Category: Web 2.0

Scadenza Apps4Italy e gare creative Zooppa

Nel Giorno della Terra, celebrato dall’immancabile Doodle HTML5 di Google, vogliamo ricordare un’importante scadenza, quella di Apps4Italy, un concorso per progettare soluzioni utili e interessanti basate sull’utilizzo di dati pubblici, capaci di mostrare a tutta la società il valore del patrimonio informativo pubblico.
Potete inviare le vostre proposte fino al 30 aprile 2012 nella sezione Registrati. Se siete ancora indecisi, pensate al monte premi: 45.000 euro!

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La rete e la sfida della cultura digitale

La diffusione della rete insieme all’innovazione tecnologica stanno producendo importanti cambiamenti sui modelli di comunicazione e sui linguaggi adottati. Cambiamenti oggetto di un diffuso dibattito non solo tra ricercatori ma anche tra i professionisti dell’informazione.

Di questo tema parliamo con Serena Danna, giornalista del Corriere della Sera, dove si occupa di nuovi linguaggi e culture digitali per l’inserto culturale “La Lettura”.

D. Dott.ssa Danna, perché “La Lettura”, l’inserto domenicale del Corriere della Sera, ha deciso di offrire così ampio spazio ai nuovi linguaggi?

La scelta del Corriere della Sera di aprirsi alle culture digitali dimostra un cambiamento di atteggiamento dell’editoria nei confronti del mondo dei new media, che non è campo esclusivo di riviste tecniche o scientifiche. Le nuove tecnologie non riguardano più solo prodotti e servizi, sono entrate nella nostra quotidianità sia sul piano pratico sia su quello teorico aprendo un dibattito pubblico molto animato.  La scelta di una istituzione del giornalismo come il Corriere di dare ampio spazio alla riflessione sulle conseguenze culturali delle nuove tecnologie è un segno di coraggio ma anche la dimostrazione della centralità dei new media nel dibattito culturale. Temi quali privacy, copyright, censura,  apparentemente di natura tecnica, sono in realtà di interesse per tutti. La sfida, accettata dal Corriere, è quella di tradurre linguaggi e contenuti apparentemente tecnici, rendendoli appetibili e chiari per un pubblico generalista.

D. Cosa sono i linguaggi digitali?

L’insieme dei contenuti e delle teorie che passano attraverso le nuove tecnologie. Internet ha la sua grammatica precisa: il termine linguaggio indica la rete dove si intrecciano le teorie digitali e la nostra quotidianità.

D. Quale è il rapporto tra il linguaggio e la rete?

Sicuramente i new media stanno avendo un impatto rilevante sul modo di comunicare delle persone. È uno dei temi su cui la riflessione è molto attiva. Qualche tempo fa sulla Lettura abbiamo affrontato un tema molto interessante:  la capacità del Web  di salvare lingue in via di estinzione, e di diffondere lingue inventate per i film di fantascienza (le lingue salvate ed inventate dalla Rete)

D. Quali sono i rischi dell’impatto di Internet sulla comunicazione?

Fino a qualche anno fa, la scrittura era uno strumento per addetti ai lavori. Oggi la prospettiva è ribaltata: tutti scrivono. Il rischio di un impoverimento del linguaggio deriva dalle caratteristiche stesse degli strumenti di comunicazione, basati come sono su velocità e immediatezza. L’esigenza di semplificazione che prevede l’utilizzo di pochi, ripetuti, vocaboli, sacrifica spesso la ricchezza della lingua. Altro rischio di primaria importanza riguarda la lotta in atto per accaparrarsi l’attenzione dei lettori. Nel marasma di parole e immagini il sensazionalismo e il populismo sono sempre in agguato mentre dovrebbe valere il contrario: l’attenzione dovrebbe essere catturata con la qualità. Infine, c’è il problema della sicurezza in termini di conservazione della memoria. Un recente articolo testimonia, ad esempio, che ad un solo anno dalla primavera araba, il 10% degli archivi digitali sui social media risulta già irrimediabilemento perso.

 D. Quali sono viceversa i vantaggi dell’impatto di Internet sulla comunicazione?

In primo luogo la partecipazione. I social media sono uno strumento fondamentale per comunicare con le persone, diffondere idee e notizie. Creano opportunità enormi anche per chi non ha solide istituzioni alle spalle (es. il progetto di crowfunding per l’inchiesta di Claudia Vago  – @tigella –  su #occupychicago) a vantaggio delle fonti tradizionali che, pertanto, non devono vivere il web come una minaccia ma come una grande opportunità.

