto il controllo di una entità privata, costituita da sconosciuti, che dichiara esplicitamente di voler utilizzare per fini commerciali tutte le informazioni che gli vengono fornite, sia pure anonimizzate e trattate statisticamente. E ciò vale per i social network ma vale anche per Gmail e simili.</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo che è un accordo che presenta dei vantaggi per entrambe le parti: ambiente protetto, spazio di memorizzazione, servizi di ottimo livello e -sopratutto- gratuità, contro cessione di informazioni personali ai fini di analisi statistico-economiche dalle quali il fornitore dei servizi ricaverà un utile. Non bisognerebbe però dimenticare che i termini di fornitura dei servizi gratuiti sono molto penalizzanti per i fruitori degli stessi e che la possibilità di usufruirne (e dunque di essere presenti sul Web) è quasi completamente in mano ai fornitori, come dimostra la spiacevole esperienza di <a href="http://webeconoscenza.net/">webeconoscenza.net</a> di Gianluigi Cogo raccontata da <a href="http://blog.ernestobelisario.eu/2012/05/01/tech-law-wordpress-com-spegne-senza-motivo-webeconoscenza-e-questa-la-rete-che-vogliamo/" target="_blank">Ernesto Belisario</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ragionando in questi termini forse è più evidente il legame perverso fra il miglioramento dei servizi offerti dalle grandi società di Internet (Facebook, Google, ecc.) e la &#8220;naturale&#8221; tendenza alla privatizzazione del Web: più sofisticati ed utili sono i servizi offerti dai network privati, maggiori sono gli utenti che utilizzano i social network e dunque maggiori sono le informazioni tramite le quali generare profitti. Ovviamente non è solo una questione di ottenere nuovi utenti ma anche di fidelizzare quelli esistenti, dunque esiste una tendenza evolutiva ad offrire sempre maggiori servizi: se l&#8217;utente trova facilmente all&#8217;interno del social network anche altre informazioni di cui ha bisogno, es. motori di ricerca, pagine dell&#8217;azienda da cui è solito acquistare libri, collezioni di fotografie, musica, libri, possibilità di videochiamare le persone con le quali interagisce abitualmente, la sua necessità di navigare al di fuori degli spazi protetti del social network si riduce notevolmente.</p>
<div style="text-align: justify;">Alcuni ulteriori -pericolosi- passaggi &#8220;logici&#8221;, nella logica perversa di cui si è detto, potrebbero essere i seguenti:</div>
<div style="text-align: justify;">
<ul>
<li>che non essere presenti sui social network, in particolare su Facebook, diventi sinonimo di poca visibilità, di poca raggiungibilità, di scarso interesse all&#8217;interazione con i propri clienti o utenti;</li>
<li>che non solo i servizi ma gran parte del Web venga &#8220;ri-mappato&#8221; dentro i social network e questa venga fatta passare come una normale tendenza evolutiva del Web;</li>
<li>che i navigatori meno accorti privilegino la sola presenza sui social network, magari con pagine private e dunque raggiungibili solo da altri utenti di quel social network, anziché da tutto il Web.</li>
</ul>
</div>
<p style="text-align: justify;">Queste sono tendenze già in atto, largamente reversibili a mio avviso, ma comunque da non sottovalutare in quanto indotte dal marketing e finalizzate unicamente al profitto di pochissime multinazionali IT che lavorano su scala mondiale e che investono milioni di dollari per mantenere la propria posizione dominante.</p>
<p style="text-align: justify;">Come superare tale situazione? Escludendo gli integralismi di <a href="http://stallman.org/facebook.html" target="_blank">Richard Stallman</a> (che pure vi invito a leggere) o forme di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Neo-Luddism" target="_blank">neo luddismo</a>, io credo che l&#8217;obiettivo sia raggiungibile solo tramite l&#8217;azione combinata di vari fattori, me ne vengono in mente alcuni:</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">le riflessioni sulle parti meno note delle tendenze in atto nel Web iniziano a farsi largo nella società e una maggiore consapevolezza degli utenti potrebbe far sperare in una loro progressiva diminuzione di attività nell&#8217;ambito di piattaforme chiuse;</li>
<li style="text-align: justify;">è immaginabile che l&#8217;evoluzione, da parte degli utenti del Web, del livello di comprensione di alcune logiche di funzionamento dei sistemi informatici e di alcune logiche macro e microeconomiche delle multinazionali IT, li indirizzi verso il pagamento di servizi personalizzati sulle proprie necessità e che garantiscano la propria privacy e la propria presenza sul Web, piuttosto che sulla fruizione gratuita di servizi invasivi;</li>
<li style="text-align: justify;">è auspicabile una presa di posizione forte da parte di entità nazionali (es. Authority della privacy) e sovranazionali (es. Commissione Europea) per la definizione di norme chiare sulla possibilità di generare profitti utilizzando i dati personali degli utenti;</li>
<li style="text-align: justify;">sarebbe doveroso un impegno delle istituzioni per introdurre nei programmi scolastici lo studio dei principali paradigmi di funzionamento del Web, di Internet e dei sistemi informatici in genere, in maniera tale da formare persone capaci di decidere con cognizione di causa a quali servizi aderire e a quali no.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Insomma, il panorama attuale non è confortante ma, a mio avviso, nemmeno drammatico. Siamo alla fase del Web di massa, in cui i social network contribuiscono ad aumentare considerevolmente il numero di utenti attivi e in cui l&#8217;azione (condividere, taggare, twittare, postare, ecc.) prevale sulla riflessione; probabilmente, come in ogni fenomeno di massa, esaurita la forte spinta iniziale, si arriverà ad un uso più misurato e consapevole del Web. Il Web è in continua evoluzione, nuovi soggetti, nuovi utenti, nuove idee saranno sempre in grado di scalzare le vecchie, è solo una questione di tempo. I social network non sono destinati a scomparire nel breve periodo, ma certo è necessaria una azione mirata a favorire un loro utilizzo consapevole, ragionato e limitato alle effettive necessità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nuovi software e servizi, nuove modalità di creare e ricevere informazioni, nuove banche dati, nuove modalità di interazione sociale e civile, tutto ciò che può far evolvere e innovare l&#8217;attuale situazione, necessita di cittadini informati e di un Web libero e aperto.</p>
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		<title>Lorenzo Benussi: “Ebbene sì! Una app alla volta, cambieremo l’Italia”</title>
		<link>http://segnalazionit.org/2012/05/lorenzo-benussi-ebbene-si-una-app-alla-volta-cambieremo-litalia/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 02:21:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin segnalazionit.org</dc:creator>
