Category: Interviste, Recensioni, Riflessioni

IT: non di soli Steve Jobs si vive

Si è molto parlato, nei giorni scorsi, dell’addio di Steve Jobs alla sua Apple. C’è chi lo rimpiange, chi pensa di essere uno Steve Jobs nel suo piccolo, chi dice che la Apple non sarà più la stessa cosa, chi crede che la Apple continuerà ad essere un punto di riferimento per la tecnologia ed il software di questa prima parte del secolo.

Ma il punto non è questo e credo che il vero fulcro della questione l’abbia individuato Luca De Biase con alcuni post sul suo blog, che vi invito a leggere.

Il genio, la capacità e il carisma personale di Steve Jobs non si discutono, ma se veramente vogliamo rendere onore a qualcosa di grande non è a lui che dobbiamo guardare, ma a ciò che è riuscito a costruire: il gruppo che De Biase definisce “iTeam”.

E ora guardiamoci intorno: quante persone conosciamo che, nel loro ambito, siano riuscite a costruire una squadra motivata e capace che continui il lavoro che loro hanno iniziato? Quante che abbiano mantenuto la barra dritta quando tutti intorno non gli davano ascolto? Quante che abbiano rinunciato al proprio incarico pur di non lasciarsi andare a opportunismi e compromessi?

Altra considerazione: troppo spesso di una organizzazione compare solo l’Amministratore Delegato o il Presidente, facendoci dimenticare che quell’organizzazione lavora e produce soprattutto grazie ad una squadra di persone capaci, leali, motivate, tese verso un comune obiettivo.

Guardiamoci ancora una volta intorno: quanti AD o Presidenti conosciamo che, pur avendo grandi capacità di marketing rispetto al loro mercato di riferimento, siano in grado di condurre all’interno l’operazione di creazione di una squadra, di una identità, di un metodo di lavoro condiviso, di una cultura?

La forte leadership interna, l’autorevolezza, è basata sullo sviluppo del potenziale umano dell’organizzazione e non si deve necessariamente aver bisogno del proprio personal Steve Jobs per fare bene. Basta crederci, puntare sulla crescita delle persone giuste e rispettare il loro lavoro, come ci ricordava anche Vincenzo Patruno nel suo post.

Nel campo dell’Information Technology, strategico per l’esistenza delle moderne organizzazioni, tutto ciò è molto più che urgente: costituisce la differenza fra il continuare a esistere e lo scomparire.

Abbiamo bisogno di gente di valore


A prima vista questo potrà sembrare un articolo inusuale per SegnalazionIT, che si occupa prevalentemente di innovazione in ambito IT, di scenari digitali  nonché delle novità attinenti al mondo della statistica e a quello del trattamento di dati. In realtà, se andiamo a guardare bene, anche in questo articolo si parla di innovazione. Se in Italia c’è infatti una risorsa che sia ancora abbondante e di cui dovremmo andare fieri, è proprio la capacità di tanti di fare innovazione. Abbiamo un “parco menti” di primissimo livello che avrebbe la capacità di cambiare veramente il volto al nostro Paese, facendogli riacquistare quella reputazione perduta oramai da troppi anni. Mi sono chiesto perché questo non accade, e la risposta che mi sono dato non è stata purtroppo delle più rassicuranti.

Mi capita sempre più spesso di viaggiare all’estero e di lavorare e interagire con i miei “colleghi” europei ed extra-europei. Quello che noto è che i Paesi che possiamo definire all’avanguardia su determinati settori, hanno tutti una caratteristica in comune: hanno affidato alla loro gente migliore i ruoli “chiave” per quei determinati settori. Ora, io non posso sapere se quelli siano in assoluto i loro “uomini migliori”, ma quello che a mi lascia stupito come italiano è la loro sostanziale adeguatezza al ruolo ricoperto, la loro capacità di avere una visione e una strategia, la loro preparazione.

Esattamente quello che sempre più di rado accade da noi. Non so se succede lo stesso anche a voi, ma quando in Italia mi capita di trovare qualcuno che ricopre un ruolo chiave in qualche settore e che sia capace e all’altezza della situazione, io mi stropiccio gli occhi, mi stupisco e mi meraviglio. Mi viene spontaneo, non so che farci! Questo me lo spiego col fatto che in Italia, trovare qualcuno all’altezza del suo ruolo e’ diventato ormai una eccezione.

