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La scomparsa del riccio è la risposta alla domanda dell’anno?

Primo giorno di primavera senza fili

How is the internet changing the way you think? E’ questa la domanda dell’anno, secondo Edge, sito web statunitense fondato da un gruppo di filosofi, scienziati, scrittori e artisti, conosciuti come The Reality Club, che lancia annualmente domande ai propri esperti.

Come vi sarà capitato di leggere su diversi quotidiani e riviste italiane (l’iniziativa di Edge è stata riportata sul Sole 24 ore, Repubblica, Corriere della sera, Internazionale, ecc.), alla domanda di Edge hanno risposto 172 tra grandi esperti della rete, informatici, filosofi, ma anche artisti della portata di Brian Eno, e le risposte sono tutte riportate sul sito.

Sono sincera, non le ho lette tutte. Tra quelle che mi hanno più divertito vi segnalo la risposta di Gerd Gigerenzer, Psicologo tedesco, il quale afferma che internet ha portato la nostra mente ad una condizione di “sempre in allerta”. Siamo sempre più in continua attesa di un avvenimento, di un evento, di una informazione, che in termini informatici si traduce nell’attesa di una mail, di un post, di un feed, di una chat… vi confesso che, a volte, quando nessuna finestra lampeggia, quando nessun segnale mi avverte dell’arrivo di una comunicazione, mi è capitato di pensare: ma oggi non succede niente? Come se il mio pc (o blackberry, o i-phone) fosse l’ufficio stampa dei miei contatti.

Esperienze personali a parte, il dibattito principale su Edge sembra ruotare intorno a quanti sostengono o viceversa criticano l’idea che nella società dell’informazione non sia più necessario sapere bensì sapere cercare. Per alcuni esperti essere in grado di riuscire a trovare l’informazione che ci interessa, di cui abbiamo bisogno in quel dato momento, riuscendo a filtrarla tra un numero illimitato di dati, sembra essere diventata la competenza essenziale della mente post-moderna.

Questa riflessione mi ricorda la conversazione con una cara amica che alla mia domanda “che cos’è internet per te?”, in modo istantaneo (e non soltanto perché era in chat) mi dice: “Internet è la risposta alle mie domande!”. Ma per averle queste risposte bisogna saperle cercare e non soltanto, come direbbe qualcuno, dentro di noi.

Concludo con una citazione sicuramente più elevata. Ben Macintyre, giornalista del Times, nel riportare l’iniziativa di Edge, ci ricorda che la dicotomia tra sapere versus sapere cercare non è poi di così recente formazione. Nel 1953, Isaiha Berlin, riprendendo il verso dell’antico poeta Antiloco “la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande“, aveva diviso le grandi menti del suo tempo in ricci e volpi. I ricci seguono un unico principio ispiratore, coerente al suo interno, mentre le volpi hanno molteplici obiettivi di conoscenza e d’azione anche in contraddizione tra loro. Due menti contrapposte, quindi, che possono essere differentemente collegate alle nuove competenze offerte e richieste dalla rete.

A questo punto la domanda è: Internet porterà alla scomparsa dei ricci?

Generatore di articoli scientifici casuali

SCIgen – An Automatic CS Paper Generator è un sito che genera paper informatici “casuali” completamente privi di senso, con tanto di grafici, figure e riferimenti bibliografici. L’abbiamo provato con Eric Sanna, Fabio Crescenzi e Aleksey Konstantinovich Ioannovich (nome inventato utilizzando la biografia di Tolstoy) scrivendo A Visualization of Online Algorithms, pubblicato su questo blog qualche giorno fa – e che ha riscosso un discreto successo con oltre duecento visualizzazioni in pochissimo tempo: che umiliazione esser letti meno quando si scrivono cose serie :-)

Il programma SCIgen, nato in casa MIT, si basa su una grammatica indipendente dal contesto che compone in maniera casuale l’articolo. Il codice del programma è rilasciato sotto licenza GPL, c’è anche un blog, insomma il progetto è serio, è tutto serio tranne i paper che produce:  talmente inverosimili da sembrare reali.  Insomma provatelo, fa riflettere, anche, sui luoghi comuni che caratterizzano il linguaggio di alcuni “autoreferenziali” contesti scientifici. Di seguito un altro esempio corredato da immagine “esplicativa”:

Linear-Time, Signed Methodologies for Congestion Control. Abstract: The producer-consumer problem must work. In fact, few researchers would disagree with the improvement of lambda calculus. In order to fulfill this mission, we argue that multicast approaches and IPv6 are mostly incompatible.The producer-consumer problem must work. In fact, few researchers would disagree with the improvement of lambda calculus. In order to fulfill this mission, we argue that multicast approaches and IPv6 are mostly incompatible.

I burloni del MIT però non si sono accontentati di aver creato questo servizio, ma hanno anche incoraggiato gli utenti a partecipare a conferenze  e presentare questi paper.  E ci sono riusciti. Forse il caso più clamoroso è quello del World Multiconference on Systemics, Cybernetics and Informatics del 2005, quando tre neolaureati hanno effettivamente presentato tre articoli alla conferenza. Ecco le slide, e sul sito è possibile vedere anche le foto e il video dell’evento.