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										</div>A seguito della chiusura delle sottomissioni per AppsForItaly, la competizione italiana sugli Open Data e in attesa delle proposte vincitrici, ripubblichiamo su autorizzazione dell&#8217;autore un articolo di Lorenzo Benussi pubblicato su Chefuturo.it. (http://www.chefuturo.it/2012/05/lorenzo-benussi-ebbene-si-una-app-alla-volta-cambieremo-litalia/) &#160; &#160; Per chi non ne ha mai sentito parlare, open data è un modello di valorizzazione del patrimonio informativo pubblico. Si tratta [...]]]></description>
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										</div><p><em>A seguito della chiusura delle sottomissioni per AppsForItaly, la competizione italiana sugli Open Data e in attesa delle proposte vincitrici, ripubblichiamo su autorizzazione dell&#8217;autore un articolo di Lorenzo Benussi pubblicato su <a href="http://www.chefuturo.it/" target="_blank">Chefuturo.it</a>. (<a href="http://www.chefuturo.it/2012/05/lorenzo-benussi-ebbene-si-una-app-alla-volta-cambieremo-litalia/" target="_blank">http://www.chefuturo.it/2012/05/lorenzo-benussi-ebbene-si-una-app-alla-volta-cambieremo-litalia/</a>)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.appsforitaly.org" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-7027" title="apps4it05" src="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/04/apps4it052.png" alt="" width="121" height="114" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Per chi non ne ha mai sentito parlare, <strong>open data è un modello di valorizzazione del patrimonio informativo pubblico</strong>. Si tratta di una iniziativa basata sulla possibilità di utilizzare i dati pubblici per migliorare la trasparenza della Pubblica Amministrazione e creare servizi innovativi. Quando si parla di dati pubblici si intendono tutte quelle informazioni prodotte dalla Pubblica Amministrazione nell’espletamento delle sue funzioni: alcuni esempi classici sono i trasporti, l’inquinamento e i dati sulla scuola. Ovvero, informazioni prodotte con i soldi di tutti che oggi possono essere condivise con chiunque grazie ad Internet. Basta volerlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli open data in Italia stanno aumentando, ma certo il nostro paese non brilla per iniziativa.</strong> Le prime amministrazioni locali hanno iniziato a rilasciare o – utilizzando un termine più suggestivo – a liberare i propri dati solo nel 2010 e fino alla fine dell’anno scorso mancava una vera e propria strategia nazionale. Ma anche se l’ambiente era ed è quanto mai complesso e spinoso, Apps4Italy nel suo piccolo ha dimostrato che c’è voglia d’innovazione, bisogno di smuovere le acque e di provare a migliorare le cose. Anche se è difficile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il concorso nasce come una provocazione, una sfida all’immobilismo italiano</strong>, alla mancanza di budget per progetti innovativi e alla sordità di una parte delle istituzioni. Una prova per dimostrare che la comunità digitale italiana che è superficialmente descritta come pigra o interessata solo agli aspetti ludici e frivoli di Internet, in realtà è attiva e appassionata, forse più che in altri paesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una sfida che, almeno in parte, abbiamo vinto</strong>. Perché quasi 200 proposte, di cui almeno 70 sono app già realizzate, costituisco un patrimonio esteso in due direzioni: sono un giacimento di servizi innovativi che ci possono aiutare a immaginare il prossimo futuro e sono un’agenda di lavoro da consegnare a chi ha la possibilità e l’obbligo di decidere come liberare i dati del nostro Paese. Ma il risultato più importante di Apps4Italy sono gli esempi che ha raccolto, proposte concrete che spiegano a cosa servono i dati pubblici, esempi semplici e tangibili in grado di essere capiti da tutti. Perfino da coloro che, per superficialità o malafede, non comprendono il perché sia “giusto” rendere disponibili i dati pubblici. Insomma, se non capisci il principio almeno puoi vederne l’utilità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Apps4Italy come tutte le sfide ha avuto un percorso travagliato</strong>. Il concorso nasce senza soldi, senza dati e senza sponsor, l’unica cosa che mi ha spinto a portare avanti il progetto è stata la certezza che fosse una buona idea, testata all’estero in quasi tutti gli stati e un passaggio naturale all’interno di una strategia open data. Ho cominciato prima con la comunità open data italiana che si è subito aggregata, poi Regione Piemonte e il Consorzio TOP-IX hanno offerto i primi finanziamenti. Alla fine sono arrivati tutti gli altri, sia i grandi sponsor privati, Google, Microsoft e Vodafone sia i Ministri: con Brunetta prima e ora Profumo, entusiasta sostenitore del contest. Nel giro di pochi mesi e grazie al fondamentale contributo di varie associazioni attive nella promozione del modello open data in Italia abbiamo raccolto 45mila euro. Una cifra di tutto rispetto a cui vanno aggiunti i premi in servizi e prodotti. Niente male.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, a mano a mano che l’idea prendeva forma tutti venivano conquistati. Eppure, fino alla fine non c’è stata la sicurezza che un’iniziativa come questa potesse attecchire veramente nel nostro paese. Lungo il percorso non sono mancati i problemi: due posticipi per cause esterne; i dati dall’Amministrazione che arrivavano a rilento e di certo non abbondavano; le proposte che fino a 10 giorni fa erano solo 30.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Abbiamo tenuto duro, ci siamo preoccupati e occupati, ne abbiamo discusso molto nel comitato organizzatore e ci siamo anche domandati se non avessimo sbagliato tutto</strong>. Fortunatamente no, non ci siamo sbagliati.<br />
Certo, bisognerà vedere quali e quante di queste proposte sono effettivamente realizzabili, che capacità avranno di diventare servizi reali e di crescere per arrivare a tutti. Quanti dati richiesti nelle proposte e non ancora disponibili saranno realmente liberati e con che tempi. Ma sono convinto di una cosa: indietro non si torna. Abbiamo raccolto idee concrete per valorizzare il patrimonio informativo pubblico, e ora abbiamo una serie di esempi dell’utilità degli open data. Non resta che collaudarli e portarli a casa dei cittadini e degli utenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché il vero punto di questo processo è che con Internet cambia tutto. Cambiano gli strumenti di trasparenza a disposizione della PA e cambiano le possibilità di creare nuovi servizi. Cambiano le opportunità che ognuno di noi ha per creare innovazione con la sola forza di un computer e della propria intelligenza. Di conseguenza, cambiano le capacità di incidere su realtà anche complesse come il funzionamento dello stato. Siamo di fronte ad una rivoluzione semplice e silenziosa che è già avvenuta anche se ci vorrebbero far credere il contrario. Perché è evidente a tutti