E’ indubbio che un qualunque posto di comando, un qualunque ruolo di responsabilità esercitino un certo fascino (se non altro per le retribuzioni generalmente di tutto rispetto) e che in tanti ambiscano a ricoprirlo. Quello che in realtà è meno normale è come questo avviene. E’ diventato infatti sempre più una consuetudine privilegiare l’obbedienza a scapito della capacità. Si preferisce in altre parole affidare ruoli di responsabilità a chi mostra obbedienza e devozione verso il “capo” mentre capacità e adeguatezza al ruolo passano generalmente in secondo piano.

E’ quella che chiamiamo comunemente “logica clientelare” ed è ovviamente una situazione vantaggiosa solo per chi ha ricevuto quell’incarico, per il suo capo e per quelli che beneficieranno dei suoi servigi. Ma non è questa una situazione complessivamente vantaggiosa per il Paese.

Dobbiamo considerare infatti che negando quella particolare posizione a qualcun altro più preparato, più adatto e più capace, è stata negata a quel particolare settore, a quella particolare organizzazione, a quel particolare ufficio la possibilità di funzionare al meglio, di svilupparsi, di crescere.

Il settore pubblico poi è uno dei più soggetti a tale sistema in quanto da sempre non improntato all’efficienza e al funzionamento, ma all’avere qualcuno “dei nostri” nei posti di comando a qualunque livello, chiunque esso sia.

Ovviamente il fenomeno è ricorsivo. Anche chi non è in posizioni di vertice ma ha un qualche incarico di responsabilità, preferirà costruirsi il suo piccolo feudo ed avere, ove possibile, gente più obbediente che capace.

Mandare avanti l’Italia in questo modo in tutti i suoi settori strategici, equivale pertanto a partecipare al Campionato del Mondo di calcio non con i migliori atleti ma con gli amici del calcetto della domenica. Saranno sì una bella combriccola affiatata, ma non avranno nessuna chance di arrivare alla fase finale del torneo. E non è una questione anagrafica, ma esclusivamente di capacità e di merito.

Credo che la possibilità di fermare il declino dell’Italia debba necessariamente passare per quei talenti e quelle menti capaci che ora vengono sistematicamente soffocati dall’ormai collaudato sistema clientelare. In tanti hanno preferito andare all’estero, per altri invece questo non è stato possibile, altri ancora preferiscono comunque rimanere al loro posto e lavorare giorno per giorno per una Italia diversa. Noi, qui, facciamo tutto quello che possiamo per costruire per noi e per i nostri figli un futuro migliore.

Il giusto valore ai link in Rete (divagazioni estive)

memetics on segnalazionit

Il giusto compenso per il traffico in Rete” era il titolo di un articolo uscito su un quotidiano qualche mese fa,  nel quale si discuteva di investimenti per costruire reti di nuova generazione e se fosse corretto chiedere investimenti  a chi genera traffico in Rete con milioni di visitatori al giorno (es. Google).
Per chi invece crede ancora che Internet sia importante soprattutto per la conoscenza e il progresso umano, può trovare interessante un’esperienza nuova che si sta diffondendo in Rete tra chi, con il proprio sito o blog, genera traffico  e cioè  propone argomenti, nuove idee o semplici suggerimenti “linkando”, termine utilizzato per definire l’azione quotidiana di effettuare un link, ossia un collegamento, ad un’altra risorsa sulla rete. Vediamo di cosa si tratta.

Il Global Multimedia Protocols Group propone un modo abbastanza semplice per convogliare traffico in Rete e definirne la qualità attraverso l’ XFN™ (XHTML Friends Network) :

XFN™ (XHTML Friends Network) is a simple way to represent human relationships using hyperlinks. In recent years, blogs and blogrolls have become the fastest growing area of the Web. XFN enables web authors to indicate their relationship(s) to the people in their blogrolls simply by adding a ‘rel‘ attribute to their <a href> tags.

In cosa consiste? Semplicemente nel definire meglio i nostri link, associando un aggettivo, in termini tecnici un attributo (di seguito la lista di attributi: relationship metadata profile).
Gli aspetti positivi a livello tecnico nel seguire questa tendenza ci sono ma l’aspetto sociale è forse ben più rilevante.

Ma l’aspetto sociale è forse ben più rilevante: i link non sono più solo indirizzi da seguire per reperire le risorse, ma diventano relazioni sociali di diversa profondità e spessore.

“The web is more a social creation than a technical one. I designed it for a social effect — to help people work together — and not as a technical toy. The ultimate goal of the Web is to support and improve our weblike existence in the world”,  sostiene Tim Berners-Lee in  Weaving The Web.