Episodi del genere ricordano senza dubbio il celebre Sokal affair (l’articolo privo di senso “Transgressing the Boundaries: Towards a Transformative Hermeneutics of Quantum Gravity” pubblicato su una rivista scientifica) ma anche i nostri Amici miei…Insomma al MIT, stavolta, non hanno inventato nulla di nuovo.

Riflessioni da Wikipedia: l’angolo più altruista della rete

Wikipedia1-204x300Come annunciato qualche post fa ci siamo rivolti agli amministratori di Wikipedia (7 in totale) per riflettere con loro sull’essere wikipediani. Riportiamo per punti sintetici le principali riflessioni emerse:

- Perché aderire a Wikipedia? Per condividere, condividere, condividere…

La condivisione delle conoscenze è la motivazione principale che spinge la quasi totalità degli intervistati ad aderire a Wikipedia. Mettere a disposizione le proprie competenze, esperienze ma anche energie e tempo libero è la spinta necessaria per far parte del progetto, consapevoli che nello scambio si contribuisce alla costruzione di un grande progetto, ma si riceve anche. Come sottolineato da un intervistato, far parte del progetto Wikipedia significa “…condividere, condividere, condividere…” (Carlo)

Se da un lato l’attrattività di Wikipedia, con i suoi obiettivi rivoluzionari, le sue caratteristiche (libera, gratuita, democratica, accessibile, ecc.), rappresenta una sfida per cui vale la pena impegnarsi e dedicarsi, allo stesso tempo gli intervistati garantiscono sul lato del ritorno: oltre a dare i wikipediani ricevono, in termini di conoscenze, capacità relazionali, di confronto e quindi di crescita personale.

- Wikipedia in 3 parole: collaborativa, libera e altruista

Sono questi i 3 aggettivi più indicati dagli intervistati per descrivere Wikipedia. Che l’enciclopedia più cliccata nel mondo fosse collaborativa e libera non sorprende (viene descritta in questo modo anche tra le sue pagine di definizione), confermando la sua natura partecipativa e quindi l’orientamento allo scambio, alla condivisione di chi vi aderisce. E’ interessante però osservare come tale partecipazione assuma, per gli intervistati, la forma dell’altruismo, superando in tal senso anche la dimensione della gratuità in termini economici.

Una caratteristica trasversale ai tre aggettivi sopra individuati è la grandezza: gli intervistati sono consapevoli infatti di partecipare ad un progetto “…enorme, favoloso, ambizioso, complesso, grande…” che sfrutta pienamente le possibilità offerte dalla grande rete fin dai suoi esordi (quali il superamento del concetto di tempo e di spazio) e quelle ancora più innovative della sua declinazione 2.0.

- AAA Wikipediano DOC cercasi: ottime competenze relazionali, apertura mentale, no perditempo, pronti al “lavoro sporco”

Per aspirare al ruolo di Wikipediano DOC è fondamentale, secondo gli amministratori intervistati, possedere in primis ottime capacità relazionali. La natura collaborativa del progetto richiede infatti un’indispensabile capacità di comprensione, di confronto e di interrelazione con gli altri utenti. Partendo dal presupposto che ogni concetto espresso su Wikipedia può essere messo in discussione, il buon wikipediano deve sapere “…accettare i rilievi altrui…” (Luca “Sannita”),  in che modo e fino a che punto portare avanti la propria posizione, nonché riuscire a mediare/sintetizzare i diversi contributi.

Conseguente a tale caratteristica è la capacità di sapere approcciarsi agli eventi/termini/personaggi oggetto di definizione tralasciando le proprie convinzioni ed esperienze personali (caratteristica questa che rimanda all’approccio metodologico del mondo della ricerca sociale). Non affezionarsi alle proprie idee/intuizioni inoltre rappresenta un passaggio essenziale nell’analisi di un fenomeno e ancora di più nella sua definizione. Interessante, in tal senso, come suggerito da un intervistato (Carlo), la possibilità di segnalare le pagini non neutrali.

Un buon wikipediano inoltre deve sapere gestire il proprio tempo, offrendo insieme quantità e qualità, trovando il modo di partecipare, anche attraverso il famoso lavoro sporco, senza mai abbassare la qualità dei propri contributi e quindi verificando sempre, attraverso fonti attendibili e ineccepibili, i concetti inseriti.

Infine il buon wikipediano, secondo gli intervistati, deve aiutare i nuovi arrivati trasferendo loro tutte le regole, più o meno tacite, necessarie al buon funzionamento del progetto nonché all’instaurazione di quel clima di fiducia che completa e supporta il lavoro dei wikipediani.

- Gli italiani, popolo di wikipediani superattivi, vitale, passionale… forse troppo

Gli intervistati, prima di tutto, hanno sottolineato l’impossibilità di fare delle differenze tra Paesi: “…non esiste un idealtipo italiano di collaborazione…” (Luca “Sannita”). Volendo individuare alcune differenze però si rileva una eccessiva passione nei confronti della propria attività ed identità di wikipediano, questo se da un lato porta ad un impegno e ad una partecipazione elevata da parte degli utenti italiani, allo stesso tempo può ostacolare il confronto, l’apertura verso posizioni diverse dalla propria, verso chi partecipa meno o l’integrazione di nuovi utenti.