 D. La rete potrà generare un linguaggio universale?

Credo che internet sia già un linguaggio universale. Non è possibile parlare di lingua universale, anche le cosiddette lingue commerciali faticano a decollare, perché la lingua riproduce significati, cultura, espressioni territoriali. Viceversa, il linguaggio digitale è un linguaggio unificante, che spinge verso l’innovazione. La prova è data dalla sua diffusione globale. In tutti i Paesi in cui arriva, “sfonda” perché crea connessione tra persone a prescindere da spazio e tempo, apre finestre su mondi lontani, a volte addirittura negati (un caso su tutti: lo scrittore israeliano Ron Leshem che ha conosciuto l’Iran – decidendo di ambientare nel paese di Ahmadinejadi il suo romanzo Nilufar – attraverso Facebook).

D. Infine, ha qualche consiglio per chi, lavora in Istituzioni ed Enti di Ricerca e deve comunicare con i cittadini attraverso i social media?

In primo luogo è importante che i cittadini si sentano coinvolti in quello che succede. Quindi, piuttosto che fare soloinformazione di servizio, è importante privilegiare la comunicazione partecipativa, far sentire i cittadini parte attiva della gestione della cosa pubblica. Il cittadino non deve avere la sensazione di parlare con un ufficio stampa ma con  istituzione “aperta” e disponibile che è sempre capace di fornire – a supporto delleinformazioni – i dati che le hanno generate.  Al tempo stesso, le Istituzioni dovrebbero mantenere rigore ed ruolo istituzionale. Il citizen journalist è sicuramente un’opportunità per il mondo della comunicazione ma, costituisce un valore solo se avviene in un ambito regolamentato in cui è chiaro il ruolo del moderatore: partecipazione e condivisione non significano delega.Questo implica che gli uffici di comunicazione delle Istituzioni devono avere un chiaro modello organizzativo, regole rigorose di gestione oltre che padronanza degli strumenti e del linguaggio.  Il messaggio di fondo dovrebbe essere: c’è un’istituzione che lavora per i cittadini.

Sociologia dei media digitali: intervista a Davide Bennato

E’ uscito da poche settimane il nuovo libro di Davide Bennato, professore all’Università di Catania di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, intitolato “Sociologia dei media digitali”, Editori Laterza. Il manuale è ben lungi dall’essere una “chiaccherata informale” sui vari Facebook, Twitter e dintorni: è un testo molto ben strutturato, documentato (20 pagine di bibliografia!), con approfondimenti sociologici e tecnologici anche complessi, insomma un ottimo strumento per chi lavora con e sui social media. Abbiamo dunque pensato di intervistare Davide, che ringraziamo per la sua disponibilità.

D. Prima di tutto grazie per averlo intitolato social media e non new media. Era ora, non trovi?
R. Era ora sì! Infatti occupandomi di media digitali da molto tempo, ero un po’ seccato del fatto che nelle istituzioni accademiche si continui ad usare il desueto “new media” che io considero errato da due punti di vista. Errato cronologicamente perché ormai i media come internet non sono più nuovi, ma sufficientemente integrati nella vita quotidiana da essere media tout court. Errato ideologicamente perché i media digitali scontano moltissimo la retorica del nuovismo.
Dal mio punto di vista il fatto che i social media siano recenti non vuol dire che siano nuovi.

D. Tra le tue riflessioni e l’analisi di quelle condotte da altri studiosi negli ultimi decenni, riporti quella, celebre, di Klapper (1963), secondo cui la ricerca deve chiedersi non cosa i media fanno alle persone, ma cosa le persone fanno con i media. Non è questa la migliore risposta a chi vede il Diavolo nei social media?
R. Ne sono convinto. Se tu studi i social media dal punto di vista dell’impatto sulla società rischi sempre di cadere nella dicotomia apocalittico/integrato o tecnopessimista/cyberentusiasta. Se studi i social media dal punto di vista di cosa ne fanno le persone, hai una tale variabilità di pattern d’utilizzo che impedisce qualunque banalizzazione del rapporto.

D. Un altro argomento molto interessante per chi lavora in un’impresa o in una PA, e che riguarda il nuovo modo di interagire tra utenti, è quello del groundswell (onda anomala), ci potresti spiegare cosa intendevano con questo termine Li e Bernoff?
R. Il rapporto fra aziende e consumatori è sempre stato guidato da una rigida separazione. Le aziende producono, i consumatori acquistano e – se insoddisfatti – non acquistano. Oggi invece se un consumatore è insoddisfatto non solo non acquista ma grazie ai social media può influenzare i comportamenti d’acquisto di altri come lui, creando un processo a catena incontrollabile che si comporta come un’onda anomala e che ha delle conseguenze non da poco sulle aziende. La questione non è impedire questo processo – sarebbe impossibile farlo – ma governarlo nel miglior modo possibile.

