Tecnologia ed emozioni in 140 caratteri
I social media stanno influenzando i modelli di comunicazione? Possono incidere sugli orientamenti sociali e politici? Se e come sta cambiando la comunicazione per effetto dei nuovi media, e di Twitter in particolare?
Ne discutiamo con la prof.ssa Giovanna Cosenza (che ringraziamo per la disponibilità), docente di Semiotica dei nuovi media presso il Dipartimento di Discipline della Comunicazione dell’Università di Bologna, autrice di DIS.AMB.IGUANDO, un blog «per studiare, fare, disfare comunicazione», e responsabile, con Arianna Ciccone di Valigia Blu, del progetto OsservatorioTivvù, un ricerca finalizzata al monitoraggio delle modalità di uso della televisione per strategie di comunicazione politica, diretta ed indiretta, a medio e lungo termine.
D. Prof.ssa Cosenza, secondo lei, Twitter sta influenzando il modo di comunicare?
R. Questa domanda si ripropone ogni volta che esplode un nuovo strumento di comunicazione. La caratteristica principale di Twitter è il numero limitato di caratteri disponibili: 140. Dal punto di vista della tecnologia della scrittura il cambiamento già si verificò quando si diffuse l’uso degli SMS. Ormai da quasi quindici anni siamo abituati a usare i messaggi brevi per comunicare. Quindi, tornando alla domanda: se si riferisce alla scrittura in senso stretto, la risposta è «no», Twitter non ha portato grandi cambiamenti.
D. Quindi comunicare con l’SMS è come comunicare con Twitter?
Ovviamente no. Inviare SMS e scrivere tweet comporta solo alcune somiglianze, legate al fatto che il numero ridotto di caratteri limita lo spazio per i contenuti espliciti, il che vuol dire che si moltiplicano gli impliciti e di conseguenza anche le possibilità di essere ambigui o vaghi, e perciò di generare fraintendimenti. Ma l’SMS è principalmente uno strumento di comunicazione personale e riservata, mentre la comunicazione con Twitter implica la mescolanza tra dimensione pubblica e privata. Infatti, con lo strumento della cosiddetta «menzione» (l’uso del simbolo @ ) si può comunicare in maniera diretta con una persona, ma lo si fa sapendo che chiunque potrà leggere quel messaggio. Il messaggio è dunque nello stesso tempo sia personale (ad personam) sia pubblico.
D. Twitter può essere considerato un modello di comunicazione emozionale?
R. Non necessariamente. Twitter è uno strumento e, come tutti gli strumenti, assume funzioni, valori e connotazioni diverse in base alle modalità con cui i singoli e le comunità lo usano. Gli strumenti non sono in sé né emotivi né razionali, ma possono essere usati in maniera razionale o emozionale: dipende, ovviamente, da chi, come e per quali scopi si usano.
D. Una delle modalità attraverso cui si comunica su Twitter è il live-tweeting. Di cosa si tratta?
R. Il live tweeting è il racconto in diretta di un evento da parte di un soggetto o di un gruppo di soggetti che usano Twitter. Può essere fatto in maniera organizzata: pensiamo all’uso che ne fanno i componenti del comitato organizzatore di un evento o di una manifestazione pubblica per dare informazioni logistiche ai partecipanti; pensiamo all’uso che ne possono fare gli stessi partecipanti o spettatori di un evento: da una manifestazione di piazza a uno spettacolo televisivo. Poi però chiunque può seguire il live tweeting grazie ad un hashtag specifico (il simbolo # che precede un’espressione che contraddistingue l’evento); dunque ai tweet organizzati si aggiungono quelli spontanei di coloro che decidono di unirsi alla conversazione collettiva seguendo lo stesso hashtag.
D. Il live-tweeting può influenzare i commenti e le opinioni rispetto ai fenomeni raccontati?
R. Il live tweeting ha certi effetti e significati mentre viene prodotto, anche per il coinvolgimento emotivo che si ha mentre si vive una certa situazione, ma li perde completamente se si legge la strisciata di commenti a distanza dalla diretta. Ma in certi casi il live tweeting può anche essere usato come esercizio per distanziarsi dalle emozioni. Annotare cosa accade mentre qualcosa accade, infatti, comporta in parte un distacco emotivo dall’evento. In questo senso usare il live tweeting in contesti di ricerca è interessante proprio perché consente al ricercatore di mettere un filtro tra il sé che osserva e narra ciò che osserva, e l’evento osservato e narrato.
D. Perché la semiotica dei nuovi media studia il live tweeting?
Dal punto di vista semiotico, la pratica del live tweeting è interessante proprio perché implica lo smontaggio analitico di una situazione (la semiotica è una disciplina analitica): chi fa live tweeting è costretto a selezionare solo alcuni aspetti di una situazione, di un contesto o un evento per raccontarli in 140 caratteri su Twitter, evidenziando aspetti che altrimenti non sarebbero evidenziati, e cancellandone altri che invece sono presenti. Ma questi altri aspetti possono essere selezionati da un altro partecipante all’evento su cui si sta facendo live tweeting, e così via. Mettere assieme tutte queste selezioni, combinarle e confrontarle può essere uno strumento di analisi a posteriori molto potente. Non a caso, con il diffondersi dei social media, i live tweeting sono usati anche dalla polizia scientifica come strumenti d’indagine. Occorre però ricordare sempre, nel trattare i live tweeting come strumento di ricerca, che, proprio perché composti di messaggi brevissimi, in cui il non detto supera sempre di molto il detto, i live tweeting, una volta privati del contesto, sono ad altissimo rischio di fraintendimento, e come tali possono essere piegati a interpretazioni manipolatorie. E possono, in certi casi, dire tutto e il contrario di tutto.