Gli italiani vengono anche definiti “…tra i popoli più attivi e vitali di Wikipedia…” (Majid “Sirabder”), anche se sembrano comunque soffrire di una sorta di “persecuzione da complotto”, un atteggiamento che porta a vedere negli altri e nelle loro osservazioni dei fini e degli obiettivi non trasparenti. Atteggiamento che può quindi compromettere il clima di collaborazione.

In conclusione ciò che le interviste, a mio giudizio, sembrano sottolineare è la grande opportunità che Wikipedia, o i wiki o il web 2.0 in generale, possono offrire ai cittadini di “buona volontà”. La possibilità di diffondere la conoscenza alla portata di un click, passando per una costruzione condivisa del sapere, rappresenta una grande sfida per la società post-moderna. Una sfida a cui tutti possono partecipare, istituzioni comprese.

Ringrazio infine veramente di cuore tutti gli intervistati che hanno aderito e che ci hanno offerto la loro esperienza.

Fondamenti di informatica natalizia

Prima di parlare di cloud computing, di pensare al calcolo parallelo, di generare materiali tramite il crowdsourcing, di operare secondo una logica web2.0, di twittare o facebookare, prima di tutto bisognerebbe conoscere “i fondamentali”, come si diceva una volta.

Una breve lezione ci aiuterà a capire meglio le tecnologie alla base dell’informatica moderna.

SegnalazionIT vi augura BUON NATALE!

Gratis – Chris Anderson

“Free – The future of a radical price” è il nuovo libro di Chris Anderson, direttore di Wired USA e già autore del famosissimo “The Long Tail”. Il libro è edito in Italia da Rizzoli con il titolo “Gratis”, vale certamente la pena di acquistarlo (19,50 €).

È un libro ricco di spunti e come tale difficile da recensire, semplificando potremmo dire che tratta di economia, tecnologia, sociologia e psicologia comportamentale dei frequentatori di Internet. Riprende e approfondisce concetti chiave della tecnologia moderna, come il cloud computing, ed i modelli di business per Internet, come il “Freemium”.

Riporto di seguito la prima parte del capitolo 8. “La demonetizzazione – Google e la nascita di un modello economico per il Duemila”.

Ormai è diventata un’attrazione turistica: sorge al numeo 1600 di Amphitheatre Parkway, a Mountain View, California. È la roccaforte del Gratis: il Googleplex, il quartier generale dell’azienda più grande mai costruita su prodotti gratuiti. Fuori dal palazzo, ingegneri sorprendentemente atletici giocano a beach volley e vanno in mountain bike. Poi rientrano, si infilano la camicia ed escogitano nuovi modi per usare gli straordinari vantaggi di costo marginale dei loro enormi datacenter per esplorare nuovi settori ed espandere la portata del gigante della ricerca. Oggi Google offre quasi cento prodotti, dal software di elaborazione immagini a word processor e fogli di calcolo, e quasi tutti sono gratuiti. davvero gratuiti, non c’è trucco. Google ci riesce come dovrebbe riuscirci  ogni moderna azienda del digitale: offrendo molti prodotti per guadagnare su pochi di essi.

Google guadagna talmente tanto con la pubblicità su una manciata di prodotti chiave (sopratutto sui risultati di ricerca e sulle inserzioni pubblicate su siti di terze parti) che riesce a rendere gratuito tutto il resto. I nuovi servizi, anzi, nascono con domande da veri geek, come: «Sarebbe cool?», «La gente lo vuole?», «Sfrutta bene la nostra tecnologia?». Non si parte mai da un prosaico: «Ci farà guadagnare?».

Vi sembra folle? Lo sarebbe, forse, se provenisse dalla General Motors o dalla Generel Electric; ma per le aziende che operano nel regno del digitale puro, questo approccio può essere perfettamente sensato. Decidere di costituirsi un pubblico enorme prima di avere un modello di business non è sciocco come lo era all’epoca del dot-com, nei tardi anni Novanta, quando per ottenere lo stesso risultato serviva una vagonata di soldi dal venture capital e molti rack di server Sun. Oggi qualsiasi startup sul web ha un accesso condiviso allo stesso tipo di enormi server farm che usa Google, il che rende estremamente conveniente l’offerta di servizi online. Grazie alla disponibilità di servizi di hosting come l’EC2 di Amazon, che consentono alle aziende di avviare il lavoro senza alcuna infrastruttura fisica, è possibile fornire un servizio a milioni di utenti usando poco più di una carta di credito.

Di conseguenza, le aziende possono iniziare in piccolo e puntare in alto senza assumersi enormi rischi finanziari e senza sapere come guadagneranno. Paul Graham, fondatore di Y Combinator, una società di venture capital specializzata in piccole startup, dà un consiglio semplice agli aspiranti imprenditori: «Costruite qualcosa che la gente vuole». Graham finanzia aziende con cifre ridotte, anche nell’ordine dei cinquemila dollari, e le incoraggia ad usare strumenti open source e servizi di hosting, e a lavorare da casa.