noi, frequentatori della Rete, che i bilanci dovrebbero essere online, che le politiche dovrebbero essere discusse con i cittadini e che i dati sono la base dei servizi del futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Cambia tutto ma non cambiano i problemi, non si modificano le mentalità. Non mutano gli interessi e le resistenze che sono sempre lì a ricordarci che in Italia spesso si oscilla tra una destra reazionaria e una sinistra conservatrice. Ma grazie alle tecnologie digitale si creano nuovi incentivi, nuovi modelli, nuove opportunità di competizione e cooperazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E qui arriviamo al punto: io so che i dati pubblici se resi disponibili potrebbero cambiare il rapporto di fiducia tra i cittadini e lo stato;</strong> io so quali sono i temi che hanno un reale impatto sulla nostra vita (pensiamo alla sanità, alle spese della politica, agli appalti pubblici); io so che con piccoli budget si potrebbero realizzare grandi risparmi, io so quanto abbiamo bisogno di numeri certi, analisi puntuali e soluzioni efficienti. Io so, e tutti noi sappiamo, chi potrebbe agire – ora e subito – per fronteggiare questa crisi economica e sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Io so ma non ho le prove e non ho nemmeno gli indizi – a questo punto sarà chiara la citazione – ma sono convinto che non possiamo chiedere aiuto a nessuno. Dobbiamo cavarcela da soli e innovare senza permesso. L’esperienza diretta di Apps4Italy e della Discussione Pubblica sull’Agenda Digitale me lo confermano: là fuori c’è una grande energia, basta saperla innescare.</p>
<p style="text-align: justify;">Roma, 4 maggio 2012 LORENZO BENUSSI</p>
<p><a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/" target="_blank"><img class="size-full wp-image-7048 alignleft" title="88x31" src="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/05/88x31.png" alt="" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>A come Andromeda</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 06:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eric Sanna</dc:creator>
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										</div><p style="text-align: center;"><img src="http://2.bp.blogspot.com/-IhO19Q7d-M0/Tfoy1GsVGHI/AAAAAAAAAKc/3ZVfPPLz19g/s1600/Andromed.jpg" alt="andromeda" width="303" height="227" /></p>
<p style="text-align: justify;">La Rai mette a disposizione su <a href="http://www.rai.tv" target="_blank">http://www.rai.tv</a> molto del suo inestimabile patrimonio audiovisivo, disponibile da vedere in streaming o da scaricare in formato mp3.</p>
<p style="text-align: justify;">Per gli appassionati di fantascienza risulta assolutamente imperdibile &#8220;<a href="http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/page/Page-ba98b62b-a1d3-4004-b424-05e2a7e2f894.html?set=ContentSet-78074ec3-4337-49bb-9656-9f15c19d7954&amp;type=V" target="_blank">A come Andromeda</a>&#8220;, &#8220;uno sceneggiato televisivo in cinque puntate trasmesso dalla RAI nel 1972 diretto da Vittorio Cottafavi e basato sull&#8217;omonimo romanzo fantascientifico scritto da Fred Hoyle in collaborazione con John Elliot, adattato per la televisione dallo scrittore italiano di fantascienza Inisero Cremaschi (che interpreta anche un piccolo ruolo nello sceneggiato). Il cast include alcuni nomi celebri del teatro e del cinema italiano dell&#8217;epoca, come Luigi Vannucchi, Paola Pitagora, Tino Carraro, Mario Piave, Enzo Tarascio, Franco Volpi e Giampiero Albertini&#8221; (Wikipedia).</p>
<p style="text-align: justify;">Non svelerò la trama, comunque la storia è senz&#8217;altro gradevole e, a partire da un messaggio ricevuto dallo spazio profondo, presenta una serie di temi che verranno riproposti negli anni seguenti dal grande cinema di fantascienza.</p>
<p>Lo sceneggiato presenta diverse curiosità (sempre da Wikipedia):<br />
- Il colosso privato interessato al computer alieno si chiama Intel.<br />
- Il radiotelescopio è una delle antenne del Centro &#8220;Piero Fanti&#8221; della Telespazio nel Fucino.<br />
- Gli esterni dello sceneggiato, in gran parte, sono stati girati in Sardegna, in una incontaminata Gallura e a Capo Caccia, vicino ad Alghero.<br />
- Le apparecchiature elettroniche ed informatiche usate in scena furono fornite dall&#8217;industria Honeywell, quelle chimiche e bio medicali dalla Carlo Erba.</p>
<p>Buona visione.</p>
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		<title>Open Data ed Istat: un legame già solido</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 22:31:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eric Sanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[e-Government]]></category>
		<category><![CDATA[Idee ed eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza collettiva]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste, Recensioni, Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Istat]]></category>
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		<category><![CDATA[Statistica]]></category>

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										</div>Secondo Wikipedia IT «I dati aperti, comunemente chiamati con il termine inglese open data anche nel contesto italiano, sono alcune tipologie di dati liberamente accessibili a tutti, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione&#8230; &#8230;con la locuzione &#8220;open data&#8221; si identifica una nuova accezione piuttosto recente e [...]]]></description>
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										</div><p><img class="aligncenter" src="http://www.webnotwar.ca/wp-content/uploads/2011/03/OpenGovData4.21.png" alt="od" width="458" height="343" /></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Secondo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dati_aperti" target="_blank">Wikipedia IT</a> «I dati aperti, comunemente chiamati con il termine inglese open data anche nel contesto italiano, sono alcune tipologie di dati liberamente accessibili a tutti, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione&#8230; &#8230;con la locuzione &#8220;open data&#8221; si identifica una nuova accezione piuttosto recente e maggiormente legata a Internet come canale principale di diffusione dei dati stessi». <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Open_data" target="_blank">Wikipedia EN</a> aggiunge che la tematica ha raggiunto un certo livello di popolarità &#8220;especially, with the launch of open-data government initiatives such as <a title="Data.gov" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Data.gov">Data.gov</a>&#8220;.