Questa è l’evoluzione del Web che viviamo quotidianamente con i social network, con la diffusione degli strumenti di collaborazione, di cui noi diveniamo utenti, fruitori, quasi senza accorgercene,  trascinati dalla forza dell’onda; dare un aggettivo a un link è quindi solo un pretesto (o la ciligina sulla torta) per arrivare a una consapevolezza di come ci stiamo evolvendo.

Evoluzione? E allora torniamo, per un momento, agli studi sociologici che misurano l’evoluzione della società. Passare da un concetto all’altro attraverso relazioni di vario tipo è come seguire una catena:  si parla infatti di “meme chain”. Ma a questo punto ci occorre una definizione:  cos’è un meme?

Un meme è una riconoscibile entità di informazione relativa alla cultura umana che è replicabile da una mente o un supporto simbolico di memoria, per esempio un libro, ad un’altra mente o supporto. (Wikipedia)

Un metameme è una meta di un meme, una metafora o se preferite un’idea di ingegneria memetica, per cui un meme è una “metafora“ di un meme, ma il concetto di un meme è esso stesso un meme.
Potrebbe sembrare un gioco di parole ma non lo è: la memetica è una teoria di contenuti mentali basata su un’analogia con la teoria dell’evoluzione Darwiniana, originata da Richard Dawkins nel 1976 con il libro The Selfish Gene.
Questa teoria rappresenta un approccio ai modelli evolutivi della trasmissione dell’informazione culturale. Un meme, analogamente a un gene, è essenzialmente un’unità culturale. I metameme possono essere così utilizzati per misurare l’evoluzione di una società, nella (ormai sempre più consolidata) consapevolezza che come la società si evolve, così è.

In conclusione, sebbene un link sia qualcosa di meno concettuale rispetto ad un metameme ma allo stesso tempo anche più tangibile, non sarebbe utile dare un valore più profondo ai link per avere una consapevolezza della nostra evoluzione e di quello che abbiamo intorno? L’ XFN™ (XHTML Friends Network)  sembra darci una valida risposta in questo senso.

La statistica nel pallone

Parlare di calcio significa parlare di soldi, tanti, tantissimi soldi, di uno dei pochi settori che non conosce crisi (basti pensare che nel 2008/2009 il mercato europeo del calcio è cresciuto di 15.7 miliardi di euro) e la rilevanza economica è tale che i segnali del cambiamento prima ancora che dai giornali sportivi vengono commentati dai giornali economico-finanziari. Di recente,  anche alcuni prestigiosi quotidiani come il Financial Time e New York Times si sono occupati della relazione sempre più stabile tra calcio e statistica.

Il legame della statistica con il mondo del calcio è nato diversi anni fa, basti pensare che già nel 1984 venne istituita la International Federation of Football History & Statistics , un organismo riconosciuto dalla FIFA che si occupa di statistiche e storia del calcio.  E, da ormai molti anni, non c’è commentatore sportivo che non usi a supporto della cronaca moltitudini di dati statistici. Senza pensare al ruolo della statistica rispetto al mondo delle scommesse.

La recente, o quasi, novità è che ormai qualsiasi aspetto di una partita può essere, grazie all’ICT, registrato. Questo consente di avere a disposizione enormi quantità di dati da cui, attraverso tecniche di data mining è possibile estrarre  informazioni utili sulle performance, ma ancora di più sulle caratteristiche di ciascun giocatore.

Diversi gli strumenti disponibili sul mercato che forniscono questa tipologia di servizi.

Società specializzate nell’integrare datamining e riprese video delle partite di calcio per un pubblico di allenatori, giocatori, fantacalciatori e tifosi.  La Match Analysis, ad esempio, ha siglato lo scorso anno un accordo con il New York Times per fornire in tempo reale, statistiche ed analisi per tutti gli incontri del 2010 FIFA World Cup™ attraverso soluzioni innovative di info-grafica che forniscono un flusso diretto e continuo di dati .

Siti web , come ad esempio Footballdatabase , raccolgono i dati relativi alle carriere agonostiche dei calciatori e rendono disponibili gratuitamente i gol fatti, gli assist, la carriera nei club, le presenze, e tutti i dati personali (data di nascita, nome di battesimo, luogo di nascita , ecc).