D. Nel tuo libro scrivi che quello che è interessante dei blog è la miscela di componente tecnologica, netiquette e dinamiche relazionali che ne fa dei veri e propri archetipi della comunicazione del web partecipativo. Come vedi, in futuro, il rapporto tra blog e social media come ad esempio Facebook e Twitter?
R. I rapporti saranno di specializzazione di comportamenti comunicativi. I blog continueranno ad essere spazi di riflessione, Facebook uno strumento di discussione e di conversazione, Twitter un network di accesso a notizie e informazioni. Pertanto si rafforzerà il ciclo comunicativo dei social media secondo cui si esprime un’opinione argomentata sui blog, la si diffonde su Twitter e la si discute in Facebook.

D. Nel libro parli di un termine molto interessante, “social informatics”, ci puoi dire qualcosa di più? E’ una disciplina?
R. Sì, è un settore di ricerca che si pone lo scopo di progettare l’applicazione delle ICT all’interno di contesti sociali professionali, partendo dal presupposto che l’ingresso di una tecnologia non è mai neutrale, ma ha sempre delle conseguenze soprattutto relazionali. Lo scopo di questa disciplina è dare indicazioni concrete a chi deve pensare come rendere le tecnologie strumenti in grado di interagire simbioticamente col contesto sociale e culturale.

D. In Italia, nel 2012, avremo quasi 25 milioni di utenti su Facebook. E i social media saranno sempre più integrati con siti e dispositivi mobili e viceversa. Chiaramente ciò impone ad aziende e istituzioni di rivedere la propria comunicazione on line. Secondo te a che punto siamo?
R. Secondo me anche in Italia qualcosa sta cambiando, anche se sempre più spesso l’uso dei social media non ha un valore strategico me è semplicemente un’aggiunta à la page alle strategie di comunicazione interna ed esterna. Ma le aziende stanno diventando sempre più sensibili all’argomento e le professionalità che curano questi aspetti stanno cominciando a diventare sempre più richieste.

D. Qualche consiglio a chi, nella PA, deve comunicare con i cittadini attraverso i social media?
R. Sì: linguaggio, tecnologia, ascolto. Linguaggio: usare una lingua che sia la più lontano possibile dal burocratese che è formale e allontana il cittadino. Tecnologia: mai pensarla come una scatola magica ma come uno strumento al servizio di una logica o una strategia. Ascolto: comunicare vuol dire saper ascoltare, spesso il cittadino non chiede soluzioni ma semplicemente essere ascoltato. In questo senso i social media possono essere molto utili.

D. In una delle ricerche che citi, vengono classificati in 5 macrocategorie gli utenti di Twitter: media, celebrità, organizzazioni, blogger, persone comuni. Il meccanismo di following ha forti caratteristiche di omofilia, e cioè le celebrità seguono le celebrità, i blogger i blogger e così via. Secondo te, nei prossimi anni, questo meccanismo verrà alterato, ad esempio con la naturale evoluzione di Twitter come news medium?
R. Non è facile rispondere. Secondo me ci saranno due grafi sociali che descriveranno Twitter. Un grafo con un alto grado di omofilia caratterizzato da legami simmetrici ed un grafo con un alto grado di eterofilia caratterizzato da legami asimmetrici e questo rafforzerà l’uso di Twitter come news medium. Mi spiego meglio. I blogger seguiranno altri blogger e saranno ricambiati. I giornalisti seguiranno altri giornalisti e saranno ricambiati. Blogger seguiranno giornalisti e non saranno ricambiati ma lo faranno per avere notizie o opinioni.

D. Recentemente abbiamo pubblicato una lista di previsioni sui social media per il 2012, ci puoi dire qualche di queste ti sembra la più interessante o promettente?
R. Sono molto d’accordo con la previsione su Twitter, che secondo me porterà anche a dei profondi cambiamenti nella composizione demografica della piattaforma microblog. A mio avviso inoltre bisogna tenere sotto controllo anche Tumblr: secondo me sarà la piattaforma protagonista del 2012.

D. La prossima settimana intervisteremo anche la prof.ssa Giovanna Cosenza, docente di Semiotica dei nuovi media: ci suggerisci una domanda da porle?
R. Certo. Vorrei chiederle: spesso nei social media si usa la metafora della conversazione per descrivere il flusso informativo che avviene in questi spazi sociali. E’ una metafora corretta? O bisognerebbe parlare di una diversa forma conversazionale che avviene in questi spazi?