Quasi tutti usano il gratis per mettere alla prova le idee, per scoprire se funzionano o suscitano l’interesse dei consumatori. Se sì, allora la domanda successiva è: quanto sarebbero disposti a pagare i clienti, o in quale altro modo ci si può guadagnare. Possono passare anni prima che arrivi quel giorno (e a volte non arriva mai), ma poiché i costi per lanciare il servizio sono così bassi, raramente è a rischio un capitale enorme.

Oggi esistono innumerevoli aziende web di questo tipo, grandi e piccole. Ma Google è di gran lunga la maggiore e, poiché ha tanto successo nel generare ricavi in una parte del suo business, il Gratis non è solo una tappa intermedia sulla strada di un modello di business: è al cuore della filosofia produttiva.

Per comprendere come Google sia diventato l’araldo del gratis, è utile ripercorrerne l’evoluzione: Possiamo riassumere la storia di Google in tre fasi:

1. (1999-2001) Inventa un motore di ricerca che migliori, anziché peggiorare, a mano a mano che il web cresce (a differenza di tutti i precedenti);

2. (2001-2003) Adotta un sistema self-service con cui gli inserzionisti possano creare annunci pubblicitari che corrispondano a certe parole chiave o contenuti, e poi fa in modo che possano contendersi le posizioni più in vista per quelle pubblicità;

3. (2003-oggi) Crea innumerevoli altri servizi e prodotti per estendere la sfera di attività di Google, fidelizzando i consumatori. Dove serve, estende la pubblicità a quegli altri prodotti, ma non a scapito della user experience.

Questo sistema ha funzionato benissimo. Oggi, a dieci anni dalla fondazione, Google è un’azienda da 20 milioni di dollari, che fa più profitti (oltre 4 milioni di dollari nel 2008) di tutte le compagnie aeree e le aziende automobilistiche americane messe insieme (d’accordo, di questi tempi non ci vuole molto!). Non solo ha introdotto un modello di business basato sul gratis, ma sta inventando un nuovo modo di fare informatica, spostando sempre più funzioni dai nostri desktop alla cloud (nuvola), ovvero ospitandole in data center remoti e facendoci accedere online attraverso i browser (e possibilmente attraverso il browser di Google, Chrome).

Questi data center sono l’incarnazione della tripletta della tecnologia: potenza di calcolo, banda e spazio su disco. Queste fabbriche di informazione, a mano a mano che Google ne costruisce altre in tutto il mondo, non diventano meno costose ma più potenti. I computer di ciascun nuovo data center sono più veloci dei precedenti e gli hard disk possono contenere più informazioni. Di conseguenza quei data center hanno bisogno di collegamenti migliori con il mondo esterno. Sommando tutta questa capienza possiamo capire perchè ogni data factory che Google costruisce può fare il doppio allo stesso prezzo di quella costruita un anno e mezzo prima.

Google continua a costruire questi data center al costo di centinaia di milioni di dollari, ma poiché il traffico gestito da ciascuno cresce ancora più rapidamente della spesa per le infrastrutture, a livello del singolo byte il costo sostenuto dall’azienda per rispondere alle vostre esigenze diminuisce ogni giorno.

Perchè Google adotta il Gratis «di default»? Perché è il modo migliore per raggiungere il mercato più vasto possibile. Schmidt la chiama «Strategia max» di Google, nel senso di tendenza alla massimizzazione; e prevede che diventerà tipica dei mercati dell’informazione. È molto semplice: «Prendi qualsiasi cosa tu stia facendo e massimizzane la distribuzione. Ovvero: poichè il costo marginale della distribuzione è zero, tanto vale che tu distribuisca i tuoi prodotti il più possibile».

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La storia di Internet

History of the Internet from Melih Bilgil on Vimeo.

“History of the Internet” è un documentario sulle invenzioni web dal time-sharing al filesharing, da Arpanet a Internet. Questa storia viene raccontata con le icone PICOL (picol.org). Altre informazioni su questo film su lonja.de/motion/mo_history_internet.html

Internet ci fa intelligenti

Nella lettura della Newsletter di Internet World Stats di novembre, oltre ai dati mondiali sugli utenti del web (che a novembre 2009 superano quota 1,7 miliardi), vengo colpita da un post che parla della positiva influenza di internet sullo sviluppo della mente umana.

Le riflessioni nascono dagli studi di un neuroscienziato californiano, Dr. Gary Small, che nel libro ibrain ha messo a confronto le capacità mentali degli individui nati nell’era digitale, digital natives, con quelle degli internauti più adulti, digital immigrants, che hanno iniziato quindi ad utilizzare internet in età più avanzata. I risultati sono molto confortanti: la grande rete e le nuove tecnologie infatti attivano importanti circuiti cognitivi del cervello migliorando le nostre capacità e aiutandoci a non invecchiare.