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Le istituzioni pubbliche producono e possiedono una enorme quantità di dati che appartengono alla collettività. Parlare di Open Data con riferimento ai dati della PA significa, quindi, rendere i dati e le informazioni disponibili e accessibili direttamente online, da parte di cittadini ed imprese sia per elaborazioni che per creare applicazioni di pubblica utilità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">L&#8217;obiettivo è evidente: rendere più trasparente l&#8217;azione pubblica, favorendone il controllo sociale, supportare la partecipazione attiva dei cittadini, la collaborazione tra pubblico e privato. Inoltre, la disponibilità di dati, nell&#8217;era dell&#8217;economia della conoscenza, significa dare spazio all&#8217;innovazione ed alla creatività, chiavi strategiche per supportare lo sviluppo economico avanzato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">In Italia sono state avviate, a livello governativo, delle iniziative come <a href="http://www.dati.gov.it/" target="_blank">dati.gov.it</a>, che tuttavia non hanno raggiunto i livelli di complessità e ampiezza di dati messi a disposizione ad esempio dalle iniziative <a href="http://www.data.gov/" target="_blank">americana</a> e del <a href="http://data.gov.uk/" target="_blank">regno unito</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">L&#8217;Istituto Nazionale di Statistica ha fin da subito percepito l’importanza di essere presente in modo attivo nel dibattito che si è sviluppato attorno agli Open Data, attivando <a href="http://dati.istat.it" target="_blank">I.Stat</a>, il data warehouse della statistica ufficiale e creando un dialogo fra il mondo delle istituzioni, il mondo scientifico-accademico, la società civile e le diverse community tematiche su Internet.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Già dal 2010 l&#8217;Istat è intervenuto in modo ufficiale a diversi eventi che avviavano la riflessione sul tema degli Open Data. Di particolare rilevanza alcune iniziative della <a href="http://www.istat.it/it/archivio/15499" target="_blank">X Conferenza Nazionale di Statistica</a>, ad es. l&#8217;Agorà La Statistica ufficiale incontra il movimento Open Data, le due sessioni dello StatCamp (Data Gov e condivisione dei dati; Statistica, Information Technology e innovazione), che hanno affrontato temi legati al data sharing, data visualization, open data e datagov. L&#8217;Istituto è stato anche presente ad eventi esterni come il convegno <a href="http://fammisapere.info/" target="_blank">Fammi Sapere</a> e il <a href="http://www.digitalfestival.net/" target="_blank">Digital Experience Festival 2011</a>, inoltre ha organizzato, insieme a questo Blog, il BarCamp <a href="http://barcamp.org/w/page/28471932/Sharing%20Data%20and%20Statistical%20Knowledge" target="_blank">Sharing Data and Statistical Knowlwdge</a>, in occasione della Prima Giornata Mondiale della Statistica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Nel 2011, sono stati diversi gli eventi di particolare interesse a cui l&#8217;Istat ha partecipato:  <a href="http://saperi.forumpa.it/story/60450/line-la-registrazione-del-convegno" target="_blank">Open Data: dalle parole ai fatti</a>,  durante  il ForumPA 2011, in cui è stata annunciata l&#8217;iniziativa <a href="http://www.appsforitaly.org/" target="_blank">AppsForItaly</a>, ossia la competizione italiana che prevede la creazione di applicazioni basate su Open Data e di cui l&#8217;Istat è stato uno dei primi sostenitori (l&#8217;iniziativa si concluderà con la premiazione dei vincitori al prossimo ForumPA 2012). Il convegno internazionale <a href="http://www.agoradigitale.org/eventodatiaperti" target="_blank">La Politica della Trasparenza e dei Dati Aperti</a>, organizzato da Radio Radicale insieme alle maggiori associazioni italiane che si occupano di trasparenza e dati aperti. Il Workshop Istat <a href="http://www.istat.it/it/files/2011/10/giornataStatistica2011UNICOdef.pdf" target="_blank">Open Official Statistical Data</a>, nel corso della Prima Giornata Italiana della Statistica, dove si sono ritrovati rappresentanti del mondo delle istituzioni, della Commissione Europea, del Ministero della Pubblica Amministrazione, insieme a movimenti, associazioni, fondazioni ed enti locali, a parlare di dati aperti, open government, statistica ufficiale e cultura del dato. L&#8217;<a href="http://www.igfitalia2011.it/" target="_blank">Internet Governance Forum 2011</a>, infine, ha consolidato la presenza ufficiale dell&#8217;Istat all&#8217;interno del dibattito culturale italiano sugli Open Data.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Il 2012 si presenta come un anno particolarmente significativo per il consolidamento del legame tra Istat ed Open Data. Nel prossimo mese di Maggio si terrà una iniziativa di assoluta rilevanza: la prima <a href="http://www.istat.it/it/archivio/56940" target="_blank">Data Journalism School</a> italiana realizzata da una istituzione. L&#8217;Istat ha organizzato l&#8217;evento in collaborazione con la <a href="http://www.ahref.eu/it" target="_blank">Fondazione &lt;Ahref</a> di Trento, curando in prima persona, attraverso la Scuola superiore di statistica e di analisi sociali ed economiche, sia la parte più specificatamente statistica del corso che quella relativa agli Open Data e agli aspetti legali dei dati aperti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Parlare di Open Data e di Istat non significa però solo aderire ad una &#8220;filosofia&#8221; portando l&#8217;esperienza e la cultura di chi produce dati per mandato istituzionale, ma confrontarsi con altri attori istituzionali centrali e locali, attivare scambi di opinioni e di know-how con le diverse comunità scientifiche e accademiche, interagire a livello internazionale con gli altri produttori di statistiche ufficiali per arrivare a modalità di interscambio e diffusione dati condivise, essere riconosciuti come attori credibili dalla varie community Internet (es. <a href="http://www.spaghettiopendata.org/" target="_blank">Spaghetti Open Data</a>, <a href="http://it.okfn.org/" target="_blank">Open Knowledge Foundation Italia</a>) che si occupano di aspetti che vanno dalle licenze d&#8217;uso dei dati alla loro rintracciabilità e alle modalità tecnologiche con cui vengono resi disponibili sulla Rete. Significa, in altri termini, essere capaci di proporre una visione di sistema nella quale i differenti stakeholder possano riconoscersi.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Il passaggio è significativo perchè richiede l&#8217;utilizzo di soluzioni di governance che siano in grado di mettere insieme competenze ed esigenze diverse: strategiche, tecnologiche, giuridiche, di produzione, diffusione, comunicazione, nonchè una capacità di gestire relazioni con tutti gli altri interlocutori con cui &#8220;fare Rete&#8221;. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">E&#8217; questa la grande sfida che l&#8217;Istat ha di fronte a se per i prossimi anni sul tema degli Open Data.</span></p>
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		<title>Wired e TED per osservare il peso delle donne nell&#8217;ICT</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 23:58:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela De Francesco</dc:creator>