Social Media, cosa accadrà nel 2012

Il 2011 ci ha appena salutato ed eccoci alle prese con un nuovo anno ricco di aspettative sul fronte dei social media.  Tra le numerose previsioni per il 2012 segnaliamo quelle di Angela Denby che ne mette in evidenza 11, di seguito riportate con qualche aggiunta:

1. SITI. I social media verranno sempre più incorporati nei siti delle aziende e delle istituzioni.

2. MOBILE. Assisteremo a un ulteriore e significativo incremento dell’utilizzo dei social media attraverso dispositivi mobili.

3. SITI & MOBILE.  I siti dovranno essere sempre (più) compatibili con i dispositivi mobili.

4. HELP! Aumento dell’utilizzo delle community on line per ottenere un supporto personale o per cause umanitarie.

5. BUSINESS. Aumento della presenza delle aziende e dei loro investimenti sui social media, così come…

6….degli investimenti pubblicitari.

7. GAMING. Ulteriore crescita del fenomeno del social gaming.

8. NEWS. La tipologia delle news sarà sempre più “social”, sia quelle prodotte dai singoli che quelle dei giornali on line, che potremo sempre più commentare, condividere, votare e (ahinoi) laikare.

9. POLITICA. Maggior utilizzo da parte dei politici e della politica dei canali social media.

10. IMPRONTE DIGITALI. L’impronta che lasciamo sui social media crescerà ulteriormente.

11. FACEBOOK. Facebook supererà il miliardo di utenti. Con riferimento all’Italia, Facebook, nel 2012, supererà i 24 milioni di utenti: un italiano su due tra i 10 e gli 80 anni sarà presente su questo social network!

A questi 11 punti aggiungiamo qualche nostra previsione:

12. LEGAL 2.0. Le numerose impronte che, anche inconsapevolmente, lasciamo sui social media imporranno al legislatore uno sforzo ulteriore in termini di aggiornamento e adeguamento delle norme vigenti in materia di privacy, diritto d’autore, amministrazione digitale e utilizzo del Web, nonché di prevenzione dei reati che si consumano on line.

13. TWITTER. Aumento e consolidamento dell’utilizzo di Twitter.  In Italia il 2011 ha segnato l’anno di Twitter, prima con l’utilizzo nelle dirette dei giornali on line e poi con il passaggio al grande pubblico di #ilpiugrandespettacolodopoilweekend. Ma per aziende e PA la strada è lunga e, pur con le dovute eccezioni, siamo ancora in una fase sperimentale.

14. COMUNICAZIONE SOCIAL. Se consideriamo l’importanza nei processi di comunicazione dei nuovi media  (Facebook, Twitter e LinkedIn in primis) ed il punto 11, è evidente la necessità, da parte di aziende e PA, di saper utilizzare e sfruttare al meglio questo canale comunicativo. Ci sono già esperimenti riusciti e realtà molto avanzate, ma il biennio 2012-2013 dovrà essere quello della maturità.

15. SOCIAL MEDIA MANAGER. La figura del Social Media Manager sarà sempre più richiesta dalle aziende. Le offerte di lavoro sono prevalentemente nord-americane e nord-europee, ma qualcosa si sta muovendo anche in Italia.

Continueremo a parlare di social media con un’intervista a due importanti esperti, Davide Bennato e Giovanna Cosenza: stay tuned on SegnalazionIT!

Un anno di #hashtag. La Storia raccontata in diretta.

Il 2011 è stato un anno molto importante non solo dal punto di vista economico, sociale, politico ma anche per il  mondo della comunicazione.

All’innovazione nel campo delle news ha dedicato uno “special” durante la scorsa estate l’Economist dal significativo titolo “Bulletins from the future” in cui è analizzato il ruolo della Rete nel cambiamento del modello di diffusione delle informazioni, un modello che risulta essere diventato molto più partecipato, diversificato e quindi meno “di parte” di come era prima dell’avvento di internet.

Fonte: The Economist, 2011

Ma la Rete non ha modificato solo il modello di diffusione delle notizie ma anche le modalità con cui gli eventi sono narrati e portati alla conoscenza del pubblico. Sempre più spesso, infatti, i grandi eventi sono raccontati in diretta attraverso i social media, facebook e twitter in primo luogo e, gli autori della narrazione sono i cittadini, veri e propri report di strada. Da questo punto di vista, il cittadino, armato di smartphone e connessione in Rete, è stato il protagonista dell’anno, ha raccontato in diretta gli eventi a cui partecipava e dato vita ad una nuova figura del mondo della comunicazione, il citizen journalist.