Vi mostriamo il video dove il Dr. Small illustra le aree del cervello attivate con l’utilizzo di Google confrontando i risultati degli internauti più esperti con quelli che sperimentavano il web-search per la prima volta:

Il miglior filtro per le ricerche nel web

di Massimo Chiriatti

“Il futuro è aperto” diceva il filosofo austriaco Karl Popper riferendosi alle conseguenze delle nostre scelte, credendo che non fosse possibile pianificare le future scoperte intellettuali. Se fosse ancora vivo, immaginiamo che davanti all’home page di Google avrebbe esclamato: “Anche il passato è aperto”.
Difatti, questo strumento permette di trovare tantissimi dati che potrebbero –come lui avrebbe affermato– falsificare la propria ipotesi, ossia sottoporla a un infinito processo di controllo che non giunge mai a una verità definita.
Quello che ci fornisce Google, o i suoi equivalenti, consiste in un microscopio rivolto al passato, azzerandoci i costi e i tempi della ricerca tra una sconfinata quantità di dati, e ciò l’ha resa oggi alla portata di tutti.
Resta il tema centrale, cosa cerchiamo in questo spazio aperto e, soprattutto, con quale metodo?

Sappiamo che la predizione è un’affermazione su eventi che riguardano il futuro e che quindi devono ancora avvenire, mentre esistono due particolari metodi per descrivere un evento del passato: la retrodizione e la spiegazione.
La retrodizione è una speculazione su un evento che è accaduto nel passato ma che adesso (nel presente) mostra le sue conseguenze.
La retrodizione però differisce sostanzialmente dalla spiegazione ove, in quest’ultima, le conseguenze sono già evidenti ma deve essere ricostruito il percorso dai dati iniziali e a come si è giunti a tali risultati (è la direzione della storia: read forward).
Per esempio, l’esame con il Carbonio-14 ci dà una retrodizione su quando (in un intervallo) un particolare essere è vissuto nel passato, ed è differente pertanto dalla spiegazione, non ci dice perché quell’evento è accaduto, potrebbe essere una casualità, tutto questo spetta a noi. Dovremmo ricorrere a congetture per capirne le cause delle attuali evidenze.

E’ come se un ragno (spider) cercasse di ricostruire tutti i nodi della ragnatela (web) partendo dal risultato finale (il presente). Le connessioni tra gli eventi (link) esistevano nella realtà del passato, ma oggi anche grazie a questi strumenti, si palesano. Però dobbiamo ripercorrere tutti i passi al contrario (read backward).

In questo modo chiaramente il passato non si trasforma (è read only), ma la nostra migliore interpretazione ci aiuta a comprendere l’evento in oggetto.

retrodizioni

tabella_retrodizioni


Esempio dall’attualità: la morte di Michael Jackson.
Per cercare di capirne le cause, navigando tra i dati, potremmo procedere con i seguenti metodi:

Spiegazione
Regola: Un eccesso di sonnifero porta alla morte
Ipotesi: Michael ha preso molto sonnifero
Risultato: Michael è morto.
Si parte dalle cause sempre più lontane per descrivere -o meglio spiegare- l’evento finale.
Possono esserci però anche differenti spiegazioni: altri medicinali, droghe, pratiche mediche scorrette, ecc. Oppure delle combinazioni di questi elementi.
C’è poi un’altra consistente spiegazione che si rifà a preesistenti condizioni di malattie dell’artista e alle sue debolezze psicologiche derivanti da un’infanzia difficile. È naturale questo processo, e i migliori studiosi (storici) partono dalle cause più remote e con dovizia di particolari tentano di spiegare -con una coerenza interna alle proposizioni- come si è arrivati alla morte.

Retrodizione
Regola: Un eccesso di sonnifero porta alla morte
Risultato: Michael è morto
Ipotesi: Michael ha preso molto sonnifero
In questo caso si prende in considerazione una regola nota, si osserva il risultato e si formula un’ipotesi dalla quale sia possibile evincere il fatto stesso. Può non essere l’unica ipotesi, non si raggiunge la certezza, ma aggiunge conoscenza alla nostra analisi.

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La disponibilità dei dati è una condizione necessaria per la verifica empirica, ma non è una condizione sufficiente. Pensiamo spesso che più risultati troviamo più abbiamo ragioni di credere che le nostre ipotesi siano corrette. Ma sembrano corrette, non lo sono certamente. Non è la quantità dei dati disponibili una misura per valutare la bontà di una ipotesi, ma è la precisione con la quale si può scoprire anche un solo dato che conferma se la teoria ipotizzata è plausibile o fallace.
Ormai i dati sono tutti disponibili per ognuno di noi, ma non basta una mera raccolta e la risposta poi la troveremo lì, pronta.
I motori di ricerca ci presentano i risultati in varie forme, però poi occorre selezionare i dati alla ricerca della:
- causa remota del fatto osservato (la causa in rapporto alle conseguenze)
- teoria alla base dell’evento (il fatto in rapporto all’ipotesi).
È quest’opera di valutazione che, svolta nell’immenso rumore di fondo, conferisce un ordine e un’anima ai dati.