				<category><![CDATA[ICT Management]]></category>
		<category><![CDATA[Idee ed eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste, Recensioni, Riflessioni]]></category>

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										</div><p style="text-align: justify;"><a href="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/03/Il-peso-delle-donne1.jpg"><img class="wp-image-6891 alignright" style="margin: 1px 5px; border: 1px solid black;" src="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/03/Il-peso-delle-donne1.jpg" alt="" width="395" height="420" /></a>In più occasioni SegnalazionIT ha offerto spunti di approfondimento sul <a href="http://segnalazionit.org/2011/09/it-non-di-soli-steve-jobs-si-vive/" target="_blank">profilo dei dirigenti del mondo dell&#8217;ICT</a>, concentrandosi anche sul ruolo delle donne in questo ambito e suscitando un ampio <a href="http://segnalazionit.org/2011/09/ict-non-e-un-mondo-per-donne/" target="_blank">dibatitto tra i suoi lettori</a>. Proseguendo su questo tema, vi presentiamo i risultati di una analisi  che vuole cogliere, attraverso un punto di osservazione diverso, quello dei media, il peso delle donne all&#8217;interno di un settore a principale vocazione maschile, con l&#8217;obiettivo di riuscire a far emergere anche le possibilità/capacità di raggiungere un pubblico vasto, attento all&#8217;informazione in questo settore.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono quindi partita da due mezzi di informazione d&#8217;eccellenza per l&#8217;ICT: <a href="http://www.wired.it/" target="_blank">Wired (Italia)</a> e <a href="http://www.ted.com/" target="_blank">TED.com</a>. Per la prima testata, nella sua versione cartacea, mi sono fermata a verificare il sesso degli autori e dei protagonisti degli articoli (anche brevissimi) all&#8217;interno del mensile, predendo i numeri che vanno da gennaio a dicembre 2011. Nel caso di TED, invece, ho considerato tutti gli Speakers i cui Talks sono stati pubblicati, a partire dal 2007, sul sito della famosa conferenza annuale (TED Conference) o biennale (TEDGlobal Conference) dedicate ai temi della Technology/Entertainment/Design (TED appunto). In termini assoluti parliamo di oltre 1.800 nominativi (di cui 865 &#8220;contati&#8221; su Wired* e 968 su TED.com*).</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante i due universi non siano completamente accostabili e confrontabili, nel caso di Wired parliamo di nominativi soprattutto italiani mentre TED è di portata internazionale, e la enumerazione non vuole avere pretese di esatta scientificità, spero mi si passi questa statistica fatta con gli occhi, i cui risultati riportati nel grafico mi sembrano comunque non privi di significato. Le donne, nei diversi ruoli osservati (autrici, relatrici, intervistate, ecc.) pesano il 15% su Wired e il 27% su TED.com, complice probabilmente in quest&#8217;ultimo caso il tema più vasto. Il risultato inoltre, nel caso di Wired, è segnato da un ulteriore dato affatto femminile: nessuna copertina dei 12 numeri del 2011 ha ospitato una donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi voglio lasciare con una domanda: ci avevate fatto caso?</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: x-small;">*I nominativi individuati su Wired non sono unici ma, soprattutto nel caso degli autori, possono ripetersi nei vari numeri della rivista. Diversamente per TED.com i nominativi sono unici, nel caso di gruppi di relatori sono stati considerati i nominativi di tutti i membri del gruppo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: x-small;">Il <strong>grafico</strong> raffigura gli autori/protagonisti degli articoli del mensile Wired Italia per sesso (per l&#8217;anno 2011) e gli Speakers i cui Talk sono stati pubblicati su TED.com (dal 2007 al 2011).</span></p>
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		<title>La rete e la sfida della cultura digitale</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 00:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Concetta Ferruzzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[ ]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste, Recensioni, Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Social network]]></category>
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										</div>La diffusione della rete insieme all’innovazione tecnologica stanno producendo importanti cambiamenti sui modelli di comunicazione e sui linguaggi adottati. Cambiamenti oggetto di un diffuso dibattito non solo tra ricercatori ma anche tra i professionisti dell’informazione. Di questo tema parliamo con Serena Danna, giornalista del Corriere della Sera, dove si occupa di nuovi linguaggi e culture [...]]]></description>
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										</div><p style="text-align: justify;">La diffusione della rete insieme all’innovazione tecnologica stanno producendo importanti cambiamenti sui modelli di comunicazione e sui linguaggi adottati. Cambiamenti oggetto di un diffuso dibattito non solo tra ricercatori ma anche tra i professionisti dell’informazione.</p>
<p>Di questo tema parliamo con <a href="http://27esimaora.corriere.it/author/serena-danna/">Serena Danna</a>, giornalista del Corriere della Sera, dove si occupa di nuovi linguaggi e culture digitali per l’inserto culturale “<a href="http://www.corriere.it/cultura/">La Lettura</a>”.</p>
<p><a href="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/03/La-lettura-1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-6900" title="La-lettura-1" src="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/03/La-lettura-1-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D. Dott.ssa Danna, perché “<a href="http://www.corriere.it/cultura/">La Lettura</a>”, l’inserto domenicale del <a href="http://www.corriere.it/">Corriere della Sera</a>, ha deciso di offrire così ampio spazio ai nuovi linguaggi? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scelta del Corriere della Sera di aprirsi alle culture digitali dimostra un cambiamento di atteggiamento dell’editoria nei confronti del mondo dei new media, che non è campo esclusivo di riviste tecniche o scientifiche. Le nuove tecnologie non riguardano più solo prodotti e servizi, sono entrate nella nostra quotidianità sia sul piano pratico sia su quello teorico aprendo un dibattito pubblico molto animato.  La scelta di una istituzione del giornalismo come il Corriere di dare ampio spazio alla riflessione sulle conseguenze culturali delle nuove tecnologie è un segno di coraggio ma anche la dimostrazione della centralità dei new media nel dibattito culturale. Temi quali privacy, copyright, censura,  apparentemente di natura tecnica, sono in realtà di interesse per tutti. La sfida, accettata dal Corriere, è quella di tradurre linguaggi e contenuti apparentemente tecnici, rendendoli appetibili e chiari per un pubblico generalista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D. Cosa sono i linguaggi digitali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’insieme dei contenuti e delle teorie che passano attraverso le nuove tecnologie. Internet ha la sua grammatica precisa: il termine linguaggio indica la rete dove si intrecciano le teorie digitali e la nostra quotidianità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D. Quale è il rapporto tra il linguaggio e la rete?