APP per iPhone e iPad basate sull’analisi dei dati statistici delle partite di calcio e le performance dei calciatori. Una delle più utilizzate in Italia è Gazzetta Mobile , una vera e propria redazione sportiva che commenta gli eventi in tempo reale con la cronaca, i tabellini e le formazioni delle partite e fornisce classifiche, calendari, risultati delle principali competizioni Italiane ed Europee con il supporto delle immagini fornite da Gazzetta TV, gli approfondimenti degli speciali di Gazzetta, le prime pagine del quotidiano ed il motore di ricerca. Prevede, inoltre, di salvare i dati e le foto ricercate così avere le news, i video e le foto più interessanti e consultarli anche offline.


Al tempo stesso, diverse società sportive hanno costruito in casa basi dati proprietarie come ad es. il Chelsea, la cui banca dati secondo il Financial Times, ne contiene 32 milioni, tratti da 13.000 partite internazionali. Ma il Chelsea non si limita a raccogliere i dati, infatti, sul sito web un esperto, Paul Dutton, fornisce analisi statistiche ai lettori attraverso un blog dedicato con l’accattivante titolo “Ask Statman”.

 

Importante anche l’investimento in ICT e statistica da parte della stampa, non solo sportiva. Il Financial Times, ad es. ha incaricato un artista – Giles Revell – di creare una serie di immagini sulla base dei dati statistici registrati in occasione della finale di champions league 2011 – Barcellona – Manchester United.  Di seguito una  immagine che fissa la partita al 69′, al gol di David Villa per il Barcellona. Le azioni sono registrate in sequenza e rappresentate a spirale, dal basso verso l’alto per il primo tempo e viceversa per il secondo.

Ma, l’aspetto interessante, evidenziato dai commentatori economici, è che per effetto della disponibilità di tecnologie sempre più sofisticate – che rendono disponibili miliardi di dati analitici e consentono analisi statistiche approfondite -  sempre più spesso in panchina ed in tribuna ci sono tablet e pc. Questi vengono utilizzati per analizzare in tempo reale l’andamento delle partite e supportare gli “allenatori 2.0″ nella definizione delle strategie e tattiche di gioco e nella formulazione della squadra titolare in base alle caratteristiche dei giocatori della rosa e degli avversari in campo. Analogo fenomeno è in corso per quanto riguarda direttori sportivi e procuratori che prima di fare acquisti sul mercato consultano performance e caratteristiche per cercare il giocatore tecnicamente adatto alle esigenze della squadra.

Dal prossimo campionato, quindi, sciamani e professionisti del pallone potrebbero lasciare la scena ai nuovi fenomeni del calcio: gli statistici.

 

Dove osano le farfalle 2








“della statistica e dei nuovi paradigmi di complessità”







Steve Sarsfield ha recentemente pubblicato il saggio “The Butterfly Effect and Data Quality” proponendo l’effetto farfalla per indagare sulle contaminazioni generate da dati di cattiva qualità.

Ma la novità odierna che chiama pesantemente in campo la statistica è l´enorme quantità di dati e la possibilità di elaborarli in modo sempre più sofisticato. Dati che permettono di tracciare le nostre ricerche sul web, le nostre telefonate, i nostri spostamenti in modo sempre più ubiquo. Questa quantità di informazioni può nascondere davvero tanti e insidiosissimi effetti farfalla.

Massimo Bucchi in un articolo apparso su “La Repubblica” trattando dell’ultimo libro di Albert-László Barabási ha evidenziato come la quantità di dati disponibili stia modificando radicalmente persino i paradigmi di prevedibilità degli eventi.

Ciò che l´articolo originale di Edward Lorenz sottolineava è la sensibilità di un sistema che, nel lungo periodo, può subire pesantemente gli effetti di assai complesse propagazioni originate da piccole variazioni delle condizioni iniziali.

La statistica da sempre si propone come strumento per comprendere e trattare la complessità.



Oggi la complessità, spiccando il volo verso forme più evolute, sembra quasi voler rispondere sfidando a sua volta la statistica.

Come si possono analizzare tanti piccoli battiti d’ala che si verificano e generano continuamente la propagazione di nuovi effetti e contro effetti nel data deluge? Quali sono gli strumenti per distinguere fra tutti questi movimenti, apparentemente insignificanti, quelli in grado avere conseguenze dirompenti sui sistemi?

Possiamo, noi statistici, rispondere a tutte queste sfide? Forse sì, ma certo bisognerà volare molto in alto. Lassù, dove solo le farfalle osano volare.


Dove osano le farfalle

 

 

 

“Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile

provocare un tornado in Texas?”

 

 

 

 

 

Nel web l’effetto farfalla dilaga: da un lato si moltiplicano recensioni e post con riferimenti più o meno espliciti a questo effetto, dall’altro sono numerose le pubblicità che ad esso si ispirano.