Iranians used social-networking sites to report on the suppression of street protests.
Ahmad Abbas/Getty Images

Con l’obiettivo di valorizzare l’impegno delle migliaia di persone che giorno per giorno hanno raccontato la Storia di questo anno davvero speciale è nato www.yearinhashtag.com , un progetto di: Claudia Vago @tigella, Luca Alagna @ezekiel, Marina Petrillo @alaskaRP, Maximiliano Bianchi @strelnik, Mehdi Tekaya @mehditek.

SegnalazionIT che, già in passato si è più volte occupato di social media (in particolare di Twitter ) e comunicazione web,  ha deciso  di dedicare l’ultimo post dell’anno a questa iniziativa che nel raccontare il 2011 ci aiuta anche a comprendere come la Rete sia riuscita a ricoprire un ruolo da protagonista e non solo di testimone. Per raccontare #yearinhashtag abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Claudia Vago (@tigella), esperta di comunicazione, ideatrice e tra gli autori dell’iniziativa.

D. Come nasce #yearinhashtag?
R. Year in Hashtag è nato per caso, da un mal di testa, per associazioni di idee: era metà novembre e io ripensavo all’anno che andava concludendosi, a tutte le cose successe in questo anno incredibile, a partire dalla rivoluzione tunisina a oggi. Pensavo che raccogliere tutti gli eventi dell’anno, come sono soliti fare giornali e riviste a fine dicembre, sarebbe stato un lavoro complesso ma stimolante. Subito però ho realizzato che la maggior parte degli eventi del 2011 erano arrivati ai media tradizionali dopo che la Rete se ne era occupata, li aveva scovati e raccontati. In alcuni casi ai media tradizionali non sono arrivati mai, in altri sì, ma lasciando alla Rete un ruolo di narratore principale, con più approfondimento, a volte persino maggiore competenza. Mi è immediatamente sembrato evidente che il 2011 non potesse essere raccontato che per come lo avevo visto io: attraverso lo sguardo dei milioni di utenti dei social media che, nel corso dell’anno, hanno raccontato gli eventi nel loro farsi, attraverso i propri occhi, i propri smartphone, i propri laptop.

D. Quale è l’obiettivo?
R. Fornire un punto di vista diverso sull’anno trascorso. Un punto di vista che completa e arricchisce quello che i media tradizionali ci offrono ogni giorno. Perché non c’è contrapposizione tra i due sguardi, ma complementarità. E nel 2011, secondo me, è diventato evidente che non si può più ignorare lo sguardo di chi, dal basso, vive e eracconta un evento.

D. Come è stato il 2011 visto da twitter?
R. Un anno entusiasmante, ricco di avvenimenti, in cui la partecipazione è tornata a essere al centro: molte delle foto che compongono il mosaico in homepage di Year in Hashtag sono foto di piazze colme di persone. Il 2011 è stato l’anno delle proteste (lo dice anche il Time), l’anno in cui le persone si sono messe in gioco, sono uscite di casa e insieme hanno intrapreso un cammino per provare a cambiare le cose. E lo hanno fatto anche raccontando in tempo reale quanto succedeva, quanto facevano. Credo che questa esplosione dei social media per il racconto dei fatti non sia solo collegata alla diffusione di tecnologia che permette il collegamento a internet anche in mobilità, penso che si tratti di un fatto più propriamente “politico”: raccontare quello che succede è diventato parte dell’agire politico, perché serve ad aggirare la censura e la disinformazione dei regimi ma anche perché è solo facendo sapere a più persone possibili cosa si fa e perché che la propria battaglia può diventare vincente.

D. Come è cambiato il modo di raccontare gli eventi?
R. Dal 2011 non si torna indietro. Ormai è diventato evidente che il racconto degli eventi passa anche, e a volte soprattutto, dalla Rete. Quasi tutte le grandi testate europee e mondiali hanno ormai uno staff di social media curator, cioè persone che si occupano di selezionare le fonti sui social media, seguirle e raccogliere i loro racconti, ad uso anche dei giornalisti tradizionali. Prima o poi anche in Italia ci accorgeremo che non si può più continuare a fare giornalismo senza integrare questi nuovi strumenti.

D. Chi è il citizen journalist?
R. Chiunque. Non serve una preparazione particolare, un formazione. E’ sufficiente avere strumenti per la diffusione di messaggi e capacità di comprendere quello che succede intorno per essere citizen journalist. E’ una figura diversa da quella del giornalista tradizionale e, secondo me, non è antitetica ad essa. Sono due figure che si completano, che insieme possono rendere migliore il racconto dei fatti.

