Il crescente controllo del Web

Un aspetto assai legato alla crescente privatizzazione del Web è dovuto alla ossessione del controllo delle attività degli utenti da parte di corporation guidate da menti pur geniali come quelle di Page, Brinn (Google), Zuckerberg (Facebook), Cook (Apple) e Ballmer (Microsoft). In particolare, parliamo dello sviluppo di sistemi operativi specializzati e App per dispositivi mobili (smartphone e tablet).
I sistemi operativi per tali dispositivi nonchè le loro App, ormai diffusissime, rappresentano infatti un’altra forma di chiusura e controllo delle attività degli utenti. Per iniziare ad utilizzare un dispositivo Android o un iPad, ad esempio, è necessario dotarsi di una utenza Gmail o un Apple ID, mentre per scaricare e installare una App è necessario essere degli utenti registrati di un determinato marketplace (App Store, Android Market, ecc.). Di conseguenza, per ciascuna App, è possibile sapere chi l’ha scaricata, su quale dispositivo è installata, quante volte viene eseguita. Inoltre le App, oltre ad effetture localmente il compito per le quali sono state pensate (modalità client), interagiscono spesso col Web, in particolare con parti di Web espressamente progettate per la comunicazione machine-to-machine (modalità client/server) e non accessibili via browser o comunque accessibili in una maniera poco intelleggibile ad un utente medio.
Così facendo, informazioni che fino a pochi anni fa erano liberamente consultabili da tutti accedendo con un qualunque browser ad un sito Internet multi-purpose, sono oggi accessibili prioritarimente, talvolta esclusivamente, tramite App, con un controllo molto superiore delle attività degli utenti.
Anche in questo caso esiste un legame perverso tra dare e avere: da un lato le App sono accattivanti (ovvero molto curate negli aspetti grafici dell’interfaccia), specializzate (ovvero svolgono pochissimi compiti ma lo fanno molto bene) e facilmente individuabili sullo schermo del dispositivo, dall’altro tutte le nostre operazioni tramite App sono tracciate. C’è una bella differenza fra l’utilizzare uno stesso browser per compiere dieci operazioni diverse sul Web ed utilizzare dieci App specializzate ognuna in una operazione: nel secondo caso la società che ha sviluppato quel sistema operativo saprà che quel certo utente, proprietario di quel particolare dispositivo, comprato in quel determinato negozio, ha installato ed utilizza quelle determinate applicazioni con una determinata frequenza. Se a questo aggiungiamo il fatto che le App vengono spesso acquistate direttamente dal dispositivo e tramite carta di credito, univocamente attribuita ad un persona o società, la nostra “schedatura” sul Web, quando accediamo da dispositivi mobile, è completa.
Come superare tale situazione? Come già visto nel precedente post, solo tramite l’azione combinata di vari fattori:
- una maggiore consapevolezza degli utenti ed una maggiore propensione verso la tutela della propria privacy potrebbe far sperare in un utilizzo di App limitato a quelle veramente importanti per il proprie attività e che non trasmettano alle società che le hanno sviluppate informazioni importanti come le statistiche di utilizzo, la posizione geografica dell’utente, la sua email, ecc.;
- è auspicabile una presa di posizione forte da parte di entità nazionali (es. Authority della privacy) e sovranazionali (es. Commissione Europea) per la definizione di norme tecniche che riguardino una maggiore trasparenza rispetto alla quantità e qualità di informazioni che ciascuna App possa trasmettere a chi l’ha sviluppata o al proprietario del sistema operativo.
Il panorama attuale presenta, a mio avviso, una forte dicotomia: sono possibili drammatici peggioramenti se pensiamo a dispositivi e sistemi operativi esistenti, come pure notevoli evoluzioni positive se pensiamo a dispositivi e sistemi operativi che verranno:
- siamo alla fase del Web mobile di massa in cui le App contribuiscono ad aumentare considerevolmente il numero di utenti attivi e in cui la semplicità ed efficacia d’uso delle App prevale sulla reale comprensione dei loro meccanismi di funzionamento; potremmo andare incontro ad una “App-izzazione” di tutto il Web, anche di quello fruito da dispositivi fissi;
- esiste un ampio margine di miglioramento per quanto riguarda la commercializzazione di dispositivi hardware capaci di ospitare sistemi operativi, browser, software e App sviluppati in modalità open source, per affrancarsi dal dominio e dal controllo di Apple, Google, Microsoft e più.
Rispetto al post precedente non sono però particolarmente ottimista per il futuro: è vero che anche sul fronte mobile il Web è in continua evoluzione, tuttavia credo che -stante l’indiscutibile efficacia ed efficienza delle App-, senza un soggetto normatore terzo, sarà praticamente impossibile avere sufficienti garanzie sulla propria privacy e sarà difficile mantenere un Web libero e aperto.











Il movimento Open Data si espande a macchia d’olio anche nel nostro Paese, guidato da alcuni “evangelist” come