Sliding doors e The Butterfly Effect sono divenuti “cult movie” e in Mr Nobody troviamo rappresentato addirittura un raro esempio di effetto e contro effetto farfalla.

Ma di cosa si tratta? L’espressione “Effetto farfalla” si ritiene abbia origine da uno dei più celebri racconti fantascientifici di Ray Bradbury: Rumore di tuono, in cui si immagina che nel futuro, grazie ad una macchina del tempo, vengano organizzati dei safari temporali per turisti. In una remota epoca preistorica un escursionista del futuro calpesta una farfalla e questo fatto provoca una catena di allucinanti conseguenze per la storia umana.

Edward Lorenz fu il primo ad analizzare l’effetto farfalla in uno scritto del 1963 preparato per la New York Academy of Sciences. Secondo tale documento, “Un meteorologo fece notare che, se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre.” In discorsi e scritti successivi, Lorenz usò la più poetica farfalla, forse ispirato dal diagramma generato dagli attrattori di Lorenz, che somigliano proprio a tale insetto, o forse influenzato dai precedenti letterari (anche se mancano prove a supporto). “Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?” fu il titolo di una conferenza tenuta da Lorenz nel 1972.

L’effetto farfalla riguarda anche la statistica? Certamente sì, anzi riguarda soprattutto la statistica, le sue trasformazioni, il suo rapporto con la complessità.

Di recente è stato usato nell’analisi geopolitica per indagare sulle recenti rivoluzioni dell’Africa settentrionale, soprattutto alla luce delle numerose interrelazioni esistenti tra i diversi attori nazionali che agiscono nel mondo. Ci si è chiesti se una politica monetaria negli Stati Uniti potesse essere in grado di rovesciare un governo nel Nordafrica. La teoria dell’Effetto Farfalla non presuppone limiti. Pertanto, se il battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas, appare logico prevedere che lo stesso tornado in Texas possa provocare altri effetti in Europa, in Asia, o addirittura nello stesso Brasile, magari travolgendo proprio la farfalla da cui era stato originato.

Nella seconda parte tratteremo proprio dei legami fra effetto farfalla e statistica (continua).


Numerus

Il panorama italiano della “data driven information” è, nel 2011, molto attivo su diversi fronti:

  • open data, con diverse iniziative spontanee di enti territoriali e associazioni, di cui abbiamo dato notizia più volte in questo blog;
  • data journalism, come abbiamo letto nell’intervista a Guido Romeo ed Elisabetta Tola;
  • licensing, per operare sui dati tenendo conto delle implicazioni di  tipo giuridico, di cui abbiamo parlato anche alla Decima Conferenza Nazionale di Statistica.

A queste tre categorie, tra loro differenti ma che richiedono un non banale grado di competenza informatica o giuridica, si è ormai aggiunta quella dell’aiuto alla lettura critica dei dati, che è uscita dalla ristretta cerchia degli statistici per offrirsi al grande pubblico dei fruitori dell’informazione giornalistica, cartacea ed elettronica.

In questo caso sono necessarie notevoli capacità di operare su dati provenienti da fonti differenti, al fine di derivarne riflessioni e interpretazioni su fenomeni complessi. Gli esempi in Italia sono veramente pochi, fra questi c’è il blog Numerus, ospitato dal sito del Corriere della Sera, che ha l’intento dichiarato di “aiutare a comprendere quali sono i dati attendibili, come vengono prodotti, come vengono usati nel bene e nel male, in quale modo il miglioramento della statistica può incidere anche sulla qualità della vita”.

Numerus è tenuto da Donato Speroni, giornalista economico che ha lavorato al Mondo e al Corriere della Sera, è stato responsabile della comunicazione dell’Istat, si è successivamente occupato di statistiche nei Paesi in via di sviluppo per conto della Banca Mondiale e di altre organizzazioni. Attualmente insegna all’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino.

Intervista a Guido Romeo ed Elisabetta Tola, progetto iData

Intervista a Guido Romeo ed Elisabetta Tola, progetto iData

Avete lanciato iData, in che cosa consiste il progetto e chi lo finanzia?