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente i new media stanno avendo un impatto rilevante sul modo di comunicare delle persone. È uno dei temi su cui la riflessione è molto attiva. Qualche tempo fa sulla Lettura abbiamo affrontato un tema molto interessante:  la capacità del Web  di salvare lingue in via di estinzione, e di diffondere lingue inventate per i film di fantascienza (<a href="http://lettura.corriere.it/le-lingue-salvate-e-inventate-dalla-rete/">le lingue salvate ed inventate dalla Rete</a>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D. Quali sono i rischi dell’impatto di Internet sulla comunicazione? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fino a qualche anno fa, la scrittura era uno strumento per addetti ai lavori. Oggi la prospettiva è ribaltata: tutti scrivono. Il rischio di un impoverimento del linguaggio deriva dalle caratteristiche stesse degli strumenti di comunicazione, basati come sono su velocità e immediatezza. L’esigenza di semplificazione che prevede l’utilizzo di pochi, ripetuti, vocaboli, sacrifica spesso la ricchezza della lingua. Altro rischio di primaria importanza riguarda la lotta in atto per accaparrarsi l’attenzione dei lettori. Nel marasma di parole e immagini il sensazionalismo e il populismo sono sempre in agguato mentre dovrebbe valere il contrario: l’attenzione dovrebbe essere catturata con la qualità. Infine, c’è il problema della sicurezza in termini di conservazione della memoria. Un <a href="http://www.theatlantic.com/technology/archive/12/02/a-year-after-the-egyptian-revolution-10-of-its-social-media-documentation-is-already-gone/253163/">recente articolo</a> testimonia, ad esempio, che ad un solo anno dalla primavera araba, il 10% degli archivi digitali sui social media risulta già irrimediabilemento perso.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>D. Quali sono viceversa i vantaggi dell’impatto di Internet sulla comunicazione? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo la partecipazione. I social media sono uno strumento fondamentale per comunicare con le persone, diffondere idee e notizie. Creano opportunità enormi anche per chi non ha solide istituzioni alle spalle (es. il progetto di crowfunding per l’inchiesta di Claudia Vago  &#8211; <a href="http://www.twitter.com/tigella">@tigella</a> &#8211;  su <a href="http://www.produzionidalbasso.com/pdb_887.html">#occupychicago</a>) a vantaggio delle fonti tradizionali che, pertanto, non devono vivere il web come una minaccia ma come una grande opportunità.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>D. La rete potrà generare un linguaggio universale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che internet sia già un linguaggio universale. Non è possibile parlare di lingua universale, anche le cosiddette lingue commerciali faticano a decollare, perché la lingua riproduce significati, cultura, espressioni territoriali. Viceversa, il linguaggio digitale è un linguaggio unificante, che spinge verso l’innovazione. La prova è data dalla sua diffusione globale. In tutti i Paesi in cui arriva, “sfonda” perché crea connessione tra persone a prescindere da spazio e tempo, apre finestre su mondi lontani, a volte addirittura negati (un caso su tutti: lo scrittore israeliano Ron Leshem che ha conosciuto l’Iran &#8211; decidendo di ambientare nel paese di Ahmadinejadi il suo romanzo <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/settembre/19/scrittore_israeliano_Leshem_ricostruito_Iran_co_9_090919076.shtml">Nilufar</a> &#8211; attraverso Facebook).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D. Infine, ha qualche consiglio per chi, lavora in Istituzioni ed Enti di Ricerca e deve comunicare con i cittadini attraverso i social media?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo è importante che i cittadini si sentano coinvolti in quello che succede. Quindi, piuttosto che fare soloinformazione di servizio, è importante privilegiare la comunicazione partecipativa, far sentire i cittadini parte attiva della gestione della cosa pubblica. Il cittadino non deve avere la sensazione di parlare con un ufficio stampa ma con  istituzione “aperta” e disponibile che è sempre capace di fornire &#8211; a supporto delleinformazioni – i dati che le hanno generate.  Al tempo stesso, le Istituzioni dovrebbero mantenere rigore ed ruolo istituzionale. Il <em>citizen journalist</em> è sicuramente un’opportunità per il mondo della comunicazione ma, costituisce un valore solo se avviene in un ambito regolamentato in cui è chiaro il ruolo del moderatore: partecipazione e condivisione non significano delega.Questo implica che gli uffici di comunicazione delle Istituzioni devono avere un chiaro modello organizzativo, regole rigorose di gestione oltre che padronanza degli strumenti e del linguaggio.  Il messaggio di fondo dovrebbe essere: c’è un’istituzione che lavora per i cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Convegno &#8220;Prendere decisioni: il ruolo della statistica per la conoscenza e la governance&#8221;.</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 00:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Concetta Ferruzzi</dc:creator>
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										</div>&#160; Il Gruppo permanente per la valorizzazione delle statistiche pubbliche (SISVSP) della Società Italiana di Statistica organizza il 19 e 20 aprile 2012 presso l’Università Europea di Roma il Convegno Prendere decisioni: il ruolo della statistica per la conoscenza e la governance. Il convegno 2012 si propone come un’occasione di confronto e discussione tra esperti [...]]]></description>
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										</div><p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/01/logo-vsp.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-6693" title="logo vsp" src="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/01/logo-vsp-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a></p>
<p>Il <a href="http://sites.google.com/site/sisvsp/">Gruppo permanente per la valorizzazione delle statistiche pubbliche</a> (SISVSP) della <a href="http://www.sis-statistica.it/">Società Italiana di Statistica</a> organizza il 19 e 20 aprile 2012 presso <a href="http://www.universitaeuropeadiroma.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=189&amp;Itemid=94">l’Università Europea di Roma</a> il Convegno <strong><em>Prendere decisioni: il ruolo della statistica per la conoscenza e la governance</em></strong>.</p>