D. Quale il suo ruolo nel racconto degli eventi?
R. Il citizen journalist, generalmente, è qualcuno che partecipa direttamente a ciò che racconta. Partecipa fisicamente e emotivamente, idealmente. Il suo è uno sguardo “caldo” sugli eventi, partecipe. E soprattutto è uno sguardo “interno”, che arriva dove molti cronisti tradizionali non riescono ad arrivare.

D. Come possiamo contribuire ad accrescere questo racconto?
R. Amplificando la voce di chi sta raccontando: con retweet su Twitter o condividendo link e informazioni su altri social network. Diventando noi stessi narratori, quando ne abbiamo l’occasione.

D. Quale evento ti ha più colpito?
R. Sono legata a molti eventi di questo 2011, per ragioni diverse. La rivoluzione tunisina, perché ho un legame personale con la Tunisia e perché è il Paese da cui è cominciato tutto, compresa la mia “nuova vita”, il movimento spagnolo del #15M, il torrente di tweet con hashtag #iohovotato in occasione dei referendum di giugno, #OccupyWallStreet, per la capacità che ha avuto un evento nato in rete di radicarsi nella realtà e incidere sull’agenda, sul linguaggio pubblico.

#felice2012atutti

3, 2, 1… Al via AppsForItaly, il contest italiano sugli Open Data

Ha preso il via  ufficialmente AppsForItaly, la competizione tutta italiana sugli Open Data. Un concorso quindi, con tanto di premi in denaro, rivolto ai cittadini, alle communities di sviluppatori, alle aziende e alle associazioni che proporranno le migliori soluzioni per l’utilizzo del patrimonio informativo pubblico.  Il concorso si articola in quattro categorie: Idee e Progetti, Applicazioni, Dataset e Visualizzazioni e potranno essere presentate anche proposte che in passato abbiano già partecipato ad altre competizioni simili.

Il montepremi? Al momento è arrivato a ben 40.000 euro, di cui buona parte messi dal Ministero per la Pubblica Amministrazione  e Innovazione  che ha supportato il lancio dell’iniziativa assieme a ForumPA e Formez e a cui sta subentrando  il MIUR in conseguenza del recente cambio di Governo. Il contest è organizzato dal Comitato AppsForItaly ma va detto che sono partner dell’iniziativa  enti del calibro di Regione Piemonte, ISTAT, Regione Emilia Romagna, ENEL  che mettono a disposizione i propri dati.

C’è una sola regola da seguire: le proposte inviate devono esser basate sui dati pubblici, ma se volete dare una occhiata al regolamento completo potete farlo visitando l’apposita pagina. Il  contest si chiuderà il 10 Febbraio 2012.  A partire da quella data una apposita giuria selezionerà le proposte vincitrici che verranno premiate a fine Febbraio all’interno di un apposito evento. Per il momento buon lavoro a chi avrà intenzione di partecipare e …. vinca il migliore!!

Google Refine: trasformiamo un dataset disordinato in una base dati affidabile!

Google Refine è un software prodotto da Google finalizzato principalmente all’esplorazione e alla pulizia di dataset disordinati. Grazie ad un’interfaccia estremamente intuitiva e semplice da usare risulta essere uno strumento assai potente e particolarmente adatto all’analisi di basi dati ancora sconosciute, ed eventualmente alla disposizione dei necessari aggiustamenti in maniera immediata e veloce, senza dover fare troppi studi preliminari, senza dover utilizzare lunghe stringhe di astruso codice o progettare complessi schemi di trasformazione dei dati.

Google Refine è un software maturo, questo significa che è abbastanza affidabile e completo (è arrivato infatti alla versione 2.1) ed è rivolto in particolar modo a tutti coloro che hanno a che fare con fonti di dati eterogenee o decidono di raccogliere informazioni da formati differenti come siti web, file di testo, fogli di calcolo e quindi vogliono confezionare il tutto in un unica base dati coerente, standardizzata e chiaramente leggibile.

Il caso classico di necessità di pulizia del dato lo abbiamo quando si accodano diversi dataset che presentano i medesimi campi ma che provengono da fonti diverse. È quindi possibile che i valori dei vari campi vengano riportati in maniera diversa pur avendo il medesimo significato. Ad esempio, per definire il sesso di un individuo spesso si utilizzano le più disparate coppie di valori come M/F, maschio/femmina, 0/1 e così via. Google Refine permette in un attimo, attraverso l’utilizzo di strumenti come i “facet” o le “trasformazioni”, di decidere quale coppia utilizzare e quindi estendere questa scelta a tutti i valori del campo del dataset.