Idata è un progetto della Fondazione Ahref, avviata alla fine dell’anno scorso a Trento, per lo sviluppo della prima piattaforma italiana open source e non profit per il giornalismo basato sui dati. L’idea di iData è nata guardando a ciò che oltreatlantico fanno già molte testate, da ProPublica al NewYork Times e oltremanica, ad esempio il DataBlog del Guardian o in Francia dove sono attive Owni e Médiapart. Lo scopo è mettere a disposizione della comunità giornalistica, ma anche della società civile italiana, gli strumenti gratuiti e già disponibili per la raccolta, l’elaborazione e la visualizzazione dei dati; svilupparne di nuovi con interfacce accessibili ai non addetti ai lavori; lanciare una serie di inchieste per sperimentare questo approccio direttamente nei media italiani. I nostri progressi sono tutti raccontati nel blog Open Data.

Qual’è l’innovazione del data-journalism o giornalismo dei dati rispetto alle tecniche tradizionali?

I giornalisti si sono sempre cibati di dati, ma la disponibilità di potenza di calcolo, grandi database di informazioni elettroniche e capacità di manipolarle nei prossimi anni può radicalmente cambiare il ruolo dei giornalisti e, spero, anche rilanciare la loro importanza sociale, che negli ultimi anni è stata certamente erosa dalla diffusione della Rete e da un atteggiamento eccessivamente corporativistico. Tra gli esempi più importanti di che cosa si può fare con un approccio di data journalism vanno senz’altro citate inchieste come “Dollars for Docs”, che ha visto un team di informatici e reporter di ProPublica creare un database senza precedenti su oltre 17mila medici che avevano ricevuto lauti pagamenti da sette grandi case farmaceutiche produttrici di farmaci prescritti nella loro area di competenza. Si trattava di dati in parte già pubblicati grazie a una sentenza dei tribunali americani, ma mai organizzati in maniera sistematica e praticamente impossibili da consultare non solo per i cittadini, ma anche per gli addetti ai lavori. Il risultato del lavoro di ProPublica è un archivio online di migliaia di specialisti nei quali ogni paziente può verificare se il proprio medico ha un eventuale conflitto di interesse. Lo strumento messo a punto da ProPublica è stato poi utilizzato da decine di giornalisti di varie testate locali per andare a fare delle inchieste sui medici attivi sul proprio territorio e quindi dare strumenti di valutazione e di giudizio al pubblico anche attraverso i media locali.

Un altro esempio di data journalism di altissimo livello è proprio l’ultimo Premio Pulitzer per il giornalismo investigativo assegnato a Paige St. John, del Sarasota Herald-Tribune per il suo bellissimo lavoro sulla fragilità dei fondi assicurativi della Florida che mette a rischio la qualità della vita di milioni di residenti dello stato. L’inchiesta della St. John è durata due anni e, oltre a una serie di articoli molto solidi e approfonditi, ha prodotto anche un database accessibile e utile a capire il comportamento di molti fondi assicurativi. Una risorsa che gli informatici dell’Herald hanno saputo valorizzare sviluppando una serie di applicazioni interattive utilissime per i lettori che permettono di capire cosa fa l’istituzione con la quale hanno firmato, ma anche il mercato generale, per esempio nel caso di rischio di distruzione da uragano della propria area di residenza. Dal data journalism, insomma, possono nascere prodotti editoriali di alto valore giornalistico ma con in più un importante valore aggiunto economico. In qualche caso, infatti, questi strumenti possono non solo generare nuove inchieste ma anche diventare risorse da proporre ai lettori come app o servizio premium. E questo, in un momento di crisi e trasformazione dell’editoria non è certamente poco.

Il data journalism, come dicevate, è molto sviluppato in Usa e Gran Bretagna. C’è spazio anche in Italia? E a che cosa servirebbe qui?

In Italia c’è molto spazio e certamente anche molto bisogno. Personalmente crediamo si possano fare cose di grande impatto. Nonostante la tradizionale ritrosia dei media italiani a innovare (da noi si discute ancora se i giornalisti dell’online abbiano pari dignità contrattuale di quelli della carta stampata) credo che prevarrà la legge del “content is king”. Se l’approccio del data journalism consentirà di avere prodotti nuovi e appetibili ai lettori, la domanda di professionalità ad hoc inevitabilmente salirà. E sarà un bene per tutti. C’è però un po’ di strada da fare perché non si tratta semplicemente di importare dei format sviluppati all’estero. Con Ahref lavoriamo su due fronti: uno, sperimentale, sulla raccolta ed elaborazione dei dati in collaborazione con una rete di citizen journalists e uno più didattico per lo sviluppo di competenze e team che sappiano lavorare su questi progetti che sono tipicamente multidisciplinari perchè non coinvolgono solo giornalisti, ma anche sviluppatori di software, statistici e designer dell’informazione.

Come sapete, lavoro in Istat: pensate che ci possa essere una qualche forma di collaborazione tra iData e il nostro Istituto?