<p>Il convegno 2012 si propone come un’occasione di confronto e discussione tra esperti e ricercatori sul ruolo della statistica pubblica e privata per i <strong>processi decisionali e la governance </strong>ai diversi livelli di responsabilità. Nel corso del Convegno saranno approfondite, in tale prospettiva, le seguenti aree tematiche: benessere equo e sostenibile; coesione sociale; crescita e competitività delle imprese; <strong>dataGov, open data</strong>, trasparenza e privacy; dati e strumenti statistici per la valutazione delle politiche pubbliche; <strong>informazione statistica e social media</strong>; mercato del lavoro e capitale umano; metodologie per la produzione e le analisi delle statistiche pubbliche; ricerche ed analisi di mercato; sondaggi politici ed elettorali; utilizzo statistico di archivi amministrativi.</p>
<p>Gli Autori che desiderano proporre un contributo dovranno redigere -<strong> entro il 29 febbraio 2012 &#8211; uno short paper </strong>in italiano della lunghezza massima di quattro pagine secondo gli standard tecnici della SIS .</p>
<p>Le proposte di contributo dovranno essere trasmesse seguendo le indicazioni disponibili all’indirizzo <a href="http://meetings.sis-statistica.org"><strong>http://meetings.sis-statistica.org/</strong></a></p>
<p>Gli short paper saranno valutati dal Comitato Scientifico e tutti gli Autori riceveranno &#8211; <strong>entro il 12 marzo 2012</strong> &#8211; una comunicazione sull’esito della valutazione al proprio indirizzo di posta elettronica.</p>
<p>Gli short paper accettati saranno raccolti in un volume in distribuzione il 19/20 aprile e resi disponibili on line sul sito del convegno.</p>
<p>Dopo il convegno, gli autori dei lavori di particolare interesse scientifico per il gruppo VSP saranno invitati a sottoporre un articolo per la pubblicazione, previo referaggio, sulla Rivista <strong>Statistica Applicata – Italian Journal of Applied Statistics </strong>e sulla <strong>Rivista di Statistica Ufficiale</strong>.</p>
<p>A supporto dei lavori è prevista la seconda edizione dello “<strong>Statistics Café</strong>”, uno spazio aperto e libero di confronto tra la ricerca teorica ed applicata per la condivisione di conoscenze, esperienze e proposte riguardanti le statistiche, in primo luogo pubbliche.</p>
<p>L’account <strong>Twitter</strong>, che verrà utilizzato prima e durante l’evento per raccogliere e diffondere idee e suggerimenti è <strong><a href="http://twitter.com/stat_coffee">@stat_coffee</a>. l&#8217;hashtag del convegno è #vsp2012.</strong></p>
<p>Tutte le informazioni relative al Convegno 2012 del <strong>Gruppo SIS per la Valorizzazione delle Statistiche Pubbliche </strong>sono disponibili ai seguenti riferimenti:</p>
<p><strong>sito web: <a href="http://sisvsp.sis-statistica.org">http://sisvsp.sis-statistica.org</a></strong></p>
<p><strong>mail: gruppo.sisvsp@sis-statistica.org<br />
</strong></p>
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		<title>Siamo E-cittadini?</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 00:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Romana Fuxa Sadurny</dc:creator>
				<category><![CDATA[e-Government]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste, Recensioni, Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Open Source]]></category>

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										</div>&#160; Vuoi dare il tuo contributo al programma legislativo dell’Unione Europea? Dal primo aprile 2012 tutti i cittadini europei potranno farsi promotori di iniziative legislative che la Commissione UE dovrà necessariamente prendere in esame benché, naturalmente, resterà libera di decidere l’adozione dell’atto oggetto dell’iniziativa popolare. A stabilirlo è il Regolamento UE n. 211/2011 del Parlamento [...]]]></description>
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										</div><p><a href="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/01/e-cittadini.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6827" title="e-cittadini" src="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/01/e-cittadini.jpg" alt="" width="240" height="160" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Vuoi dare il tuo contributo al programma legislativo dell’Unione Europea?</p>
<p style="text-align: justify;">Dal primo aprile 2012 tutti i cittadini europei potranno farsi promotori di iniziative legislative che la Commissione UE dovrà necessariamente prendere in esame benché, naturalmente, resterà libera di decidere l’adozione dell’atto oggetto dell’iniziativa popolare. A stabilirlo è il Regolamento UE n. 211/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 febbraio 2011 che definisce nel dettaglio la procedura di ammissione della proposta di iniziativa legislativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Direttamente dal sito dell’UE (<a href="http://ec.europa.eu/news/eu_explained/120127_it.htm">http://ec.europa.eu/news/eu_explained/120127_it.htm</a>) sarà possibile registrarsi: basteranno sette cittadini di sette Paesi diversi dell’Unione, riuniti in un comitato promotore per attivare l’intero procedimento anche se &#8211; qualora il progetto di iniziativa da presentarsi online alla Commissione dovesse superare il vaglio preventivo di ammissibilità &#8211; serviranno poi un milione di firme da parte di cittadini residenti in altrettanti Paesi per proporre formalmente alla Commissione di esaminare l’iniziativa legislativa.</p>
<blockquote><p><em>Le firme necessarie &#8211; ed è questo, probabilmente, l’aspetto più rivoluzionario ed innovativo &#8211; potranno, tuttavia, essere raccolte oltre che su carta anche attraverso <span style="text-decoration: underline;">un apposito sito internet</span> gestito da un software avente specifiche tecniche predeterminate dalla Commissione UE e/o addirittura attraverso un <span style="text-decoration: underline;">software open source</span> posto gratuitamente a disposizione di tutti i cittadini dell’unione dalla Commissione medesima. [*]</em></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le materie su cui è possibile intervenire sono le più differenti e indicate dai Trattati europei; si va dall’agricoltura alla giustizia, dagli aiuti umanitari all’ambiente; dalla sicurezza ai trasporti, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal <strong>1° aprile</strong>, dunque, per promuovere un’iniziativa legislativa, almeno in Europa, basterà disporre di un PC e di connessione a Internet!</p>
<div style="text-align: justify;"><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p>[*] Guido Scorsa, 30.01.2012 &#8211; <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=3032" target="_blank">http://www.guidoscorza.it</a></p>
</div>
</div>
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		<title>Google: nuove disposizioni sulla privacy</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 00:01:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Romana Fuxa Sadurny</dc:creator>