Attraverso i facet si individuano facilmente le incongruenze, siano esse ripetute o sporadici errori di battitura e conversione, ed è semplice apporre le dovute correzioni utilizzando le opzioni presenti negli stessi facet o avvalendosi delle “trasformazioni” che agiscono sull’intero campo.

Il software, infatti, offre una serie di trasformazioni preconfezionate dette “trasformazioni comuni”, che riguardano le operazioni più popolari che si effettuano sui campo. Volendo si possono però effettuare operazioni di trasformazione più sofisticate e su misura utilizzando il linguaggio GREL (Google Refine Expression Language).

Il software di Google, pur essendo un programma molto ben fatto, non è esente da aspetti negativi. Ad esempio, se si lavora in locale, non è possibile operare direttamente sul file, ma è necessario un caricamento dello stesso (come facciamo con gli allegati quando usiamo la nostra webmail) per cui non è possibile lavorare sul dataset utilizzando contemporaneamente software differenti.

Inoltre, alcune trasformazioni come quelle riguardanti il formato del campo (ad esempio la modifica del formato della data), sono abbastanza problematiche se non si ha dimestichezza con il linguaggio GREL. Questo video-tutorial esplora le principali funzionalità che Google Refine ci offre. Le funzionalità più importanti, core del programma, che hanno reso Google Refine uno strumento di successo.

Open Data, l’Italia s’è desta


La settimana
scorsa è iniziata con l’annuncio della nascita di dati.gov.it e con il lancio di AppsForItaly, la competizione italiana sugli open data. E’ poi continuata con la Giornata Italiana della Statistica dove i protagonisti istituzionali e della società civile che hanno reso possibile questo annuncio, hanno partecipato insieme al primo evento istituzionale sugli Open Data. E all‘Open Government Data Camp 2011 a Varsavia, chi era presente, ha raccontato tutto ciò al mondo.

La scorsa settimana è stata probabilmente una settimana chiave per l’open government e per gli open data in Italia. Cominciamo con la “discesa” in campo del Ministero per la pubblica Amministrazione e Innovazione che in una conferenza stampa a Palazzo Vidoni a Roma ha reso pubblica la strategia italiana sull’open government: Pubblica Amministrazione 2.0, G-Cloud e, soprattutto, Open Data.

Ovviamente un conto è fare un annuncio, un altro continuare a lavorare per far crescere le iniziative proposte e raggiungere gli obiettivi prefissi. Ad ogni modo, sul fronte Open Data abbiamo ora il portale dati.gov.it. L’idea è quella di farlo diventare in breve tempo il catalogo nazionale dei dati aperti della pubblica amministrazione.

E per stimolare da una parte le pubbliche amministrazioni a rendere pubblici i propri dati, e dall’altra i cittadini, le community di sviluppatori e il mercato ad utilizzarli, il Ministero ha deciso di supportare AppsForItaly, la competizione italiana sugli Open Data. […] Apps4Italy è un concorso aperto a cittadini, associazioni, comunità di sviluppatori e aziende per progettare soluzioni utili e interessanti basate sull’utilizzo di dati pubblici, capaci di mostrare a tutta la società il valore del patrimonio informativo pubblico.[...]

Ovviamente niente nasce all’improvviso. Se si è arrivati a questo, lo si deve alle tante iniziative che da oltre un anno a questa parte stanno nascendo un po’ ovunque in Italia e al lavoro continuo di associazioni, movimenti, fondazioni, ma anche enti locali ed enti privati che credono nella potenza dei dati aperti ai fini della trasparenza, della democrazia partecipata, dello sviluppo del Paese. Ed è interessante come, iniziative che nascono “dal basso” possano far incontrare l’interesse e il sostegno del mondo istituzionale. Attorno all’Open Data sta incredibilmente accadendo questo: istituzioni e pubbliche amministrazioni che siedono attorno ad un tavolo con associazioni, comitati e movimenti espressione della società civile.

E’ quello che è accaduto lo scorso 20 Ottobre presso l’Istat, l’Istituto Nazionale di Statistica. Il Workshop Open Official Statistical Data, inserito nelle celebrazioni della Giornata Italiana della Statistica, è stato il primo appuntamento “istituzionale” dopo l’annuncio della strategia governativa sull’open government. Si è parlato della prospettiva italiana a riguardo dell’Open Data e dell’Open Government, della centralità del dato aperto nell’azione e nella strategia della Commissione Europea, di come la consolidata cultura del dato presente nell’Istat e nell’intero Sistema Statistico Nazionale possa e debba essere un elemento chiave nelle iniziative legate all’Open Data. Si è parlato di alcune esperienze di open data in Italia, e lo si è fatto dando spazio direttamente gli enti locali coinvolti. Si è parlato della iniziativa italiana dati.gov.it e di appsforitaly con i movimenti, le associazioni, le fondazioni che “dal basso” hanno reso possibile tutto ciò.