Francamente lo speriamo molto. Abbiamo avuto occasione di apprezzare il lavoro che Giovannini ha svolto all’OCSE e guardiamo con molto interesse a ciò che vorrà fare con Istat, soprattutto sul fronte del design dei database e dei metadati che vorrà mettere a disposizione. Il nostro obiettivo, come giornalisti, a lungo termine è aumentare la trasparenza della nostra società, da un lato, e del lavoro dei media, dall’altro, anche per potenziare il controllo che la società può e deve esercitare su chi amministra fondi pubblici e privati prendendo decisioni che hanno poi delle ricadute sulla qualità della vita di molti. Il mezzo per fare ciò sono i nuovi strumenti che stiamo introducendo nella cassetta degli attrezzi non solo dei giornalisti, ma anche dei cittadini, siano essi singolo o associazioni, interessati a una migliore qualità dell’informazione. Credo che in questa prospettiva il coinvolgimento delle istituzioni, ma anche dei cittadini sarà fondamentale. Per questo, la piattaforma di iData si sta collegando a un ventaglio di community intenzionate a collaborare per la raccolta, produzione ed elaborazione dei dati. I dati potranno provenire da database pubblici, da fonti di dominio pubblico o venire preparati ad hoc dalle community. Negli ultimi mesi si sono infatti moltiplicati in Italia le iniziative di “open data” per facilitare l’accesso dei cittadini ai dati pubblici (e.g.: dati.piemonte.it e openpolis.it). Resta però ancora molto da fare sul fronte di altri tipi di dati come quelli relativi all’ambiente e alla salute, a causa delle limitazioni normative e della scarsa abitudine della Pubblica amministrazione a rilasciare dati ai quali i cittadini avrebbero, sulla carta, già diritto di accedere.

Flipboard: è iniziata l’era del magazine “su misura”?

Flipboard, App per iPad lanciata nel 2010 è diventato, come pronosticato in tempi non sospetti, un vero e proprio fenomeno di culto. Infatti, nel suo primo anno di vita è stata nominata App dell’anno dalla Apple, si è classificata in Italia nella Top15 per numero di download ed è stata inserita da Wired nella top10 delle App che hanno segnato il decennio.

Le motivazioni di questo successo sono da individuare, in primo luogo, nella sintesi che riesce a realizzare tra la bellezza dei magazine patinati e la funzionalità del web (“The beauty of the print, the power of the web”). In questo senso rappresenta una innovativa soluzione alla fruizione di contenuti sul web a cui sta lavorando da alcuni anni il mondo editoriale. E apre la strada ad una nuova generazione di magazine costruiti su misura in base alle specifiche esigenze del fruitore.

A marzo 2011  è stata pubblicata la versione 1.2 che ha introdotto l’integrazione ad Instagramuna App per il photo sharing che consente di scattare una foto, scegliere un filtro per trasformarne l’aspetto ed inviarla a Facebook, Twitter o Flickr. L’innovazione, resa possibile dalla pubblicazione delle API dell’applicazione, consente anche di migliorare le prestazioni di Instagram che nella versione originale per iPad, a causa dei limiti dello schermo, non prevede altre possibilità di visualizzazione delle foto oltre a quella “in verticale”.

Altre novità della versione 1.2 indicate dal changelog ufficiale riguardano:

  • miglioramento del social search che consente di effettuare ricerche tra i vari social networks e blogs (Facebook, Twitter, Flickr), attraverso l’uso di parole chiave o hashtag i cui risultati sono poi raggruppati e mostrati all’utente nella classica forma del magazine patinato;
  • netto miglioramento della velocità di uploading che rende possibile il caricamento dei contenuti in un tempo massimo di 4 – 5 secondi;
  • miglioramento del supporto a Google Reader;
  • inserimento del bottone “aggiorna” che consente il reload ogni qualvolta lo si voglia direttamente dalla Tavola dei Contenuti;
  • possibilità di verificare tutti i contenuti consigliati dall’editore tramite il pulsante “In evidenza (featured)”.

Una novità che potrebbe generare un po’ di preoccupazione tra gli utenti attiene, invece, alla possibilità, dichiarata dal team di Flipboard, di scoprire se sul device su cui sta funzionando è stato effettuato il jailbreak ossia la violazione delle restrizioni d’suo fissate dalla Apple che, pur non essendo illegale – almeno negli USA -, fa venire meno la garanzia sul device stesso in caso di malfunzionamenti.  ln  caso di iPad “jailbrekkato” l’applicazione, infatti, segnala che potrebbero verificarsi dei crash non imputabili all’applicazione stessa.