Il poeta T.S. Eliot, già nel 1934, ci aveva avvertito del pericolo di perdersi tra l’eccesso di dati con la poesia The Rock:

Dov’è la saggezza
che abbiamo perso in conoscenza?
Dov’è la conoscenza
che abbiamo perso in informazione?

Oggi si potrebbe aggiungere:

Dov’è l’informazione
che abbiamo perso tra i dati?

Come rappresentato in figura, oggi si possono scorgere due ombre che si proiettano nel passato.
C’è in natura un unico filtro capace di separarle, illuminarle e nello stesso tempo estrarre informazioni da quei dati: l’essere umano.

I “tardivi” digitali

Copioincollo uno straordinario pezzo di Luca Sofri (l’originale qui) sui nativi e “tardivi” digitali.
Non ho niente da aggiungere se non che ho in mente molti colleghi che rispondono a questo profilo: “E molte persone che per la prima volta accedono a Facebook attratte da questa semplificazione sono vittime di una sbornia adolescenziale simile a quella dei nativi quando scoprono un nuovo straordinario e fantascientifico videogame online. Si apre loro un mondo, e lo capiscono. Accumulano amici, reinventano le proprie relazioni e il loro tempo libero, scambiano Facebook per l’universo, e la grande rivoluzione tecnologica di questi decenni gli è improvvisamente chiara nella sua generosità: era Facebook. Questa sopravvalutazione ha un limite, come dicevo: impedire che questo primo e facile accesso alla rete preluda a nuove scoperte e nuove opportunità“.
Purtroppo questi colleghi occupano posti molto in alto nella gerarchia, possono prendere decisioni in grado di condizionare le attività dell’organizzazione per la quale lavoro, possono fare molto, ma è assai probabile che non saranno all’altezza. Essere salvati dai nativi digitali, come dice Sofri, va benissimo, ma quei nativi non arriveranno ad occupare posti chiave prima di altri 10-15 anni, non c’è da stare molto allegri…

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L’era dei tardivi digitali

Wired in edicola anticipa la prefazione che ho scritto per il libro “Nati con la rete”, che esce per Rizzoli il 3 giugno.

Le persone non più giovani che si accingano a voler capire com’è il mondo delle generazioni «native» devono innanzitutto liberarsi della solida sensazione di essere i protagonisti del nostro mondo e del nostro tempo: inutile illudersi, non lo sono più. E devono liberarsi dall’inclinazione «entomologica» nei confronti dei fenomeni che riguardano i loro figli (o nipoti): noi non siamo scienziati che studiano gli insetti, siamo insetti che studiano gli scienziati, per quanto insetti curiosi e colti, colti di un’altra vecchia cultura. Le nostre analisi le pubblichiamo ancora sui libri di carta e di centinaia di pagine, come questo. E non ci è facile pensare agli adolescenti e ai ventenni come al mondo che è già: lo consideriamo il mondo che sarà, appena ci toglieremo di torno noialtri. Ma il mondo ci ha già tolto di torno: ne frequentiamo uno che risulta sempre più emarginato, illuso da una grande finzione collettiva tenuta in vita dai mezzi di comunicazione che a loro volta gli appartengono e che con lui se ne stanno andando.

È la fine del mondo come lo conosciamo. O almeno lo sarebbe.

Perché rispetto a questo è interessante fare anche un’altra riflessione, simmetrica a quella sui nativi digitali ospitata in questo libro. Ed è quella sul rapporto con la rete di noi non nativi.

Noialtri non nativi apparteniamo a due distinte categorie (trascuro quelli che con internet non hanno ancora avuto mai a che fare, vuoi per sfortuna geografica e sociale, vuoi per età, vuoi per rarissima ostinazione). Ci sono da una parte quelli vengono chiamati «coloni», o «immigrati», o «ibridi». Io preferisco l’ultimo termine, perché descrive la condizione – che è anche la mia – di persone che sono vecchie abbastanza da aver frequentato il mondo «di prima», ma anche giovani abbastanza da avere abitato da subito il mondo «di dopo». È una categoria umana ridotta, per ragioni anagrafiche, ma centrale nella costruzione della conoscenza, della cultura e delle elaborazioni relative alla rete: perché ne ha seguito nascita e crescita avendo già gli strumenti per capirla e discuterla, e il metro per tenerla in relazione con il mondo «di prima». Ne sono stati protagonisti negli scorsi anni, ma ormai la loro presenza si sta ridimensionando mentre avanzano e si allargano i nativi che bene interpreta e descrive Nati con la rete. Ma c’è un’altra avanzata che ha riversato in rete una popolazione nuova in questi ultimissimi tempi.

La chiamerei quella dei «tardivi» di internet: la seconda categoria di non nativi. Sono coloro che hanno cominciato a occupare e a occuparsi di internet solo da poco, di fatto, e soprattutto grazie alla nuova accessibilità e familiarità di alcuni suoi luoghi e prodotti.