Le conclusioni di Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, meriterebbero in realtà un post a parte, visto che hanno toccato molti punti diversi, buona parte dei quali degni di essere segnalati. Ad ogni modo ha sottolineato quanto sta facendo l’Istituto per fornire alla società civile, alla Rete e al mercato dati di qualità ad un livello sempre più spinto di disaggregazione.

Ma non finisce qui. Sempre la scorsa settimana è stato lanciato in versione beta Wikitalia, un progetto che “mette in rete una serie di strumenti per la trasparenza della politica, il riutilizzo dei dati pubblici e la partecipazione dei cittadini”.  Si tratta quindi di una piattaforma che si rivolge soprattutto “ai sindaci e alle loro amministrazioni, affinché decidano di far propri la filosofia e gli strumenti dell’Open Government”. Hanno gia’ aderito al progetto i comuni di Firenze, Torino e Matera, mentre altri aderiranno a breve.

Qualcosa  in Italia finalmente sta accadendo. Ed è qualcosa di importante.


La versione in  inglese del post è stata pubblicata sull’Open Knowledge Foundation Blog e su Government in The Lab.


Benessere 2.0

“Non è l’Ocse a decidere cosa rende  la vita migliore. Sei tu a decidere per te stesso” questo è  lo slogan con il quale l’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico  presenta  il nuovo tool (on-line dal 24 maggio) che consente di costruire in maniera interattiva una misura personalizzata del benessere.

http://www.oecdbetterlifeindex.org/

Dopo anni di discussioni su come misurare il benessere, dopo il lavoro di numerose commissioni, dopo rapporti firmati da premi Nobel, l’Ocse ha deciso di dare ai semplici cittadini la possibilità di esprimersi sulla questione.

Il tool consente di scegliere il peso da attribuire a undici diverse dimensioni della qualità della vita (abitazione, reddito, lavoro, partecipazione civile, istruzione, ambiente, amministrazione, salute, soddisfazione personale, sicurezza, equilibrio tra lavoro e vita privata) per costruire per i 34 paesi dell’Ocse, un indice che tenga conto del valore che ciascuno attribuisce ai diversi aspetti del benessere.

Sicuramente non è il modo per risolvere le problematiche statistiche, economiche, politiche, sociologiche, ecc., centrali nel dibattito sul tema, ma sembra una via interessante per rendere consapevoli i cittadini dei problemi di misurazione attraverso il coinvolgimento diretto. Un passo verso la Statistica 2.0.

Giornata di studio “Laboratori interdisciplinari”: parole

Negli ultimi anni, Internet e le nuove tecnologie digitali hanno trasformato profondamente il modo di comunicare. Più di un miliardo e mezzo di persone tutti i giorni si incontrano in rete, attraverso Social Network, Forum, Newsgroup, Blog ed altro, per parlare, scambiarsi opinioni o per fare nuove amicizie. Le “ parole” digitate su una tastiera sono lo strumento più utilizzato dagli utenti per stabilire nuovi legami o rinforzarne vecchi. L’obiettivo della giornata di studio è di analizzare, con il contributo di diversi ambiti di ricerca (Informatica, Linguistica, Sociologia e Statistica), i cambiamenti del linguaggio e della comunicazione e il nuovo modo di farlo in rete grazie al web 2.0.

Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Roma Tor Vergata.

Mercoledì 27 aprile dalle 9.30 alle 18.00, Aula Sabatino Moscati

Coordina Domenica Fioredistella Iezzi

  • ore 09.30: Domenica Fioredistella Iezzi, Presentazione del modulo
  • ore 09.45: Andrea Volterrani e Angela Spinelli (Università di Roma Tor Vergata), L’approccio non standard in contesti on line: metodi e tecniche di ricerca
  • ore 11.30: Francesca Chiusaroli (Università di Roma Tor Vergata), Le parole all’origine e l’elemento creativo nella lingua
  • ore 13.00: Discussione
  • ore 14.30: Fabio Massimo Zanzotto (Università di Roma Tor Vergata), Parole distribuite e cervello
  • ore 16.00: Daniele Frongia (Istat), Il valore delle parole online
  • ore 17.30: Discussione

Per informazioni: stella.iezzi@uniroma2.it