Sul fronte delle critiche si segnala in particolare la lamentata scarsa possibilità di personalizzazione dei contenuti e degli algoritmi utilizzati per ricercarli dove sembra invece eccellere l’App rivale Zite.

Per quanto riguarda gli sviluppi futuri, il prossimo obiettivo, di recente annunciato dagli sviluppatori dell’applicazione su Twitter, è la versione per iPhone.

Non c’è ancora il progetto di sviluppare versioni per altri tablet ma in una recente intervista a Wired, Mike McCue, il fondatore di Flipboard, afferma che “Mi piace molto Windows Phone e svilupperemo sia per Windows sia per Android, visti i numeri. Non ancora, ma lo faremo“.

Il futuro prossimo sembra quindi, al pari dei cugini su carta, quella del magazine in versione “pocket”.

Quello che non potete non sapere su Twitter

Twitter rientra tra i primi dieci siti web più cliccati a livello mondiale (il nono secondo i dati Alexa) pur registrando un’attrattività minore rispetto al suo storico rivale, Facebook (che invece si colloca al secondo posto). Considerando il traffico web italiano, il primato di Facebook su Twitter si fa ancora più ampio: Twitter scende infatti al 16° posto tra i siti web più visitati mentre Facebook conserva il secondo. In media ogni giorno 1 internauta su 10 sceglie comunque di passare per Twitter nel corso delle sue navigazioni (il 9,4% degli utenti internet globali a fronte del 40,1% registrato da Facebook), spendendo circa 7 minuti per visita e 53 secondi per pagina visualizzata (dati riferiti agli ultimi 3 mesi).

Secondo le ultime statistiche disponibili sugli utenti Twitter, ad aprile 2010 si contavano 106 milioni di account, anche se circa un quarto risultava con zero Followers, per un traffico informativo quantificabile in 640 Tweets al secondo. Per chi non utilizza Twitter è bene precisare che per Tweets si intende il proprio aggiornamento di status, che differentemente da Facebook risponde alla domanda “what’s happening?“ e deve concentrarsi in 140 caratteri. I Following sono i profili degli utenti che stiamo seguendo, che a loro volta possono scegliere se far parte o meno dei nostri, mentre i Followers sono gli utenti che seguono il nostro profilo.

Oltre ai numeri e ai significati apparentemente complessi dei termini tecnici, le capacità di Twitter sono rinvenibili nel suo slogan: Twitter asks “what’s happening” and makes the answer spread across the globe to millions, immediately. Un social network quindi nato per diffondere e condividere le notizie. Non a caso capita spesso sentire parlare di Twitter come di una pagina di informazione personalizzata, dove è possibile scegliere in base ai propri interessi le diverse fonti informative, in grado di superare quindi la funzione di medium dei mezzi di informazione più tradizionali.

La capacità forse nascosta, o quantomeno poco considerata, di Twitter nel nostro Paese, fa riferimento alla possibilità di raccogliere i commenti degli utenti su un determinato tema. Grazie agli hashtags (parola chiave di una ricerca preceduta dal simbolo #) e al motore di ricerca interno alla piattaforma è possibile visualizzare tutti i Tweet e quindi gli aggiornamenti degli utenti che contengono quella determinata parola. Una volta scoperta questa funzione, di fronte ad un grande evento, vi capiterà sicuramente di pensare “Chissà che si dice su Twitter?”. Provate ad esempio ad usare l’hashtag #berlusconi e in soli 8 secondi vi troverete davanti una pagina web sempre aggiornata contenente tutti i tweet  (pubblici) sul nostro Premier e, nel bene o nel male, i risultati in questo caso sono internazionali.

Le potenzialità di Twitter non finiscono qui. Se molto ancora si potrebbe dire sul suo linguaggio, altrettanto numerosi sono i servizi web collegati a Twitter in grado di valorizzare le sue informazioni e i profili degli utenti. Tra questi vi segnaliamo quelli che un utente medio non può non conoscere: Twitter Counter il sito che riassume e visualizza le statistiche del proprio account, Twitter Logos dove è possibile scaricare un numero illimitato di versioni della famosa icona da inserire nel proprio blog/sito web, Visible Tweets per trasformare in un formato grafico accattivante le proprie ricerche all’interno di Twitter e GigaTweet una sorta di contatore ufficiale dei Tweet pubblicati dagli utenti.

E voi? Che uso fate di Twitter?