Succede con molti fenomeni nuovi. Ci sono delle avanguardie di esploratori che raggiungono e colonizzano luoghi prima inesistenti o sconosciuti. Il west. Uomini in cerca di qualcosa e con poco da perdere si spingono in là senza sapere cosa troveranno: sparano ai bisonti, trattano con gli indiani, dormono intorno al fuoco acceso sotto le stelle e con un occhio aperto. Si adattano al nuovo mondo e ne scoprono le opportunità, a forza di tentativi e fallimenti. Colonizzano, appunto.

Più tardi, quando gli indiani sono stati allontanati e le praterie sono state liberate dai bisonti, c’è uno sceriffo ed è arrivata la ferrovia, gruppi sempre più numerosi di nuovi coloni cominciano ad arrivare. Arrivano con le carovane, traslocando le loro cose, e trovano già i pozzi e l’acqua corrente. C’è una maestra, un saloon e un bordello. Trovano il loro mondo, solo spostato da un’altra parte. Ma si guardano intorno e dicono «qui è davvero un altro mondo».

Questo sta succedendo con internet, in particolare in Italia. Per anni una piccola comunità di esploratori ha provato – spesso riuscendoci – a inventarsi cose nuove che si potessero fare con la rete, e ha costruito un mondo, anche se era un mondo frequentato da pochi. Altri provavano a trapiantare in rete attività e servizi più tradizionali, ma i clienti più tradizionali non erano ancora arrivati. I lettori dei giornali leggevano ancora i giornali, non i giornali online. Poi però hanno cominciato ad arrivare, ad avvicinarsi, ad affacciarsi guardinghi. E a un certo punto hanno trovato Facebook. E sono entrati.

No, non è solo Facebook. Sono molti i luoghi della rete in cui la differenza dal mondo di prima è praticamente inesistente, quasi invisibile, come quando si va in vacanza in un Paese esotico e diverso e si trova una pizzeria italiana, o un McDonald’s. Un esempio facile e interessante è il successo di un sito di pettegolezzi, voci e rassegna stampa dedicate alle celebrities e ai poteri italiani. Tecnicamente un blog, ovvero una delle forme più moderne e rivoluzionarie della comunicazione online. Ma le opportunità sono tarpate, ignorate, tenute alla larga. Non esistono di fatto link, si tratta di un contenitore di testi, come un giornale tradizionale. Non crea relazioni con altri luoghi della rete, è un posto isolato da internet. E ospita da sempre contenuti familiari, propri dell’establishment dell’informazione italiana, quasi vernacolari. È internet per i navigati direttori della stampa nazionale: gossip, vicende di potere bancario e politico, economico e giornalistico. Aggressività verbale, linguaggio spiccio e burineggiante, e notizie pubblicate con secondi e terzi fini. C’era persino il porno, fino a poco fa (il porno è eterno). Tutta l’Italia più zavorrata nel secolo scorso. E che però ha trovato se stessa su un blog, e si è convinta che quello fosse internet.

Si possono fare altri esempi. Il blog italiano più seguito e pubblicizzato negli ultimi due anni è in realtà un altro esempio di sfruttamento poverissimo e semplificato delle opportunità tecniche e relazionali della rete. Niente più di una rubrica su un giornale, con l’aggiunta dei commenti, ma un’aggiunta assolutamente non esaltata o sfruttata. Una sorta di lunga rubrica delle lettere. E ammesso che l’autore le legga (sono centinaia), non le usa, non risponde. Anche lui non si mette in relazione con la rete, non la sfrutta. Non mi fraintendete: si tratta di un successo di lettori e mediatico formidabile, indiscutibile e ammirevole. Ma è un successo che si deve appunto alla familiarità e accessibilità dell’iniziativa. E che anzi probabilmente non sarebbe stato ottenuto lavorando a un’idea più ricca, creativa, condivisa, più fatta a forma di internet. Il blog più seguito in italia ha attratto i lettori estranei agli altri blog: non solo per l’efficacia di quel che dice, ma anche appunto per la sua forma «accogliente», facile.

E poi è arrivato Facebook. Una consolante rivelazione, per i tardivi digitali. È un luogo della rete del tutto familiare, quasi da film di Pupi Avati: ci si scambiano le fotografie, si ritrovano i vecchi compagni di scuola (si fa molto altro, ma su questi due servizi si è basato il grosso della comunicazione propria del social network). Chi accede alla rete da Facebook non ha bisogno di conoscere i meccanismi con cui la rete funziona o di essere appassionato dell’informazione e delle cose del mondo. Ci trova quelle cose che lo interessano e che conosce. Giovanni Boccia Artieri, studioso della comunicazione, ha individuato nel successo di Facebook «l’ascesa della borghesia» in rete. E questo non solo significa che i meccanismi della rete coinvolgono sempre più persone che prima ne erano estranee, ma ha anche un effetto opposto. Internet si «normalizza». Viene ricolonizzata dal mondo di prima. I suoi nuovi abitanti, meno coraggiosi e attrezzati, vi ricostruiscono i modelli familiari. Il successo di Facebook è un successo di funzioni semplici e tradizionali: relazioni con vecchi compagni di scuola, album di ricordi, piccole conversazioni, campagne per i cani abbandonati, promozioni editoriali.