				<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[Idee ed eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste, Recensioni, Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Privacy]]></category>
		<category><![CDATA[google]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>

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										</div>“Gentile utente Google, Desideriamo informarti che stiamo eliminando oltre 60 diverse norme sulla privacy in tutti i servizi Google per sostituirle con una normativa unica, più breve e di più facile comprensione. Le nuove norme riguardano più prodotti e funzioni, poiché è nostro desiderio creare un&#8217;esperienza d&#8217;uso che sia meravigliosamente semplice e intuitiva per tutti [...]]]></description>
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										</div><p class="aligncenter"><em><a href="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/01/logo_google.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-6815" title="logo_google" src="http://segnalazionit.org/wp-content/uploads/2012/01/logo_google-300x106.png" alt="" width="300" height="106" /></a></em></p>
<blockquote>
<p class="aligncenter"><em>“Gentile utente Google, </em></p>
<p class="aligncenter"><em>Desideriamo informarti che stiamo eliminando oltre 60 diverse norme sulla privacy in tutti i servizi Google per sostituirle con una normativa unica, più breve e di più facile comprensione. Le nuove norme riguardano più prodotti e funzioni, poiché è nostro desiderio creare un&#8217;esperienza d&#8217;uso che sia meravigliosamente semplice e intuitiva per tutti i servizi Google.”</em></p>
</blockquote>
<p>Con questo messaggio Google ha recentemente informato gli utenti delle modifiche che intende apportare sulla privacy, che entreranno in vigore  a partire dal 1° marzo 2012.</p>
<p><strong>Di cosa si tratta in particolare?</strong></p>
<p>Si tratta di far interagire i prodotti e applicativi Google che riguardano gli utenti in modo tale che non sia necessario fornire le stesse informazioni più volte ovvero in modo tale che esse “parlino” fra loro per migliorare i servizi offerti.</p>
<blockquote><p><em>“Potremmo utilizzare il nome specificato dall’utente per il suo profilo Google in tutti i servizi offerti che richiedono un account Google.”</em></p></blockquote>
<p>Gli utenti avranno, dunque, la possibilità di ricevere servizi personalizzati cui potranno accedere al momento della registrazione ad un prodotto Google e che potranno disattivare mediante apposita richiesta. Ad esempio, attraverso il <strong>Google Dashboard </strong>sarà possibile riepilogare i dati associati a ciascun prodotto utilizzato dall’utente dopo avere eseguito l&#8217;accesso al proprio account.</p>
<p>Venendo, in particolare, ai <strong>profili giuridici</strong> di questa modifica, l’accesso ai propri dati personali sarà consentito in caso di aggiornamento. Google, però, si riserva di farlo a determinate condizioni e previa verifica della reale identità del richiedente.</p>
<blockquote><p><em>Potremmo rifiutare richieste irragionevolmente ripetitive, che richiedono un impegno tecnico eccessivo (ad esempio lo sviluppo di un nuovo sistema o la modifica sostanziale di una prassi esistente), che mettono a rischio la privacy di altre persone o inattuabili (ad esempio richieste relative a informazioni memorizzate su nastri di backup).</em></p></blockquote>
<p>Questo aspetto non trova esatta coincidenza con quanto previsto dal nostro legislatore in materia di privacy laddove l’art. 8 del d.lgs. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali) prevede che l’interessato possa sempre accedere ai propri dati personali, salvo le ipotesi legislativamente indicate e relative ad indagini difensive, ragioni di giustizia, materia di sostegno alle vittime di richieste estorsive, ecc., al fine di:  verificare le modalità di trattamento dei dati; aggiornamento, rettifica, integrazione, cancellazione, trasformazione dei propri dati; chiedere il blocco dei dati trattati in violazione delle disposizioni normative;  ecc.</p>
<blockquote><p><em>Tentiamo di gestire i nostri servizi in modo da proteggere le informazioni dalla distruzione accidentale o dolosa. Per questo motivo, dopo l’eliminazione delle informazioni dai nostri servizi da parte dell’utente, potremmo non eliminare subito le copie rimanenti dai nostri server attivi e potremmo non rimuovere le informazioni dai nostri sistemi di backup.</em></p></blockquote>
<p>Tale aspetto contrasta esplicitamente con la legge italiana che riconosce all’interessato il c.d. <strong>diritto all’oblio</strong> ossia il diritto a non essere inserito in banche dati o altro sistema di identificazione senza la propria volontà nonché di essere cancellato, qualora risultino propri dati presso terzi.</p>
<p>L’eventuale distruzione  o perdita accidentale delle proprie informazioni dovrebbe richiedere una policy più attenta al dettato normativo italiano e non giungere a forme di “conservazione” che possano presentarsi contrarie alla volontà dell’interessato. </p>
<blockquote><p><em>Forniamo dati personali a società, organizzazioni e persone che non fanno parte di Google qualora ritenessimo in buona fede che l’accesso, l’utilizzo, la tutela o la divulgazione di tali informazioni sia ragionevolmente necessario per: </em></p>
<ul>
<li><em>Soddisfare eventuali leggi o norme vigenti, procedimenti legali o richieste governative applicabili. </em></li>
<li><em>Applicare i Termini di servizio vigenti, compresi gli accertamenti in merito a potenziali violazioni. </em></li>
<li><em>Rilevare, impedire o altrimenti gestire attività fraudolente o problemi relativi alla sicurezza o di natura tecnica. </em></li>
<li><em>Tutelare i diritti, la proprietà o la sicurezza di Google, dei nostri utenti o del pubblico, come richiesto o consentito dalla legge.</em></li>
</ul>
</blockquote>
<p>Anche tale condizione non rispetta appieno il dettato normativo che richiede, ai fini di certezza giuridica, che il titolare del trattamento dei dati personali, nella fattispecie Google, debba escludere le <strong>richieste di accesso ai dati</strong> di propri utenti provenienti da soggetti governativi o in ipotesi non espressamente previste dalle leggi vigenti. </p>
<blockquote><p><em>Le nostre Norme sulla privacy potrebbero essere soggette a modifiche occasionali. Ci impegniamo a non ridurre i diritti degli utenti previsti dalle presenti Norme sulla privacy senza il loro esplicito consenso.</em></p></blockquote>
<p>Tale ultima indicazione contrasta con il dettato normativo laddove non si prevede l’<strong>informativa</strong> all’interessato il quale deve essere edotto di modifiche da parte del gestore dei dati personali anche ai fini di eventuale esercizio del diritto di accesso di cui agli artt. 7-10 del d.lgs. 196/2003 citato.</p>
<p>&nbsp;</p>
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