D. Una recente applicazione a fini di ricerca del live-tweeting è stata realizzata da Dino Amenduni (@doonie) con riferimento al programma tv Kalispera. Quale era l’obiettivo?
R. In questo caso, che rientra nel più ampio progetto di ricerca di OsservatorioTivvù, che sto seguendo insieme ad Arianna Ciccone di Valigia Blu, uno degli obiettivi del live tweeting era proprio ottenere una certa distanza dal racconto della trasmissione. Nello stesso tempo, l’osservazione in contemporanea e in diretta, da parte di altri studiosi, sia della trasmissione, sia del live tweeting che Amenduni stava facendo, ci ha permesso di rilevare lo scarto fra la componente emozionale, che viveva chi non stava twittando ma guardava la trasmissione, e l’effetto di raffreddamento che invece si produceva col live tweeting. Ciò ha permesso al gruppo di ricerca di ottenere una lettura della trasmissione che avesse la “giusta distanza” dall’evento raccontato: non troppo coinvolti e presi dalla trasmissione, ma nemmeno troppo distanti, perché la componente emozionale è fondamentale nella costruzione delle trasmissioni televisive e perdersela a priori, per eccesso di distanza legato alla posizione neutra che un ricercatore deve assumere di principio, sarebbe un errore grave. Il secondo obiettivo era, naturalmente, comunicare che avevamo avviato la ricerca: twittare in diretta era come dire a tutti «stiamo lavorando».
D. In cosa consiste di preciso la ricerca a cui state lavorando?
R. Il progetto OsservatorioTivvù sarà realizzato da una quindicina di volontari, coordinati da me e da Arianna Ciccone e selezionati fra persone che già lavorano con noi da tempo e altri che invece hanno risposto alla nostra richiesta di collaborazione inviando il loro cv. I volontari vengono sia dal mondo accademico (laureandi, neolaureati, giovani ricercatori) sia dal mondo del giornalismo (giornalisti e blogger), perché da un lato vogliamo superare le difficoltà che a volte la ricerca accademica ha nel comunicare fuori dal suo mondo i risultati di ciò che fa, dall’altro vogliamo dotare i giornalisti di una metodologia scientifica per l’approfondimento. Useremo in modo combinato metodologie di tipo sia qualitativo sia quantitativo, per cui ad esempio alla fine otterremo il calcolo esatto dei minuti in cui in due mesi è apparso il politico x rispetto a y, i tempi di parola che gli sono stati concessi, il numero delle interruzioni, e così via. L’analisi qualitativa avrà invece come obiettivo principale quello di far emergere la narrazione soggiacente alle varie trasmissioni televisive e di evidenziarne la temperatura emotiva, per far comprendere il significato profondo del racconto. È chiaro che incontreremo difficoltà innanzi tutto nel definire e condividere fra noi il significato delle parole che useremo (es. paura, speranza, patriottismo) e in secondo luogo nel combinare gli aspetti qualitativi della ricerca con quelli quantitativi, nel difficile tentativo di semplificare senza mai banalizzare. Ma confido che riusciremo a trovare il punto di equilibrio e a comunicarlo anche all’esterno.
D. Che trasmissioni saranno oggetto della ricerca?
R. Tutte le trasmissioni in cui la politica, l’informazione e lo spettacolo si mescolano in dosi diverse a favore dell’uno o dell’altro elemento. Dunque non solo i talk show come Ballarò, L’infedele, In Onda, in cui i politici sono normalmente ospiti, ma anche trasmissioni che in apparenza fanno solo intrattenimento, ma in realtà spesso veicolano messaggi politici più o meno evidenti. Oggi si parla infatti di infotainment (mix fra informazione e intrattenimento) e di politainemt (mix tra politica e spettacolo). I dosaggi fra i vari ingredienti di spettacolo, politica e informazione possono essere diversi, ma sono tutti comunque rilevanti per la comunicazione politica a breve, medio e lungo termine.
D. Quando saranno presentati i risultati?
R. Presenteremo i primi risultati al prossimo Festival del giornalismo che si svolgerà a Perugia, 25/29 aprile 2012. Ma la ricerca proseguirà oltre, se i volontari ci aiuteranno.
D. Ritorniamo a Twitter, sono presenti sempre più VIP, politici e personaggi con ruoli pubblici. Come comunicano?
R. Anche in questo caso, dipende da chi comunica e dagli obiettivi che ha: ognuno rappresenta sé stesso e il proprio brand. Da questo punto di vista le star dello spettacolo non si distinguono dai leader politici. Ho fatto in occasione del Natale un’analisi degli auguri su Twitter fatti dai politici, che evidenziava notevoli differenze di stile: dagli auguri per così dire più “istituzionali” a quelli “personali”. Lo stesso potrei dire del modo in cui hanno fatto gli auguri le star dello spettacolo, da Fiorello a Federica Panicucci a Gerry Scotti: ognuno col suo stile.
D. Quali rischi sono tipici della comunicazione via Twitter?
R. i rischi sono connessi alle caratteristiche stesse dello strumento: velocità e brevità. La brevità dello spazio disponibile può generare fraintendimenti, perché come ho detto nei messaggi brevi il non detto supera di molto il detto. La velocità invece può portare a semplificare in modo eccessivo pensieri e stati d’animo, quindi il rischio onnipresente è la superficialità: sia nella scrittura che nell’interpretazione. Tutto ciò spiega per esempio le polemiche che spesso nascono. C’è poi il rischio di esagerare con atteggiamenti di narcisismo e protagonismo: la comunicazione su Twitter può essere vissuta da alcuni come una sorta di “speakers’ corner” da cui sputare sentenze in 140 caratteri alla propria platea di follower. Ma anche questo dipende dalla persona e dalla comunità di follower in cui è inserita.

