L’accesso alla rete e la sua colonizzazione da parte dei tardivi non si deve per forza prestare a una valutazione, se sia un bene o un male. È una cosa che sta accadendo, inevitabilmente, e con cui è il caso di fare i conti. Ed è ovviamente una buona cosa, come ogni crescita dell’accesso alla rete e a qualsiasi nuovo mezzo di comunicazione in genere. Ha anche delle controindicazioni, per i modi descritti con cui sta avvenendo. Quello che da parte dei tardivi era una volta un atteggiamento di laica e umile curiosità nei confronti di internet si sta trasformando in una rapida sopravvalutazione della propria esperienza. Tornando agli esempi di cui sopra, è accaduto in molte redazioni di giornali che si siano scambiati siti di gossip per un esempio della nuova informazione online e che si siano presi blog politicizzati per una moderna forma di aggregazione e attività politica in rete. Per molti, la punta dell’iceberg di internet citata dai giornali è diventata la propria idea di internet (quindi aggiungeteci bullismo su YouTube, saccheggi della privacy e tutto il repertorio dell’allarmismo giornalistico: spaventalismo). Fino a che non è arrivato Facebook, che è diventato internet. L’espansione di Facebook dentro la rete è stata molto dibattuta in questi mesi: Facebook si allarga e i suoi meccanismi semplificati sottraggono spazio ai servizi e ai siti più ricchi e promettenti. E molte persone che per la prima volta accedono a Facebook attratte da questa semplificazione sono vittime di una sbornia adolescenziale simile a quella dei nativi quando scoprono un nuovo straordinario e fantascientifico videogame online. Si apre loro un mondo, e lo capiscono. Accumulano amici, reinventano le proprie relazioni e il loro tempo libero, scambiano Facebook per l’universo, e la grande rivoluzione tecnologica di questi decenni gli è improvvisamente chiara nella sua generosità: era Facebook. Questa sopravvalutazione ha un limite, come dicevo: impedire che questo primo e facile accesso alla rete preluda a nuove scoperte e nuove opportunità. Questo è ciò che avviene per i nativi, che allargano col tempo sempre di più gli usi della rete e gli spazi che ne conoscono. I tardivi invece confrontano i misteri della rete con i confortevoli luoghi di cui hanno esperienza, e ne stanno alla larga. Per alcuni di loro, questa ritardata emozionante scoperta si traduce rapidamente in elaborazioni, considerazioni, idee, e persino progetti imprenditoriali in ritardo di anni su quanto la rete ha già discusso e analizzato e creato prima. Ma questo potrebbe non significare niente, perché ormai una cospicua parte degli interlocutori o degli utenti di queste idee è a sua volta tardiva, soprattutto in Italia. E così come la televisione italiana non può che produrre contenuti anacronistici e arretrati dipendenti dal suo tipo di pubblico, anche la rete potrebbe rischiare di essere trascinata indietro da ragioni di mercato nuove. Miss Italia su internet potrebbe diventare un grande successo nel 2011. Magari persino il Festival di Sanremo, o l’edizione online di «Micromega».

Oppure no. Oppure ci salveranno i nativi. Anzi salveranno se stessi. La rete è l’ultimo luogo che ci rimane per tenere le redini del futuro, in un Paese così per vecchi da essere diventato un cliché. Ed è un luogo in cui molti si rammaricano non si trovino dei modelli di business adeguati a sfruttare iniziative anche di grande successo di visite e utenti. E proprio questo potrebbe essere un’opportunità per scongiurarle il melmoso destino in cui si dimena il resto del Paese. L’Italia salvata dai nativi digitali.

Intervista a Ignazio Licata: La fisica teorica della mente

(Si può direttamente scaricare l’intervista cliccando qui)

Il 30 gennaio scorso presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso Issoco di Roma si è tenuta la presentazione del libro La logica aperta della mente (Codice edizioni). L’autore, Ignazio Licata, è un noto fisico teorico e direttore dell’Institute for Scientific Methodology (ISEM). Si occupa di fondamenti della fisica quantistica, modelli matematici dei processi cognitivi e teoria della computazione nei sistemi fisici e biologici. Ha studiato con David Bohm e J. P. Vigier, due nomi fondamentali nella storia delle interpretazioni “realistiche” della meccanica quantistica, con il Nobel Abdus Salam e con Giuseppe Arcidiacono, con il quale ha iniziato ad interessarsi di “relatività proiettiva”, una teoria che sta tornando prepotentemente attuale per le sue implicazioni in cosmologia quantistica. Nel suo ultimo libro l’autore propone un originale intreccio tra fisica dell’emergenza, epistemologia e teorie cognitive attraverso un approccio multidisciplinare e con profonde incursioni tra i temi dell’Intelligenza Artificiale (I.A.) e dell’informatica teorica. Ovviamente non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di incontrare personalmente Ignazio Licata che ringraziamo per la disponibilità e per il tempo che ci ha dedicato. Ne è nata una intervista davvero interessante che vi propongo in questo post.